numero  11  novembre 2000 Sommario

Africa australe

DOPO L'APARTHEID
Arrigo Pallotti Mario Zamponi  

La fine della guerra fredda si è saldata in Africa australe con la caduta del regime dell'apartheid. Con l'avvio della transizione democratica in Sudafrica inizia un processo di ridefinizione dei rapporti politici ed economici in Africa meridionale, tuttora in atto, che si intreccia strettamente con le dinamiche della globalizzazione, rendendo più complesso il quadro delle relazioni politiche, economiche e sociali nella regione.
Il ruolo egemonico del Sudafrica in termini di capacità militare, influenza politica e peso economico è però rimasto inalterato. Il ricordo, gli effetti e lo squilibrio di forze che hanno reso possibile la politica di destabilizzazione economica e militare dei paesi confinanti perseguita negli anni '70 e '80 dal regime di Pretoria non sono stati ancora superati. Le difficoltà politiche ed economiche e i conflitti rendono ancora incerte le prospettive regionali.
Il quadro economico Nonostante le difficoltà economiche degli anni '90, le cui radici vanno ricercate non tanto nelle scelte economiche effettuate dal governo sudafricano, quanto nella artificiosità del sistema produttivo creato e sostenuto dall'apartheid, il Sudafrica sovrasta economicamente l'insieme dei paesi della regione: il suo prodotto nazionale lordo rappresenta all'incirca i tre quarti di quello complessivo dell'Africa australe.
Nel contesto internazionale, il Sudafrica si caratterizza invece come un paese della semi-periferia: importa manufatti dai paesi industrializzati e esporta verso di essi materie prime, mentre esporta i suoi prodotti industriali (non competitivi sul mercato mondiale) nei paesi della regione, da cui importa prodotti primari e manodopera. I mercati della regione rimangono uno sbocco importante per l'industria sudafricana, di cui assorbono circa un quarto delle esportazioni complessive.
Le aspettative, da più parti alimentate, che, con la fine dell'apartheid, il Sudafrica avrebbe assunto il ruolo di motore economico della regione, non si sono fino ad ora concretizzate. Il paese non sembra disporre né delle risorse finanziarie né della volontà politica necessarie ad intraprendere una strategia di crescita economica in grado di coinvolgere i paesi confinanti.
Sul piano interno, la maggior parte dei paesi della regione attraversano un periodo di forte instabilità economica, quando non sono direttamente coinvolti in conflitti militari. Se il caso dello Zimbabwe è attualmente il più eclatante, non bisogna dimenticare che anche negli altri paesi, a cominciare proprio dal Sudafrica, i nodi strutturali - mai affrontati - della povertà stanno manifestando le loro conseguenze negative sul tessuto sociale nazionale.
In Zimbabwe, la crisi economica strisciante dalla fine degli anni '80 si è infine manifestata in tutta la sua gravità. Caduta l'apartheid, lo Zimbabwe ha dovuto far fronte da una parte alle pressanti richieste dei donatori di introdurre riforme di liberalizzazione dell'economia e dall'altra alla competizione delle merci straniere. Le importazioni a minor costo provenienti dai paesi asiatici e dal Sudafrica hanno innescato un processo di crisi dell'obsoleta industria manifatturiera locale. L'irrisolta questione della riforma agraria è tornata in primo piano, complici anche le difficoltà politiche in cui, dopo venti anni di potere, si dibatte il regime di Mugabe. L'accesso alla terra è un importante elemento di comprensione delle tensioni politiche e degli attuali conflitti in Africa australe, dove i sistemi coloniali hanno profondamente modificato e destrutturato il quadro politico e economico del regime fondiario.
In Sudafrica, la strategia inizialmente adottata dall'African National Congress (Anc), volta a favorire la crescita economica attraverso misure di ridistribuzione della ricchezza, è stata rapidamente accantonata. Al di là delle dichiarazioni di principio, la scelta neoliberista compiuta dal governo è in linea con le richieste avanzate dai donatori multilaterali e dagli imprenditori bianchi e neri. Gli squilibri sociali che avevano caratterizzato il regime dell'apartheid non solo non sono stati appianati, ma sotto molti aspetti si sono approfonditi.
La mancanza di prospettive di sviluppo economico per la maggior parte dei neri si riflette in una crescente instabilità all'interno del paese, che si manifesta a sua volta negli alti tassi di criminalità e violenza e, più in generale, in un crescente distacco tra la leadership politica dell'Anc e le masse.
La disgregazione sociale ed economica interna ai singoli paesi ha inevitabili ripercussioni a livello regionale. Da una parte si assiste alla diffusione tentacolare nella regione di reti di traffici di carattere informale/illegale che si ricollegano a quei circuiti commerciali a raggio mondiale tramite i quali si compie la peculiare integrazione dell'Africa subsahariana nel processo di globalizzazione. Dall'altra, si ripropone il problema dell'emigrazione verso il Sudafrica. La regione, ed alcuni paesi in particolare, come Lesotho e Mozambico, ha costituito negli ultimi cento anni un bacino di reclutamento di manodopera per le miniere e le imprese agricole sudafricane. La crisi economica attuale spinge un numero sempre più consistente di persone a emigrare verso il polo economico della regione, con conseguenze tanto sul tessuto economico e sociale del paese di origine (crisi dei sistemi agricoli), quanto del paese di destinazione. La crisi strutturale e la manipolazione politica della questione emigrazione hanno provocato in tempi recenti una ondata di xenofobia in Sudafrica che ha ulteriormente acuito le tensioni tra i paesi della regione.
Il quadro politico e la questione della sicurezza Negli anni '90 l'intera questione della sicurezza e della convivenza pacifica tra gli stati dell'Africa australe si è riproposta in maniera urgente. Crisi economica e delle istituzioni statuali, fattori di instabilità regionale (flussi migratori e reti di commercio informale/illegale), e i violenti conflitti che si combattono in Angola e nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) pongono nuove sfide ai rapporti politici nella regione.
L'ingresso del Sudafrica post apartheid nell'ambito delle relazioni politiche in Africa, oltre a suscitare timori, ha provocato anche aspettative soprattutto nei paesi confinanti e tra i donatori. Grazie al successo della sua transizione politica, il Sudafrica si sarebbe presentato - e sarebbe stato accolto - come un modello per la democratizzazione e il rilancio economico dei paesi del continente. In Africa australe avrebbe dovuto farsi promotore di un nuovo approccio alla risoluzione dei problemi politici e della sicurezza regionali. L'allargamento del concetto di sicurezza regionale in Africa australe è venuto così a comprendere, oltre a quelle del disarmo e della ristrutturazione degli eserciti nazionali, le problematiche della transizione democratica, dello sviluppo economico e sociale, della tutela ambientale, dello sfruttamento sostenibile delle risorse idriche ed energetiche.
Oggi è possibile affermare che queste aspettative (senza dubbio eccessive) sono state deluse. Mentre il governo sudafricano esita ad assumere un ruolo di primo attore sulla scena politica africana, le dinamiche di destrutturazione degli stati dell'Africa australe si sono intensificate. Alla destabilizzazione politica e militare dell'apartheid si è sostituita quella causata dalla debolezza delle istituzioni statuali nazionali e dall'avanzare del processo di globalizzazione. Le tensioni politiche interne agli stati della regione vengono esacerbate delle politiche di liberalizzazione economica e di apertura commerciale contenute nei programmi di aggiustamento strutturale di impronta neoliberista che i governi della regione hanno adottato in cambio dei finanziamenti della Banca mondiale (Bm) e del Fondo monetario internazionale (Fmi).
Due paesi membri della Southern African Development Community (Sadc), l'Angola e la Rdc, sono in preda a violenti conflitti le cui radici sono state poste dalla dominazione coloniale. Gli interessi strategici della guerra fredda sono quindi intervenuti ad aggravare situazioni politiche interne già instabili. Entrambi i conflitti, oltre ad avere un diretto legame tra loro, hanno ramificazioni a livello regionale.
Le tensioni scatenate dopo il genocidio in Rwanda si sono saldate a livello regionale con le fasi conclusive del processo di sfaldamento statuale dello Zaire (ora Rdc), in fase di accelerazione nel contesto post guerra fredda. La caduta del regime di Mobutu e l'ascesa al potere di Kabila hanno trascinato il paese in un vortice di conflittualità che ha visto direttamente coinvolti da una parte i governi di Rwanda e Uganda (prima alleati e ora in aperto conflitto tra loro) a sostegno dei ribelli e dall'altra quelli di Zimbabwe, Namibia e Angola (quest'ultima in chiave anti Unita) a sostegno di Kabila. Incremento delle spese militari, flussi di rifugiati nei paesi confinanti, uno stretto intreccio di interessi politici e minerari nel conflitto congolese si ripercuotono come fattori di instabilità in tutta l'Africa australe.
In Angola, con la fine della guerra fredda e la transizione democratica in Sudafrica, il conflitto si è ancor più saldamente inserito in un sistema di scambio illegale globalizzato. L'Unita offre risorse (in particolare diamanti) su questo mercato e riceve i mezzi (armi) con cui proseguire il conflitto, mentre le sorti dello stesso governo del Mpla dipendono dai ricavi delle concessioni petrolifere assegnate alle imprese straniere. Anche il conflitto in Angola ha una serie di ripercussioni regionali che vanno dalle costanti violazioni delle sanzioni economiche e militari imposte in sede Onu contro l'Unita, all'esportazione della conflittualità. Il riaccendersi delle violenze nella striscia di Caprivi in Namibia a partire dal 1999 sembra avere un legame diretto con il sostegno che l'Unita ha offerto al Caprivi Liberation Army.
L'integrazione regionale Con la fine del governo di minoranza bianca in Sudafrica anche le istituzioni di integrazione economica e politico-militare dell'Africa australe hanno dovuto adattarsi alla nuova realtà politica della regione.
A livello economico, uno degli sviluppi principali registrati in seguito alla fine dell'apartheid è la trasformazione della Southern African Development Coordination Conference (Sadcc) nella Sadc. La Sadcc si era caratterizzata per l'approccio di cooperazione funzionale adottato, che contrastava con le strategie di integrazione commerciale, basate sul modello della Comunità europea, fatte proprie dalle altre organizzazioni economiche in Africa subsahariana. La Sadc si trova oggi alle prese con una difficile scelta da compiere: se accettare il modello di integrazione economica promosso (o tollerato) dalle istituzioni finanziarie internazionali che mettono al centro la liberalizzazione degli scambi o optare per un approccio che consideri prioritaria la diversificazione del tessuto produttivo dei paesi membri. Una opzione precisa ancora non è stata adottata. Le difficoltà legate alla ratifica del protocollo commerciale della Sadc e alla rinegoziazione del trattato doganale fra Sudafrica, Botswana, Lesotho, Namibia e Swaziland, membri della Southern African Customs Union, evidenziano che la questione degli squilibri tra i livelli di sviluppo dei paesi della regione costituiscono un forte ostacolo all'integrazione regionale.
Per quanto riguarda la cooperazione nella sfera politica, nella nuova realtà post guerra fredda, contraddistinta dal fallimento del concetto di intervento umanitario, i paesi dell'Africa australe hanno tentato di dare una risposta coordinata ai problemi della sicurezza regionale. Nel 1996 i paesi membri della Sadc hanno istituito un organismo per le questioni politiche, della difesa e della sicurezza, con funzioni di prevenzione e risoluzione dei conflitti in Africa australe, il cui funzionamento è ostacolato dalle tensioni fra i governi di Sudafrica e Zimbabwe. Le difficoltà che la cooperazione regionale incontra nel settore della sicurezza sono dovute sia all'eredità storica dell'apartheid, sia alla diversità nella natura dei regimi politici della regione.
Questa situazione ha lasciato il campo a tentativi ad hoc di risoluzione delle crisi. L'intervento di Angola, Zimbabwe e Namibia a sostegno di Kabila nella Rdc ha rischiato di spaccare la Sadc. L'intervento di Sudafrica e Botswana in Lesotho nel 1998 ha ulteriormente indebolito la possibilità di istituire un quadro legale condiviso in base al quale intraprendere operazioni di risoluzione dei conflitti.
Oggi la questione di fondo resta quella del ruolo che l'organismo, una volta pienamente istituzionalizzato, e più in generale la cooperazione politica, potranno svolgere, rispetto all'instabilità regionale.
Commerci illegali di armi e droga, flussi di lavoratori (verso il Sudafrica) e di rifugiati, devastazioni ambientali (la recente inondazione in Mozambico) superano i confini nazionali e richiedono soluzioni elaborate in ambito regionale, che non possono prescindere dalla centralità del Sudafrica. Il governo sudafricano deve tuttavia affrontare le proprie questioni interne; difficilmente potrà accollarsi l'onere di sostenere i costi politici e economici della trasformazione regionale.
Le difficoltà che incontra l'Africa australe e il problema del suo inserimento nel mercato globale porta quindi a interrogarsi sul ruolo politico dei paesi avanzati nei confronti della regione. In realtà, il trattato commerciale concluso alla fine del 1999 tra il Sudafrica e l'Unione europea e le nuove disposizioni del Trattato di Cotonou firmato nel giugno 2000 rendono ancora più complesso il quadro politico e commerciale dell'integrazione economica in Africa australe. La mancanza di una prospettiva regionale nei programmi di aggiustamento strutturale e l'attuazione della Iniziativa transfrontaliera - un programma di liberalizzazione commerciale unilaterale finanziato dalla Bm, dal Fmi, dall'Ue e dalla Banca di sviluppo africana, al quale hanno aderito quattordici paesi dell'Africa australe e orientale - ostacolano l'attivazione di una strategia di diversificazione e ristrutturazione delle economie della regione.
I conflitti armati in corso, le cause strutturali alla base della crisi istituzionale e economica dei paesi dell'Africa australe, le posizioni politiche del governo sudafricano e il ruolo ambiguo dei donatori lasciano aperte molte incognite riguardo allo sviluppo politico e economico della regione.
Arrigo Pallotti è dottorando in Storia dell'Africa presso l'Università di Siena.
Mario Zamponi è caporedattore della rivista "Afriche e Orienti"

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