numero  16  aprile 2001 Sommario

Ipocrisia del capitale

APPARENZE POSTFORDISTE
Paolo Virno  

Il tema di questi appunti sono le `apparenze socialmente necessarie' nel postfordismo. Con tale formuletta (di origine marxiana, peraltro) designo l'insieme di mentalità, immagini del mondo e di sé, condotte e credenze che, pur essendo false (apparenti, per l'appunto), hanno però la loro origine, e perfino una certa legittimazione, in certi aspetti quanto mai reali e consistenti del modo di produzione contemporaneo. Non si tratta dunque di abbagli soggettivi, di puri e semplici effetti della cultura dominante, ma di rappresentazioni suggerite con forza da una condizione materialissima. Occorre quindi identificare il nucleo di verità di cui si nutre l'apparenza fallace. Questo genere di indagine ha di mira una ricognizione materialistica della soggettività all'interno del capitalismo post-fordista.
Certo, sarebbe più confortante pensare che le illusioni correnti siano frutto della propaganda mediatica e, quindi, che possano venir confutate mediante una paziente opera pedagogica di rischiaramento. Purtroppo non è così. Vi è una radice materiale dell'ideologia, un basamento oggettivo che avalla e riproduce l'inganno. Un esempio classico: in Marx, una parte notevole dell'ideologia capitalistica è ricondotta a quell'istituto assai concreto che è... il salario. Quest'ultimo, infatti, essendo pagato dopo che la prestazione lavorativa è stata eseguita, impone materialmente la falsa credenza secondo la quale sarebbe il lavoro realmente erogato a venir retribuito, laddove invece, per Marx, ciò che il capitalista acquista sul mercato è piuttosto la forza-lavoro, la semplice potenza psicosomatica di produrre dell'operaio. Ebbene, vale la pena di chiedersi quali siano, in epoca postfordista, gli equivalenti del salario in quanto `fatto ideologico'; o insomma quali siano gli attuali punti di appoggio delle apparenze socialmente necessarie. Tre esempi tra i molti possibili.
1. Autoimprenditoria In una discussione precedente, Vittorio Rieser ha fatto cenno alle condizioni materiali che danno qualche sostanza all'illusoria convinzione di una parte non piccola del lavoro subordinato di potere/dovere agire come `imprenditori di se stessi'. Insisterei, qui, su un aspetto: la cosiddetta autoimprenditorialità ha la sua base concreta in ciò che precede l'attività produttiva vera e propria, ossia nelle vicissitudini che bisogna affrontare prima di conseguire l'uno o l'altro impiego (o nell'intervallo tra un impiego e l'altro). Non ci si sente manager della propria vita per il modo in cui si lavora, ma per il modo in cui ci si destreggia nel mercato del lavoro.
Il tempo dedicato a cercare lavoro (si tratta spesso di un periodo assai lungo, costellato di brevi ed eterogenee prestazioni in nero, stagionali ecc.) è il nocciolo dell' `autoimprenditorialità' sperimentata da lavoratrici e lavoratori postfordisti. Quel `cercare' prolungato non è più un interregno vuoto, passivo, ma una autentica attività, che richiede spirito di iniziativa, spregiudicatezza, calcolo, senso delle compatibilità, perfino una rudimentale analisi delle `tendenze del mercato'. Colui che cerca un impiego finisce col condividere alcuni tratti fisiognomici del piccolo giocatore di borsa. O del dirigente d'azienda versato in pubbliche relazioni. Una volta venuto meno l'istituto del collocamento, è diventato necessario stringere rapporti informali con i più diversi interlocutori. Questi rapporti, spesso carichi di vischiose sfumature psicologiche, esigono una certa dose di opportunismo. E l'opportunismo (Williamson insegna) è dote imprenditoriale per eccellenza.
L'ansia di `tenersi in contatto', di `essere presente' (cioè sempre disponibile), di `cogliere al volo l'occasione' caratterizza in modo omogeneo una socializzazione pre- ed extra-lavorativa. Si affaccia qui una ipotesi importante: la diversificazione o frammentazione degli impieghi ha come retroterra, però, un processo di socializzazione sostanzialmente unitario. È su quest'ultimo che deve stringere la presa qualsivoglia progetto organizzativo. Criticare le illusioni `autoimprenditoriali' è possibile solo se, al tempo stesso, si riconosce (e si valorizza in termini politico-organizzativi) l'intraprendenza richiesta per sopravvivere nel mercato del lavoro, l'abitudine a non avere abitudini, la capacità di metabolizzare l'innovazione.
2. Professionalità In questa paroletta passepartout si condensa una delle più tenaci illusioni ottiche generate dal postfordismo. A leggere i risultati della recentissima inchiesta sui lavoratori dell'aereoporto di Fiumicino, colpisce che una percentuale altissima di giovani (proprio quelli, peraltro, cui toccano in sorte lavori precari o a tempo determinato) apprezzi smodatamente la `professionalità', considerandola il requisito adeguato per migliorare la propria condizione lavorativa. Si badi: il termine-chiave è professionalità, non specializzazione. La differenza è di gran conto. `Specializzazione' indica un insieme di mansioni predefinite che esigono un certo tasso, più o meno alto, di conoscenze tecniche; essa richiede un noviziato e, in certi casi, studi appositi. La `specializzazione' è qualcosa di impersonale, una prerogativa oggettiva che può essere valutata in base a parametri socialmente condivisi. La `professionalità', invece, è intesa come un bagaglio soggettivo, un saper-fare indistinguibile dalla singola persona, la sintesi di conoscenze, esperienze vissute, attitudini, sensibilità. A ben vedere, la `professionalità' postfordista non corrisponde ad alcuna professione definita. Si risolve piuttosto in certe doti di carattere.
Lungi dall'indicare una qualsiasi competenza particolare, `professionalità' è il termine pudico (e fuorviante) con cui si designa la messa al lavoro dei tratti più generici della persona. Con una battuta: niente di più e niente di meno che l'arte di `stare al mondo', di orientarsi nelle più variegate situazioni, di parare i colpi del caso. Ed è quanto mai significativo che quest'arte di stare al mondo, trasfigurata a `professionalità', si presenti come preziosa risorsa produttiva. Decisivo, per uno studio della ideologia spontanea della professionalità, sarebbe un vaglio sistematico dei recentissimi manuali di gestione delle `relazioni umane' (Franco Angeli ne ha pubblicati parecchi, americani ed europei). Nei colloqui di assunzione, per esempio, conta di più la valutazione delle propensioni e delle abitudini, delle ambizioni e dei `valori' del candidato che non la sua effettiva familiarità con una mansione determinata. L'obiettivo, si badi, non è tanto appurare la disponibilità a sottomettersi, quanto saggiare la capacità di reagire con prontezza e tempismo alle contingenze non programmabili dell'impresa a rete o della produzione just in time. Anche per la `professionalità', come già per l' `autoimprenditoria', la critica dell'ideologia non deve rimuovere il dato materiale in cui tale ideologia mette radici: nel caso, l'inclusione nella prestazione lavorativa di affetti, gusti, inclinazioni, capacità linguistico-relazionali.
3. Individualismo Alla base del neoindividualismo postfordista vi sono senza dubbio molteplici cause, tra loro complementari. Mi limito a menzionarne una. L'ideologia del progresso ha ceduto il campo a una pervasiva ideologia del possibile. L'idea di un tempo cumulativo e direzionato, potenziata oltremisura dall'assetto materiale del fordismo, è soppiantata dall'impressione di avere ognora a che fare con una fantasmagoria di occasioni simultanee da secondare con duttilità. Ebbene, nella relazione con il possibile in quanto possibile, ciò che sembra affermarsi a viva forza è la dimensione individuale dell'esperienza. È ben vero che le chances baluginanti in ambito postfordista sono astratte, seriali, intercambiabili, lontane dal poter configurare una biografia ben articolata; resta fermo, però, che ciascuna di esse si profila sempre come la `mia' chance, la chance di un Io contingente e inconfondibile.
L'ideologia del possibile ha come base reale la fluidità tra lavoro e non-lavoro, il repentino passaggio a diverse mansioni, la necessità di adattarsi a una innovazione continuativa, una mutata esperienza del tempo sociale, l'eclisse della `comunità dei produttori', la prevalenza dell'aleatorio rispetto al predeterminato. (Per inciso: sarebbe il caso, prima o poi, di studiare in parallelo l'affermarsi del postfordismo e il diffondersi del gioco d'azzardo di massa, in Italia). Il nesso tra individualismo e culto del possibile ha trovato una raffigurazione, apologetica ma efficace, nel `pensiero debole' e propaggini vari. La paccottiglia postmoderna va considerata qualcosa di più (e insieme di peggio) che un episodio di cattiva letteratura. Essa registra con la precisione di un sismografo un mutamento di gran conto, presentandolo però come un esito benefico e liberatorio.
Non si tratta certo di negare o di maledire il `neoindividualismo'. In esso bisognerebbe cogliere, nonostante tutto, un sintomo non disprezzabile: l'accentuata sensibilità per ciò che vi è di unico e irripetibile nella vita del singolo. La stessa nozione di `sfera pubblica' andrebbe ripensata in relazione a questa sensibilità. Del resto, Marx aveva pur parlato, con un ossimoro non poco suggestivo, dell' `individuo sociale' (ossia di un individuo la cui singolarità non è attenuata, ma acuita e raffinata, dall'esperienza collettiva) come della base potente della sovversione comunista.


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