numero  0  novembre 1999 Sommario

La crisi del sindacato

SCONCERTATI
Giorgio Cremaschi  


Il sistema sindacale uscito dagli accordi degli inizi degli anni '90, e in particolare da quello del 23 luglio 1993, sta scivolando verso il caos.
La crisi sindacale è evidente e clamorosa nei suoi aspetti più teatrali: la rottura tra CISL e CGIL, la rottura tra Confindustria e CGIL, la rottura tra CISL e governo. C'è molto da meditare sulla morale politica che viene dalla storia di un sistema che, nato per regolare strategicamente tutti i rapporti tra grandi sindacati, governo, sistema delle imprese, oggi precipita in un corto circuito di risse e confusione totale. È dunque necessario riflettere sia sulle ragioni strutturali che hanno prodotto questa crisi, sia sulle scelte con le quali si tenta di rispondere ad essa da parte dei gruppi dirigenti delle confederazioni. Queste risposte in fondo potrebbero essere sinteticamente definite con la parola "neocollateralismo".
Alla crescenti difficoltà sul terreno dell'esercizio del potere contrattuale nei luoghi di lavoro e nella società, il gruppo dirigente della CGIL ha risposto nella sua maggioranza con uno schiacciamento senza precedenti delle proprie posizioni su quelle del governo D'Alema e dei DS all'interno di esso. Così può essere spiegata, anche se resta comunque di difficile comprensione, l'improvvisa svolta sulle pensioni del segretario generale della CGIL. Non c'erano ragioni nuove sul piano sindacale o economico che la richiedessero: tra luglio e settembre nulla è cambiato nei conti della previdenza pubblica e nelle economie del Paese in modo tale da giustificare repentini cambiamenti nelle posizioni sindacali. Ma evidentemente il quadro politico ha inciso sulle scelte sindacali al punto da determinare questa svolta. Il governo D'Alema non poteva condurre un attacco alle pensioni avendo contro il sindacato confederale, ma non poteva neppure platealmente rinunciare ad ogni scelta di "modernizzazione" sul terreno della spesa sociale. Nel Direttivo della CGIL di luglio la rigidità sindacale rispetto al governo era stata vissuta con sofferenza da una parte diffusa del gruppo dirigente. Questo malessere fu allora ben espresso da un dirigente sindacale che, polemizzando con Cofferati, disse: "non possiamo fare questo scontro, perché se vince il governo abbiamo perso noi, ma se vinciamo noi e perde il governo, alla fine abbiamo perso lo stesso". Evidentemente i mesi estivi hanno reso convincente questo ragionamento per la maggior parte del gruppo dirigente della confederazione.
Specularmente la CISL di D'Antoni, alla ricerca di un proprio ruolo di fronte all'evanescenza dei propri interlocutori politici nella maggioranza di governo e di fronte all'impossibilità politica e culturale di porsi in una posizione fiancheggiatrice verso il Polo, ha risposto alla crisi sindacale con un sempre più accentuato collateralismo verso il sistema delle imprese. Per fare compiere questa scelta quella confederazione non doveva guardare lontano, le bastava attingere alla propria cultura originaria. Pensiamo a quell'aziendalismo di scuola americana, che alla fine degli anni '50 fu adottato dalla CISL. La confederazione cattolica può tranquillamente polemizzare e rompere con il governo D'Alema senza subire particolari scossoni al proprio interno. Non perché, come si è superficialmente detto nella CGIL da parte di qualche neofita della rottura sindacale, essa sia tendenzialmente schierata con il centro-destra. Ma perché nella scala delle priorità che la CISL si è data, quello che non è oggi sostenibile è una rottura complessiva con il sistema delle imprese. La CISL pensa se stessa come un soggetto partner dell'impresa italiana nella competizione globale, ed è su questo piano che definisce le proprie scelte. Questo spiega anche la diversa reazione di quella confederazione alla nuova offensiva della Confindustria contro il sistema contrattuale e sulle flessibilità. Per quest'organizzazione, nell'impresa molto può essere concesso purché il sindacato ottenga dalla controparte un pieno riconoscimento di partneriato. Tutto questo non esclude il conflitto, ma lo colloca principalmente là ove questo ruolo di partner viene rifiutato o ridimensionato. Così la CISL firma un accordo separato sulle flessibilità a Milano, sciopera con i Cobas nelle ferrovie, siede, assieme ad una poca convinta CGIL, nel consiglio d'Amministrazione dell'Alitalia e magari dialoga con la Confindustria sul superamento del contratto nazionale. Tutte queste scelte sono solo apparentemente contraddittorie, in realtà esse rappresentano un modello sindacale. Insomma la confederazione cattolica tende a configurarsi come una grande forza sociale moderata che rappresenta un mondo del lavoro non conflittuale con l'impresa, convenientemente solidale e competitivo rispetto alla politica della sinistra.
A tutto questo la CGIL in questi anni non ha contrapposto nessun'elaborazione di linea, ma una politica di gestione più o meno accorta del quadro sociale esistente. Da questo punto di vista la CGIL più di altri è apparsa un'organizzazione statica e sulla difensiva.
Il cambiamento del governo, con l'ascesa alla Presidenza del Consiglio e ai principali centri del potere politico degli uomini dei Ds, ha inciso profondamente sullo stato d'animo degli apparati della confederazione. Il quadro sindacale medio si è trovato improvvisamente un personale politico di governo amico e vicino a questo ha prodotto, non solo nel centro confederale, ma giù giù per tutti i rami dell'organizzazione, una nuova sensibilità istituzionale nei gruppi dirigenti. Si è creato nella confederazione uno spirito collaterale verso le istituzioni di governo tanto profondo quanto mai esplicitamente dichiarato. È bene sottolineare che questo collateralismo della e nella CGIL ha pochi legami con la passata tradizione della "cinghia di trasmissione" che subordinava il sindacato al partito. I quadri dirigenti della CGIL, al 90% diessini, hanno ben poco interesse e partecipazione per il partito in quanto tale. Il legame vero è quello con il governo e le sue istituzioni e verso i DS in quanto personale politico del governo diffuso. Sotto quest'aspetto il cambiamento culturale che sta avvenendo nella CGIL è molto più rilevante di quello che si sta realizzando in CISL. In fondo, come si è detto, quest'ultima nelle sue scelte attuali può far riferimento all'associazionismo e alla cultura imprenditoriale cattolica, dove, assieme all'aziendalismo americano, trovano le sue radici culturali. La CGIL invece, nella sua istituzionalizzazione collaterale al governo, pare camminare sulle nuvole dell'astrazione politica e deve compiere uno stacco netto con la propria tradizione di sindacato di movimento e di grande rappresentatività sociale, quale si era consolidata a partire dal 1945. Forse è per questo che la CGIL si presenta oggi come il sindacato più in crisi e più esposto a critiche da tutte le direzioni.
La CGIL può apparire contemporaneamente innovatrice e modernizzante sulle pensioni e chiusa e conservatrice sul sistema contrattuale. Può subire l'accusa della destra liberista di essere un sindacato con troppo potere nell'economia e nello stesso tempo essere soggetta alla critica e alla sfiducia dei tanti lavoratori che vedono sempre meno tutelate le proprie condizioni di vita e di lavoro.
Dalla svolta dell'EUR di più di vent'anni fa, passando per la sconfitta alla Fiat e per quella sulla scala mobile, per giungere alla concertazione degli anni '90, la CGIL è stata così impegnata in un gestione difensiva delle proprie forze e del proprio ruolo, da non essere mai in grado di instaurare un dibattito strategico sulle condizioni sociali effettive dei lavoratori, sulla politica reale delle imprese, sulle tendenze dell'economia e della politica. Salvo qualche sprazzo qua e là, in questi venti anni non v'è mai stato un momento di reale bilancio, un confronto di portata e significato pari a quello che s'instaurò nell'organizzazione dopo la sconfitta del 1955 della FIOM alle elezioni delle Commissioni interne nella FIAT.
Un'organizzazione che, al di là di questo o quello slancio parziale, ha progressivamente assunto il pragmatismo come propria dimensione di fondo, e perciò misura oggi tutta la sua debolezza strategica di fronte al nuovo cambiamento di velocità del capitalismo.
Dopo il breve tentativo di congelamento dei rapporti di forza della metà degli anni '90, tutti gli equilibri sociali del Paese si sono rimessi in moto. Il capitalismo italiano si ristruttura secondo una rinnovata strategia dei poteri forti oligopolistici. Al tempo stesso il sistema delle imprese colloca la propria posizione nella competizione internazionale sul classico terreno della riduzione del costo del lavoro e dell'assorbimento della spesa pubblica. Solo una forte ripresa economica e produttiva, come veniva annunciata da tutti coloro che predicavano gli effetti automaticamente virtuosi dell'Euro, avrebbe potuto consolidare gli equilibri degli anni '90. Ma questa ripresa non c'è stata e ora Confindustria e aziende pubbliche, la Banca d'Italia, il sistema finanziario globale, pretendono una nuova svolta liberista.
Questa nuova offensiva delle forze dominanti del capitalismo italiano contro il lavoro e i diritti sociali rende assai incerta anche la risposta individuata dalla CISL. Questa confederazione si vedrà ben presto costretta a subire la contraddizione tra l'adesione aziendalista alle imprese e la centralizzazione che ne governa l'operato. Ma soprattutto dovrà misurarsi con il fatto che la velocissima precarizzazione del lavoro e del sistema contrattuale può raggiungere un punto oltre il quale l'impresa non ha più interesse alla partnership sindacale.
Ma se la risposta della CISL si rivela arretrata e subalterna rispetto alla nuova offensiva liberista delle imprese, quella della CGIL pare collocata in un'altra dimensione. Il collateralismo con il governo può pagare fintanto che quel governo non cambi. Se si pensa invece come molto probabile che il governo di centro sinistra non superi le prossime elezioni politiche, ci si rende ben conto dell'angolo rischioso nel quale si è cacciato il primo sindacato italiano. Per uscirne è necessario che si riapra al suo interno una forte dialettica politica.
Come alla fine degli anni '50 la CGIL si trova di fronte alla necessità di ridefinire la propria posizione nella società italiana, i propri obiettivi sociali e rivendicativi, la propria linea politica e le proprie forme organizzate. Per usare un linguaggio strettamente sindacale la CGIL si trova nella necessità di elaborare una "nuova piattaforma", dopo il totale esaurimento di quella che si è progressivamente affermata a partire dalla svolta dell'EUR della fine degli anni '70. Ma il requisito indispensabile per compiere tale operazione sta nella riaffermazione del principio dell'autonomia sindacale. Quell'autonomia dai partiti, dai governi, dalle imprese, affermando la quale dalla fine degli anni '50 la CGIL seppe reggere la sfida della CISL e rinnovare l'intero sindacato italiano. Oggi questa sfida ha una difficoltà in più: la crisi nella società italiana dei valori e dei programmi della sinistra. Allora si poté ripartire con l'autonomia fondandola su una solida base: la forza e l'esperienza del movimento operaio italiano uscito vittorioso dalla resistenza. Oggi su tutto questo non si può più automaticamente contare e il movimento sindacale deve costruire necessariamente su altre basi un proprio punto di vista generale sulla società. Nell'ultimo congresso della CGIL non casualmente ci fu chi parlò di "indipendenza sindacale". Non si trattava di affermare un principio di assoluto autosufficienza sindacale, ma di proporre la costruzione di un punto di vista critico in grado di contribuire così anche al rinnovamento della sinistra nella società e nella politica. Tutto questo è a oggi più che mai tremendamente attuale.



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