Centro-destra
IL CAVALIERE SORPRENDENTE
Giuseppe Chiarante
1.Sulle affermazioni elettorali ottenute in Italia dal centro-destra nel corso degli ultimi due anni (dalle europee del '99 alle comunali di Bologna e di altre città, dalle regionali della primavera scorsa al flop del referendum maggioritario) è generalmente prevalsa e tuttora prevale la tendenza, non solo nel centro sinistra e nella sinistra ma anche sui maggiori organi di informazione, ad attribuire la causa essenzialmente agli errori e alle debolezze dello schieramento governativo, alle sue divisioni e contraddizioni interne, all'assenza in tale schieramento di una strategia condivisa e vincente.
Certamente tali fattori hanno pesato (e anche molto) nel determinare il successo del Polo. In particolare ha influito in maniera rilevante sulle scelte dell'elettorato, favorendo soprattutto la crescita di un astensionismo di sinistra, l'immagine negativa di una maggioranza che - tanto più dopo la caduta del governo Prodi - ha perso l'originaria coerenza con le alleanze e le scelte politiche che avevano reso possibile la vittoria del 21 aprile 1996; e che invece si è retta, in modo sempre più marcato, su combinazioni compromissorie e su operazioni trasformistiche dirette ad assicurarsi il consenso di settori di centro o di centro destra dell'arco parlamentare. Tanto il governo D'Alema quanto il governo Amato (come, del resto, molte maggioranze eterogenee costituite attraverso i cosidetti "ribaltoni" a livello regionale e locale) hanno offerto agli elettori questa immagine; e le successive elezioni ne sono state pesantemente condizionate.
È dunque fondata l'insistenza - per spiegare i risultati elettorali - sugli errori e sulle responsabilità del centro sinistra. Ma sarebbe sbagliato orientare l'analisi - come troppo di frequente accade - quasi esclusivamente in questa direzione: senza dedicare altrettanto impegno per indagare la reale portata e le effettive motivazioni della spinta a destra che in questi anni e con tanta forza si è manifestata nel paese. Una seria indagine su questo punto è invece necessaria per intendere i veri problemi con i quali occorre od occorrerebbe misurarsi se davvero si vuole (o si volesse) contrastare in modo efficace una tale spinta. Altrimenti può accadere che un'apparente autocritica finisca coll'essere l'alibi per minimizzare (e comunque ridurre alla proposta di aggiustamenti tattici) la profonda correzione di linea che sarebbe indispensabile.
2.Consideriamo per esempio una delle tesi più accreditate, particolarmente cara a Massimo D'Alema. L'ex Presidente del Consiglio ha ricordato in più occasioni che in tutte le prove elettorali dal '94 in poi il complesso dei voti ottenuti da Forza Italia, da Alleanza nazionale, dalla Lega Nord è stato sensibilmente superiore, in percentuale e in assoluto, al complesso di voti ottenuti dallo schieramento di centro sinistra e di sinistra. Così è stato anche nel '96 (con una differenza a favore della destra, in quel caso, anche superiore che in altre occasioni): e se in quelle elezioni politiche centro sinistra e sinistra sono risultati vincenti è stato solo per la frattura tra Polo e Lega. Tutto questo è vero: ma non basta offrire come spiegazione una semplice constatazione di dati, e tutt'al più trarne l'indicazione che si dovrebbe insistere su una politica centrista - liberista e moderata, come è stata appunto la politica del governo D'Alema - nella speranza di erodere il blocco elettorale di destra. L'esperienza ha infatti dimostrato, con grande chiarezza, che tale politica serve tutt'al più come occasione per mediocri manovre trasformistiche volte ad acquisire all'area di governo qualche gruppetto di parlamentari (l'Udeur di Clemente Mastella, ecc.): ma senza che a questo trasferimento di parlamentari corrisponda affatto un equivalente spostamento di voti e un mutamento degli equilibri nell'elettorato.
Il vero interrogativo dovrebbe dunque essere un altro: ossia su quali basi e in forza di quale orientamento (politico, culturale, sociale) la destra è riuscita a saldare in un blocco abbastanza coeso uno schieramento che nel '94 era fortemente eterogeneo e nel '96 si era addirittura presentato diviso: e il vero problema dovrebbe pertanto essere quello di come contrastare, nel paese, la prevalenza di tali orientamenti. È questo che il centro sinistra non ha assolutamente fatto in questi anni: e non sta facendo neppure oggi.
Altrettanto deboli sono le tesi più volte ribadite da Walter Veltroni. Il quale ha insistito e insiste - per altro giustamente - sull'eccessivo potere mediatico di cui dispone Berlusconi (ma non era così anche nel '96?); e lamenta soprattutto il danno delle divisioni interne nel centro sinistra. Auspicare una coalizione meno rissosa e più unita è certamente giusto. Ma una coalizione unita attorno a quale disegno politico, a quali opzioni di valore, a quale obiettivo strategico? È su questo tema che il centro sinistra non è riuscito a elaborare, in questi due anni, un discorso coerente e tanto meno a proporre un obiettivo mobilitante, quale in certa misura fu, dopo il '96, quello del risanamento (finanziario e non solo finanziario) ai fini dell'ingresso dell'Italia nella moneta unica. Al contrario, in molti casi la maggioranza ha assunto posizioni subalterne all'ideologia liberista: cioè a una ideologia che, per evidenti motivi, è più coerente con gli orientamenti del centro destra che con le aspirazioni degli elettori di sinistra o del centro sinistra.
3.Un esame dettagliato dei punti di forza che in questi anni hanno consentito un consolidamento delle posizioni della destra richiederebbe - è chiaro - una analisi estesa e articolata (articolata sia per temi sia per territorio) che certamente deve essere fra i compiti anche di questa rivista.
In questa sede non posso però che anticipare alcuni punti di tale analisi. Parto da una questione che può sembrare particolare, ma che personalmente non considero tale: ossia dall'impegno delle forze di destra (di ognuna di queste forze, nei modi ad essa più omogenei) di darsi una presenza organizzata nel paese, all'opposto di quello che si è verificato nello schieramento avverso. È infatti accaduto nell'ultimo decennio che - in parte per la crisi di identità politica, culturale, sociale che sia pure in forme diverse ha investito così il vecchio Pci come la Democrazia Cristiana, in parte per il cedimento soggettivo dei gruppi dirigenti alla teoria del successo del partito leggero, privo di precise basi ideologiche e strutturali e affidato essenzialmente ai nuovi mezzi di informazione - nell'area democratica e di sinistra c'è stato un sostanziale abbandono dello sforzo di conservare o costruire una propria consistente struttura partitica, con una capacità di iniziativa anche fuori dalle sedi istituzionali e con stabili e articolati legami di massa. La crescente frantumazione politica e la volubilità elettorale che in modo accentuato è venuta caratterizzando l'area del centro sinistra si spiega anche in questo modo.
Il cammino percorso dalle forze del centro destra, dopo la vicenda del '94 che vide la vittoria quasi improvvisata di Berlusconi, è stato sostanzialmente l'opposto: è stato cioè rivolto a costruire nel paese - per quanto possibile, e naturalmente nei modi più omogenei a partiti conservatori e regressivi - una propria presenza strutturata, estesa, permanente. Forza Italia non è più (o non è solo più) il partito-azienda di cui tanto si era parlato a suo tempo: è oggi un partito moderato di massa, con consistenti legami internazionali con gli altri partiti moderati o conservatori (di qui la grande attenzione dedicata alla presenza nel Partito popolare europeo), con una base tendenzialmente interclassista (sino ad essere in alcune parti del Nord il primo partito operaio), con una piattaforma programmatica e ideologica idonea a raccogliere consensi in settori anche molto differenziati dell'elettorato. Dal canto suo Alleanza nazionale si è sforzata di consolidare una struttura di partito che, con dimensioni e possibilità di iniziativa più limitate, era già tipica (si pensi a Roma e a certe zone del Sud) del vecchio Movimento sociale. Quanto alla Lega Nord, essa si era caratterizzata sin dall'inizio come un partito regionale o sovraregionale di massa.
Ma il vero successo del centro destra (e in particolare del gruppo dirigente di Forza Italia che fa da supporto della leadership di Berlusconi) sta nell'operazione che ha trasformato un arco di forze che nel '94, pur vincendo, era apparso eterogeneo e disunito, e nel '96 si era condannato alla sconfitta per non aver saputo trovare un punto di intesa, in un blocco sociale e politico che oggi si presenta, invece, con posizioni abbastanza omogenee e coese. È importante vedere su quali basi si è realizzata questa operazione.
4.Lasciamo pure da parte la manovra strettamente politica: ossia l'azione dispiegata con successo da Berlusconi e da Forza Italia da un lato per rintuzzare le ambizioni di Fini e di Alleanza nazionale e ricondurlo a un ruolo di alleato sostanzialmente subalterno, dall'altro per ridimensionare l'insediamento elettorale e il disegno politico di Bossi e della Lega così da farli rientrare in un alveo sostanzialmente comune all'intero centro destra. Va comunque ricordato che un momento non secondario di questa operazione politica è stata altresì la paziente mediazione realizzata fra gli orientamenti laici ed anche laicisti presenti nell'elettorato di centro e di destra (sino alla frangia radicale rimasta in Forza Italia) e il ruolo di una significativa componente cattolico-clericale quale quella rappresentata dal CCD e dal CDU.
Ma il punto fondamentale è che anche questa manovra politica ha tratto forza dalla presa crescente dell'ideologia liberista e dalla sua utilizzazione come diffuso senso comune di massa. Di qui la capacità di far aderire questa ideologia alle aspirazioni - molto differenziate e spesso divergenti - di una società atomizzata: alle diffuse rivendicazioni anti stataliste, al localismo e alla diffidenza per lo straniero e il diverso, alla insofferenza per i vincoli imposti dai princìpi di socialità e di solidarietà, all'affermazione del ruolo dell'impresa; e al tempo stesso ai timori e alla domanda di ordine e di sicurezza che questo stesso tipo di sviluppo sociale diffonde in modo capillare.
La dottrina della sussidiarietà, del drastico ridimensionamento dell'intervento pubblico a favore di una società capace di autogovernarsi, della devolution di tanta parte dei compiti dello Stato verso Regioni ed Enti locali, ha dato una parvenza di programma istituzionale a queste posizioni, consentendo di mediare fra orientamenti diversi come quelli di AN, della Lega, della componente cattolica di Casini e Buttiglione nonché fra gli indirizzi più rigidamente liberisti e quelli più moderati e centristi presenti in Forza Italia.
Questa ideologia, e gli orientamenti politici, culturali e ideali in cui essa si traduce, hanno fatto in questi anni molta strada nella società italiana: consentendo al centro destra non solo di raccogliere un consenso massiccio in strati molto estesi della popolazione ma di incontrarsi con le rivendicazioni di un mondo economico via via più radicalizzato a destra e dall'ala più retriva della Chiesa cattolica e della curia romana.
Non si può infatti dimenticare, a questo riguardo, che il centro sinistra aveva potuto fruire, in occasione delle elezioni del 1996 e per tutto un periodo della successiva attività di governo, dell'appoggio più o meno esplicito di settori decisivi della classe dirigente economica (di qui l'appoggio anche di gran parte della stampa più influente) e di larga parte dell'episcopato e del clero. Sull'uno e sull'altro fronte, negli ultimi tempi, molte cose sono cambiate. La vittoria nella Confindustria della linea più marcatamente di destra rappresentata da D'Amato sta a indicare che il mondo economico italiano, stretto nei vincoli di una competizione internazionale che sia i processi di globalizzazione sia la stessa realizzazione della moneta unica europea rendono via via più aspra, cerca di compensare ritardi tecnologici e arretratezze strutturali del paese rivendicando la possibilità di fare ricorso a forme sempre meno controllate e concertate di uso flessibile e precario della forza lavoro: e chiede per queste rivendicazioni un sostegno politico che solo la destra può pienamente dare.
E quanto alle posizioni della Chiesa cattolica, non solo c'è una parte via via più estesa dell'episcopato e del clero (ben rappresentata dal Presidente della CEI Ruini) che si mostra sempre più sensibile al "richiamo della foresta" della riduzione del ruolo delle strutture pubbliche e del crescente finanziamento alla istituzioni cattoliche in campo educativo e scolastico, nella assistenza, nella sanità. C'è, soprattutto, la più marcata esplicitazione della linea fondamentalista e integralista che da sempre è presente negli orientamenti dell'attuale Pontificato, ma che in occasione delle manifestazioni di orgoglio e di potenza che caratterizzano l'anno giubilare ha assunto forme più intransigenti e dichiarate in manifestazioni come la beatificazione di Pio IX, l'intolleranza nei confronti dell'incontro mondiale dei gay a Roma, l'accresciuta aggressività sui temi della sessualità e della procreazione, il recente documento di Ratzinger sul potere salvifico della sola Chiesa cattolica, e da ultimo la provocatoria richiesta del cardinale Biffi di discriminare gli immigrati sulla base della religione. Certo, alcune di queste posizioni possono urtare la sensibilità e gli orientamenti laicisti che sono presenti - come già ho ricordato - anche in qualche settore del centro destra. Ma atteggiamenti del Vaticano e della Chiesa come quelli qui richiamati, contribuiscono nel complesso - anche per l'incredibile abdicazione di tanti maîtres à penser del mondo laico a qualsiasi riserva critica verso l'attuale Pontefice - ad estendere un orientamento di massa conservatore ed anzi regressivo che politicamente non può, in definitiva, non tornare a vantaggio della destra.
5.Si potrebbe però dire a questo punto: non sono, quelli sin qui illustrati, orientamenti e tendenze che si manifestano in tutta l'Europa occidentale e anche oltre, e che caratterizzano - pertanto - non solo la situazione in cui opera la destra italiana?
L'osservazione è fondata, perché non v'è dubbio che il vento della ideologia liberista e della controffensiva conservatrice ha soffiato con molta forza, negli ultimi due decenni, in tutto l'Occidente: si è così consolidata, ormai da diversi anni, una cultura politica dominante che ha condizionato in senso moderato e neoliberale l'opera non solo dei governi conservatori, ma anche di quelli di centro sinistra e di sinistra. È però un fatto (e anche di questo occorre cercare le cause) che in nessun paese, fatta eccezione per la Spagna e per il fenomeno Aznar, l'avanzata della destra è apparsa così impetuosa e quasi irresistibile come nell'Italia degli ultimi due anni.
A questo proposito (si intrecciano correttamente, in tal modo, i due lati del ragionamento) il richiamo alle grandi responsabilità della sinistra risulta senza dubbio più che giustificato. In primo luogo appare chiaro che la destra incontra meno resistenze dove la sinistra è più marcatamente divisa. Sotto questo aspetto la situazione spagnola e quella italiana presentano molte somiglianze; e nell'uno e nell'altro caso risulta evidente che non bastano accordi elettorali dell'ultimo momento o patti di desistenza fragili e parziali per porre riparo a esperienze annose di frantumazione e di contrapposizione. Occorre davvero un serrato confronto critico per superare i guasti (anche elettorali) di una situazione che vede, da un lato, uno o più partiti minoritari di sinistra su posizioni estremistiche o radicalizzanti di sostanziale impotenza, e di contro, una sinistra di governo che è slittata su posizioni moderate e liberaleggianti e rischia ormai (in Italia, anzi, molto più che in Spagna) di essere subalterna all'interno di una coalizione a leadership centrista.
In secondo luogo l'avanzata del centro-destra è facilitata dal disarmo culturale e ideologico (oltre che politico) della sinistra rispetto ai temi di fondo della controffensiva conservatrice degli ultimi anni. Purtroppo in Italia questo disarmo ha finito coll'essere anche molto più marcato che in altri paesi europei. Ciò perché, nel nostro paese, gli orientamenti culturali e ideali, le opzioni di valore, il senso comune della sinistra erano fortemente marcati dalla tradizione autonoma e originale del comunismo italiano: l'aver concepito la svolta dell'89 in termini di rottura radicale con tale tradizione (ed anzi, nelle più recenti prese di posizione dell'attuale segretario DS, in termini di vero e proprio rifiuto) ha fatto terra bruciata di quello che era un ricco patrimonio di convincimenti, criteri di giudizio, modelli di valutazione e di comportamento, aprendo così il campo alla penetrazione di scelte, ideologie, pratiche, giudizi di valore che hanno una chiara matrice moderata e regressiva. Non accade quasi ogni giorno di dover constatare che su temi di rilievo sostanziale - come il ruolo dell'impresa, la flessibilità del lavoro, la critica dello Stato sociale, l'ordine pubblico, l'immigrazione - esponenti anche di rilievo dei DS, e più in generale del centro sinistra, esprimano orientamenti che non differiscono in modo sostanziale da quelli della destra? Ma se così è, non c'è da stupirsi se nell'opinione pubblica e nell'elettorato non incontra resistenza e contrasto la diffusione di posizioni culturali, ideali, politiche che sono fattori decisivi per l'avanzata anche elettorale del centro destra.
Qui sta, a mio giudizio, quello che deve oggi essere il terreno decisivo di lavoro e di iniziativa: operare per ricostruire una posizione critica della sinistra, sia nel confronto con le opinioni liberiste e conservatrici sia nel giudizio sui caratteri dell'attuale società. Questa ricostruzione è essenziale, anche nell'immediato, per condurre con qualche efficacia la prossima battaglia elettorale nei confronti di un centro destra che già si considera vincente. Ma è soprattutto indispensabile, proprio nell'ipotesi di una vittoria di destra nel 2001, per evitare che ciò significhi un'irrimediabile disgregazione della sinistra e per porre le premesse di una futura ripresa.