Se ne discute anche a sinistra
IL CAPITALISMO DEI FONDI PENSIONE
Riccardo Bellofiore
1.Uno dei nodi su cui la politica economica degli ultimi anni è tornata con più insistenza è quello della spesa pensionistica. Si tratta, in realtà, di una delle armi dell'offensiva neoliberista di governi e padronato un po' ovunque, a partire almeno da un rapporto della Banca mondiale, Averting the Old Age Crisis: Policies to Protect the Old and Promote Growth, diffuso nel 1994 per i tipi della Oxford University Press. In quel lavoro vi si sosteneva l'opportunità che il sistema pensionistico dovesse articolarsi su tre 'pilastri'. Il primo è costituito dal sistema pubblico, obbligatorio, a ripartizione e a prestazione definita, che dovrebbe limitarsi a garantire un livello minimo di pensione: in questo caso, di fatto, i lavoratori attuali con i propri contributi pagano la pensione dei pensionati del medesimo periodo, attraverso la mediazione dello Stato. Il secondo pilastro, parimenti obbligatorio, è un sistema privato a capitalizzazione, possibilmente a contributi definiti: in questo caso, i lavoratori accantonano risparmio finanziario a fini previdenziali su conti individuali, che vengono investiti da gestori istituzionali, i 'fondi pensione', e lucrano un rendimento che si accumula nel tempo come capitale, e che garantirà loro la corresponsione della pensione quando si ritireranno dal lavoro. Il terzo pilastro, facoltativo, e anch'esso privato e a capitalizzazione, è invece dato dagli eventuali accantonamenti ulteriori a scopo pensionistico di natura volontaria.
La tesi della Banca mondiale, ma poi di un po' tutti i responsabili della politica economica, è che le tendenze demografiche e i mutamenti strutturali del capitalismo spingano ineluttabilmente verso un deciso e rapido dimagrimento del primo pilastro e quindi verso la necessità di un rafforzamento sostanziale del secondo, che viene così a costituirsi come il perno del sistema previdenziale. Le ragioni sono talmente ripetute da apparire ormai ovvie e dotate della forza del senso comune.
Possono essere sintetizzate in questi termini. La quota della spesa pensionistica sul prodotto interno lordo dipende direttamente dal cosiddetto 'tasso di rimpiazzo' delle pensioni rispetto al reddito da lavoro (e cioè dal livello reale delle pensioni medie erogate ai beneficiari in rapporto alla produttività media per lavoratore) e dal numero di pensionati in rapporto all'occupazione. Tale quota è andata aumentando nel tempo e, si sostiene, è prevedibile raggiungerà percentuali difficilmente sostenibili nei decenni a venire. Per un verso, la colpa sarebbe da addebitare all'eccessiva 'generosità' dello stato sociale dell'epoca keynesiano-fordista. Il reddito dei pensionati fu agganciato alle retribuzioni dei lavoratori, allora in rapida ascesa per la veloce dinamica della produttività: quando quest'ultima è rallentata, non si è potuto o voluto ridurre tempestivamente e nella misura adeguata le pensioni. La distribuzione del reddito si è così spostata a sfavore del lavoratore e a favore del pensionato. Per l'altro verso, l''invecchiamento' della popolazione, cioè il numero maggiore di potenziali pensionati sulla popolazione in età da lavoro (connesso, evidentemente, a fattori come l'allungamento della speranza di vita e l'abbassamento del tasso di natalità: eventi che è difficile valutare negativamente, e che un qualche legame con il vituperato Stato assistenziale dovranno pur averlo), ha aumentato il numero di inattivi rispetto agli attivi (il 'tasso di dipendenza'), il che, assieme all'estensione della copertura pensionistica pubblica a fasce crescenti di beneficiari, avrebbe finito con l'appesantire sempre più le uscite previdenziali.
Per quel che riguarda il pilastro pubblico del sistema, tutto ciò impone, oltre che lo spostamento in avanti dell'età pensionabile, anche un abbassamento del livello reale delle pensioni. È qui che l'introduzione del secondo pilastro si rivela come la condizione essenziale per fornire ai lavoratori un accesso alle risorse reali più sostanzioso di quello che la pensione pubblica è ormai in grado di garantire. E con sempre minore certezza, si paventa, in quanto i sistemi a ripartizione, che certo hanno dalla loro il vantaggio di testimoniare un esplicito patto di solidarietà tra generazioni, sarebbero però vulnerabili dal rischio di una sorta di sciopero fiscale degli attivi rispetto agli inattivi qualora il peso dei secondi sui primi superi certe soglie critiche, come il ragionamento dominante dà per scontato. D'altronde, l'introduzione di dosi crescenti di capitalizzazione nel sistema pensionistico e lo sviluppo dei fondi pensione, oltre a essere necessario per integrare il grado di copertura della pensione pubblica, sarebbe anche conveniente. Conveniente per l'economia nel suo complesso: la costituzione e/o il rafforzamento del sistema di fondi pensione spingerebbero verso l'alto i risparmi, e perciò gli investimenti, e perciò l'occupazione. Ma conveniente anche per i lavoratori: i tassi di rendimento garantiti dai fondi individuali nel sistema a capitalizzazione sarebbero senz'altro superiori a quelli del sistema pubblico, come dimostra l'andamento passato e presente dei mercati finanziari.
2.Non è difficile intravedere in queste tesi la sanzione, per così dire, ufficiale e al massimo livello di quello che è poi divenuto l'orientamento di base degli esecutivi di destra e di sinistra in giro per il mondo, e che ha condotto anche nei paesi europei a un deciso attacco al sistema a ripartizione, a cui si è affiancato il tentativo (coronato da successi ogni giorno crescenti) di introdurre su scala massiccia i fondi pensione, e di fare di queste modifiche istituzionali il grimaldello per una sempre più nitida omologazione dei sistemi di finanziamento 'continentali' a quelli tipici del capitalismo anglosassone. Da queste tendenze il nostro paese è investito con particolare violenza, e ancora di più lo sarà in futuro: perché diffusa è la convinzione che lo stato del nostro bilancio pensionistico sia più degradato di quello degli altri paesi europei; e perché relativamente più arretrato è il nostro sistema finanziario dal punto di vista della capitalizzazione in Borsa delle nostre imprese. Le manovre da noi coinvolgono da tempo anche il destino e l'utilizzo del trattamento di fine rapporto, che molti vorrebbero dirottare verso i mercati finanziari per accelerare lo sviluppo della previdenza complementare, anche se non si è ancora d'accordo sul come. Non intendo in questa sede entrare nel merito delle questioni 'empiriche', chiaramente fondamentali in questa discussione. Un'analisi fattuale aiuterebbe a sfatare molti luoghi comuni: ma lo ha già fatto ottimamente a più riprese, anche su queste stesse colonne, Roberto Pizzuti: e ai suoi scritti rimando (n. 0, novembre 1999) . Vorrei piuttosto dar conto, sia pure in termini sintetici e del tutto preliminari, di una discussione in corso nella sinistra europea sulla desiderabilità in termini di 'principio' di una trasformazione del sistema della previdenza sociale verso la capitalizzazione che abbia i fondi pensione come suo perno centrale, e sulla possibilità di un uso politico di questi ultimi ai fini di un controllo sociale dell'accumulazione che interrompa e inverta la deriva verso l'ineguaglianza, la precarietà, la disoccupazione.
Ha dato sostanza a una posizione favorevole alla 'riforma delle pensioni' Robin Blackburn in un lungo articolo sul n. 233 (gennaio-febbraio 1999) della prima serie della New Left Review, rivista di cui allora era 'editor'. Il pezzo era significativamente intitolato The New Collectivism: Pension Reform, Grey Capitalism and Complex Socialism, e ha più di recente dato luogo a una discussione sul primo numero della nuova serie della rivista tra lo stesso Blackburn e il più scettico Henri Jacot, economista francese legato alla CGT, come anche a interventi sulla rivista francese Mouvements. La posizione di Blackburn, sia chiaro, non è affatto accomodante nei confronti del capitalismo dei fondi pensione 'anglosassoni' nella sua configurazione presente. L'autore ha perfettamente chiaro che il capitalismo 'dai capelli grigi', dove gli investitori istituzionali (di cui i fondi pensione fanno parte, assieme ai fondi di assicurazione e ai fondi comuni di investimento) concentrano il risparmio delle famiglie, è un capitalismo caratterizzato in maniera esasperata da una ossessione per i rendimenti di breve termine (che favoriscono gli investimenti speculativi su quelli produttivi), dall'esigenza della liquidità (che è funzione della possibilità di acquistare e vendere il più velocemente possibile i titoli finanziari), e da comportamenti gregari (che amplificano gli effetti espansivi ma anche depressivi dei movimenti di capitale). Blackburn sa altrettanto bene che i criteri di gestione delle imprese graditi da tali investitori sono quelli che massimizzano il valore azionario e stabiliscono una soglia elevata di rendimento 'minimo' del capitale sui fondi interni: il che spinge, da un lato, a favorire tagli salariali e occupazionali (assottigliando la capacità produttiva), e dall'altro ad aumentare l'indebitamento sul capitale proprio (rendendo fragile la struttura finanziaria, e creando così le premesse di crisi finanziarie sempre più gravi).Egli individua altresì lucidamente il nesso che lega l'ascesa dei fondi pensione alla deregolazione dei mercati promossa attivamente dagli Stati, alla liberalizzazione dei capitali, alle privatizzazioni, e alla continua e pericolosa ascesa dei corsi borsistici; e riconosce in pieno come non sia affatto scontata, sulla carta, una superiorità del modello 'anglosassone' su quello europeo o giapponese. La sua visione è anzi critica al punto da individuare nel capitalismo dei fondi pensione un salto drammatico ulteriore nel processo di alienazione del lavoro. Nella nuova configurazione del capitalismo, lo stesso risparmio dal salario diviene lo strumento di quella speculazione che, per il tramite delle politiche aziendali e di governo pretese dagli investitori istituzionali dove quel risparmio affluisce e viene gestito, destabilizza e aggrava le condizioni di vita delle comunità e dei lavoratori.
Nondimeno, Blackburn ritiene che, a fronte delle difficoltà della previdenza e dei bilanci pubblici, l'esigenza di sviluppare un secondo pilastro di previdenza complementare sia oggettiva; che l'affermazione di un nuovo regime di accumulazione 'globale' del capitale sia un fatto incontestabile e irreversibile; e che però - per una sorta di fortunata eterogenesi dei fini - la diffusione dei fondi pensione, che è il portato del capitalismo 'complesso' dei nostri giorni, possa costituire lo strumento di una inedita socializzazione dell'investimento e, per questa via, di una crescita stabile più veloce e di maggiore qualità. Insomma, come recita il titolo dell'articolo di Blackburn, avremmo qui la leva di un vero e proprio 'nuovo collettivismo'. La ragione è presto detta. Il passivo iscritto nei conti dei fondi pensione, trattandosi di accantonamento previdenziale, ha nella sostanza natura intrinsecamente 'sociale' e 'pubblica'.
Essa potrebbe essere fatta valere di fatto se, sotto l'ombrello di una legislazione statuale di garanzia e assicurazione e appoggiandosi a gestori professionali, i sindacati fornissero, per così dire, una testa 'politica' al risparmio dei lavoratori (concentrato sul piano finanziario, ma disperso su quello del comando d'impresa), e si mettessero quindi in condizioni di sfruttare altrimenti il potere di controllo crescente che la finanza oggi detiene sul governo aziendale. Si tratterebbe di barattare la stabilità della proprietà garantita dalle strategie di investimento finanziario dei fondi pensione con la promozione da parte delle imprese di investimenti reali mirati soprattutto a favorire uno sviluppo di lungo termine ed ecologicamente sostenibile. I fondi pensione agirebbero in sostanza come meccanismo di mediazione regolativa tra economia e società, altrimenti caratterizzate da una frattura e divaricazione crescenti. Una politica del genere, imperniata sui fondi, sarebbe in grado, da un lato, di rendere più dinamica e stabile l'economia reale e, dall'altro, di redistribuire in modo più egualitario i frutti della crescita.
Non inganni il carattere apparentemente riformista e 'incrementale' della proposta: quello che Blackburn ha in mente è l'attualizzazione dell'obiettivo marxiano di un controllo sociale sulle condizioni della propria riproduzione da parte dell'insieme dei produttori. È questo il punto chiave del conflitto di classe tra capitale e lavoro: qualcosa che sfugge inevitabilmente all'antangonismo interno ai singoli luoghi di lavoro, e ancor più ai conflitti dispersi sul terreno del consumo e della distribuzione. E però, ritiene Blackburn, è proprio questo obiettivo che le dinamiche proprietarie e finanziarie della globalizzazione finanziaria, paradossalmente, porrebbero all'ordine del giorno.
3.Prima di procedere ad alcune considerazioni critiche su questa prospettiva, vale la pena di segnalarne la convergenza - del tutto esplicita, peraltro - con la riflessione più recente di Michel Aglietta. Mi riferisco, in particolare, a due testi: la Postface del 1997 alla terza edizione di Régulation et crise du capitalisme 1, che dovrebbe essere di prossima traduzione in italiano; e l'opuscolo della Fondation Saint Simon Le capitalisme de demain del novembre 1998. Il libro di Aglietta del 1976 (e ancor più la tesi di dottorato del 1974 che ne è alla base, dove l'impronta marxiana era ancora più evidente) è il testo primo e fondante della cosiddetta 'scuola della regolazione' francese. In esso ancor oggi è possibile rinvenire la versione più coerente e illuminante di una lettura del 'fordismo' come fase del capitalismo caratterizzata dai seguenti elementi: crescita parallela di produttività e domanda grazie alla crescita della massa salariale per il tramite della contrattazione collettiva; struttura della produzione incentrata prevalentemente sui beni di consumo durevole di massa, che orientava un volume alto e stabile di investimenti in capitale fisso; separazione di controllo e proprietà, e ampi margini di indipendenza dei manager rispetto agli azionisti; sistema monetario e finanziario dove le banche centrali cooperano con i governi e controllano il sistema delle banche commerciali, e dove queste ultime prevalgono come fonte di finanziamento rispetto al ricorso alla Borsa; limiti stretti ai movimenti di capitale; interventismo efficace degli Stati nazionali, orientato al raggiungimento e al mantenimento del pieno impiego di lavoratori a tempo indeterminato e 'garantiti'.
La Postface del 1997 e la Nota del 1998 delineano i tratti del sistema alternativo che si sarebbe andato costituendo nella lunga transizione iniziata negli anni Settanta, e che Aglietta dà ora per pressoché compiuta. Il nuovo capitalismo 'patrimoniale' - così lo battezza l'economista francese, proprio per il ruolo centrale che in esso hanno i mercati finanziari - sarebbe definito da: sganciamento del salario dalla produttività, e dell'occupazione dalla produzione; dislocazione della produzione manufatturiera nei paesi emergenti, con corrispondente accrescimento della concorrenza in questo settore, e sviluppo di servizi più e meno qualificati nei paesi di più vecchia industrializzazione, con un peso crescente delle tecnologie dell'informazione nella sezione avanzata di questa nuova e diversificata economia dei servizi; globalizzazione finanziaria (e perciò libertà estrema dei movimenti di capitale), autonomia delle banche centrali dai governi, e ricorso crescente al finanziamento sui mercati borsistici a scapito del finanziamento bancario; ridefinizione dello scopo dell'intervento pubblico, ora mero garante del costo e della produttività 'concorrenziali' dei fattori. Non ci vuole molto a capire che la nuova epoca 'spontaneamente', ovvero in assenza di interventi correttivi, produce sventagliamento salariale, moltiplicazione di forme di lavoro cosiddetto atipico, esclusione sociale.
Non è il caso di insistere qui nei dettagli del funzionamento del nuovo regime di accumulazione. Mi limito a osservare che Aglietta, la cui eterodossia ha preso le distanze da Marx da ormai un ventennio, non vede comunque questo capitalismo come impermeabile a linee di intervento che permettano di conciliare efficienza e equità. Lo ha già segnalato Giorgio Lunghini in alcuni interventi 2. Secondo Lunghini, i suggerimenti dell'autore francese consentirebbero di rinverdire la filosofia sociale di Keynes (redistribuzione delle ricchezze e dei redditi, eutanasia del rentier, socializzazione dell'investimento), e potrebbero costituire la base di un rinnovato ruolo dello Stato nel governo dell'economia. Per quel che mi riguarda, quanto propone Aglietta mi sembra per la verità abbastanza tradizionale. L'impegno dello Stato sul terreno dell'educazione, del progresso tecnico, delle infrastrutture, dei servizi socialmente utili è assolutamente conforme a una visione di liberismo temperato (magari con una spruzzatina di orgoglio tecnocratico d'Oltralpe). Il richiamo alla banca centrale (o a un suo equivalente 'globale') come prestatore di ultima istanza o l'appello alla politica anticiclica dello Stato non cambiano il quadro, in quanto costuiscono reti di sicurezza per un sistema privato ritenuto sostanzialmente dinamico per sua spinta interna. Lo stesso sostegno di Aglietta alla proposta di introdurre un reddito di cittadinanza finanziato da una imposta generalizzata e progressiva sui redditi è declinato sull'accettazione della ineluttabilità del divorzio tra efficacia economica e giustizia sociale. Di una intenzione e capacità collettiva di determinare l'allocazione del credito, la struttura industriale, l'ammontare e la composizione dell'occupazione, non vi è traccia.
Dove il ragionamento di Aglietta si fa interessante ai miei occhi è però precisamente dove finisce con il convergere con le tesi di Blackburn, sia pure da un orizzonte più 'moderato'; e cioè quando vede nell''invecchiamento' della popolazione e nell''equità intergenerazionale' promossa attraverso i fondi pensione un'occasione di affermare ed estendere l'influenza dei salariati sulle strategie delle imprese. Il punto di maggior rilevo, che consente di precisare ulteriormente il discorso fatto fin qui, mi pare questo. Secondo l'autore francese, il deterioramento nella popolazione del rapporto tra attivi e inattivi può dar luogo a conflitti accesi sul terreno della distribuzione e dell'imposizione. Tali conflitti sono tanto più attenuati quanto più la crescita interna è forte (e quindi quanto più aumenta il prodotto per lavoratore), o quanto più si sono esportati capitali in paesi a crescita elevata. Nella misura in cui i fondi pensione consentono di produrre e/o di importare più beni reali negli anni a venire - perché aumentando il risparmio globale della nazione si elevano gli investimenti e lo stock di capitale, e così si spinge verso l'alto il prodotto interno lordo - essi espletano un'azione positiva e decisiva. Per questo, conclude Aglietta, la battaglia per sottrarre la gestione dei fondi pensione alle dinamiche speculative e per affermare un orizzonte di più lungo termine è una delle sfide cruciali dei nostri giorni.
4.È evidente la differenza di accenti tra Blackburn e Aglietta. Dove Blackburn intende tener ferma la prospettiva anticapitalista, e vede nel capitalismo dei fondi pensione l'origine di un possibile dualismo di potere che darà vita a nuovi conflitti che in potenza sono in grado di spingere fuori dall'ordine presente, Aglietta assume come un dato le forme dello sviluppo capitalistico attuale, cui delega pressoché totalmente la sfera dell'efficienza, e si limita a correggere le distorsioni della sfera 'privata', riconciliandola con il principio di solidarietà attraverso l'intervento suppletivo dell'operatore 'pubblico'. La sua, a guardar bene, non è affatto una prospettiva socialdemocratica, ma puramente e semplicemente una prospettiva 'social-liberale', come in effetti viene qualificata dentro la sinistra plurale francese. D'altronde, è chiaro che l'analisi economica di Aglietta è il fondamento ultimo del ragionamento più radicale di Blackburn. L'interesse di una sua critica deriva anche dalla compattezza e dall'ecumenicità del suo impianto, che finisce con l'essere oggigiorno compatibile, quando non esplicitamente richiamata, con le visioni a prima vista più disparate, come da noi le tesi sulle dinamiche monetarie o sul reddito di cittadinanza portate avanti da teorici della 'sinistra antagonista' come, rispettivamente, Christian Marazzi o Andrea Fumagalli, o quelle di chi nella nostra 'sinistra di governo' vede negli investitori istituzionali lo strumento unico per ottenere a un tempo la detronizzazione del capitalismo familiare e il raggiungimento di una matura democrazia economica.
Il punto apparente di forza del modo in cui Aglietta introduce la questione della (potenziale) positività di un capitalismo dei fondi pensione è che la sua impostazione è, almeno in prima istanza, immune dalle contestazioni che possono essere, sensatamente, avanzate contro i fautori dell'idea che i fondi pensione siano necessari a garantire il finanziamento delle pensioni. Tali contestazioni, in breve, possono essere ricondotte a due grandi famiglie. La prima è quella della demitizzazione degli scenari pessimistici sulle tendenze dei prossimi decenni. È certo che tali scenari sono quasi sempre costruiti su dati e proiezioni discutibili. Per fare solo alcuni degli esempi possibili: si dimentica spesso che se gli anni a venire sono segnati dall''invecchiamento' della popolazione, gli anni della crescita veloce del secondo dopoguerra furono caratterizzati anch'essi da un elevato tasso di dipendenza in conseguenza degli allora elevati tassi di fertilità, e quindi per il peso che negli inattivi aveva il numero elevato di giovani in età non da lavoro; si dà per scontato che i tassi di attività e di occupazione rimangano al livello insoddisfacente dei nostri anni, mentre un loro incremento ragionevole ridurrebbe il rapporto tra il numero dei pensionati e l'occupazione, e quindi rallenterebbe o invertirebbe l'aumento della quota della spesa previdenziale sul Pil; si trasla in avanti la ridotta dinamica della produttività per addetto degli anni Novanta, quando un suo ritorno ai livelli anche solo degli anni '70 e '80 allargherebbe la torta da spartire tra attivi e inattivi; un moderato innalzamento dei flussi migratori in entrata può contribuire a compensare la riduzione della popolazione indigena in età lavorativa; le politiche che inducono salari reali stagnanti o in riduzione sono responsabili di una compressione dei contributi alla previdenza pubblica. E si potrebbe continuare.
Il secondo insieme di contestazioni alla 'saggezza convenzionale' sull'opportunità di uno sviluppo della previdenza a capitalizzazione obbligatoria è più fondamentale, e può essere ricondotto a una verità affermata a chiare lettere da Keynes nella Teoria Generale. A fronte dell'idea che il lavoratore, accantonando risparmio finanziario in conti individuali, sarebbe in grado di accumulare nel tempo fondi le cui rendite gli garantirebbero una pensione in termini reali, vale ancora l'osservazione che "come collettività, non possiamo fare accantonamenti per il consumo futuro mediante espedienti finanziari, ma soltanto mediante la produzione fisica corrente". In altre parole, in termini reali, i beni reali ai pensionati del 2030 non potranno che essere prelevati dalla produzione reale del 2030. Il medesimo punto è sottolineato anche dal grande antagonista di Keynes, Milton Friedman, che non più tardi dell'anno passato ha ribadito che "le tasse pagate dai lavoratori di oggi sono usate per pagare i pensionati di oggi", anche se ne ha fatto l'occasione per attaccare l'accantonamento di fondi statali nel suo paese e per manifestare il timore di una crescita dell'imposizione futura. Insomma, la questione del pagamento reale delle pensioni attiene alla distribuzione reale del reddito del periodo in cui quel pagamento viene effettuato, e non vi è modo di aggirare questa circostanza con alchimie cartacee. Anzi, nella misura in cui le politiche di compressione della spesa previdenziale pubblica o l'istituzione della previdenza complementare obbligatoria, invece di alzare la forza-lavoro occupata e la sua produttività, le deprimono, esse non fanno che peggiorare la situazione.
5.L'argomentazione di Aglietta sembrerebbe sfuggire a queste controdeduzioni esattamente nella misura in cui sposta l'accento dal finanziamento delle pensioni al finanziamento della crescita, e ne produce una velocizzazione. Ma le cose stanno davvero così? Se ne può dubitare. La tesi di Aglietta sembra reggersi innanzitutto sul presupposto che l'economia 'globale' di oggi soffra di una carenza non di domanda ma di risparmio (si comprende allora che il capitalismo dei fondi pensione, stimolando gli accantonamenti monetari per il futuro, possa avere ai suoi occhi una ricaduta positiva). Ma vi è dell'altro. Aglietta, si è visto, ritiene che gli investitori istituzionali potrebbero attutire i conflitti distributivi legati all''invecchiamento' del 'centro' capitalistico (Stati Uniti e Europa occidentale, in primis) nella misura in cui, da un lato, i loro impieghi sostenessero lo sviluppo reale dei paesi di vecchia industrializzazione, e dall'altro spingessero ancora più in su la produzione di ricchezza concreta nei paesi del capitalismo di recente industrializzazione. Ora, il fatto è che una speranza del genere è già stata falsificata dall'intero decennio che abbiamo alle spalle.
Per motivare questo giudizio, ci si può rifare a un libro di un altro autore francese, che è per il resto molto in sintonia con Aglietta di cui è stato stretto collaboratore, André Orléan3. I mercati finanziari su cui operano gli investitori istituzionali pretendono liquidità elevata e libertà di movimento (e quindi di fuga, oltre che di entrata) dei capitali pressoché perfetta. L'una e l'altra, al contrario di quanto afferma la teoria finanziaria prevalente, non garantiscono affatto aderenza alla redditività reale delle imprese ed emissione di segnali pertinenti per la selezione degli investimenti. La razionalità dei mercati finanziari è infatti 'autoreferenziale': in essi gli operatori guadagnano non se le proprie previsioni rispecchiano la realtà effettiva, ma se anticipano correttamente l'opinione media del mercato. Un contesto del genere, quando va bene, obbliga chi vi opera (e i fondi pensione non potrebbero sfuggire a questa regola) a inseguire una successione di rendimenti di breve termine quali che siano le proprie attese sul lungo periodo; e quando va male, degenera in comportamenti mimetici che producono crisi finanziarie e fuga dei capitali. Non è un caso che sia proprio con il generalizzarsi del potere della finanza e con la connessa apertura 'globale' ai capitali (a cui i fondi contribuiscono pesantemente per la inevitabile politica di internazionalizzazione dei propri investimenti) che lo sviluppo delle aree 'giovani' del capitalismo sia stato drammaticamente destabilizzato e temporaneamente interrotto, come testimonia in particolare la crisi dell'Est asiatico.
Né l'idea che gli investitori istituzionali possano essere interessati a criteri di gestione aziendale più 'etici' gode di miglior sorte. Come chiarisce Orléan con riferimento all'esempio americano, il significato degli investitori istituzionali come gestori del risparmio collettivo è quello di consentire agli azionisti minoritari di incunearsi tra azionisti maggioritari e manager, per volgere l'azione di questi ultimi a proprio favore. Il loro è un potere di 'valutazione pubblica' che si basa su un giudizio forzatamente semplificato dell'architettura organizzativa delle imprese, e su un atteggiamento premiale verso quei dirigenti d'impresa (a questo sollecitati anche dal meccanismo delle stock option, cioè dal fatto che parte delle loro retribuzioni consiste di azioni delle aziende che dirigono) che garantiscono elevati rendimenti in Borsa e una rilevante distribuzione dei dividendi. Gli stessi gestori dei fondi non sfuggono alla legge che li valuta secondo la capacità di seguire, se non di battere, il rendimento medio del mercato (il cosiddetto benchmarking), il che rende illusorio più che illuminista qualsiasi progetto di fare dei fondi pensione, che esprimono al massimo grado un nuovo individualismo, l'avanguardia di un nuovo collettivismo. Il capitalismo patrimoniale negli stessi paesi avanzati non può che produrre una crescita più bassa e instabile, e accumulare tensioni che potrebbero far prevalere di nuovo le tendenze alla crisi finanziaria e alla stagnazione reale nello stesso 'vecchio' capitalismo. Ci vuol poco a capire che affidare le pensioni a questo gioco d'azzardo accrescerebbe in modo inaccettabile il rischio sul loro valore reale alla scadenza (tanto più se al momento della loro liquidazione dovesse prevalere un'ondata ribassista).
Si potrebbe obiettare che in realtà l'ascesa della ricchezza finanziaria è stata negli ultimi anni inarrestabile; che essa stessa si è fatta motore della dinamica positiva della domanda, soprattutto negli Stati Uniti; e che le ripetute crisi finanziarie alla periferia hanno solo lambito le Borse dei paesi del centro, e che anzi mai come negli anni della crisi asiatica Wall Street è parsa prosperare. Ma proprio qui sta il senso vero dei processi descritti. Nel lungo termine i rendimenti reali distribuiti dalla Borsa non possono eccedere l'accrescimento reale della ricchezza misurato dalla dinamica della produttività, a meno di un gonfiamento del peso della rendita sul reddito; e su base sistematica la finanza è in grado di dar luogo a rendimenti monetari crescenti soltanto se dietro la bolla finanziaria si celano processi di redistribuzione reale consistenti o nell'individuazione di nuove filiere innovative o nel trasferimento di plusvalore da una frazione (o area) capitalistica a un'altra o nella compressione relativa dei salari.
Tutto ciò è in effetti quanto è avvenuto e sta avvenendo. La 'finanziarizzazione' delle economie prosegue più o meno ininterrotta a partire da quando negli anni Ottanta, in condizioni di stretta creditizia, le imprese hanno iniziato a sostituire all'indebitamento con le banche il ricorso al risparmio finanziario; e si è accentuata quando, negli anni Novanta, la riduzione dei disavanzi pubblici (il cui finanziamento tramite titoli aveva contribuito decisivamente all'ispessimento dei mercati obbligazionari nel decennio precedente) ha ulteriormente accresciuto il flusso di denaro verso i titoli azionari. Ma questi ultimi, per proseguire nella loro corsa verso l'alto, hanno fame inesausta di contante, e a questo ha pensato prima l'ondata di privatizzazioni e ora il terrorismo previdenziale. Quello che è certo è che senza questi continui e crescenti afflussi la speculazione potrebbe invertirsi. D'altra parte, la dittatura dei mercati finanziari non è affatto cieca, ma ha favorito in misura determinante il paese egemone, gli Stati Uniti; e oltre a incancrenire i conflitti competitivi intra-capitalistici e a spronare il cambiamento tecnologico, ha soprattutto consentito di scaricare tutti i costi e i rischi sull'unico fattore rimasto immobile e residuale, il lavoro. Sono il prezzo e l'uso della forza-lavoro a dover accettare di essere ormai compiutamente fattori 'variabili', e per di più 'dipendenti'. In fondo, il riformismo dei fondi pensione equivale a cercare una via d'uscita da quest'inferno, consistente nel far tornare ai lavoratori come reddito da rendita quanto gli sfugge come reddito da lavoro. Peccato che l'idea, oltre che economicamente dubbia, sia socialmente distruttiva.
6.Detto questo, sfortunatamente, non si è detto tutto. È vero che la speranza di Aglietta di poter 'regolare' tramite i fondi pensione 'etici' del sindacato il nuovo capitalismo patrimoniale, piegandolo a una più 'equa' distribuzione, ammonta a poco più di una petizione di principio, se sono fondate le critiche che ho appena avanzato. Come è anche vero che per le medesime ragioni la proprietà formale delle imprese da parte dei lavoratori non ha alcuna speranza di tramutarsi in proprietà reale, in potere di indirizzo concreto, come spera invece Blackburn. E però non si può fare a meno di notare quanto questi contributi siano più vicini al cuore delle questioni attuali di quanto non siano le proposte attorno a cui si affanna non solo la nostra sinistra di governo, ma anche la nostra sinistra alternativa. La prima pretende di riregolare il capitalismo senza un progetto di società, e di società diversa; ma la seconda troppo spesso accoppia a una retorica anticapitalista la richiesta di pure e semplici (benché spesso meritorie) domande redistributive, che potranno forse trovare soddisfazione parziale e congiunturale ma che non toccano il meccanismo di produzione e accumulazione.
Ciò che, mi sembra, Aglietta e Blackburn hanno presente (e Blackburn più di Aglietta) è che la dinamica naturale di questo capitalismo non tollera altre distribuzioni. La preoccupazione comune ai due autori, condivisibile al di là della risposta che le danno, mi sembra questa: o si è in grado di cogliere in modo analiticamente preciso i caratteri della nuova fase e di intervenirvi in modo conseguente sul terreno strutturale, rovesciando priorità e comportamenti e trovando (almeno per Blackburn) il modo di incidere a fondo sulle scelte che governano il processo di accumulazione, oppure la spinta di mille Seattle non approderà a nulla. Si badi, questa è una questione che non ha troppo a che vedere con una collocazione di governo, o con la diatriba tra fautori della sinistra politica versus fautori della sinistra sociale: negli anni Sessanta e negli anni Settanta la capacità di intervenire sugli equilibri distributivi fu massima quando si fu in grado di incidere sul processo di produzione e accumulazione, e l'incapacità di resistere efficacemente alla reazione del sistema fu funzione diretta dell'assenza di una progettualità alternativa (oltre che della rimozione della problematica della crisi). Certo, nessuno di noi (e ancor meno chi scrive) ha la risposta in tasca, tanto meno una risposta adeguata. Ma forse accordarci sul fatto che questo è il problema che abbiamo dinanzi sarebbe un passo avanti. Sarà il caso di tornarci sopra.
note:
1 Éditions Odile Jacob, Paris: volume le cui varie traduzioni in inglese sono tutte apparse per l'editore della NLR, mentre la postfazione è stata significativamente anticipata sulla rivista inglese nel numero precedente a quello in cui è apparso il contributo di Blackburn.
2 Si veda, per es., Il poco frequentato Keynes, in: 2000. Dove va l'economia italiana, a cura di Jader Jacobelli, Laterza, Roma- Bari 2000.
3 Le pouvoir de la finance, anch'esso pubblicato dalle Éditions Odile Jacob, nel 1999.