numero  1  dicembre 1999 Sommario

L'enigma Chávez

IL VENTO DI CARACAS
Maurizio Matteuzzi  

Giusto un anno fa, la notte del 6 dicembre del '98, nell'immensa e brulicante avenida Bolivar di Caracas el huracán Hugo cominciò a soffiare sul Venezuela. L'ex colonello golpista del febbraio '92, e il suo "popolo bolivariano", che col 57% dei voti l'aveva appena catapultato alla presidenza, si sentivano "il magnifico uragano della patria venezuelana". A notte alta, dal balcone dell'università, Hugo Chávez, 45 anni, faccia criolla su un corpo massiccio, si tolse giacca e cravatta - ma non il basco rosso da parà che indossava la notte del 4 febbraio '92, quando tentò il golpe contro il presidente Carlos Andrés Pérez - si arrotolò le maniche della camicia e cominciò a parlare.
Da una parte lui, "il guerriero per la pace e la vera democrazia", "il soldato della patria, il soldato del popolo"; al suo fianco la giovane e bionda moglie Marisabel Rodriguez - sposata dopo i due anni di carcere e l'indulto concesso dal vecchio presidente democristiano Rafael Caldera -, che per l'occasione si era sfilata i suoi anelli per regalarli a una popolana; dietro a lui, in seconda fila, i dirigenti della pletora di partiti e partitini - prevalentemente nazionalisti e di sinistra - del "Polo Patriottico"; di fronte a lui il suo popolo, centinaia di migliaia di descamisados in rappresentanza di quell'80% dei 23 milioni di venezuelani ridotti alla fame in uno dei paesi più ricchi del mondo, che l'avevano appena eletto presidente della repubblica "para limpiar toda esa mierda".
Dall'altra parte, fisicamente assenti ma presentissimi, gli sconfitti del "Polo democratico" e "il putrido sacco di tutti i corrotti", con dentro gli esponenti del "patto tacito" fra i poteri forti che dalla cacciata dell'ultimo dittatore militare, il generale Marcos Pérez Jiménez nel '58, aveva governato la democrazia venezuelana per 41 anni filati. L'oligarchia, gli imprenditori pubblici e privati, la banca, la burocrazia, i sindacati, i giudici, i militari, la chiesa cattolica e i due grandi partiti tradizionali del duopolio di governo - i social-democratici di Acción democratica e i social-cristiani del Copei - che da allora si erano alternati ogni cinque anni al palazzo stile rococò di Miraflores, e che nelle elezioni del 6 dicembre avevano raccolto, insieme, la miseria di meno del 9% dei voti.
Dopo 40 anni erano stati spazzati via dalla mappa politica, anche se alla Camera e al Senato avevano ancora la maggioranza. E spazzati via non da un golpe militare ma da un indiscutibile "golpe democratico", come riconobbe Jimmy Carter, l'ex presidente americano riciclato in osservatore di elezioni a rischio.
E ancora di più sarebbero stati spazzati via qualche mese dopo, nel referendum del 25 aprile sull'Assemblea costituente, l'architrave della campagna di Chavez, e nelle elezioni del 25 luglio, quando i chavisti ebbero 121 deputati costituenti su 131.
Insediatasi il 3 agosto, l'Assemblea aveva avviato il calvario del vecchio Venezuela istituzionale. Fregiandosi del titolo di Soberanissima aveva non solo messo mano al futuro - sei mesi per scrivere la ventiseiesima costituzione nei 190 anni di indipendenza e la più lunga coi suoi quasi 400 articoli - ma anche sul presente e sul passato. Proclamando l'"emergenza nazionale", aveva in pratica chiuso il Congresso e la Corte suprema (i 1200 giudici in attività erano stati passati al pettine e 200 licenziati o sospesi per corruzione o incapacità).
La vecchia classe politica spodestata, i partiti tradizionali annichiliti gridarono al "golpe bianco". Difficile da dimostrare: il referendum di aprile mandava a riscrivere la costituzione del '61 ma anche a "trasformare lo stato e permettere l'effettivo funzionamento di una democrazia sociale e partecipativa".
A giudizio del comandante Chávez e dell'80% di venezuelani poveri-da-sempre o nuovi-poveri (come la piccola-media borghesia, il 20-25% della popolazione, risucchiata nel baratro), erano loro i responsabili del disastro di quello che era stato considerato il mitico "Eldorado" o "il Venezuela saudita", il paese dove "un gallone di benzina costava meno di una bottiglia di acqua minerale" e il dollaro non si muoveva dalla soglia economica e psicologica dei 4.30 bolivares. Ora non c'era più quel paese ma un altro. Dove per un dollaro ci volevano 570 bolivares e ridotto all'orlo della bancarotta economica e della disintegrazione etica e politica, nonostante fosse la quarta economia dell'America latina e il secondo esportatore di greggio al mondo. Il paese della corruzione e dell'impunità, come e peggio di tutti gli altri convertiti nell'ultimo decennio in laboratori del neo-liberalismo puro e duro, con l'aggravante che in Venezuela la democrazia durava da 40 anni.
Dove sono finiti i 300 miliardi di dollari incassati dal petrolio negli ultimi 25 anni? E dove finiscono i 25 miliardi che l'oro nero procura ogni anno? Perché oggi il Pil procapite è minore che nel '78? Come mai negli ultimi 20 anni i venezuelani hanno visto evaporare il 70% del potere d'acquisto dei loro redditi e ora sono costretti a vivere o nel limbo incerto dell' economia informale (ormai il 50% del totale) o nella miseria insostenibile dei 234 dollari al mese percepiti dal 96.4% di loro, quando ce ne vogliono almeno 450 per soddisfare i bisogni primari di una famiglia? Perché nell'84 i poveri erano il 32% della popolazione e oggi sono l'80%? Perché la disoccupazione aperta o coperta è ormai al 40%? E il 45% dei bambini e adolescenti non va a scuola o la lascia prima del tempo? Perché i tre quarti dei 23mila reclusi non è mai stato processato, o, secondo la Banca mondiale, "solo il 4% della popolazione ha accesso alla giustizia"? Come è possibile che in un paese in cui il salario minimo equivale a 175 dollari al mese (aumentato da Chávez a 190, ma divorato all'istante dal 40% di inflazione) ci siano dirigenti della Pdvsa, la compagnia petrolifera statale, con salari da 48mila dollari al mese e pensionati d'oro da 24mila dollari? Che le frodi fiscali e doganali facciano sparire nelle banche di Miami o Ginevra 6 miliardi di dollari l'anno, l'equivalente dei due terzi del deficit fiscale del '98? O che molti dei 2000 dirigenti sindacali della poderosa Ctv - la Confederación de trabajadores de Venezuela - e dei 1200 giudici, entrambi figli degeneri ma legittimi del duopolio Ad-Copei e finiti sotto il torchio giustizialista di Chávez, siano diventati milionari vendendo scioperi (mancati), contratti (bidone) di lavoro, sentenze (addomesticate), archiviazioni (di favore)?
Numeri e dati che spiegano perché sul Venezuela si è abbattuto el huracán Hugo. Perché l'oligarchia politico-economica, non più del 3.6% della popolazione ma finora detentrice di tutto il potere, teme per la prima volta la "vendetta" dei descamisados. Perché, dopo l'iniziale euforia, da un anno i capitali stranieri siano entrati in sciopero e perché i padroni del vapore grandi e piccoli - gli Stati Uniti di Clinton, di cui il Venezuela dal '96 è diventato il primo fornitore di petrolio davanti all'Arabia saudita; la Spagna di Aznar, che sta pagandosi la sua Reconquista dell'America latina a suon di investimenti - sono estremamente diffidenti e concedono un beneficio del dubbio limitato nel tempo. E perché tanti pasdaran della democrazia iper-formale e del mercato ultra-liberista hanno già emesso la condanna definitiva e inappellabile contro Chávez e le sue velleità anti-liberiste. Vargas Llosa lamenta "el suicidio de una nación", affermando che i "deliri populisti e autocratici di quel risibile personaggio che è il tenente colonnello Hugo Chávez non fanno di lui un democratico" ma solo uno dei tanti "dittatori, despoti e tirannelli" di cui "è piena la storia dell'America latina". L'Economist ammonisce Chávez e la sua Costituente che "i fallimenti del Venezuela sono prima di tutto quelli dello Stato piuttosto che quelli del mercato". El Pais sentenzia che "il Venezuela avanza come una locomotiva senza controllo verso l'abolizione di tutti i controlli propri di uno stato di diritto" e che la nuova costituzione "sarà la prova del fuoco per sapere se la rottura è con la corruzione o con la democrazia". Human Rights Watch teme per i diritti umani, l'Internazionale socialista per la messa in mora di Ad e l'Oit (Organizzazione internazionale del lavoro) per quella della Ctv.
Ognuna di queste prese di posizione critiche ha un suo fondamento. Perché il Venezuela e i suoi due partiti da 40 anni sono sempre stati un'anomalia democratica nel panorama dell' America latina. E perché Chávez è un personaggio inquietante, tuttora misterioso e certo - come scrive Newsweek - non potrà essere mai confuso "con uno di quei pallidi tecnocrati" laureati nelle prestigiose università americane della Ivy League e "salutati un decennio orsono come le facce nuove della Latin leadership". Ma è singolare come lorsignori non si siano accorti di quel che stava da tempo accadendo in Venezuela (e non solo là).
Quando il 13 ottobre del '97 il presidente Clinton arrivò a Caracas per una visita "di alto valore simbolico" - con il paese già sul punto di affondare -, non lesinò lodi alla "silenziosa ma impressionante rivoluzione" in corso in Venezuela. E nel giugno del '98 fu il presidente dell'FMI, Michel Camdessus, a sbarcare a Caracas e affermare che le riforme economiche intraprese da Caldera - lo smantellamento dei controlli sui prezzi, la privatizzazione delle industrie statali, i consistenti aumenti nel prezzo della benzina - andavano "nella direzione giusta". Eppure a metà del '98, con il crollo del prezzo del petrolio, le previsioni di crescita economica del 6% si erano già ridotte a zero e per il '99 si attendeva una recessione intorno al 10% nonostante il prezzo del petrolio sia più che raddoppiato.
Chávez ha passato un anno viaggiando per l'universo mondo a spiegare chi è lui e cos'è la sua "rivoluzione pacifica e bolivariana", a rassicurare investitori e politici, a ribattere alla "selvaggia" campagna di disinformazione, a ribadire la legittimità del "processo democratico", a confermare la sua decisione di far nascere "il nuovo Venezuela", a ribadire che "il mercato non è il Dio che si crede di essere", a denunciare "l' inferno del neo-liberalismo" che "ha devastato il Terzo mondo".
Ma chi è Hugo Chávez e perché si parla tanto male di lui? La costituzione, scritta a spron battuto in tre mesi per potere essere posta a referendum il 15 dicembre, è come lui, che la chiama affettuasamente "el muchachito": non facile da decifrare, contraddittoria, complessa, ambigua, inquietante, lirica.
Porta da 5 a 6 anni la durata del mandato presidenziale e consente la rielezione immediata, ma non più di una (come negli Usa): per cui Chávez potrebbe restare presidente per 12 anni (hanno fatto lo stesso l'argentino Menem, il peruviano Fujimori, il brasiliano Cardoso, ma in quei casi nessuna obiezione). Abolisce il Senato. Consente al presidente di sciogliere il Congresso. Istituisce il referendum revocativo per tutte le cariche elettive. Dispone che i giudici siano elettivi e che il nuovo codice penale adotti il sistema accusatorio, all'americana. Ridà il voto ai militari, come negli USA ma proibito in Venezuela dal '58. Revoca l'immunità a vita di politici e deputati accusati di corruzione. Riconosce garanzie costituzionali alla lingue e culture dei 500mila indios superstiti. Proibisce la pena di morte, l'ergastolo, la tortura e "qualsiasi pena infamante". Nega l'immunità e la prescrittibilità dei delitti di "lesa umanità". Proibisce invece la privatizzazione del petrolio e della Pdvsa, della previdenza sociale (disco rosso quindi ai fondi privati di pensione). Riduce la settimana lavorativa da 48 a 44 ore. Garantisce la proprietà privata subordinandone tuttavia per legge l'uso "all'interesse sociale". Pone limiti all'autonomia della Banca centrale. Ai tre poteri classici di Montesquieu ne aggiunge un altro, il potere morale, definito da Chavez "la quarta gamba della democrazia", preso dall'ideario del suo idolo Simon Bolívar, col compito di vegliare sui giudici e contro la corruzione. Riconosce l'ambiguo diritto "all'informazione veritiera, opportuna e imparziale" e - cedendo alle pressioni della Chiesa cattoilca - nega il diritto all'aborto (se non quello terapeutico) previsto nella bozza preparatoria.
La nuova costituzione è stata salutata da Chávez come "una delle più avanzate del mondo". Quelli a cui piace mettono l'accento sui suoi aspetti democratici in campi come la rigenerazione morale dello Stato, i diritti civili e umani, i diritti degli indiani, la protezione ambientale, le riforme giudiziarie, la lotta alla corruzione e la fine dell'impunità, la "civilizzazione" dei militari inseriti nella società civile, il mix fra Stato e mercato, il rifiuto dell'onnipotenza del neo-liberalismo e la salvaguardia della sovranità statale sulle ricchezze nazionali e sulle aree sociali più deboli.
Ma ancor prima di nascere ha già molti nemici dentro e fuori il Venezuela. Il milieu politico tradizionale, ovviamente, che la bolla come "la nueva moribunda" e "la peggiore della nostra storia". Il business locale e la Pdvsa perché "ci riporta a un passato statalista che credevamo di esserci lasciati alle spalle", dice Federcamaras, la Confindustria venezuelana. L'Inter-American Free Press Association perché l'articolo sulla "informazione veritiera" prefigura la censura. Il business internazionale, perché, ha scritto il Financial Times, - a parte qualche segnale positivo: lotta alla corruzione e all'evasione fiscale, riduzione delle dimensioni del governo e delle spese di bilancio, garanzie alla proprietà privata e agli investimenti stranieri - la sua "miscela di populismo e statalismo" non risolverà i problemi istituzionali e "per certi aspetti riporterà il Venezuela ancora più indietro". I depositari del marchio della democrazia, a Washington, a cui non piacciono né Chávez né la sua costituzione perché entrambi mostrano inequivocabili segni di populismo e autoritarismo, di anti-liberalismo e statalismo: il Dipartimento di Stato segue la situazione in Venezuela "con crescente preoccupazione".
Chávez va avanti per la sua strada, ma il terreno è minato e il tempo corre contro di lui. All'interno minaccia "l'opposizione dell'oltretomba" ricordando che "la voce del popolo è la voce di Dio e la voce dell'oligarchia è la voce del diavolo". Dice che appena approvata la costituzione "il Congresso sarà sciolto automaticamente" e annuncia elezioni a inizio 2000 per la nuova Camera, in cui, se si confermerà la Chávezmania che l'accredita di un indice di gradimento dell'80%, l'opposizione sarà ridotta praticamente a zero. All'esterno manda segnali rassicuranti. A Clinton è andato a dire che la sua "rivoluzione pacifica" è "così democratica che più democratica non si può"; ad Aznar che "in Venezuela non c'è nessun rischio di dittatura, confische della proprietà privata, di golpe o di esplosione sociale".
La notte di un anno fa lungo l'avenida Bolívar di Caracas richiamava irresistibilmente quella del dicembre '45, quando il colonnello Juan Domingo Perón, con la bionda Evita al fianco, parlò in maniche di camicia ai descamisados argentini davanti all'obelisco dell'avenida 9 de Julio di Buenos Aires.
Chávez come Perón? È uno dei tanti accostamenti che durante il '99 hanno accompagnato l'uragano Hugo. Ma "Chávez non è Perón", dice il politologo messicano Jorge Castañeda, una delle teste pensanti della "nuova sinistra" in America latina (né pienamente socialista né esageratamente liberista), e spiega che le "semplificazioni" rischiano di oscurare "quella che può costituire una novità nel panorama politico latino-americano". Pericoli di autoritarismo? Di ritorno del populismo? Certo, ma "senza una presidenza forte, che riesca a collocarsi sopra e al margine delle potenti élites latino-americane non sarà possibile rispondere alle grandi sfide della regione: diseguaglianze, debolezza fiscali e politiche degli Stati, incompiuta costruzione nazionale, povertà e distruzione dell'ambiente". Se "tornare all'autoritarismo civile o militare sarebbe nefasto, una presidenza debilitata e paralizzata non lo sarebbe di meno".
Se Chávez non è Perón, chi è? Tranquilli, "noi non siamo golpisti né gorilla", ha detto una volta. Però rivendica il golpe del '92 - che definisce "doloroso ma necessario" quando parla con interlocutori stranieri o "quel glorioso 4 febbraio" quando si rivolge ai suoi descamisados - e riconosce (a El Mundo) che "se allora non avessi preso il fucile oggi non sarei presidente".
Un populista? Un dittatore in pectore? Un comunista camuffato, amico di Castro e circondato da ministri che sono o sono stati di sinistra? Un anti-capitalista o un anti-liberista? Un sognatore bolivariano e un visionario terzomondista? Un militaraccio della prima ora? Lui chiama il suo governo "un'alleanza politica di centro-sinistra", dice (al New York Times) che destra e sinistra sono concetti superati e che "se voi tentate di stabilire se sono di sinistra, di destra o di centro, se sono socialista, comunista o capitalista, bene, io non sono niente di tutto questo ma ho un po' di tutto questo". All'accusa di "militarizzare" la società civile replica con accenti riecheggianti la breve stagione dell'unità Povo-MFA del 25 Aprile portoghese del '74 - che "il popolo e le forze armate marciano nella stessa direzione".
La storia non ha ancora incasellato Chávez. Nel giro di un anno su di lui se ne sono dette di tutti i colori. Hitler e Mussolini, per cominciare. Ma era troppo. I più autoctoni Perón e Vargas. Il nuovo Castro. Nasser o Gheddafi. Il semi-dittatore peruviano Fujimori. Il generale nazionalista Velasco Alvarado, anche lui peruviano. Un altro peruviano, finito male, il populista Alan García. Torrijos, "il generale della dignità" panamegno. Un Tony Blair tropicale. Una qualche reminiscenza di De Gaulle.
"Chávez è un minestrone ideologico", disse l'ex presidente Pérez al manifesto. Forse. Tutto è possibile, i giochi sono aperti. Forse si può già dire che Chávez non è uno dei tanti business-friendly presidents alla Menem, Salinas, Cardoso, Fujimori. Ma ancora è presto per sapere cosa sarà e comunque, al di là delle sue intenzioni, cosa riuscirà a fare di fronte al condizionamento interno e internazionale.
Per il momento il molto demonizzato Chávez sembra essere un effetto. L'effetto di una reazione di rigetto del neo-liberalismo su scala continentale, un bisogno e una speranza di una gran massa di popolo. Anche se la reazione di rigetto non è uguale ovunque e i generali golpisti come il paraguayano Lino Oviedo e Hugo Bánzer, attuale presidente boliviano, non sono la stessa cosa del radicale Fernando de la Rúa in Argentina o del socialista Tabaré Vázquez, in Uruguay.
Per il resto Hugo Chávez Frías resta ancora un enigma. Come ha scritto Gabriel García Márquez, dopo un viaggio aereo con lui dall'Avana a Caracas, "quel che mi colpì fu la sensazione di avere viaggiato e conversato piacevolmente con due uomini opposti. Uno a cui la sorte implacabile offriva l'opportunità di salvare il suo paese. L'altro un illusionista che poteva passare alla storia come uno in più dei tanti despoti".






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