CONTRO LA POLITICA DELL'ANTIPOLITICA
Pierre Bourdieu
L'ambigua Europa: ancora sulla scelta di un'azione a livello europeo 1
L'Europa è fondamentalmente ambigua, ma l'ambiguità tende a sciogliersi quando la si osservi in una prospettiva dinamica. C'è un'Europa autonoma rispetto alle potenze economiche e politiche dominanti e come tale in grado di svolgere un ruolo politico su scala mondiale, e c'è un'Europa legata da una sorta di unione doganale con gli Stati uniti e destinata a diventare una sorta di Canada, cioè a essere progressivamente spossessata di ogni indipendenza economica e culturale nei confronti della potenza dominante. Di fatto l'Europa davvero europea funge da abbaglio che dissimula e favorisce l'Europa euroamericana che già si intravede estorcendo l'adesione di coloro che attendono l'esatto opposto.
Tutto fa pensare che salvo un'improbabile rottura, trionferanno le tendenze che orientano l'Europa a sottomettersi ai poteri transatlantici (simboleggiati e materializzati dal Transatlantic Business Dialogue, organizzazione che raggruppa le 150 più grandi imprese europee e americane, che puntano ad abolire le barriere al commercio mondiale e agli investimenti). Infatti, poiché concentrano al grado più alto tutti i tipi di capitale, gli Stati uniti sono in grado di dominare il campo mondiale dell'economia. E questo soprattutto grazie ad alcuni meccanismi giuridico-politici come l'Accordo generale sul commercio e i servizi (Agcs), un complesso di regolamenti evolutivi volti a limitare gli ostacoli alla `libera' circolazione, e di testi prodotti nel massimo segreto, e deliberatamente oscuri, che, emanando misure `a effetto ritardato' simili ai virus informatici che distruggono i sistemi giuridici di difesa preparano l'avvento di una specie di governo mondiale invisibile al servizio delle potenze economiche dominanti (l'esatto opposto dell'idea kantiana di Stato universale).
Contrariamente all'opinione diffusa secondo la quale la `mondializzazione' porterebbe al loro deperimento, gli Stati nazionali mantengono un ruolo predominante al servizio della stessa politica che li indebolisce. È da notare che le politiche che tendono a spossessarli a favore dei mercati finanziari sono state emanate dagli Stati e, quel che più impressiona, anche da Stati governati da socialisti. Ciò significa che gli Stati, specie quelli governati dalle socialdemocrazie, contribuiscono al trionfo del neoliberismo non soltanto demolendo lo Stato sociale (cioè soprattutto i diritti dei lavoratori e delle donne), ma anche occultando i poteri cui essi forniscono appoggio. E illudono, attirano l'attenzione dei cittadini su bersagli fittizi (discussioni strettamente nazionali: esemplare è in Francia la controversia sulla coabitazione) che sopravvivono per una serie di motivi quali la mancanza di uno spazio pubblico europeo, il carattere strettamente nazionale delle strutture politiche, sindacali e mediatiche (si noti come per vendere più copie i giornali si polarizzino sulla politica nazionale, spesso la più politicante, che resta radicata nelle strutture istituzionali: famiglie chiese scuole e sindacati).
Tutto ciò fa sì che la politica venga allontanata sempre più dalla gente passando dal nazionale (o locale) all'internazionale, dal concreto immediato all'astratto lontano, dal visibile all'invisibile. E che le azioni individuali o, per dirla con Sartre, seriali, invocate da chi non ha in bocca che la democrazia e il controllo dei cittadini, abbiano ben poco peso ed efficacia di fronte ai poteri economici dominanti e alle lobbies al loro servizio. Ne consegue che uno dei problemi più importanti e difficili da capire è a quale livello vada portata l'azione politica: locale, o nazionale, o europeo, o mondiale? Scienza e politica concordano nell'imporre di risalire nella catena delle cause fino a quella più generale, cioè fino al luogo, oggi perlopiù mondiale, dove si situano i fattori fondamentali del fenomeno preso in esame, dunque il vero punto di presa d'un'azione reale di cambiamento.
Valga un esempio: sull'emigrazione, a livello nazionale non è possibile cogliere altro che quei fattori terminali che sono le misure prese dagli Stati, le quali oltre a fluttuare in direzione degli interessi delle classi dominanti mancano l'essenziale, cioè gli effetti del neoliberismo o, più precisamente, delle politiche dette di aggiustamento strutturale, specialmente delle privatizzazioni. Queste in molti paesi portano al crollo dell'economia, quindi a licenziamenti di massa che spingono a quelle grandi ondate migratorie che costituiscono un esercito mondiale di riserva che grava con tutto il suo peso (per esempio, con l'immigrazione clandestina) sulla manodopera nazionale, già precarizzata, e sulle sue rivendicazioni salariali. E ormai le istanze dominanti dichiarano senza perifrasi (si leggano particolarmente i testi della Omc) il rimpianto dell'emigrazione all'antica, fatta di lavoratori usa e getta, temporanei, celibi, senza famiglia e senza protezione sociale (come i sans-papiers) destinati a offrire agli stressati dirigenti dell'economia dominante i servizi a buon mercato (in buona parte femminili) di cui hanno bisogno.
Si potrebbe dire lo stesso delle ineguaglianze di cui sono vittime le donne, e dimostrare come, nella misura in cui sono legate alla `mano sinistra dello Stato' [i servizi pubblici, (NdT)] sia per la professione (sono particolarmente numerose nella sanità, nella scuola e nella cultura) sia per i servizi di cui hanno bisogno allo stato attuale della divisione del lavoro fra i sessi (asili, ospedali, servizi sociali, ecc.), esse siano le prime vittime dello smantellamento dello Stato sociale. (Per inciso, si potrebbe dire lo stesso delle etnie dominate come i neri degli Stati Uniti, i quali, come osserva Loïc Wacquant 2, patiscono direttamente la riduzione di posti pubblici, base di riproduzione della borghesia nera, la cui crescita, dopo i Civil Rights, si è basata per l'essenziale sulle professioni diffuse nel funzionariato pubblico.)
Quanto all'azione politica, se non vuole crearsi illusioni o alibi con gesti senza efficacia, deve risalire anch'essa alle vere cause, luogo dell'efficacia reale. Detto questo, azioni come quella di Seattle, al livello più alto, cioè quando sono rivolte contro le istituzioni del governo mondiale e invisibile, sono le più difficili da organizzare, e anche le più effimere, tanto più che, anche se poggiano su reti e organizzazioni, sono soprattutto prodotte da un'aggregazione di forze individuali.
Per queste ragioni, azioni che si vogliono efficaci possono e devono situarsi a livello europeo, e, in secondo luogo, per non ridursi a happenings di impatto simbolico ma temporanei e discontinui, devono poggiare su una concentrazione di forze sociali già concentrate, cioè su un coordinamento dei movimenti sociali già esistenti in Europa. Collettive grazie al coordinamento di collettivi, debbono poggiare su un lavoro teorico capace di formulare gli obiettivi di una vera Europa sociale (come sarebbe la sostituzione dell'attuale commissione con un vero esecutivo responsabile di fronte a un Parlamento europeo eletto a suffragio universale), e costituirsi in un contropotere credibile, cioè in un Movimento sociale ed europeo (`unificato' o `coordinato', perciò lo definisco al singolare) capace di dar luogo per il solo fatto di esistere a quello spazio politico europeo che oggi manca.
Contro la politica dell'antipolitica 3
Tutto ciò che va sotto il termine, assieme descrittivo e normativo, di `mondializzazione' non è il prodotto dalla fatalità economica, ma di una politica consapevole e deliberata, anche se perlopiù ignara delle conseguenze. Assolutamente paradossale, questa politica di spoliticizzazione, che pesca senza vergogna nel lessico della libertà, liberalismo, liberalizzazione, deregolamentazione, tende ad assegnare un potere fatale ai determinismi economici, liberandoli da ogni controllo, e a sottomettere governi e cittadini alle forze economiche e sociali così `liberate'. È questa politica, elaborata nei grandi organismi internazionali come l'Omc o la Commissione europea, o nelle `reti' delle multinazionali, che si è imposta per le vie più diverse, specie giuridiche, ai governi liberali o anche socialdemocratici d'un complesso di paesi economicamente avanzati, inducendoli a spogliarsi poco a poco di ogni potere di controllo sulle forze economiche.
Contro la politica di spoliticizzazione dobbiamo restaurare la politica, cioè rimettere in campo il pensare e il fare politico, trovando per quest'ultimo il giusto punto di presa, situato ormai oltre lo Stato nazionale, e i suoi mezzi specifici, non più riducibili ai conflitti politici e sindacali ristretti entro i confini degli Stati nazionali. È un compito, inutile nasconderlo, estremamente difficile e per molteplici ragioni: prima di tutto perché le istanze da combattere sono estremamente lontane, non solo dal punto di vista geografico, e non somigliano quasi in nulla, né nei metodi né negli attori, alle istituzioni con cui si scontravano i conflitti nazionali. In secondo luogo perché il potere degli attori e dei meccanismi che oggi dominano il mondo economico e sociale poggia su una concentrazione straordinaria di tutte le specie di capitale, economico, politico, militare, culturale, scientifico, tecnologico, che è alla base di un dominio simbolico senza precedenti, esercitato soprattutto attraverso i media, anch'essi manipolati, spesso a loro insaputa, dalle grandi agenzie internazionali di comunicazione e dalla logica concorrenziale che le oppone.
Resta che alcuni obiettivi di un'azione politica efficace si situano a livello europeo almeno nella misura in cui le imprese e le organizzazioni europee costituiscono un elemento determinante delle forze dominanti su scala mondiale. Ne consegue che la costruzione di un movimento sociale europeo unificato, capace di tenere assieme i molti movimenti attualmente divisi sia su scala nazionale che internazionale, si presenta come un obiettivo ragionevole a chiunque voglia resistere efficacemente alle forze dominanti.
Un coordinamento aperto
I movimenti sociali, per diverse che ne siano le origini, gli obiettivi e i progetti, hanno dei lineamenti comuni che danno loro un'aria di famiglia.
Anzitutto, nati spesso da un rifiuto delle forme di mobilitazione tradizionali e in particolare da quelle dei partiti di tipo sovietico, questi movimenti tendono a escludere ogni tipo di monopolio di una minoranza e a favorire la partecipazione diretta di tutti gli interessati (anche grazie a leader di tipo nuovo, con una cultura politica assai superiore a quella dei tradizionali dirigenti politici e capaci di percepire ed esprimere nuove attese sociali). Vicini in questo alla tradizione libertaria, le loro forme di organizzazione si ispirano all'autogestione, hanno apparati leggeri in modo da permettere a chi ne fa parte di riappropriarsi del ruolo di soggetto attivo, in particolare in opposizione ai partiti, dei quali contestano il monopolio dell'intervento politico.
Secondo tratto comune, inventano o reinventano forme di azione originali nei fini e mezzi, e di forte contenuto simbolico. Scelgono obiettivi precisi, concreti e importanti nelle vita sociale (casa, lavoro, salute, sans-papiers, ecc.) e si sforzano di dargli soluzioni pratiche e dirette; badano che proteste e proposte si concretizzino in azioni esemplari direttamente legate a quell'obiettivo; esigono un grande impegno personale dei militanti e dei dirigenti, che spesso sono stati in passato maestri nell'arte di creare l'evento, di drammatizzare un obiettivo capace di focalizzare l'attenzione dei media e, per riflesso, della politica, grazie a una buona conoscenza del funzionamento dell'universo mediatico. Questo non vuol dire che questi movimenti siano semplici artefatti, creati da capo a fondo da una piccola minoranza sostenuta dai media. L'uso realistico dei media si combina con un lavoro militante che condotto in genere da tempo a margine dei movimenti `tradizionali' (partiti e sindacati), a volte con la collaborazione e il sostegno di una frazione a sua volta marginale e minoritaria di questi stessi soggetti tradizionali ha trovato in congiunture diverse l'occasione di diventare più visibile, allargandone, almeno su un aspetto particolare, la base sociale. Il fatto più notevole è che questi nuovi movimenti, in parte per il loro carattere esemplare, in parte per una certa simultaneità con cui si sono presentati in paesi diversi come nelle lotte per la casa hanno preso di colpo un aspetto internazionale. (Resta il fatto che la loro specificità si nutre della pubblicità data loro, spesso controvoglia, dai media, e che il numero dei manifestanti importa ormai meno dell'eco mediatica e politica suscitata da una manifestazione o da un'atto quale che sia, magari da un resoconto in un giornale. Ma la visibilità mediatica è per definizione parziale, spesso di parte, e soprattutto effimera. Vengono intervistati i portavoce, esce qualche patetico reportage, ma le rivendicazioni dei movimenti sono raramente prese sul serio nei dibattiti pubblici, a causa dei limiti di comprensione e della trasmissione mediatica. È perciò indispensabile portare avanti nella durata e indipendentemente dalle occasioni mediatiche un lavoro militante e uno sforzo di elaborazione teorica.)
Terza caratteristica comune, essi rifiutano le politiche neoliberiste che vogliono imporre la volontà dei grandi investitori istituzionali e delle multinazionali.
Quarto: a livelli diversi, essi sono internazionali e internazionalisti. (Si è visto specie nel movimento dei disoccupati o nella Confédération paysanne e con Josè Bové, in cui è presente il sentimento e la volontà di difendere i piccoli contadini francesi ma anche i senza terra dell'America latina, ecc. Tutti questi movimenti sono assieme particolaristi e internazionalisti; non difendono un'Europa insulare, isolata, ma, attraverso l'Europa, un tipo di gestione sociale dell'economia che deve evidentemente legarsi con altri paesi, per esempio la Corea, dove molti sperano molto dalla solidarietà transcontinentale.) Ultima caratteristica distintiva e comune, la solidarietà, tacito principio della maggior parte delle loro lotte, e praticata sia nell'azione (farsi carico di tutti i `senza') sia con la forma di organizzazione che si danno.
La constatazione della vicinanza nei fini e nei mezzi impone di cercare, se non un'unificazione (né possibile né augurabile) di tutti i movimenti come vorrebbero spesso i militanti, soprattutto i più giovani, impressionati dalla convergenze e dalle ridondanze, almeno un coordinamento delle rivendicazioni e delle azioni che escluda ogni volontà di appropriazione: il coordinamento dovrebbe prendere la forma di una rete capace di associare individui e gruppi in condizioni tali che nessuno possa dominare o ridurre gli altri, salvaguardando le risorse che vengono dalla diversità delle esperienze, dei punti di vista e dei programmi. Scopo principale del coordinamento sarebbe portare i movimenti sociali fuori dalla frammentazione e dispersione e dai particolarismi delle azioni locali, parziali e discontinue, superando soprattutto le intermittenze o le alternanze fra momenti di intensa mobilitazione e momenti di latenza o rallentamento, ma escludendo una concentrazione burocratica.
Esistono oggi in ogni paese, molti gruppi, molte iniziative comuni che restano estremamente disperse nello stesso paese e, ovviamente, fra un paese e l'altro. Ci sono, per esempio, in ogni paese numerosi giornali, settimanali o riviste critiche, per non parlare dei siti internet, ricchi di analisi, suggerimenti e proposte sul futuro in Europa e nel mondo. Ma questo lavoro resta sconnesso e nessuno è in grado di leggerlo tutto; coloro che lo producono sono spesso in concorrenza gli uni con gli altri, e si criticano reciprocamente, mentre i loro contributi sono complementari e potrebbero essere cumulati.
La classe dominante viaggia, ha quattrini, è poliglotta, è legata da affinità di culture e stili di vita. Di fronte ad essa c'è gente frammentata, separata da barriere linguistiche o sociali. Raccoglierla è molto necessario e molto difficile. Gli ostacoli sono molti. Molte forze progressiste e molte strutture di resistenza, a cominciare dai sindacati, sono legate nelle strutture e nella mentalità allo Stato nazionale. Si è abituati a battersi a livello nazionale. Riusciranno le nuove strutture transnazionali di mobilitazione a trascinare le tradizionali strutture nazionali? Quel che è certo è che un movimento sociale deve appoggiarsi sullo Stato ma cambiandolo, appoggiarsi ai sindacati ma trasformando i sindacati, con un lavoro enorme e in gran parte di natura intellettuale. Una funzione dei ricercatori [sociali (NdT)] potrebbe essere (idealmente) di fungere da consiglieri nell'organizzazione del movimento aiutando i gruppi a superare le divergenze.
Flessibile e permanente, il coordinamento dovrebbe darsi due obiettivi: da un lato organizzare con incontri a tema e molto concreti azioni a breve termine e con obiettivi precisi; dall'altro sottoporre a discussione questioni di interesse generale ed elaborare programmi di ricerca a più lungo termine in riunioni periodiche di rappresentanti di tutti i gruppi interessati. Si tratterebbe infatti di individuare, all'intersezione dei problemi affrontati da ogni singolo gruppo, obiettivi generali cui tutti possano aderire e collaborare apportando proprie competenze e propri metodi. Non è proibito sperare che dal confronto democratico di individui e gruppi che riconoscono presupposti comuni si delinei via via un complesso di risposte coerenti e sensate a questioni fondamentali, alle quali né i sindacati né i partiti possono offrire una soluzione globale.
Un sindacalismo rinnovato
Non si può concepire un movimento sociale europeo senza la partecipazione di un sindacalismo rinnovato, capace di superare gli ostacoli interni ed esterni al suo rafforzamento e alla sua unificazione. È un paradosso solo apparente considerare il declino del sindacalismo come un effetto indiretto e differito delle sue vittorie: numerose rivendicazioni che ne avevano animato le lotte sono passate allo stato di istituzione che, essendo ormai fondamento di obblighi o diritti (per esempio nella protezione sociale), sono diventati oggetto di contese fra gli stessi sindacati. Trasformate in istanze parastatali e spesso sovvenzionate dallo Stato, le burocrazie sindacali partecipano alla redistribuzione della ricchezza e garantiscono il compromesso sociale evitando rotture e scontri. E quando i dirigenti sindacali si convertono in gestori, lontani dalle preoccupazioni dei loro rappresentati, possono essere trascinati dalla logica della concorrenza fra o dentro gli apparati a difendere i propri interessi piuttosto che quelli di coloro che dovrebbero rappresentare. Cosa che non poteva non allontanare i salariati dai sindacati, e tenere anche gli iscritti lontani da una partecipazione attiva.
Ma non bastano le cause interne a spiegare perché i sindacati sono in calo di aderenti e di capacità di iniziativa. La politica neoliberista li indebolisce. La flessibilità e soprattutto la precarietà di un numero crescente di salariati e la trasformazione delle condizioni e delle norme di lavoro rendono difficile ogni azione unitaria e perfino la semplice attività di informazione, mentre quel che resta dell'assistenza sociale continua a proteggere solo una frazione di salariati. Per capire come sia insieme indispensabile ma difficile il rinnovamento dell'azione sindacale, basterebbe dire che essa supporrebbe la rotazione degli incarichi e la messa in causa del modello della delega incondizionata, assieme alla invenzione di metodi nuovi indispensabili per mobilitare lavoratori frammentati e precari.
Si tratterebbe di creare un'organizzazione di nuovo tipo che sia in grado di superare la frammentazione secondo obiettivi e secondo nazionalità così come la divisione fra movimenti e sindacati, sfuggendo nel medesimo tempo ai rischi d'un monopolio d'organizzazione (più precisamente: alle tentazioni e ai tentativi di appropriazione) che minacciano tutti i movimenti sociali sindacali e no e all'immobilismo prodotto dal timore quasi nevrotico di questi rischi. L'esistenza di una rete internazionale stabile ed efficace di sindacati e movimenti, vivacizzati dal confronto in istanze di concertazione e discussione quali gli stati generali del movimento sociale europeo, dovrebbe permettere di sviluppare un'azione rivendicativa internazionale, che non avrebbe nulla a che vedere con gli organismi ufficiali nei quali sono rappresentati alcuni sindacati (come la Confederazione europea dei sindacati) e sarebbe in grado di integrare le azioni dell'insieme dei movimenti, ognuno dei quali è di fronte a situazioni specifiche e quindi limitate.
Associare ricercatori e militanti
Il lavoro per superare le divisioni dei movimenti e raccoglierne tutte le forze disponibili contro i poteri dominanti che, loro, si concertano deliberatamente e sistematicamente, dovrebbe farsi anche contro un'altra divisione nefasta, quella che separa i ricercatori dai militanti. In un rapporto di forza economico e politico nel quale i poteri economici hanno al proprio servizio risorse scientifiche e tecniche culturali senza precedenti, il lavoro del ricercatore è indispensabile per rendere evidenti e smontare le strategie delle grandi multinazionali e degli organismi internazionali che, com'è il caso dell'Omc, producono e impongono regole che si pretendono universali e tali da realizzare via via l'utopia neoliberista di una deregulation generalizzata. Gli ostacoli al riavvicinamento fra ricercatori e militanti non sono meno grandi di quelli che si ergono fra i diversi movimenti o fra i movimenti e i sindacati. Venendo da una formazione e da un percorso sociale diverso, i ricercatori che si impegnano in un lavoro militante e i militanti che si mettono in un'impresa di ricerca devono imparare a lavorare assieme, superando i pregiudizi e sciogliendosi dalle abitudini e dai presupposti legati all'appartenenza a universi strutturati da leggi e logiche differenti; e possono farlo instaurando un nuovo modo di comunicazione e di dibattito. È una delle condizioni perché nel confronto critico fra esperienze e competenze si inventi collettivamente un insieme di risposte, la cui forza politica consisterà nell'essere nel medesimo tempo sistematiche e radicate in bisogni e convinzioni comuni.
Solo un movimento sociale europeo, ricco della forza accumulata nelle diverse organizzazioni dei diversi paesi e degli strumenti di informazione e di critica elaborati in comune in specifici luoghi di informazione e discussione quali gli `stati generali', sarà in grado di far fronte al potere economico e intellettuale delle grandi multinazionali e del loro esercito di consulenti, esperti e giuristi, riuniti nelle loro agenzie di comunicazione, centri studi e strumenti di lobbying; e sarà anche in grado di sostituire ai fini cinicamente imposti dalla ricerca del massimo profitto a breve termine, gli obiettivi di uno Stato sociale europeo dotato degli strumenti politici, giuridici e finanziari necessari ad abbattere la forza bruta e brutale degli interessi strettamente economici. L'appello per gli stati generali del movimento sociale europeo (www.samizdat.net/mse) si situa in questa prospettiva. Non intende affatto rappresentare tutti i movimenti europei e meno ancora monopolizzarli come nelle belle tradizioni del `centralismo democratico' caro alle mezze maniche del sovietismo. Vuol contribuire alla loro esistenza operando senza sosta per un collegamento delle forze sociali di resistenza che tenga il livello delle risorse economiche sociali e culturali oggi al servizio della `mondializzazione'.
Traduzione di Rossana Rossanda
note:
1 Questo paragrafo riprende a grandi linee un intervento presentato a Vienna nel novembre 2000.[I due scritti che qui pubblichiamo sono contenuti nella raccolta di saggi Contre-feux 2, Editions Raisons d'agir, Paris 2001, pp. 57-72. Per renderne più agevole la lettura abbiamo creduto opportuno invertire l'ordine in cui apparivano nell'edizione citata.«la rivista» ringrazia Bourdieu e la Casa editrice per il permesso di tradurli (NdR).]
2 In Les prisons de la misère, Editions Raisons d'agir, Paris 2001.
3 Parigi, luglio 2000.