numero  0  novembre 1999 Sommario

Scienze

SCIENZE, SAPERI E MERCATO
Marcello Cini  

1.Venticinque anni fa quando i miei amici ed io scrivemmo, nel nostro libro L'ape e l'architetto, che la riduzione dell'informazione a merce rappresentava un punto di svolta nello sviluppo della società capitalistica, furono in molti a non capire, nella sinistra, di cosa stavamo parlando.
Fino alla seconda guerra mondiale, dicevamo, la società era, come si legge nelle prime righe del Capitale, "un immane ammasso di merci". Ma si trattava di cose, di oggetti, di beni materiali e concreti prodotti dalle mani dell'uomo a partire dalle materie prime, in luoghi ben definiti, le fabbriche e i campi, e trasportati altrove per essere usati e consumati individualmente da chi ne entrava in possesso attraverso il mercato. Non erano parole, immagini, suoni, simboli.
Tuttavia, già a partire dagli anni '30, ma in modo massiccio nel secondo dopoguerra, la produzione di merci materiali cessa di essere l'unica fonte di profitto. Non solo cresce l'investimento nel terziario per produrre servizi per il mercato, ma soprattutto cresce quello nella produzione di informazione. Capitali sempre più ingenti vengono investiti sia per produrre nuova informazione destinata alla produzione di altre merci (innovazione di prodotto e di processo, know-how, organizzazione del lavoro, ma anche marketing, pubblicità, e soprattutto software di tutti i tipi) che per produrre informazione direttamente "consumata": dai mezzi di comunicazione di massa (radio, TV, giornali, spettacolo, nastri, dischi, fino ai servizi di Internet e della rete telematica odierna).
Questa trasformazione ha prodotto due cambiamenti fondamentali nell'organizzazione del lavoro. La prima è stata quella di creare una miriade di nuovi mestieri, professioni, specializzazioni frammentando in un caleidoscopio di funzioni e di compiti la figura del lavoratore salariato, che trasforma la sua prestazione da partecipazione in una attività collettiva strettamente collegata con quella degli altri lavoratori a rapporto di lavoro individuale con l'imprenditore, se non lo trasforma addirittura in autoimprenditore. La seconda, che l'accompagna, è stata quella di permettere, grazie al carattere immateriale dell'informazione, che non richiede di essere trasportata fisicamente ma può essere facilmente trasmessa anche a grandi distanze, il decentramento della produzione in una molteplicità di luoghi diversi.
Queste affermazioni sono oggi diventate luogo comune. Non è ancora chiaro tuttavia quale sia in questo cambiamento il ruolo della scienza, che è la forma più avanzata di informazione sul mondo, né quale influenza questo cambiamento abbia a sua volta sulla produzione di scienza. Cerchiamo dunque di capirlo meglio.

2.Fino alla metà del '900 il modello indiscusso di scienza era la fisica. Questo comune sentire accettava senza riserve la definizione di Einstein: "Il fine supremo del fisico - diceva - è di arrivare a quelle leggi elementari universali dalle quali il cosmo può essere costruito mediante la pura deduzione". Di qui il riconosciuto prestigio sociale e culturale di questa disciplina rispetto alle altre, e, posso dirlo per i ricordi che ho delle motivazioni che mi hanno spinto a fare questo mestiere, anche la presunzione intellettuale che contraddistingueva me e i miei colleghi.
Ma nella seconda metà il panorama delle scienze comincia a mutare profondamente. Richard Feynman, uno dei fisici più geniali di questo secolo, è il primo a riconoscere che "la conoscenza delle leggi fisiche non ci dà automaticamente e direttamente una comprensione degli aspetti essenziali del mondo"...."La natura - spiega - sembra essere fatta in modo che le cose più importanti del mondo reale appaiano essere conseguenze complicate e accidentali di una molteplicità di queste leggi." Due sono state le componenti fondamentali di questa svolta. La prima è il nuovo modo di percepire e comprendere l'evoluzione di tutto ciò che esiste. Si potrebbe definire come il trionfo di Darwin su Laplace. Dall'evoluzione dell'universo all'evoluzione della vita sulla terra; dall'evoluzione dell'uomo e della sua mente all'evoluzione delle società e delle loro istituzioni; dall'evoluzione della mappe cerebrali all'evoluzione del sistema immunitario, si tratta sempre dello stesso processo: l'alternanza di caso e necessità. Scrive a questo proposito Erwin Laszlo: "Il nuovo paradigma.. è completamente differente dalle concezioni classiche. Alla luce di questo paradigma l'evoluzione ha luogo, passo dopo passo, e livello dopo livello, alternando fasi di determinazione e di indeterminazione [..] A partire da condizioni iniziali identiche e nei limiti delle possibilità definite dalle leggi, possono aver luogo differenti sequenze di eventi. Queste sequenze creano a loro volte nuovi insiemi di limiti e di possibilità, che serviranno da base per nuovi giocatori. Così l'evoluzione è sempre possibilità, mai fato. Il suo corso è logico e comprensibile, ma non è predeterminato né prevedibile." Questo significa, detto in altri termini, che conoscenza scientifica e conoscenza storica non sono più due forme fondamentalmente diverse di spiegazione del mondo fra loro incompatibili. "Non ci sono - arriva a dire il biofisico Mario Ageno - per i fenomeni biologici altre spiegazioni che quelle evolutive." La seconda componente della svolta è rappresentata dal riconoscimento che la realtà è strutturata in livelli di organizzazione, ognuno caratterizzato da proprietà che possono essere rappresentate mediante un linguaggio relativamente autonomo, con proprie regole sintattiche e semantiche, elaborato dalla comunità degli scienziati della disciplina pertinente. Questo vuol dire che i linguaggi dei livelli superiori non sono interamente riducibili a quelli dei livelli inferiori, anche se vincoli reciproci ne garantiscono la compatibilità e la parziale traducibilità.
Questa crescente autonomia ha una conseguenza importante. Via via che si attinge ai livelli più elevati di organizzazione della realtà, il consenso degli scienziati sul linguaggio disciplinare considerato appropriato si indebolisce, e si assiste alla moltiplicazione dei linguaggi adottati da gruppi diversi della comunità per descrivere lo stesso campo fenomenico. Essi non sono necessariamente in contraddizione tra loro, ma corrispondono a differenti modellizzazioni e a differenti punti di vista (culturali, epistemologici, tecnologici) a partire dai quali si costruiscono le categorie concettuali e i metodi pratici utilizzati per analizzare il dominio considerato. I dibattiti fra biologi sul peso relativo dei fattori ambientali e dell'eredità genetica nella formazione della personalità degli individui, o fra cultori di neuroscienze sui diversi meccanismi di spiegazione delle attività mentali, sono esempi ben noti e illuminanti di questa pluralità di linguaggi.

3.Si assiste dunque alla nascita di discipline scientifiche nelle quali il conflitto fra "paradigmi" alternativi fondati su teorie in competizione e dati empirici differenti non può essere eliminato attraverso i mezzi tradizionali del dibattito scientifico, cioè il ricorso a esperimenti più precisi e al giudizio unanime di una comunità che pronuncia un verdetto di accettazione o di rifiuto dell'uno o dell'altro, ma diventa una condizione permanente che corrisponde a una pluralità di verità non contradditorie ma parziali. In altri termini le conoscenze fornite da queste discipline tendono ad avere uno statuto epistemologico molto vicino a quello di altre forme di sapere che tradizionalmente non sono considerate scientifiche. Esempio tipico è la psicanalisi che è prossima da un lato alla psicologia e alle altre scienze della mente, e dall'altro alle arti come la letteratura o la pittura.
Il punto è che, invece di vedere questo innegabile dato di fatto come una bocciatura di queste discipline a un esame di scientificità fondato su criteri vecchi di tre secoli, e di arroccarsi sempre più nella difesa dai barbari del fortino di una scienza intesa come conoscenza "oggettiva" di come è fatta "veramente" la realtà, gli scienziati dovrebbero chiedersi perché la gente comune senta questa scienza come profondamente estranea, se non addirittura ostile.
Quel grande saggio che era Gregory Bateson indicava, già parecchi anni fa, la strada da seguire. "Di tutti i numerosi modi di affrontare il problema mente-corpo - scriveva - molti portano a soluzioni a mio parere inaccettabili. Queste soluzioni sono fonte di svariatissime superstizioni, che dividerei in due classi. Vi sono forme di superstizione che collocano la spiegazione dei fenomeni della vita e dell'esperienza fuori dal corpo. Il corpo e le sue azioni sarebbero influenzati e in parte comandati da un qualche agente soprannaturale separato, una mente o spirito. In questi sistemi di credenze non è chiaro come la mente o spirito, che è immateriale, possa influire sulla materia bruta.[..] Questa superstizione non spiega nulla. La differenza tra mente e materia è ridotta a zero." "Vi sono per contro - prosegue - superstizioni che negano affatto la mente. Come cercano di dimostrare i meccanicisti o materialisti, non vi è nulla da spiegare che non possa essere descritto da sequenze lineali di causa ed effetto. Per costoro l'informazione, l'umorismo, i tipi logici, le astrazioni, la bellezza, la bruttezza, il dolore, la gioia e così via son cose che non esistono. Secondo questa superstizione, insomma l'uomo è una specie di macchina." E conclude: "Non posso che ribadire con la massima chiarezza le mie opinioni sul soprannaturale da una parte e sul meccanicistico dall'altra: io disprezzo e temo entrambe queste opinioni estreme e le giudico ingenue e sbagliate sotto il profilo epistemologico e pericolose sotto il profilo politico." Più recentemente il neurofisiologo Antonio Damasio, uno scienziato che certo non può essere accusato di indulgere all'irrazionalismo, coglie bene la necessità di superare, via via che si sale nella scala della complessità della vita e della mente, il tradizionale iato tra mente e corpo chiedendosi: "Qual era allora l'errore di Cartesio?". Risponde: "L'enunciato "Cogito ergo sum", preso alla lettera, esprime esattamente il contrario di ciò che io credo vero riguardo alle origini della mente e riguardo alla relazione fra mente e corpo; esso suggerisce che il pensiero e la consapevolezza di pensare, siano i veri substrati dell'essere. [..] E, tuttavia, assai prima dell'alba dell'umanità gli esseri erano esseri... Per noi, allora, all'inizio fu l'essere e solo in seguito vi fu il pensiero; e noi adesso, quando veniamo al mondo e ci sviluppiamo, ancora cominciamo con l'essere e solo in seguito pensiamo. Noi siamo, e quindi pensiamo, dal momento che il pensare è causato dalle strutture e dalle attività dell'essere." Le conseguenze negative dell'errore di Cartesio sulla scienza in generale e sulla cultura medica contemporanea in particolare sono pesanti. Per quanto riguarda la prima Damasio segnala come "l'idea cartesiana di una mente scissa dal corpo possa essere stata all'origine della metafora della mente come programma di software", portando a ritenere, a torto, che si possa "comprenderla senza alcun ricorso alla neurobiologia, senza che occorra lasciarsi influenzare da conoscenze di neuroanatomia, di neurofisiologia, di neurochimica". Ciò ha "ritardato di svariati decenni ogni serio sforzo di comprendere la mente in termini biologici generali".
Per la seconda egli ritiene che "l'idea di una mente distaccata dal corpo abbia foggiato il peculiare modo in cui la medicina occidentale affronta lo studio e il trattamento della malattia. La scissione cartesiana permea sia la ricerca sia la pratica medica; con il risultato che le conseguenze psicologiche delle malattie del corpo in senso stretto (le cosiddette "vere" malattie) di solito vengono trascurate, e prese in considerazione semmai solo in un secondo momento. Ancora più trascurati sono i fenomeni inversi, cioè gli effetti somatici di conflitti psicologici. [..] Si comincia finalmente - Damasio ribadisce nel Post scriptum - ad accettare il fatto che disturbi psicologici, lievi o gravi, possono provocare malattie somatiche, ma ancora non si studiano le circostanze - e la misura - in cui ciò può avvenire". E aggiunge: "Una visione distorta dell'organismo umano, insieme con l'esigenza di specializzazioni sempre più spinte, contribuisce ad aggravare l'inadeguatezza della medicina, piuttosto che a ridurla".

4.Una conseguenza fondamentale della crescente mercificazione dell'informazione è che il nesso tra la ricerca scientifica "pura", cioè perseguita al solo scopo di conoscere in modo disinteressato la natura, e l'innovazione tecnologica, stimolata dall'interesse a inventare continuamente nuovi strumenti per soddisfare la domanda di un mercato sempre più esigente e sofisticato, si è fatto sempre più stretto, fino a diventare un intreccio difficilmente districabile. Basta osservare quanto sia ambiguo e intimo il rapporto fra la biologia molecolare, disciplina fondamentale quant'altre mai, e l'ingegneria genetica, tecnologia di punta per eccellenza, per convincersi che è impossibile decidere se una delle due venga prima dell'altra. Lo stesso si può dire per le discipline coinvolte in tutti i problemi ambientali, o in quelle che intervengono nei fenomeni cerebrali e mentali.
Una testimonianza inequivocabile di questo intreccio è contenuta nel libro Fare scienza oggi di Paul Rabinow, appena pubblicato in traduzione italiana da Feltrinelli. Questo libro è un resoconto dell'invenzione della polymerase chain reaction (PCR), che secondo l'autore "costituisce a tutt'oggi la più classica invenzione in campo biotecnologico". La PCR ha messo in moto una trasformazione profonda delle pratiche e delle potenzialità della biologia molecolare, ampliando in modo smisurato la capacità di identificare e manipolare i materiali genetici. "La versatilità della PCR - continua Rabinow - si è dimostrata stupefacente: gli scienziati sono stati in grado di produrre sempre nuovi contesti e nuove modalità d'uso con regolarità incredibile. In meno di un decennio la PCR è diventata nello stesso tempo uno strumento di routine di ogni laboratorio di biologia molecolare e una metodica in costante evoluzione, la cui curva di crescita non ha finora mostrato segni di rallentamento".
Due sono gli aspetti congiunti di questa invenzione/scoperta (non è un caso che l'autore usa indifferentemente i due termini) che la caratterizzano: uno è l'ambiente industriale (la Cetus Corporation) in cui essa è avvenuta con il brevetto che immediatamente l'ha coperta, e l'altro è il conferimento del Nobel a Kary Mullis, che aveva avuto per primo l'idea della possibilità di realizzarla. Entrambi ne determinano perciò in modo esemplare la duplice inscindibile natura di scienza "pura" e al tempo stesso "applicata".
Tutte queste trasformazioni implicano che i dibattiti e le "polemiche" interne alla scienza cominciano a entrare nelle arene del discorso e dell'azione non scientifiche. Le scoperte scientifiche sono messe in discussione, criticate o utilizzate insieme ad altre fonti di conoscenza disponibili sul mercato. Pochi possono oggi permettersi di ignorare le scoperte riguardanti, per esempio, i vantaggi e gli inconvenienti di certi cibi, i rischi per la salute del genere più vario, i pericoli ecologici, i riflessi dell'andamento dei mercati sull'occupazione o sulla qualità della vita. A livello locale, di gruppo, o anche globale, ci facciamo tutti coinvolgere dalle scoperte della scienza e dalle tecnologie che ne sono strettamente intrecciate.
Da un lato dunque occorre riconoscere che la scienza, quanto più estende il suo controllo sui fatti che riguardano la vita, la mente, la coscienza, la convivenza umana, tanto più penetra inevitabilmente nella sfera dei giudizi di valore. Bisogna accettare che la conoscenza "disinteressata", se mai c'è stata (ed è lecito dubitarne, ma il discorso ci porterebbe fuori strada), oggi non c'è più. Dall'altro però va anche riconosciuto che, come sottolinea Anthony Giddens, "le questioni etiche cui oggi, dissolta la "naturalità della natura", ci troviamo di fronte, hanno origine nel soffocamento dei problemi esistenziali operato dalla modernità. Tali questioni si ripropongono ora in tutta la loro forza, ed è su di esse che, nel contesto di un mondo di incertezza prodotta, dobbiamo prendere decisioni".
"La vita, in una situazione in cui la natura e la tradizione possono essere ricostruite in modo attivo, - conclude - non porta necessariamente alla disperazione manifestata da quegli autori di destra che vedono le vecchie verità dissolversi per sempre, e neppure all'"indifferenza" raffinata proposta da alcuni sostenitori delle teorie post-moderne. Le opportunità aperte dalla dissoluzione della natura e i dilemmi che essa pone ci rivelano, se li si considera dal lato positivo, i valori universali con cui vivere in un mondo di interdipendenza stretta e completa. Sono i valori che forniscono la struttura generale sulla cui base concepire un sistema di welfare positivo. Allontanarsi dal produttivismo significa, infatti, riscoprire i valori della vita positiva, sotto la guida dell'autonomia, della solidarietà e della ricerca della felicità".



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