numero  3  febbraio 2000 Sommario

Economia digitale

LA STORIA DI TERMINATOR
Franco Carlini  

La storia del brevetto US 5,723,765, rilasciato dal Patent Office americano il 7 giugno 1995, contiene gran parte di quello che occorre sapere sulla Nuova Economia Digitale, immateriale, senza peso e senza attrito di cui parlano gli apologeti. E poco importa che si tratti di un brevetto che riguarda i semi delle piante: dentro c'è lo stesso tutto, anche a proposito dell'Internet e del commercio elettronico. Vale dunque la pena di raccontare per una volta questa storia in maniera estesa. È assai istruttiva.
Il titolo del brevetto è molto generico e quasi innocuo: "Controllo dell'espressione dei geni delle piante", ma in realtà significa ben di più. Mettiamo che un'industria del settore agro-alimentare abbia inventato una varietà di riso (soia, banane, patate, radicchio) con caratteristiche particolarmente interessanti; magari persino utile per l'umanità. Potrebbe avere un'alta resa; potrebbe essere adatta a crescere anche in terreni sassosi o troppo salati. Insomma una pianta benevola e virtuosa. Naturalmente l'industria può vendere queste sementi con una bella campagna promozionale tra gli agricoltori del primo, secondo e terzo mondo. Ed è anche ragionevole che le faccia pagare un po' di più di quelle normali sia perché deve rifarsi della spese di ricerca sostenute, sia perché contengono un valore in più e raro (anzi unico) che le altre non hanno.
Ma si scontra, purtroppo, con la più grande invenzione dell'umanità: la rivoluzione agricola. La quale, come noto, cominciò grosso modo novemila anni prima di Cristo nella Mezzaluna Fertile, quando una popolazione umana cominciò a domesticare le piante. Per la cronaca, dicono gli studiosi, la prima pianta a essere domesticata fu il farro. Gli uomini non si limitarono più a raccogliere i frutti selvatici che la terra offriva, ma cominciarono consapevolmente a seminarli, curarli e raccoglierli. Ebbero anche l'idea, assai geniale, di mettere da parte, ogni anno, un po' dei frutti raccolti; questo deposito non era destinato al consumo, ma a essere di nuovo seminato, per assicurare un altro raccolto nell'anno a seguire.
È quanto da allora fanno tutti i contadini, ma questo sistema di perpetuare le invenzioni attraverso la copiatura naturale dei geni utili, anno su anno, è oggi una minaccia per gli inventori delle nuove varietà. Infatti se si permette che i contadini continuino in quella loro pratica storica, i semi di quella bella pianta inventata ex novo verrebbero acquistati una volta sola. Dunque i suoi inventori ne avrebbero un profitto assai ridotto (a meno di non vendere i loro semi a un prezzo altissimo, magari venti volte quello dei semi normali, per incassare in anticipo il risarcimento delle mancate vendite successive).
Da qui l'idea depositata nel brevetto: la pianta virtuosa conterrà due modifiche genetiche: l'una è quella che le dà valore, l'altra è una specie di interruttore il quale consente sì di dare frutti, ma questi sono sterili; anche se raccolti e conservati i loro semini non potranno più germogliare. I contadini allora, se vorranno avere ancora un raccolto, dovranno tornare al mercato dei semi e acquistarne di nuovi, per la nuova stagione.
Gli inventori di questo trucco contro natura sono i ricercatori di una piccola azienda del Missouri, la Delta & Pine Land Seed Company e l'USDA, ovvero il Dipartimento Americano dell'Agricoltura. La ricerca infatti venne condotta parzialmente con i fondi pubblici messi a disposizione dal governo federale a sostegno della propria agricoltura. Nel maggio del 1998 il colosso chimico Monsanto fece un'offerta alla Delta & Pine Land per acquisire il brevetto e commercializzarlo direttamente. E fu allora che la campagna internazionale contro questa tecnologia dilagò, portando infine - almeno per il momento - alla sua sconfitta.
Vale la pena di rileggere la candida motivazione con cui Melvin Oliver, portavoce del dipartimento dell'agricoltura, sosteneva la bontà del brevetto (sulla rivista New Scientist del 28 marzo 1998): "Il nostro sistema è un modo di assicurarci che non ci sia un uso non autorizzato di tecnologia americana. È simile alla protezione del copyright". In realtà si tratta di qualcosa di più: infatti i brevetti (che tutelano le invenzioni tecniche) e il copyright (che tutela l'espressione delle idee) hanno una durata limitata nel tempo. La loro ratio consiste nel fatto di garantire una equa remunerazione a chi abbia speso energie intellettuali e risorse materiali per escogitare qualcosa di nuovo; a questi viene assicurata una copertura di tempo durante il quale egli risulta l'unico detentore dei diritti (nessuno può copiarlo parassitariamente), ma dopo, scaduto il periodo, quell'idea torna a essere patrimonio comune della cultura e dell'umanità.
Nel caso del brevetto 5,723,765, invece, la copertura risulta automatica ed eterna, anche quando il brevetto abbia esaurito la sua validità temporale: il gene sterile continuerà a operare per sempre, senza bisogno di ufficiali giudiziari o di avvocati; la protezione è stata inserita in permanenza nel brevetto stesso.
La campagna internazionale contro questo brevetto, suggestivamente chiamato "Terminator" dai suoi oppositori, è stata un successo. Inizialmente condotta da una combattiva organizzazione non governativa canadese, la Rafi (www.rafi.org), è stata raccolta da molti paesi in via di sviluppo che hanno visto il carattere micidiale e ingiusto dell'operazione Monsanto: "È una tecnica immorale che deruba le comunità agricole del loro diritto secolare a conservare e riusare le sementi. Deve essere messa al bando dai governi", dichiarava per esempio Camilla Montecinos, del centro di educazione alla tecnologia di Santiago del Cile. Condannato anche in una sessione dell'Undep, alla fine Terminator è stato abbandonato dalla stessa Monsanto, con una lettera pubblica del suo Chief Executive Officer, Robert Shapiro, spedita il 4 ottobre 1999 al presidente della Rockefeller Foundation, Gordon Conway (è leggibile sul sito Internet della società all'indirizzo http://www.monsanto.com/monsanto/gurt/): "Vi scrivo per rendervi noto che assumiamo un pubblico impegno a non commercializzare le tecnologie delle sementi sterili, come quella soprannominata Terminator".
Ma attenzione, la storia potrebbe non essere finita: i brevetti per il gene sterile oramai accordati sono già 31 e una nuova tecnica, analoga, è già stata proposta. Si chiama Gurt (Genetic Use Restriction Technology) e funziona in questa maniera: i semi in vendita sono apparentemente normali e liberamente ripiantabili; ma se il contadino vuole esaltare le capacità di quelle piante, ottenute con la manipolazione dei geni e nascoste nel Dna, dovrà comprare uno speciale spray che agisce come attivatore: in questo modo la "geniale invenzione" potrebbe essere comunque tutelata, dato che, per poterne usufruire, sarebbe comunque necessario sborsare un sovrappiù in moneta e ogni anno.
Quali che siano le varianti, eccoci arrivati dunque al nodo della questione e della New Economy: i diritti di proprietà intellettuale. Che sapere e conoscenza siano sempre una fonte di potere e di ricchezza ovviamente non è un fatto nuovo. Semmai è una costante nella storia dell'umanità, dove le élites hanno volentieri sequestrato la conoscenza, per governare meglio e per escluderne i sudditi. La diffusione democratica della cultura e dei saperi è invero un fatto relativamente nuovo nella storia, legata al pensiero moderno.
Ma ora sta succedendo qualcosa di diverso: l'innovazione non è più soltanto un valore strumentale, ma la conoscenza si fa essa stessa merce e lo fa in modo massiccio. Prima ci spiegavano che l'innovazione può riguardare il prodotto (invento un nuovo oggetto destinato al mercato di massa) o il processo (invento nuovi sistemi per produrre in maniera più efficiente i beni di prima). I meccanismi di protezione attraverso i brevetti, i marchi e il diritto d'autore corrispondevano a questo schema. Ora alle idee stesse viene associato un valore monetario e un diritto di proprietà, magari persino sfiorando il ridicolo. Ma in realtà c'è poco da ridere.
Per capirlo meglio si esamini un altro caso concreto e attuale, questa volta tipicamente digitale e internettiano. Priceline.com è un'azienda Internet che ha escogitato un sistema interessante per mettere in contatto l'offerta e la domanda. Un cliente singolo si può affacciare a quel sito (www.priceline.com) e depositare il suo desiderio di acquisto. Per esempio: "vorrei andare in aereo da Los Angeles a Mexico City spendendo al massimo 120 dollari".
Il servizio Priceline consulta allora gli archivi delle linee aeree e sottopone loro la richiesta: magari c'è un sedile libero e invenduto, magari una piccola compagnia è interessata a vendere quel biglietto. Se si realizza telematicamente l'incontro tra la domanda e l'offerta, allora Priceline avrà la sua percentuale sulla vendita. Il sistema, che riguarda anche le camere d'albergo, le polizze assicurative e altri beni-servizi, è in funzione con alterno successo da quasi due anni. Quello che conta è che questa idea, originale ma non troppo, è stata anch'essa brevettata (US e US 5797127) e che nell'autunno del 1999 si è infine aperto un conflitto legale tra la stessa Priceline e il gigante del software Microsoft; quest'ultima infatti ha adottato lo stesso sistema di "asta rovesciata" nel suo servizio Expedia (www.expedia. com) per le prenotazioni alberghiere e per la ricerca di biglietti aerei.
A chiunque sia dotato di buon senso questa, come altre cause legali, appare del tutto futile. Infatti i brevetti nell'ordinamento attuale possono essere assegnati solo a concrete realizzazioni tecniche che siano nuove e originali. Il trucco grazie al quale Priceline e altre società brevettano le idee sta nel fatto che esse vengono incorporate in apparati hardware e software e che il brevetto viene chiesto per tali apparati. Ma è appunto un trucco: in realtà quello che si vuole proteggere in questi casi è un'idea e un modello di business, una procedura, un tipo di relazioni. Tutte cose che invece sono sempre state opportunamente esposte, nella storia umana, a processi di continua imitazione, copiatura, miglioramento. E per fortuna.
Oltre a tutto il modello dell'asta inversa, dove è il cliente singolo che fa il prezzo e sono i fornitori che devono darsi da fare per venirgli incontro, sarà verosimilmente quello prevalente in tutto il mondo del commercio elettronico. Si tratta pur sempre di fare incontrare domanda e offerta, ma in una situazione in cui una quota significativa di potere si va spostando sul lato della domanda: affacciato alle reti, l'acquirente finale è maggiormente in grado di confrontare le diverse proposte e può avvicinarsi al modello teorico del consumatore ideale in un mercato ideale, dove tutta l'informazione sulle merci è visibile e accessibile e queste possono tutte arrivare al consumatore indipendentemente dalla loro collocazione geografica. È già adesso vero per i prodotti fatti di soli bit e lo sta diventando anche per una quota significativa dei prodotti fisici.
Si inserisce, in questo itinerario, anche un altro fenomeno nuovo: il brevetto nella sua concezione classica serve a remunerare l'inventore, proteggendolo da troppo veloci imitazioni da parte dei concorrenti. Se così non fosse, dice la teoria, nessuno inventerebbe più nulla: di fronte alla prospettiva di essere espropriati in quattro e quattrotto, né i singoli né le aziende dedicherebbero tempo e fondi alla ricerca. Garantire il brevetto, insomma, è un modo per incentivare l'innovazione. Quando si tratti di un farmaco lo si può ben capire: le aziende chimiche investono pesantemente in cento progetti per volta, e si tratta di miliardi e miliardi, ben sapendo che di quei cento progetti solo alcuni andranno a buon fine e una percentuale ancora minore diventeranno un prodotto di successo. Ma nel caso di Priceline e di brevetti analoghi, non c'è una costosa ricerca da coprire, ma solo una "pensata" promozionale. Lo stesso meccanismo legale viene utilizzato in due fattispecie completamente diverse. E il fine del brevetto non è più il compenso degli sforzi inventivi già sostenuti quanto un modo per tenere lontana la concorrenza.
Il fenomeno purtroppo sembra destinato a allargarsi. Poiché l'ambiente del commercio elettronico è altamente competitivo e poiché l'Ufficio Brevetti statunitense è assai generoso nel concedere il marchio, ognuno che abbia un'idea anche piccola piccola viene spinto a brevettarla, caso mai servisse. E anche se non ha cattive intenzioni anticompetitive, ogni azienda è quasi obbligata a brevettare, se non altro per il timore che qualche concorrente lo faccia al posto suo e poi bussi alla porta, chiedendo le royalties.
Alcuni hanno sostenuto che questo meccanismo "malato" derivi in larga misura dalla incompetenza del Patent Office americano il quale sarebbe dotato di poco personale esperto nell'ambito del software. Da questa insufficienza deriverebbe il numero eccessivo di brevetti attribuiti negli ultimi anni e la conseguente confusione, la quale sta persino diventando un elemento di freno dell'economia e un onere per le imprese (ma un potente fattore di guadagno per gli studi legali). In parte è vero, ma solo in parte: come segnalato anche dalla dichiarazione del Dipartimento dell'Agricoltura citata più sopra, la sensazione è che, nel complesso, si tratti oramai di una politica consapevole e non di infortuni di percorso. In altri termini la questione della Proprietà Intellettuale è "la questione" degli anni a venire, che si tratti di biotecnologie, di software, di musiche o di idee di business.
Lo è perché appunto è cambiato il carattere delle merci da scambiare e il valore che esse incorporano. Per descrivere il fenomeno sono state escogitate diverse espressioni: economia della conoscenza, economia digitale, economia senza peso, senza attrito, economia di rete. Ognuna di queste sottolinea diversi aspetti. La digitalizzazione, per esempio, evidenzia il fatto che il formato dei beni e dei servizi che vengono scambiati è lo stesso per tutti i generi, essendo fatto solo di bit, sequenze di 0 e 1. Il che ha alcune conseguenze fondamentali: (1) i bit possono essere trasportati facilmente (e venduti e scambiati) senza particolari costi nelle reti telematiche; (2) possono essere riprodotti in maniera identica, senza errori, creando copie assolutamente identiche all'originale; (3) il costo di riproduzione è tendenzialmente nullo.
Da questo punto di vista è esemplare l'industria del software. A ben guardare si tratta di conoscenza pura, in cui sono altissimi i costi di produzione (per fare il suo Internet Explorer Microsoft investì 100 milioni di dollari), ma insignificanti quelli di fabbricazione e di distribuzione. Basta guardare il bilancio della stessa Microsoft: nel 1999 le spese sono state di 9 miliardi e 819 milioni di dollari; il 30 per cento è andato in ricerca e sviluppo (la creazione dei nuovi prodotti) e il 32 per cento in marketing. Ogni copia in più di un software non costa quasi nulla a essere riprodotta e, se distribuita in rete, non si spende praticamente niente per consegnarla all'utilizzatore finale (è lui che si collega e che scarica il prodotto).
Non si stampano più costosi manuali né confezioni di cartone per contenere i dischetti. O quando lo si fa, è più per ragioni di marketing, giusto per arredare le vetrine, che per un bisogno reale. In queste condizioni chi ha fatto più profitti nel passato ha più soldi da investire in altre ricerche e in grandi campagne pubblicitarie, rafforzando la sua posizione dominante.
Queste sono le condizioni oggettive che hanno reso possibile il grande successo di Microsoft: essa è stata l'azienda che meglio le ha capite e meglio ha saputo utilizzarle a suo vantaggio. Che poi, come sostiene il giudice Jackson, ne abbia anche approfittato, abusando della sua posizione monopolistica, è semmai la conferma che il gioco pulito non è più la regola, nei campi di calcio come in quelli del software.
Il caso Microsoft, come ricostruito anche nella sentenza preliminare di accertamento dei fatti del giudice Harold P. Jackson (nel procedimento per violazione della legge antitrust aperto dal Dipartimento di Giustizia contro l'azienda di Villa Gates III), è molto istruttivo anche per un altro fenomeno che prima non c'era e che ora invece sta diventando dominante. Da un lato l'innovazione dell'alta tecnologia - oramai lo si è capito - non nasce quasi mai nel cuore delle grandi corporation. Per quanto aggressive e pimpanti esse siano, sembra oramai una regola empiricamente accertata il fatto che le stesse loro dimensioni, i meccanismi di governo e le strutture inevitabilmente stratificate, non siano l'ambiente culturale più adatto per la nascita di idee di svolta. Non si generano lì i punti di rottura e di discontinuità. Il mito californiano dice che nascono nei garage. Ma il garage in questo caso è il simbolo di una condizione esistenziale e materiale in cui non ci sono inerzie alle spalle e, soprattutto, non c'è nulla da perdere (se non il proprio tempo) nel coltivare follie.
Ma arrivare per primi, non significa necessariamente avere successo. Del resto Microsoft è arrivata prima una volta sola nei suoi 24 anni di vita, e fu nel 1981 con il suo Dos per il personal IBM; quanto alla qualità, va ricordato che il sistema operativo Apple era comunque migliore e che venne raggiunto in prestazioni da Windows solo nel 1995. Eppure Microsoft ha vinto e gli altri hanno perso. Come mai?
Il fattore dominante piuttosto sono le aspettative dei consumatori rispetto alla diffusione di quel prodotto. Se si convincono - a torto o a ragione - che un certo sistema finirà per essere utilizzato dalla gran parte delle persone con cui essi sono in rapporto, decideranno anche loro di comprarlo e comprandolo renderanno più vasta la platea degli utenti di quel software, che così diventerà ancora più desiderabile. Altri allora decideranno di comprarlo, e il fenomeno continuerà a autoalimentarsi positivamente. Il telefono è esemplare al riguardo: se Telecom Italia avesse soltanto mille abbonati e tra questi nessuno di quelli con cui io normalmente sono in contatto, allora non sentieri nessun bisogno particolare di abbonarmi anch'io. Ma se un numero elevato di persone con cui sono in relazione di lavoro o di affetto ha un abbonamento telefonico, allora finirò per "iscrivermi" anch'io a quella rete. E per il fatto di esserci entrato anch'io, essa sarà più appetibile per chi ancora non c'è: ogni nuovo ingresso aumenta il valore del servizio offerto. E ogni nuovo entrato ne diventa automaticamente quanto involontariamente un propagandista. È un modello economico largamente dominato dal cosiddetto feedback positivo. Altri economisti parlano di "esternalità di rete" o di "effetto rete". Non c'entra la rete Internet, in questo caso, ma la rete delle relazioni tra i clienti e i produttori. Tra i fattori di consolidamento e di moltiplicazione che si traducono in difficoltà sempre maggiori per la concorrenza, c'è anche il fatto che cambiare un sistema per un altro - anche se migliore - ha dei costi. E non sempre gli utenti, singoli o aziendali, vogliono affrontarli. È un poderoso fattore di inerzia che premia automaticamente il dominante riguardo ai nuovi soggetti. Soltanto se questi propongono qualcosa di radicalmente nuovo e di "rivoluzionario", allora il mercato li sceglierà.
Secondo Andrew Grove, presidente della Intel, vale la regola del "10 per": per far decollare una rivoluzione tecnologica occorre offrire delle prestazioni 10 volte superiori a quelle di un prodotto ben stabilito nel mercato. E non è detto che basti: la Digital Equipment Corporation realizzò oramai cinque anni fa un processore chiamato Alpha le cui prestazioni non sono ancora state raggiunte dai Pentium Intel, ma non seppe costruire attorno a quella rivoluzione un sistema di alleanze in grado di raggiungere la massa critica che fa partire il ciclo virtuoso. Oggi la DEC non esiste più, mentre Intel ha continuato a prosperare, sia pure vendendo prodotti di inferiore potenza. Proprio per tali meccanismi moltiplicativi, facilmente l'esito di una partita di questo tipo è quello del tavolo di poker: il vincitore si prende tutto (il mercato).





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