numero  0  novembre 1999 Sommario

Riflessioni sulla sinistra

LA CADUTA
Giuseppe Chiarante  

1.Sono ormai passati diversi mesi dalla netta sconfitta che la sinistra italiana ha subìto, in tutte le sue componenti, nelle elezioni di giugno: ma non si può davvero dire - almeno sino a questo momento - che sia stato posto in atto qualche concreto tentativo di sostanziale correzione di rotta e neppure che sia stata avviata una seria riflessione critica e autocritica.
Il fatto non può non destare preoccupazione, in particolare per due motivi. In primo luogo perché, se è vero che il voto italiano si inquadra in una più generale tendenza europea (più presente là dove prevale, a sinistra, la terza via di Blair e di Schröder), è però anche vero che solo nel nostro paese la caduta elettorale ha riguardato, in modo così rilevante, sia la sinistra che è al governo - i Democratici di Sinistra e i Verdi - sia quella di opposizione, ossia Rifondazione Comunista. In secondo luogo perché non si può dimenticare che in altre occasioni anche recenti (per esempio subito dopo la vittoria del Polo nel 1994) la sinistra italiana aveva saputo dar prova - in conformità, del resto, con la sua tradizionale presenza di massa - di una forte capacità e volontà di reagire: in quel caso con la grande manifestazione di Milano del 25 aprile 1994, che preparò la battaglia di autunno sulle pensioni.
Oggi, invece, sembrano dominare, alla base, rassegnazione, sfiducia, disorientamento, già messi in evidenza dalla massiccia astensione elettorale. E quanto ai gruppi dirigenti, anche se non generalmente mascherati dietro la consueta routine burocratica o, peggio ancora, dietro l'ostinata riaffermazione della linea fin qui seguita.
A cosa è dovuta questa situazione che rende così difficile anche il dialogo, il confronto, una più impegnata ricerca critica? Perché questa afasia e questa scarsa reattività che sembra quasi preludere a una sorta di collasso?
2.È ovvio che una riflessione sulle condizioni attuali della sinistra italiana non può certamente prescindere dalle vicende di più lungo periodo che riguardano sia il nostro paese come la realtà internazionale; e non può non fare i conti, in particolare, con ciò che è accaduto in questo decennio, dopo la svolta del 1989. Non a caso tali temi sono tra quelli che saranno al centro del programma di analisi, di ricerca, di dibattito che questa rivista intende sviluppare. Ma è su un interrogativo più delimitato che intendo ora concentrare l'attenzione: ossia sulle ragioni della rapida sfioritura delle speranze del 21 aprile e sulle cause che hanno determinato l'attuale situazione di frantumazione e di diffuso disorientamento.
Sembra a me che sia opportuno partire, a questo riguardo, dalla considerazione che vi fu a sinistra, all'indomani del positivo risultato delle elezioni del '96, un errore di sopravalutazione acritica delle possibilità che quel voto apriva: senza un'adeguata riflessione, cioè, sui reali problemi che occorreva affrontare per dare effettivo sviluppo a tali potenzialità. Eppure dal dato elettorale emergeva chiaramente - e furono in molti a sottolinearlo - che la maggioranza in Parlamento era stata ottenuta grazie a una condotta intelligente e un accorto uso dei meccanismi elettorali; ma che gli orientamenti di centro-destra restavano prevalenti nell'opinione pubblica; e che, soprattutto, per il successo era stata determinante l'intesa di carattere essenzialmente tattico che aveva reso possibile il patto di desistenza con Rifondazione Comunista. Tutto ciò avrebbe dovuto spingere a concentrare l'attenzione sulla ricerca di un accordo politico e programmatico di più ampio respiro, capace di dare continuità alla maggioranza almeno per l'arco dell'intera legislatura. e sulla necessità di contrastare nel paese, con un serio impegno riformatore e con una forte tensione al radicalismo del costume politico, la pressione di quel radicalismo antisolidarista e neoliberista che era alla base dello spostamento verso destra di larghi settori dell'opinione pubblica.
L'impegno su questi due piani - lo sforzo di elaborazione programmatica e la mobilitazione politica, culturale e ideale contro la nuova destra - è invece pressoché del tutto mancato dopo il 21 aprile. In parte ciò è dipeso dalla convinzione che la coerenza e il rigore necessari per il risanamento finanziario e per l'entrata nell'Euro fossero una ragione sufficiente (e in una certa misura così fu, almeno nel primo periodo) di coesione della maggioranza e di consolidamento del consenso nel paese. Ma questa persuasione portò anche a trascurare il problema (il tema della cosiddetta "seconda fase", mai seriamente affrontato) che il traguardo europeo richiedeva non soltanto serietà e rigore, ma un'opera di rinnovamento e rafforzamento strutturale - impossibile solo con una politica ispirata a privatismo e neoliberismo - per adeguare l'Italia a quella più aspra competizione che oggi è chiamata ad affrontare, con tante difficoltà, nell'area dell'Euro.
Soprattutto, però, pesò negativamente la divisione a sinistra, che vedeva Rifondazione schierata su una linea essenzialmente tattica, convinta di poter trarre vantaggio da una collocazione ai margini della maggioranza che le consentisse di dar voce, verso il governo, alle rivendicazioni del malcontento e del radicalismo sociale; mentre all'opposto nel gruppo dirigente del Pds cresceva la persuasione che la sola possibilità di consolidare un proprio ruolo di governo stesse nell'aderire agli obiettivi di modernità e di innovazione - ispirati alla prevalente ideologia neoliberista - quali erano tratteggiati nella "terza via" di Tony Blair e Schröder. Non a caso anche la cosiddetta "operazione cosa due" - che attraverso la convergenza con le altre componenti avrebbe dovuto raccogliere nei rinominati DS quella più larga sinistra che non si riconosceva più in alcuno dei partiti esistenti - finiva in realtà col ridursi a poco più che una cooptazione di vertice, tesa soprattutto a rafforzare l'immagine di un partito che si orientava verso il centro.
Erano perciò presenti fin dal suo sorgere nella maggioranza del 21 aprile - e non furono mai combattuti con decisione da nessuna delle principali forze di sinistra - le ragioni della sua rottura.

3.Se all'inizio vi fu dunque un errore di sopravvalutazione delle possibilità immediatamente aperte dal successo elettorale del 21 aprile, quando cadde il governo Prodi vi fu invece un errore di sottovalutazione dell'effettiva portata politica del ricambio di maggioranza al quale, con la crisi di quel governo, si aprivano inevitabilmente le porte. Anche in questo caso l'errore fu compiuto dall'una e dall'altra parte. In Rifondazione vi era chi pensava che, in definitiva, si sarebbe trattato di una rottura necessaria ma transitoria; e che sarebbe stato possibile riprendere più avanti un rapporto di collaborazione, in condizioni migliori e magari con un più favorevole rapporto elettorale. Dall'altro lato nella maggioranza e soprattutto fra i DS erano in molti a sottolineare che si andava comunque verso un nuovo governo di centro-sinistra, certo bisognoso di qualche voto esterno, ma sostanzialmente schierato sulla stessa linea del governo precedente.
Si sottovalutava, in realtà, che non era in discussione solo uno spostamento di qualche grado nella collocazione del governo nell'orizzonte politico; ma che si avviava un sostanziale mutamento qualitativo. Cadeva infatti una coalizione che si era formata secondo una linea di coerenza col voto del 21 aprile; si costituiva una maggioranza diversa, con un consistente travaso di voti provenienti dagli eletti del Polo e sulla base di operazioni - si pensi alle manovre di Cossiga, Mastella, Buttiglione - di chiaro sapore verticistico e trasformistico. Non si trattava, perciò, solo di un governo un po' spostato verso il centro e quindi più sensibile (chiunque fosse il Presidente del Consiglio) alle pressioni degli interessi dominanti. Il messaggio che giungeva all'opinione di sinistra era soprattutto quello dell'apertura a un ceto politico d'altri tempi (per di più passato, in molti casi, attraverso un'esperienza berlusconiana e del ritorno a modi di far politica che si sperava fossero superati per sempre.
È mia convinzione che l'immagine del governo che così si è formata è - assieme alla guerra nei Balcani - il fatto che ha più pesato (probabilmente anche più di fatti sociali che certamente contano, come il riaprirsi della questione delle pensioni o la povertà di iniziative per l'occupazione) nel cedimento elettorale della sinistra, soprattutto moltiplicando le astensioni. Non a caso il voto ha colpito anche Rifondazione, che è apparsa essenzialmente preoccupata di difendere le proprie posizioni, ma incapace di sviluppare un'iniziativa che contribuisse a evitare questa involuzione trasformistica.

4.Ma se queste sono le ragioni di fondo della caduta elettorale della sinistra (come sembrano indicare anche le analogie e differenze con gli altri paesi europei) pare davvero poco credibile che una ripresa di ampie proporzioni, che necessariamente dovrebbe basarsi su un recupero dell'astensionismo, si possa fondare - a politica sostanzialmente immutata - semplicemente su un riordino dell'attuale coalizione di governo, o attraverso una lista unica che faccia capo al candidato alla Presidenza del Consiglio (che però, come fanno intendere i Popolari e i Democratici rafforzati dalla corsa al centro, non è detto che sia D'Alema) oppure attraverso la federazione di un gruppo di partiti in una sorta di Ulivo 2. Non si vede, in effetti, quale richiamo potrebbe esercitare, in quella larga fetta di elettorato di sinistra che per ragioni come quelle sopra indicate ha disertato il voto, il fatto che si presenti alle elezioni uno schieramento unito che vada da Cossutta a Mastella; oppure che si dia vita a una sorta di prefigurazione di un Partito democratico nel quale la componente di sinistra, ossia i DS, sarebbe sempre più annacquata in un'area di centro.
Per questo nel dibattito che si è aperto in vista dell'imminente congresso la sinistra DS - ancorché nettamente minoritaria - ha con ragione distinto in modo molto netto le proprie posizioni, rilevando che non vi sono differenze significative tra le due ipotesi di riorganizzazione elettorale appena indicate; e che, invece, la sola reale possibilità di rilancio politico (e anche di recupero nell'elettorato) sta nella capacità di operare una seria correzione di rotta nel metodo di governo e negli indirizzi economici e sociali, favorendo in tal modo anche la ripresa di un confronto che miri esplicitamente a ricostruire una prospettiva strategica unitaria per una "sinistra plurale".

5.Ma esistono possibilità concrete di riprendere un dialogo e un confronto unitario a sinistra, dopo l'aspra rottura di un anno fa e l'ulteriore frantumazione che ne è seguita? Si sarebbe tentati di rispondere di no, se si guarda alla timidezza dei tentativi sin qui compiuti per riallacciare il filo di un discorso (è il caso della proposta di desistenza nelle prossime elezioni regionali, così palesemente minimalista da non stimolare una ripresa di fiducia in chi la fiducia l'ha perduta); oppure se si considera la risposta generalmente negativa data alla proposta lanciata da Luigi Pintor all'inizio dell'estate, sul manifesto, per un confronto e un'intesa almeno tra la "sinistra critica".
È tuttavia mia impressione - tanto più se si tiene conto che anche la cosidetta "sinistra critica" è divisa tra forze che stanno al governo e altre che stanno all'opposizione - che la vera difficoltà per l'avvio di un dialogo unitario non sta, come qualcuno ha scritto, nella carenza di una precisa proposta programmatica (in realtà di "programma comune" si può discutere se ci sono le premesse politiche perché il dibattito abbia un senso); ma sta nel fatto che l'attuale stato di divisione della stessa "sinistra critica" non si può superare se non si riparte dalle questioni di fondo che hanno determinato la deriva in senso moderato e la frantumazione della sinistra nel suo complesso.
Rossana Rossanda, intervenendo nel dibattito aperto da Pintor, ha ritenuto, correttamente, di poter indicare come tema principale quello di costruire "un'alternativa di sviluppo che faccia asse sul lavoro e sul welfare, invece che sull'impresa, nelle condizioni del patto di stabilità"; e ha sottolineato che tale tema é cruciale per chiunque resti convinto che non c'è sinistra senza "il lavoro e i suoi diritti, l'eguaglianza invece che la discriminazione, l'inclusione invece che l'esclusione, la solidarietà invece che l'emarginazione più spietata". Ma proprio qui sta il punto che è in discussione: queste finalità presuppongono scelte di valore che non sono oggi condivise da tutta la sinistra (o perlomeno non sono intese in modo univoco); e non sono condivise perché la sinistra non ha saputo difenderle contro la controffensiva di destra nel solo modo in cui potevano efficacemente essere difese, ossia innovando e arricchendo il significato e la strumentazione di tali opzioni, in rapporto sia alla crisi delle esperienze compiute nel corso del secolo, sia alle nuove domande emergenti dalle trasformazioni sociali in criterio per preferire una scelta programmatica rispetto a un'altra; ed è, anzi pressoché, inevitabile il cedimento alle ideologie dominanti.
È da questi temi, dunque, che occorre ripartire: ovviamente non attraverso il ragionamento astratto ma muovendo dall'analisi concreta dell'attuale realtà e dalle alternative che essa concretamente propone. Si può obiettare che ciò significa intraprendere un cammino che richiede inevitabilmente tempi lunghi. Può darsi. Ed è vero, soprattutto, che a tal fine sarebbero necessarie sostanziali correzioni di rotta: che, al momento, sono ben lontane dal delinear- si e che pertanto esigono un impegno rigoroso così nella critica delle idee come nella battaglia politica.
È però anche vero che - almeno per chi non voglia rassegnarsi all'ipotesi di un collasso a sinistra - ci sono ragioni oggettive che premono per una risposta, oggi, del confronto su una possibile prospettiva strategica unitaria di una "sinistra plurale". Due ragioni in particolare. In primo luogo perché appare assai probabile una sconfitta alle prossime elezioni politiche se non si trova la strada di un'intesa (che non può essere la semplice desistenza) che consenta non solo di sommare anche i voti di Rifondazione, ma di recupare largamente fra i tanti astenuti dal voto di giugno. Ma perché, soprattutto, l'altra strada, quella della modernità neoliberista, è già stata largamente sperimentata; e sta dando alla sinistra, non solo in Italia, i frutti avvelenati che anche i risultati elettorali mettono chiaramente in evidenza.







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