numero  23  dicembre 2001 Sommario

lLa nuova spartizione del mondo

GUERRA DURATURA
Rossana Rossanda  

1. A metà novembre, mentre scriviamo, l'Alleanza del Nord, con le armi e il finanziamento degli Stati Uniti, l'appoggio della Russia e la benedizione della comunità internazionale, ha preso Kabul e assedia Kandahar. Dunque l'Afghanistan non era imprendibile? I taliban sembrano scomparsi, salvo alcune sacche di resistenza sottoposte a furiosi bombardamenti. Dunque non erano i guerriglieri che si diceva? La guerra sarà feroce e discutibile in punto di diritto, ma non inutile – che era un argomento di chi, noi compresi, le si era opposto.
A questa conclusione cui politici e commentatori italiani sono giunti festosamente assieme al vicepresidente Cheney 1 si oppongono molti interrogativi, oltre a quello, basilare, che la Carta delle Nazioni Unite dopo il 1945 non consente la guerra per regolare le controversie internazionali 2. In realtà il Congresso ha fatto scattare un dispositivo che permette l'uso della forza militare degli States non solo in caso di guerra dichiarata a uno Stato ma contro gruppi o persone che attaccano il territorio degli Usa e il paese o paesi sospettati di ospitarli. E le risoluzioni dell'Onu del 12 e 28 settembre lo hanno coperto. I nostri governi la chiamano una `operazione di polizia internazionale', ma è la guerra all'Afghanistan che hanno fatto, affogandolo prima di bombe `intelligenti' poi con i massicci B52, e armando gli avversari interni dei taliban per abbatterli. Non hanno catturato bin Laden né il mullah talibano Omar né hanno distrutto il quartier generale di Al Qaeda. Come osservava il «Washington Post», la dichiarata operazione di polizia finora è fallita mentre la non dichiarata guerra all'Afghanistan sembra vinta.
Questo mutamento di obiettivo, che non era stato discusso in nessuna sede esplicita, è sostenuto dalla tesi che, essendo quello dei taliban un regime che più reazionario non si può, è comunque giusto abbatterlo, sorvolando sul fatto che proprio gli Usa, tramite Pakistan, lo alimentarono e sostennero contro l'incauta invasione sovietica del 1979 e anche dopo. La fluidità degli obiettivi permette di tener aperta una guerra che, dopo il Kosovo, continua a modificare le Costituzioni di diversi paesi europei, ha portato Schröder a un passo dalla crisi, e può convertirsi a ogni momento in un attacco contro un altro paese sospettato di ospitare o colludere con il terrorismo – e già si parla dell'Iraq. Il primo nome attribuito all'impresa, `giustizia infinita', ne traduceva l'intenzione: illimitata.
Ma neanche in Afghanistan è finita. L'Alleanza del Nord, coagulo di tribù che già si erano dilaniate dopo le battaglie contro l'Urss, dando luogo tra il 1992 e il 1996 ai conflitti violenti che distrussero Kabul e propiziarono l'avvento dei taliban, non è più solida né affidabile di allora. Perduto il comandante più prestigioso, Massud, ucciso in settembre non si sa da chi, oggi l'uomo forte è l'ex generale sovietico Dostun, e gli Usa lo avevano impegnato a non entrare nella capitale finché non fosse formato un governo provvisorio sotto l'egida dell'Onu, che fosse gradito a loro, alla Russia, all'Iran e specie al pakistano Musharraf, che teme il fondamentalismo del suo paese. Ma Dostun è entrato a Kabul e non sembra voler accettare interferenze.
Inoltre, se i taliban hanno lasciato Kabul senza combattere ma portandosi via armi e denaro, forse è per ripiegare sulle famose grotte nelle montagne, dove sarebbero imprendibili da terra e in grado di metter in difficoltà anche le forze aeree con gli stingher forniti a suo tempo dagli Stati Uniti. Anche i sovietici nel 1979 invasero l'Afghanistan in quattro e quattr'otto ma seguì una guerriglia di dieci anni, che lasciò sul terreno 13.000 loro soldati dell'Armata Rossa e centinaia di migliaia di afghani.
La guerra insomma ha ucciso molta gente, non ha permesso di catturare i terroristi e allarga il fronte di instabilità. Come prevedevamo.
2. Che cosa intende la coalizione belligerante per `terrorismo internazionale'? «Una minaccia mondiale tutt'altro che liquidata e ragionevolmente confrontabile con quella del fascismo e nazismo degli anni quaranta» 3. Ma già Reagan e poi Carter sapevano, almeno dall'assassinio di Anwar el Sadat in Egitto, che stava montando una corrente islamica radicale, per la quale il jihad non era una parola generica e l'attentato era una pratica consueta. Ed era un jihad contro il comunismo quello che gli Usa hanno deliberatamente reclutato, finanziato e armato, tramite il Pakistan, contro l'Urss negli anni '80 in Afghanistan. Si calcolano a circa ventimila i combattenti che vi affluirono da diverse nazioni, i cosiddetti `arabi afghani', buona parte dei quali avrebbe formato la diaspora terrorista in Sudan, in Algeria, nello Yemen 4.
Fra essi lo sceicco bin Laden, del cui carisma e delle cui ricchezze la Cia s'era giovata. Ma dopo la guerra del Golfo, bin Laden dice e ripete che, non avendo ritirate le loro basi di terra e in mare, gli Stati Uniti sono ora lo straniero da espellere dalle terre musulmane, e sono infedeli i governi da loro sostenuti (ma non apprezza i `laici' come Saddam Hussein). Bin Laden mira soprattutto all'Arabia Saudita, sede dei due più importanti luoghi santi coranici, dominante nel Golfo Persico e principale interlocutore degli Usa (produce due terzi del petrolio mondiale). Anche lui è saudita, i suoi hanno fatto con i Saud ricchissimi affari, la successione del vecchio re Faad (anche i Saud avevano frascheggiato con l'islamismo radicale e ora ne sono bersaglio) è aperta. Il miliardario bin Laden che vive come un monaco guerriero, tuta mimetica e kalashnikov al fianco, non cessando di far soldi a palate, è uno straordinario connubio fra nazionalismo, petrolio, mercati finanziari e Islam integralista. Ha chiamato tutti i musulmani alla santa guerra contro i `crociati cristiani' e gli `ebrei' che ne insidiano terre e averi. Il fine è uno Stato islamico puro, retto sulla sharia a guisa dei taliban. Nel 1993 il Fronte islamico mondiale ha rilanciato le sue tesi. Ma l'organizzazione che ha fondato nel 1989, Al Qaeda, è araba.
Gli Stati Uniti sanno da oltre vent'anni chi è e quel che vuole. Fino all'11 settembre i proclami di Al Qaeda erano diffusi via internet, le interviste di bin Laden andavano in onda nelle principali reti televisive americane, e una folla di manifesti e proclami circolava in Arabia 5. Di più, a un certo punto bin Laden aveva agito in Sudan, da dove gli Usa lo fecero espellere come dall'Arabia Saudita, e nel 1998 Al Qaeda aveva compiuto gli attentati simultanei alle ambasciate americane in Tanzania e in Kenya, facendo molte vittime civili. Tanto che Clinton aveva cercato di liquidarlo colpendo i suoi quartieri militari in Afghanistan con missili lanciati dal territorio d'un Pakistan riluttante. Nel 2000 veniva attaccava nello Yemen la nave da guerra Cole, ma già 1993 Al Qaeda aveva compiuto il primo attentato a una delle due Torri, il World Trade Center, e il processo a quattro suoi membri ha avuto luogo proprio quest'anno, a gennaio.
Di imprevedibile nell'attacco alle Twin Towers dell'11 settembre non c'era dunque né la determinazione di colpire gli Usa in casa loro, né tecniche e finanziamenti straordinari, ma soltanto un manipolo di uomini – perlopiù sauditi, residenti negli Usa e alcuni allievi di scuole di volo – determinati a morire trasformando se stessi, l'equipaggio, i passeggeri e i tre aerei in proiettili potentissimi 6. L'invulnerabilità nella quale si credevano i cittadini americani era stata coltivata dalla loro amministrazione, che da quel che sapeva di Al Qaeda non trasse né conclusioni politiche – come disinnescare la crescita deí jihad radicali – né un piano di intelligence.
3. I cittadini americani non sono stati informati dal loro governo che se avesse ritirato le basi nel Golfo Persico e ottenuto da Sharon una soluzione decente per la Palestina, non avrebbero avuto attentati da temere. Anzi con l'espressione `terrorismo internazionale' e nell'emozione del mondo per la strage di New York, Bush ha tolto di mezzo ogni riflessione sulle origini del nuovo terrorismo islamico, sul ruolo che nella sua formazione hanno avuto le politiche degli Stati Uniti in Medio Oriente, e sul loro possibile disinnesco. Al contrario, formando in pochi giorni una così grande coalizione attorno a Enduring Freedom, ha sventagliato su molti altri paesi il bersaglio di Al Qaeda. E tutta Europa ha accettato, come se si fosse di fronte non solo a un pericoloso gruppo armato islamico e integralista ma a una minaccia espansionista simile a quella nazista – pur avendo tutte le fonti per sapere che Al Qaeda è religiosamente ed etnicamente `insulare', come i vari jihad, Hamas e Hezbollah.
Certo, andare al fondo della questione apre un problema per la politica americana. Apre degli interrogativi anche ai pacifisti. Sia quelli, per dir così, passivi, persuasi fino a ieri che per il dominio del mondo il mercato avrebbe messo fuori gioco le armi avendo marxianamente ragione delle resistenze nazionaliste. Sia i pacifisti attivi, che negano una giustificazione alla guerra, ma non avanzano né un'analisi né una proposta, che non sia il ricorso all'Onu, dopo una provocazione così sanguinosa che per qualsiasi paese sarebbe intollerabile. C'è pur da chiedersi perché, dopo una diversa stagione nel secondo Novecento, oggi il Sud del mondo se è poverissimo si dilania e se è, come nel Medio Oriente, intersecato da potenti interessi in competizione, produce soltanto queste forme assieme estreme e arcaiche di rivolta contro gli Stati Uniti e i suoi propri tremebondi governi? Perché parla il populismo e tace ogni voce popolare? Giacché è innegabile che bin Laden ha un ascolto tra i diseredati, tanto che anche chi condanna il massacro dell'11 settembre stenta a condannare lui. Da quindici anni il mondo musulmano è in un tumulto nel quale l'estremismo islamico guadagna terreno.
La coalizione mondiale, Urss e Cina incluse, ha scartato ogni riflessione e scelto la linea della repressione, oggi di Al Qaeda e domani chissà, perché vago è il perimetro del fondamentalismo e dei jihad. E se a lungo termine l'azione terrorista non prevarrà – perché di regola riorganizza politicamente e militarmente chi vuol colpire, perde il vantaggio della sorpresa e di quelle possibilità di nascondersi e circolare che sono i suoi soli atouts nella asimmetria delle forze, finendo con l'alienarsi le genti che potevano averla vista con simpatia e sono oggetto di repressione anch'esse – è evidente che nel breve termine può fare guasti immensi. E induce, come ogni emergenza, una limitazione delle libertà politiche nei paesi che con essa confliggono, come si vede dalle leggi speciali americane e inglesi. Il costo da pagare non è troppo alto? Le Twin Towers non sono un Mane Tekel Fares che si disegna, a trent'anni dal Vietnam, sui muri degli States?
Certo c'è da chiedersi se non è tardi, se modificare le politiche e le alleanze nel settore non significhi cedere alla violenza, legittimarla. E quanto costerebbe alle economie occidentali restituire la patata bollente ai paesi arabi? E con quali esiti? Problemi di etica, legittimità e interesse si accavallano. Ma almeno sarebbero espliciti, cosa che nella dizione lotta al `terrorismo internazionale' non è.


note:
1  cfr. Boris Biancheri, il 15 novembre, e Dick Cheney, il 16 novembre, su «La Stampa», Piero Ostellino, il 15 novembre, su «Il Corriere della Sera».
2  Questo principio, abbattuto per la guerra alla Jugoslavia con la tesi dell'intervento `umanitario', stavolta è stato eluso considerando quello dell'11 settembre un attacco bellico al territorio degli Stati Uniti, si potrebbe dire `con l'aggravante di terrorismo'. Per la consistenza giuridica di questa tesi, cfr. infra Luigi Ferrajoli. Lo speciale di «Le Monde» del 18/19 novembre dà per compiuta la `de-formalizzazione' del diritto internazionale.
3  Furio Colombo, editoriale dell'«Unità» del 18 novembre. Piero Fassino ha fatto un analogo paragone nella relazione al Congresso dei Ds a Pesaro (16 novembre). Anche per la guerra del Golfo è stato sostenuto che Saddam Hussein era un pericolo di tipo fascista, e lo stesso per Milosevic durante la guerra del Kosovo. Cfr. A. D'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, 2001, cap. 1.
4  Cfr. fra i più recenti John K. Cooley, Una guerra empia, Eleutera 2001 (Unholy Wars, Afghanistan America and International Terrorism, London 1999) e Peter L. Bergen, Holy War Inc., Mondadori 2001 in contemporanea con l'edizione inglese – con le relative bibliografie. In uscita da Feltrinelli il volume di Ahmed Rashid, recensito infra da Tariq Ali. Peter L. Bergen calcola il finanziamento americano almeno a 6,5 miliardi di dollari.
5  Oscurati i siti di Al Qaeda e la maggior parte di quelli islamici, molta documentazione si trova nel sito americano e nel sito In quest'ultimo la più ampia intervista con bin Laden fatta da Jamal Ismail è andata in onda su Al Jazeera il 10 giugno 1999. Nel citato libro di Bergen la sua intervista del maggio 1997 per la Cnn. Lo schema è analogo.
6  Anche il martirio era stato annunciato nei discorsi di bin Laden, con le relative pezze d'appoggio filosofiche e teologiche: la morte per la fede è contemplata nel Corano, la morte del nemico anche; del resto è praticata anche da cristiani ed ebrei, i civili maschi adulti che pagano le tasse sono corresponsabili delle scelte dei loro paesi, e non accusateci di ammazzare vecchi, donne e bambini voi che li ammazzate in Palestina. Come in tutte le religioni, del Libro esiste anche un'interpretazione fondamentalista. La Palestina entra tardi nei discorsi di bin Laden: l'ebreo è lo straniero appoggiato dall'Occidente. Passim nei siti indicati.


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