Sul libro di F. Bertinotti e A. Gianni*
LE IDEE CHE NON MUOIONO
Giuseppe Chiarante
Rossana Rossanda
Paolo Virno
Nel libro che Fausto Bertinotti ha da poco scritto, in interlocuzione con Alfonso Gianni, attorno al tema Le idee che non muoiono (c'è forse un pizzico di retorica di troppo in questo titolo; ma è una retorica evidentemente voluta, al fine di contrapporsi sin dall'inizio alla tendenza di chi, dopo l'89, ha ritenuto che si dovesse semplicemente voltar pagina) un passaggio essenziale che mi pare meriti un'approfondita discussione, anche in rapporto alle sue implicazioni attuali, è quello in cui l'autore affronta criticamente la contraddizione di fondo che ha minato dall'interno l'esperienza del comunismo di tipo sovietico e ne ha alla fine determinato la drammatica dissoluzione.
Siamo nel capitolo iniziale, quello che ha al centro l'idea di libertà, che Bertinotti e Gianni considerano, giustamente, come la prima e fondamentale tra le idealità che sono state alla base del movimento comunista e che ne hanno stimolato l'ascesa sino a farne uno dei grandi protagonisti del secolo che si è appena concluso. La contraddizione di cui si discute è appunto quella "del perché e del come un movimento nato per [affermare] la libertà di tutti abbia potuto dar luogo, in realtà, a forme di oppressione": non solo in Urss ma in tutti i paesi in cui è giunto a conquistare il potere statale. E ciò pur continuando ad essere al centro, in tante parti del mondo, di grandi movimenti di lotta per i diritti civili e politici, per l'emancipazione dall'oppressione e dallo sfruttamento, per l'indipendenza e la liberazione dei popoli.
Bertinotti non cerca attenuanti, per ridurre l'asprezza di questa contraddizione, nelle tradizioni di arretratezza del primo paese in cui i comunisti giunsero al potere, e neppure nelle condizioni 'di ferro e di fuoco' dell'età in cui esplosero le degenerazioni dello stalinismo. Al contrario egli avverte l'esigenza di ricercare la radice della contraddizione ben prima dell'Ottobre; e pone perciò il problema di "tornare a riflettere sul pensiero di Marx" non solo per coglierne tutta la ricchezza e la fecondità anche in rapporto alla situazione odierna (la rivoluzione informatica, l'unificazione mondiale, le nuove tappe e insieme le nuove contraddizioni dello sviluppo capitalistico), ma per individuare altresì gli eventuali "vuoti che hanno aperto dei varchi agli errori che poi si sono manifestati".
A questo proposito l'ipotesi di Bertinotti - c'è qui, indubbiamente, un punto su cui è importante discutere - è che due diversi fattori si siano congiunti nel determinare i limiti di partenza dell'esperienza sovietica: da un lato la visione prevalentemente positivistica ed economicistica degli immediati successori di Marx, che li portava a considerare impossibile un effettivo avvio dell'emancipazione dei lavoratori da alienazione e sfruttamento per tutta la fase della cosidetta 'società socialista' (ossia finché si trattava essenzialmente di promuovere il massimo sviluppo delle forze produttive); dall'altro l'assenza, nel pensiero di Marx, di una riflessione su quale forma di Stato, diversa da quella borghese, dovesse corrispondere al processo di costruzione di un nuova società. Questo vuoto dell'elaborazione marxiana ha di fatto rappresentato - scrive Bertinotti - "un varco che ha consentito... la costruzione di un'idea dello Stato proletario in cui, in nome dell'immaturità del comunismo, viene rinviata sine die la questione della liberazione del lavoro e in nome della lotta socialista vengono sospese le garanzie e le tutele dei singoli individui dal carattere oppressivo di una forma di organizzazione statuale ancora non liberata".
Su entrambi questi punti - economicismo e carenza di teoria dello Stato - le considerazioni di Bertinotti sono senza dubbio fondate. Non mi pare, tuttavia, che esse siano sufficienti a chiarire sino in fondo le radici della contraddizione che ha attraversato - come una maledizione - tutta la storia del movimento comunista. Il problema, infatti, non è semplicemente di capire come sia rimasto aperto un varco, nella trasmissione del pensiero marxista, alla possibilità di una teoria e di una pratica autoritaria: ma di come e perchè - ed è certamente altra cosa - sia stata teorizzata come necessaria, già nella dottrina ufficiale dalla Seconda Internazionale cui Lenin si richiama, una fase non breve di 'dittatura', di esercizio violento del potere (fase identificata con la tappa 'socialista' della rivoluzione) come passaggio necessario per sopprimere con i mezzi della coercizione statale l'oppressione e la disuguaglianza di classe.
Sembra a me che questa teorizzazione non possa essere spiegata se non sulla base di una interpretazione del pensiero di Marx - che negli scritti marxiani trovava certamente più di un fondamento, ma non ne era il solo sviluppo possibile - secondo la quale la rivoluzione proletaria non poteva realizzarsi seguendo uno schema analogo a quello della rivoluzione borghese (cioè dalla società allo Stato), ma doveva al contrario cercare di impadronirsi prima del potere statale per poi avere la possibilità di procedere, anche coercitivamente, alla costruzione di una società nuova. In questa posizione dottrinale sta - a mio avviso - il vero fondamento di quella torsione politicista che, assieme all'economicismo, ha rappresentato il limite di fondo della teoria e della prassi del movimento operaio del Novecento, così nell'indirizzo comunista come in quello socialista. E che ha in definitiva impedito alla sinistra, nonostante le grandi lotte e il ruolo fondamentale che in questo secolo essa ha svolto, di affermare come egemonica una visione dello sviluppo della società che non restasse subalterna a quella produttivistica e competitiva del modello capitalistico-borghese. Anche gruppi e gruppetti sorti da esperienze pur innovatrici come quella del '68 sono subito ricaduti in un politicismo e in un economicismo esasperati.
Oggi, come scrive Bertinotti alla fine del suo libro, l'inasprirsi delle disuguaglianze e delle contraddizioni che accompagnano il processo di globalizzazione ripropone per tanti versi come attuali le grandi idee che erano alla base della speranza comunista: e tuttavia tale attualità contrasta con una drammatica immaturità soggettiva - che celebrazioni retoriche non bastano certo a nascondere - delle forze che dovrebbero essere portatrici di tali idee. Ma proprio per questo solo ripartendo da una critica ideale e culturale che vada ben oltre l'ambito di un'azione sostanzialmente limitata al terreno politico ed economico e che riesca invece a incidere sul costume, sul comportamento, sulle scelte di valore, sul modello di vita, è possibile aprire negli orientamenti di massa quei varchi che consentano di reagire con più efficacia all'ondata liberista e conservatrice che ha dominato gli ultimi decenni. Si tratta - è chiaro - di percorrere un cammino non breve: ma è meglio avere questa consapevolezza che illudersi - come qualcuno tuttora si illude - di poter trovare inesistenti e impossibili scorciatoie nella riproposizione di un estremismo dottrinale e pratico inevitabilmente minoritario o nella radicalizzazione movimentista del disagio e del malessere sociale.
Succede di rado che il segretario d'un partito di sinistra parli di Marx - non succedeva neanche prima dell'89. Ho conosciuto soltanto un paio di leader jugoslavi che se ne occupavano, specie Veliko Vlahovic, montenegrino delle Brigate internazionali, che si leggeva i Grundrisse nel 1964. Neanche i pur colti dirigenti del Pci davano attenzione a Marx, più attenti ai lineamenti d'una cultura gramsciana, da far vivere in parallelo alla vulgata di allora. Marx è sempre stato sospetto, tentatore di libertarismi e radicalismi poco di moda dopo la seconda guerra mondiale. È dunque insolito e felice che fra una riunione e un comizio Bertinotti, incalzato da Alfonso Gianni, vi torni nel 2000 come alla fonte di idee che non muoiono, anche se più d'una volta dichiarate estinte.
Quale Marx? Soprattutto il critico di una idea di libertà in cui si ammette che un essere umano possa diventare funzione e mezzo per un altro, il quale ne compra o affitta le facoltà come farebbe con un attrezzo, aratro o computer. Anche nell'uomo più rozzo l'operare non è meccanico, investe l'economia fisica e mentale, modella gran parte della vita. Quale libertà è dunque questa che rende coatto e appartenente ad altri l'agire umano? Marx, nipotino della Dichiarazione dei Diritti del 1789 e della Convenzione, addita fin dai primi scritti il punto cieco della libertà politica, che rinuncia a una relazione fra pari quando si tratta di scambiare l'Arbeitmacht - tempo, forza, capacità di intellezione e relazione - e ne fa una merce misurata sul mercato. E scorge nel capitalismo il modo di produzione che ne porta a termine l'esproprio, spremendo la forza di lavoro fin che questa è spogliata da ogni connotazione individuale, diventa una serie di operazioni ripetibili, lavoro astratto. Fra l'individuo e il suo operare la dissociazione è totale. Da questa elusione insopportabile dell'io egli deriva la previsione della rivolta del soggetto espropriato. E insieme riconosce il formidabile sistema di produzione e riproduzione della ricchezza, che da un lato invade il pianeta di prodotti generando instancabilmente bisogni e dall'altro ha per asse e fine la riproduzione del capitale fino a che il denaro - diventato esso stesso merce - si riproduce finanziario.
Su questo, che è il punto chiave di Marx, Bertinotti e Gianni si misurano, controcorrente rispetto al liberismo e al monetarismo, che come all'inizio del secolo premono per quella riduzione totale del lavoratore a merce come le altre, dunque senza diritti, che viene interiorizzata anche dalla maggior parte del centrosinistra, tramite le terze vie. Acutamente Marcello Cini osserva, sulle pagine della "rivista" (n. 9), che giudicare dei processi presenti sulla base della passata considerazione del lavoro umano come un bene della persona, indisponibile senza parità di contratto, è una ideologia. Esatto: si fonda sulla tesi, scientificamente non dimostrabile, che l'uomo "nasce libero e uguale in diritti" e su questo vada fatta ruotare un'idea di società. Non si è pensato così per millenni, e si può tornare a non pensarlo; ma anche questo è un assunto ideologico, una scelta del tipo di società, le relazioni fra uomini essendo in potere degli uomini, e da nessun dio o 'legge naturale' surdeterminate. Quello cui assistiamo è un ritorno al liberismo e al monetarismo di von Hayek, non solo contro le ipotesi socialiste ma contro le tesi di Keynes a proposito del sostegno pubblico della domanda e del lavoro come portatore di diritti.
La maggior parte del pensiero politico, sociologico e anche filosofico vi si è adeguato attraverso meccanismi curiosi, come la minimizzazione dell'essenzialmente umano nella prestazione di lavoro, o il ruolo di questa nella realizzazione della persona, nella costruzione dell'io - per cui Marx peccherebbe di economicismo, come se si fosse occupato d'una teoria dei prezzi invece che della natura oppressiva d'un rapporto fra uomini.
Bertinotti fa la scelta opposta, reinterrogando alcuni temi marxiani di fondo. E qui mi sia consentita qualche osservazione.
Primo, e a monte: l'ammissione della non innocente indifferenza comunista al problema del 'genere' e l'invito a interpellare teorie e storia, rapporto fra donne e uomini come un arricchimento e un'aggiunta al proprio patrimonio. Non credo che sia un'aggiunta. Il rapporto fra i sessi è archetipico, venendo dalla preistoria, prima delle storie e delle civiltà che tutte attraversa, precedendo di millenni il modo capitalistico di produzione (e probabilmente ogni rapporto di produzione). Ha in comune con esso la proprietà, nella forma di appropriazione del corpo femminile e della prole, dalle quali consegue l'assegnazione alla donna di un'immensa porzione di lavoro non consegnato al mercato, e occultato nel calcolo monetario, che è quello di riproduzione sociale. Se ci decidessimo di considerare il rapporto fra i sessi e i rapporti di produzione come l'ascissa e l'ordinata dell'esperienza sociale, cessando di ridurre l'uno agli altri, faremmo un passo avanti. Il rapporto di lavoro non è ordinatore del rapporto fra i sessi, come il rapporto fra i sessi non è ordinatore del modo di produzione. Finché si va avanti così, la sordità reciproca sarà totale.
Secondo punto: il "cambiamento del lavoro". Forse è la parola stessa - lavoro come Werk o come job, lavoro e opera, lavoro e rapporto di lavoro - a sollecitare qualche equivoco. Bertinotti insiste sui rivoluzionamenti avvenuti nei lavori, fino all'idea di un mutamento di natura del lavoro. E qui dovremmo intenderci. Si tratta di mappare le modifiche del lavoro (e della composizione della forza di lavoro) nelle mansioni e nei tempi indotti dalla tecnologia e dalla conseguente organizzazione della produzione, o di prendere atto che in seguito a queste innovazioni, è intervenuto un mutamento di natura e qualità nel rapporto fra capitale e lavoro?
Tendo a pensare che quel che di essenziale è stato 'rivoluzionato' sono i tempi di memorizzazione, elaborazione, trasmissione dei dati, e questo offre un terreno di conoscenza e manovra al fluido capitale immensamente più grande rispetto a quello del lavoro, che perlopiù è corporeamente radicato, e meno in grado di attingere all'informazione, scambiarsela in tempo reale e quindi mantenere un certo controllo sul ciclo. Del quale l'impresa gli mette a disposizione oggi un segmento più grande, ma limitatamente a quanto le necessitano nuove operazioni intellettuali-organizzative. Questa differenza dell'informazione fra le parti, nonché la possibilità da un lato di frammentazione della proprietà (esternalizzazione dell'impresa), dall'altro di ampliamento del know-how e del terreno di movimento assegnati a parte della manodopera, modifica, rivoluziona in senso proprio la natura dei rapporti di produzione?
Gran parte delle scienze sociali e la 'terza via' sono di questo avviso, ma anche sul versante della sinistra già operaista, forte è la tendenza a sottolineare un mutamento strutturale dei rapporti tra chi detiene il capitale e chi detiene know-how, nel senso - se mi è permessa una facilità - dell'estendersi e suddividersi delle facoltà di decisione e progettazione, un tempo centralizzata, in una serie articolata di 'lavori' che acquistano non solo la percezione di una certa autonomia, ma anche un'autonomia reale e tale da condizionare l'impresa. Il capitale insomma produrrebbe più che i suoi becchini, le sue talpe che se lo divorano elaborandolo.
Le conseguenze di queste ottiche sono diverse. Sia per quanto riguarda il tema controverso della formazione del valore (e dell'interpretazione del famoso passo dei Grundrisse sul peso calante del lavoro nella formazione della ricchezza) - tema sul quale Bertinotti e Gianni si riferiscono soprattutto a Sraffa e a Napoleoni - sia per quanto riguarda la riaggregazione politica e financo sindacale delle figure del lavoro. Se è vero che la messa a lavoro delle capacità intellettuali (general intellect) e relazionali (la cosiddetta femminilizzazione) implica un mutamento vero e proprio del rapporto di produzione, non si vede neppure la possibilità/necessità di una riunificazione conflittuale delle figure lavorative. A mio avviso le enfatizza, ingigantisce, articola, frammenta, ma non muta il rapporto. È un punto determinante da discutere: il 'prestatore d'opera' subisce una crescente precarizzazione ma paradossalmente, a un certo livello di competenza e tenuta, almeno iniziale, sul mercato del lavoro si percepisce come meno dipendente. Se è facile dire - se ne accorge perfino il legislatore - che la formula della collaborazione coordinata continuativa non è che un Ersatz del lavoro dipendente, va meno da sé definire con esattezza che cosa sia il cosiddetto 'lavoro autonomo di seconda generazione': più tempo, più mansioni, più rischio, non sempre più guadagno, ma percezione di una proprietà e di una libertà recuperate.
Il dialogo fra Gianni e Bertinotti è ricco di spunti, condivisibili o meno - come quello, scivoloso, del salario sociale - ma tutti da esplorare, come il tema della tradizione lavorista o no del movimento operaio e del lavoro da liberare o da cui liberarsi, tesi sulle quali gli anni settanta hanno prodotto crescita e confusione. Ma di che altro vale la pena di discutere?
Ame sembra che il libro di Bertinotti e Gianni prenda congedo dalla cultura politica dell'antico Pci. Si tratta, com'è giusto, di un congedo sottovoce, problematico, lontano dall'enfasi tipica dei professori universitari che ogni sei mesi proclamano la loro ultimissima rivoluzione copernicana. Massima è l'attenzione a non smarrire il senso di memorie e biografie, a salvaguardare la densità di percorsi organizzativi comunque consistenti. Ma nonostante queste cautele (o proprio grazie a esse), la discontinuità spicca con assoluto nitore. Non è in questione solo l'ovvia necessità di confrontarsi con scenari inediti, ma anche e soprattutto un progressivo smottamento verso punti di vista, prospettive, orientamenti che, nel Pci, restarono nel migliore dei casi marginali o afasici. Insomma, si è dinanzi a un vero e proprio mutamento di paradigma teorico: non tanto un cambiamento di rotta, quanto l'adozione di un'altra bussola. Per non crogiolarsi in affermazioni generiche, e quindi indolori, conviene aggiungere: la cultura politica rispetto alla quale il libro segna una cesura è quella del Pci di Enrico Berlinguer, in tutte le sue fasi, compresa la reazione finale al fallimento della politica di 'unità nazionale'. Ora, se si considera che il Partito della rifondazione comunista nacque, per molti e decisivi aspetti, dalla opposizione alla svolta di Occhetto in nome del recente passato berlingueriano, si capisce tutta l'importanza pratica di questo intervento che, pure, si sofferma a lungo su questioni impervie e talvolta rarefatte quali la teoria del valore o l'importanza del sapere nella produzione sociale. È quel che si dice modificare il motore mentre la macchina è in moto.
Provo a riassumere alcuni dei temi al cui proposito la riflessione di un autore comunista prende di fatto le distanze dalla tradizione del Pci: a) il giudizio sugli anni sessanta e settanta; b) la critica di ogni residua, o ulteriore, 'etica del lavoro'; c) il post-fordismo come inclusione nel processo produttivo della prassi vitale extralavorativa; d) l'abbandono di una prospettiva 'socialista'; e) il modo di concepire la crisi del capitalismo; f) un'idea di 'libertà comunista' lontana dal culto idolatrico dello Stato.
a) Una tesi storico-politica emerge a più riprese nel libro di Bertinotti e Gianni: il nostro presente, i pensieri e le azioni dell'oggi, hanno per sfondo una rivoluzione sconfitta. Gli anni sessanta e settanta non videro l'"alleanza dei ceti produttivi contro la rendita", ma l'attacco degli operai di fabbrica al plusvalore e al comando capitalistico sulla società. Fu, claudicante quanto si vuole, la prima rivoluzione contro il capitale in piena sintonia con Das Kapital. L''assalto al cielo' dispiegatosi nel cuore dell'Occidente, in nulla somigliando a un tumulto ringhioso, fu abbastanza polifonico, radicale e duraturo da porre la questione del potere politico a partire dalla critica del lavoro salariato. Nel libro, il 1968-69 figura come l'antefatto decisivo di Rifondazione: equivalente non indegno dell'insurrezione tedesca del 1919, o dell'occupazione delle fabbriche italiana del 1920. Si badi: discorrendo di 'rivoluzione sconfitta' non ci si appella certo alle grida estremiste, alle velleità magniloquenti, insomma al carnevale delle soggettività, ma si dà peso a un inoppugnabile dato di fatto: per molti anni, nelle fabbriche come nei quartieri popolari, nelle scuole come in alcune delicate istituzioni statali, la decisione rimase sospesa tra poteri contrapposti. L'esistenza di un simile interregno è il sobrio indice di una situazione rivoluzionaria. Bertinotti si interroga sui motivi della sconfitta, ma non misconosce che la posta allora in gioco fu la distruzione del modo capitalistico di produzione. Un obiettivo che il Pci non mise a tema e, anzi, avversò.
b) Nel libro è ripreso un contenuto centrale degli anni sessanta e settanta: il ripudio di ogni etica lavorista. Vi è una pagina assai efficace, in cui Bertinotti irride la convinzione che l'azione trasformatrice abbia il suo piedistallo nella fierezza del produttore, nella superiore moralità del lavoro subordinato. Secondo l'autore, una simile ideologica sciocchezza ha potuto attecchire solo nella mente di chi dalle officine in rivolta degli anni '60 e '70 si è tenuto lontano, mai frequentando un consiglio di fabbrica. Che alla liberazione del lavoro si aggiunga esplicitamente, in questo testo, la liberazione dal lavoro, è un passo di grande importanza, distante anni luce dal senso comune del Pci. Il punto decisivo non sta certo nel progettare una società basata sugli usi e i costumi della merce forza-lavoro, ma nell'abrogare una merce siffatta, riconoscendo nella sua stessa esistenza l'autentica barbarie dei tempi nostri. Inutile dire che l'abbandono di ogni etica del lavoro fa tutt'uno con la centralità attribuita alle condizioni materiali dei lavoratori. Nessuna contraddizione, anzi. Come dimostra la recente proposta di Rifondazione (discussa anche nel libro) di un 'salario sociale' per i disoccupati. Essa rompe un tabù culturale ("chi non lavora non mangia") di enorme peso; e porta alle estreme conseguenze, dilatandolo su scala sociale, un obiettivo del 1969 operaio, il 'salario sganciato dalla produttività'.
c) Negli anni '80 e '90, non si è assistito a una Restaurazione, ma a una Controrivoluzione. Quest'ultima è, alla lettera, una 'rivoluzione al contrario'. Nulla di statico o di conservatore, dunque. La controrivoluzione ha sovvertito il paesaggio della società fordista-keynesiana, e, soprattutto, si è nutrita di molte inclinazioni che originariamente avevano caratterizzato i movimenti di lotta. Si pensi, per esempio, alla propensione a rifuggire la fabbrica, a schivare un posto fisso non troppo dissimile da un ergastolo: tutto ciò è stato rovesciato nella universale flessibilità del mercato del lavoro. Il libro ricostruisce i tratti del modello produttivo, ma anche etico-culturale, che della controrivoluzione è il frutto. Vi sono almeno altrettanti elementi per parlare di un paradigma post-fordista di quanti ne avesse Gramsci in Americanismo e fordismo per segnalare il tramonto della composizione di classe incentrata sull'operaio professionale. L'innovazione è stata talmente radicale da indurre molti a proclamare con stolta euforia la fine del capitalismo, là dove invece ne va della sua radicalizzazione. Tuttavia, sarebbe una sciagura se, per evitare l'apologia del presente intonata da questi cuorcontenti, si rinunciasse a rilevare la profondità e la compattezza della controrivoluzione post-fordista. Il libro non ha esitazioni: il post-fordismo è l'epoca della piena sussunzione della società, e della 'vita' stessa, nel modo capitalistico di produzione. È riconosciuta qui, contro ogni retaggio piccista, la totale compenetrazione tra lavoro e cultura (mentalità, gusti, stili di vita ecc.), lavoro e non-lavoro, struttura e sovrastruttura, economia e società. Altro che alleanza con i 'ceti medi'.
d) Il libro di Bertinotti e Gianni mette da parte, perché insieme improponibile e indesiderabile, il socialismo, se con tale termine si intende: la classe operaia che si fa Stato, una più trasparente ed equa applicazione della legge del valore-lavoro, pianificazione economica centralizzata, ecc. Tra il capitalismo mondializzato, che ha il suo baricentro nel general intellect o sapere sociale complessivo, e una società comunista non vi sono 'anelli intermedi'. La tattica - per intenderci: il sacrosanto richiamo alla politica di Jospin o di la Lafontaine (Tobintax, salario sociale ecc.) - non implica affatto la riedizione di un progetto di 'transizione socialista'. La critica comunista del socialismo (non solo del socialismo 'reale', ma anche di quello ideale) è presente in molte pagine. Non è difficile riconoscere, del resto, che lo sviluppo capitalistico contemporaneo attinge risorse e vigore da quelle stesse fonti che, per altro verso, indicano la maturità del comunismo. Come Keynes e Ford delinearono, negli anni Trenta, una sorta di 'socialismo del capitale' (Stato imprenditore, esaltazione della produzione di massa pianificata ecc.), così, ora, il post-fordismo configura un paradossale e talvolta terribile 'comunismo del capitale' (crisi dello Stato-nazione, riduzione drastica del lavoro necessario ecc.).
e) Nel Pci la crisi del capitalismo era imputata alla irrazionalità 'anarchica' del suo apparato produttivo o alle sue 'arretratezze'. Nei casi più sofisticati, venivano chiamati in causa la sovrapproduzione o la caduta tendenziale del saggio del profitto. Nel libro di Bertinotti e Gianni (cfr: l'ultimo capitolo) il punto di rottura è situato, invece, nel progressivo allargarsi della forbice tra una produzione della ricchezza, sempre più incardinata al sapere, alla scienza, alla cooperazione sociale, e una unità di misura della medesima ricchezza che ancora coincide col tempo di lavoro del singolo, con il valore di scambio, insomma con la forma-merce. È il tema saliente del Frammento sulle macchine, celebre brano dei Grundrisse di Marx: crisi capitalistica come tracollo della stessa legge del valore, non già come risultato degli squilibri interni a quest'ultima.
f) Infine, ma non per ultimo, la questione della libertà. Nel primo capitolo del libro, la critica del 'socialismo reale' sembra lambire, talvolta, il primato dello Stato, nonché, in generale, ogni temibile proposito di una 'società organica'. Si sottolinea, sì, il carattere difettoso della 'libertà da', riproponendo tutta la perspicuità di una 'libertà di'. Giusto. Salvo aggiungere che quest'ultima è anche libertà di essere plurali, differenti, singolari. Più che a un popolo coeso, l''individuo sociale' di cui parlava Marx fa pensare a una moltitudine diversificata. A ben vedere, il comunismo potrebbe venir inteso come una teoria matura e realistica della libertà individuale, giacché suo scopo peculiare (sempre stando a Marx) è emancipare la vita del singolo da ogni sorta di astrazioni impersonali (la merce, certo, ma anche lo Stato), valorizzando ciò che in essa vi è di unico e di irripetibile. Il libro di Bertinotti e Gianni non arriva fin qui, ma apre la discussione. Una discussione inconcepibile nel Pci, che, ricordiamolo, fece valere il legame organico popolo-Stato per liquidare per via giudiziaria i comunisti dell'Autonomia nel processo '7 aprile'.
Il catalogo, più o meno, è questo. Basta e avanza a considerare Rifondazione, con le sue ragioni e i suoi torti, non già un residuo, ma un'esperienza inedita e perfino eccentrica.
* Fausto Bertinotti, Alfonso Gianni, Le idee che non muoiono, Ponte alle Grazie, 2000, pp. 212, lire 25.000.