Il libro di Mortellaro
GUERRA CELESTE
Pietro Ingrao
"Isignori della guerra" è il titolo di un libro di Isidoro Mortellaro, da poco uscito per la Manifestolibri (pp. 142, £ 16.000). E il primo capitolo torna subito e ostinatamente su quel tema, anzi si intitola nudamente - se capisco bene, anche con un sottile accento di ironia -: "Della guerra". Dunque c'è anche un'enfasi voluta, in questa ripresentazione così asciutta e ostentata del grave e grande tema. Se si pensa alla frequenza con cui nelle parole dei governanti italiani l'accaduto in Kosovo è stato spesso derubricato più dolcemente in "crisi del Kosovo" o "vicenda del Kosovo".
E tuttavia Mortellaro ha ragione. Questo è l'evento che fa storia nella sua scarna nudità: la riapparizione della guerra nel suolo d'Europa, beffardamente quasi negli stessi luoghi in cui essa divampò in quel tragico trentennio di crisi e di morte (dal 1914 al '45). Qui è il grande ritorno su cui si chiude il Novecento, e lascia quasi increduli, dopo che il crollo clamoroso dell'URSS sembrava aver tolto la motivazione più forte all'armarsi.
Tra la folla che irrompeva esultante dentro le macerie del Muro di Berlino in quell'autunno dell'Ottantanove, quanti avrebbero pensato che già alla scadenza di un decennio la guerra sarebbe riesplosa proprio e ancora nel cuore d'Europa; e noi italiani dal nostro suolo, dalle nostre coste saremmo stati il trampolino necessario per il dispiegamento dell'attacco alla Serbia? Quasi come un fatale tornare sugli antichi passi, nei luoghi da cui era partita nel '14 la prima scintilla.
E invece la nuova guerra balcanica tutto sembra fuori che un prolungamento. Non solo perché sono radicalmente diversi o scomparsi grandi attori del tempo passato o hanno perduto o sono scesi di livello.
Il libro di Mortellaro soprattutto lavora e si interroga sulle mutazioni che maturano e stanno investendo il primo protagonista del conflitto, si potrebbe dire la fonte consapevole da cui muove lo scatto delle armi: gli USA. E l'esame che egli conduce, con una folta, fredda documentazione, ci introduce in un processo che ha elementi perfino di paradosso. All'inizio degli anni Novanta gli Stati Uniti sono il grande vincitore della sfida bipolare. E lo si verifica subito, crudamente, nella vicenda del Golfo, quando gli USA riescono a imporre la loro iniziativa militare e la loro strategia in Irak: e l'Occidente si allinea, l'ONU con qualche riluttanza dice di sì, e la vittoria in quel sito cruciale non si fa attendere.
E qui si produce negli USA un innesto, o forse più propriamente uno sviluppo, che può sembrare addirittura sorprendente, e su cui questo libro si sofferma a lungo.
Quasi a ridosso della vittoria nel Golfo comincia - nell'establishment americano e nella cultura prossima al potere - un dibattito, il quale ragiona con enfasi e con allarme sulle crepe e le crisi che proietta nel mondo l'imponente processo di globalizzazione, ed evoca, esamina quasi la ineluttabilità di un prossimo scontro.
Questo libro segue persino con minuzia la nuova letteratura della inquietudine che, su sponda statunitense - accanto e al di là dei più noti Huntington e Brzezinski - con Alvin e Toffler viene sviluppando tutta una lettura degli urti e delle fratture nel mondo: i sussulti, le insubordinazioni, le rivolte fallite o rientrate che minano l'ordine e - questa è la tesi - seminano focolai di anarchia, scatenano insubordinazioni, che mettono a rischio e sfrangiano il grande procedere del neoliberismo sul pianeta e minacciano la sicurezza dei vincitori dello scontro bipolare. Certo: procedono impetuosi nel mondo la grande mutazione del postfordismo, e gli esiti e il processo di globalizzazione. Ma nello scatto che compie, a scala del globo, il sistema industriale, combinato alla fascia dei nuovi saperi e all'avanzata dell'informatica, si aprono crepe, focolai di rivolta, insubordinazioni. Secondo il vecchio vocabolario kominternista si potrebbe anche dire: "contraddizioni interne", che chiamano imperiosamente in campo il potere, gli strumenti e la capacità di egemonia del soggetto capitalista.
In questa analisi di fine secolo e nell'allarme gettato sulle crisi della globalizzazione si dilata l'Atlantismo e si sviluppa il rilancio della NATO, chiamata - ormai si potrebbe dire fatalmente - a nuovi compiti.
In certo modo, sono due gli eventi che maturano nel corso del decennio. L'uno è l'ampliamento dei compiti della NATO per le iniziative "non in conto all'articolo 5": in pratica l'autorizzazione a interventi che vanno oltre l'azione di difesa militare. E quindi la messa in campo di una seconda NATO, chiamata alla guida e al controllo di questa nuova tappa del mondo, così a rischio e in fibrillazione. Ne viene come conseguenza di fatto, nemmeno proclamata, ma clamorosamente evidente, la subordinazione e marginalizzazione, del resto già avviata, dell'ONU.
E in questo mondo nuovamente a rischio, la grande scelta che sgorga - e si compie nei fatti - è la riabilitazione e la "normalizzazione" della guerra. Dice Mortellaro: la guerra torna in servizio, a svolgere il vecchio mestiere di levatrice dell'ordine nuovo.
Il secolo era passato attraverso una catastrofe storica, mai vissuta prima dall'umanità: la guerra portata ovunque, senza più frontiere né limiti: le decine e decine di milioni di morti, i civili sterminati come i militari, le città sventrate, i roghi, le fosse comuni. Tra lagrime e lotte ne era sgorgata, intrecciata alla sconfitta del fascismo, una condanna solenne della guerra, e divenne sentimento diffuso, invocazione, memoria struggente.
E la condanna era stata scritta in costituzione, proclamata dalle cattedre, assunta con giuramento dai governanti. In ragione e in nome di questo codice uscito dalla catastrofe, era stata fondata l'ONU, e ancora ai tempi della guerra del Golfo l'America di Bush aveva atteso la legittimazione dell'ONU avanti di sparare il primo colpo contro l'Iraq. Piaccia o no, ora veniva l'abiura di quei codici di pace, persino nel loro carattere di finzione formale. Saliva sul trono la NATO, e la potenza egemone nella NATO, l'America.
Ma non è solo questo. Il libro di Mortellaro documenta e ripercorre, con una secca nitidezza, il processo di riabilitazione e anzi di "santificazione" della guerra. Addirittura, nel disordine minaccioso del mondo, la guerra può avere il compito più alto: quello di garantire e realizzare i diritti umani. Persino il verbo messo in campo è insieme il più generoso e il più attivo: "ingerirsi" perché si realizzino e si tutelino i diritti umani. Da ciò sgorga e viene sancita una rivoluzione di senso sull'atto e sull'arte dell'uccidere.
In qualche modo si cancella anche una repulsione antica: no, oggi l'uccidere collettivo può essere fertile, fecondo: può essere la via per realizzare una pienezza di umanità e il diritto ad essa. Torna come possibile la guerra santa. Trionfa l'ossimoro: la guerra umanitaria. Dunque nemmeno più una necessità dolorosa, ma una iniziativa, una volontà generosa di ingerirsi. La guerra come iniziativa feconda per attingere le mete più alte del convivere umano. Dio la vuole. Vengono scavalcate - si potrebbe dire: bruciate - d'un soffio le Costituzioni post-1945, che nella memoria della catastrofe del secolo legittimavano solo le guerre di difesa. E questa cancellazione travolgente di Carte dei diritti, di princìpi fondanti viene messa in campo senza nemmeno un grammo di verifica nelle sedi deputate: i Parlamenti. Di più: senza nemmeno che questa liquidazione di carte costituzionali venga riconosciuta come problema. Tanto è vero che si procede verso la guerra santificata senza plebisciti, senza dibattiti nelle corti di giustizia, senza che nemmeno le alte autorità messe a tutela si degnino di pronunciarsi, o motivino con un rigo, con una parola il cambiamento enorme che si compie nel rapporto tra gli esseri umani e le armi. E questa rivalutazione della guerra avviene non nell'età della pietra e delle fionde, ma nell'era in cui esistono concretamente l'arma atomica, le armi chimiche e batteriologiche.
Naturalmente questa straordinaria rivoluzione non può darsi senza una riconsiderazione del conflitto armato. Siamo ben lontani dal Medioevo e dall'era delle Monarchie, e dalla guerra di pochi. Il secolo nostro, il secolo XX che ha visto cozzare interi continenti, ha scavalcato con le armi tutte le frontiere, ha trascinato gli eserciti nella gara dei massacri collettivi, nelle pratiche delle coventrizzazioni. E ci furono nel secolo non solo lutti, ma anche rivoluzioni, resistenze che scavalcarono i calcoli e i piani dei generali: nel 1917 nella Russia degli zar, cinquant'anni dopo nelle foreste del Vietnam per gli americani, e infine nell'Afghanistan per gli eserciti dell'URSS. È possibile ora una guerra che non si ribalti in una rivolta nei luoghi di origine? E che eviti il lugubre ritorno delle bare, la collera e il pianto delle madri?
Mortellaro ricerca i sentieri attraverso cui si è tentata la difficile strada della guerra "pulita", che non chiami in campo e alle armi l'uomo della strada, lasci a casa il cittadino Ryan.
La nuova "guerra santa" domanda dunque uno straordinario sforzo d'invenzione nei progetti d'arma, nelle tecnologie di comando. Dice Mortellaro: è la guerra d'Atena, non più la guerra di Marte. E qui soccorre lo straordinario cammino della scienza nel secolo, a cominciare dagli USA. Il sapere trova una nuova congiunzione con l'arte della guerra, sino al nuovo scatto degli armamenti che si realizza nel '96-'97 e la comunicazione e l'informazione sono le ancelle principali di questo scatto.
Forse la innovazione più eclatante è nel distacco della guerra dal territorio. Lo spazio è il grande alto luogo, dove si definisce la possente mutazione: lo spazio come luogo esente dalle emotività della crosta terrestre: quasi un nuovo mondo di velocità e libertà, un distacco dalla materialità confusa della crosta terrestre, dei suoi nomi, dei suoi depositi storici, di lunga storia.
Nella purezza degli alti cieli si cancellano anche le passioni visibili dello scontro di terra: i volti dei morenti, e le lagrime, le vittime innocenti, e anche l'umanità delle strade, dei quartieri, i segni accumulati dalla vita di secoli. Nella purezza dei cieli non c'è, non si vede il nemico: e basta premere un pulsante.
Il campo di applicazione dove la nuova guerra umanitaria compie la sua nuova esperienza è la linea di faglia - dice Mortellaro - "dove l'Occidente si sfrega con la Russia e con l'Islam": insomma i Balcani d'Europa come porta d'ingresso ai Balcani di Eurasia e alle grandi risorse dello spazio fra Mar Nero e Mar Caspio. Quasi una demarcazione fra due mondi, due civiltà
Naturalmente questa pura "guerra celeste" dice il livello a cui è giunta l'epoca, il tempo; è figlia dello straordinario cammino dei saperi umani. Questa guerra - sottolinea Mortellaro citando tutta una letteratura - è figlia di una enorme avanzata tecnologica, e non per caso il comandante supremo ha la bandiera a stelle e a strisce. Siamo in un'era (bisogna adoprare questa parola) in cui nemmeno riusciamo a misurare la soglia a cui può approdare il sapere dell'uomo: nell'arte umana dell'uccidere, o in quella del generare (ammesso che si tratti solo di arte e di che arte).
L'autore di questo libro, nel vaglio di questi cammini travolgenti nell'industria della morte collettiva, ricorre ragionandoci alla nozione di "complesso militare - industriale", che ha una storia antica e una lunga vicenda alle spalle. Ecco una questione e una nozione che sarebbe utile sottoporre a controllo e a studio nelle pagine di questa rivista. Questo concetto di "complesso militare-industriale" è un termine datato? O è prepotentemente attuale? E quali sono le morfologie, i terreni in cui una tale combinazione economico-politica concresce e si adegua alla data di oggi, a questo inizio di terzo millennio?
Mi sembra in ogni modo che una conferma di questa chiave di lettura viene ad urtare - per il contenuto di potere che individua e rappresenta - con una tesi di decadenza della politica in questo fine secolo. O invece potrebbe - questo nesso tra politica e armi - indicare uno dei luoghi e delle fonti della crisi della politica, quando essa non riesca ad attingere la capacità di incidere sul potere armato.
Sarebbe interessante, per esempio, interrogare su quest'analisi uno studioso della politica come Mario Tronti. E in ogni modo da questo punto così aspro di orizzonte forse si potrebbe cogliere una delle fonti che portarono al sorgere in Italia delle Brigate rosse, quelle formazioni che all'inizio a me parve addirittura impossibile che sgorgassero da una convinzione comunista.
Infine c'è da annotare la sconfitta grave e dolorosa del pacifismo. Qui non possono valere reticenze. Di fronte alla portata di questa così ardita e nuova forma di ingerenza non c'è stata una protesta di massa, che avesse un minimo di dimensione.
Dobbiamo dircelo con la più cruda franchezza. Si sono mossi solo isole del volontariato, gruppi di militanti politici, frammenti di azione sindacale. Io non ho visto né un moto di opinione, né un'azione di minoranze politiche che riuscissero non dico a pesare sul corso delle cose, ma a produrre veramente uno scontro.
Ma non c'è solo la questione della debolezza, del vuoto di opposizione e di protesta. A mio avviso, c'è proprio un impallidire d'orizzonti. Chi chiede oggi, chi pronuncia più la parola "disarmo"? Chi la propone almeno come speranza? O come sogno? Quella parola non torna più nemmeno negli auspici, negli inni, nei sermoni, nelle preghiere. Non sta nella testa della gente, prima ancora che nella competizione politica. Sembra che si sia perduta persino la speranza di una limitazione delle atomiche.
È un giudizio aspro, sbagliato? Propongo una discussione su questa valutazione. E in ogni modo perché la protesta è stata così gracile e dispersa?
Accenno qui solo qualche elemento di risposta.
Il primo: le guerre della prima metà del secolo coinvolsero nel loro sangue intere nazioni, via via abolito ogni confine di luogo, e penetrando in modi atroci nell'intimo delle case, della vita di tutti. E questo avvenne a livello di continenti, due di essi almeno - Europa e Asia - sconvolti a livello tragico. Io sono convinto che in questo bruciante nesso tra politica e potere delle armi stia uno dei motivi dell'ostinato "statalismo", che segna nel Novecento tanta parte dello schieramento comunista e socialista europeo; e ci sono anche, nel comunismo italiano, la ricerca e riflessione su una storia e una radice razionale, il collegamento con le rivoluzioni anticoloniali, sino alle evocazioni, diciamo così, profetico-religiose che emergono nel discorso di Togliatti a Bergamo sul "destino dell'uomo".
Non solo. Interi ceti, grandi aggruppamenti di classe videro nella guerra, nei primi cinquant'anni di questo secolo, un attacco diretto e inesorabile alle loro convinzioni più profonde, al loro stesso modo di concepire una emancipazione sociale e politica. Si trattava di difendere non solo la vita, ma anche tutto un orizzonte: l'esito possibile di una civiltà.
Non credo per nulla che la "guerra intelligente" della NATO lasci esenti alcune grandi questioni di classe e di destino sociale. Ma in ogni modo la lotta alla guerra chiede più sapere, e un nuovo sapere, l'emancipazione sociale e la articolazione delle forze essendo diventate più complesse e mediate. E da questa angolazione visuale sembra di cogliere più aspramente i limiti della strategia del comunismo e socialismo europeo, la gracilità con cui si tematizza ed afferra tutta la grandiosa portata della rivoluzione industriale e del suo profondo connubio col sapere scientifico. E questo grave ritardo rispetto all'evolvere dei sistemi cognitivi e dei nuovi nessi fra scienza e politica, fra scienza e vita, sembra emergere più clamorosamente quando crolla sconfitta la statualità imperiale sovietica, e scattano i limiti del comunismo nazionale italiano.
Se vado con la memoria al drammatico dopoguerra del , mi sembra banalmente evidente che allora l'America mise in campo un'iniziativa (piano Marshall e non solo il Patto atlantico) che articolò poteri e mediazioni politiche e sociali, su scala di continenti.
Noi comunisti combattevamo una battaglia per un radicamento nazionale, che era indispensabile e fu fecondo. Ma assolutamente non bastava. E la congiunzione con l'Urss - che pure ci aveva dato una forza e un collegamento internazionale (chi potrebbe negarlo?) - ebbe effetti e implicazioni dirompenti che ci trascinarono alla sconfitta.
Oggi la dimensione internazionale si definisce e costituisce nella pratica quotidiana della cosiddetta "globalizzazione". Ma le varianti regionali e continentali e i nidi nazionali pesano tutt'ora, secondo connessioni e figure di poteri che non possono esaurirsi in troppo semplici riassunti della civiltà capitalistica.
Mortellaro in questo libro analizza e valuta come i gruppi dirigenti e le culture americane sono venuti ragionando sulle crisi interne alla "globalizzazione". Ma il proletariato europeo - come si diceva una volta per riassumere in una parola una realtà assai complessa e differenziata - come può oggi rispondere, se non sa trovare nemmeno un filo di collegamento, neppure alla scala europea e neppure sul terreno che si usa chiamare dello scambio di informazioni?