Arte, industria e politica
DA BOCCIONI
A GEHRY
Giuseppe Chiarante
1.L'apertura a Roma presso la Galleria comunale di arte moderna e contemporanea di una mostra di Umberto Boccioni che raccoglie un gruppo ristretto ma significativo di opere provenienti in parte dal Metropolitan Museum di New York e in parte dal Castello Sforzesco di Milano, mi induce a riprendere alcune considerazioni - sul tema dei rapporti tra arte, industria e politica nel corso del Novecento - che già mi erano state suggerite, alcuni mesi fa, dalla visita dell'ormai famoso museo della Fondazione Guggenheim costruito per Bilbao dall'architetto statunitense di origine canadese Frank Owen Gehry.
A Bilbao, la città che aveva commissionato quest'opera non solo per dotarsi di un nuovo grande museo ma per riqualificare e dare un nuovo assetto a un centro urbano degradato - lo spunto per quelle considerazioni mi era venuto, oltre che dalla forte impressione per l'opera di Gehry, dalla lettura di un volume dedicato alla progettazione e alla realizzazione di questo straordinario edificio e nel quale, tra l'altro, veniva impostato un confronto tra la ricerca dell'architetto americano e quella sviluppata da Boccioni all'inizio del secolo. Più precisamente nel volume (Coosje Van Bruggen, Frank O. Gehry - Guggenheim Museum Bilbao, New York 1997) veniva ricostruita una discussione tra lo stesso Gehry e un gruppo di artisti e critici (fra cui lo scultore Richard Serra e il direttore del Guggenheim Thomas Krens) che aveva per oggetto analogie e differenze tra il progetto del Museo di Bilbao e la ricerca stilistica condotta dal maggiore dei futuristi italiani - soprattutto per quel che riguarda la visione della spazialità e del dinamismo - nelle sue opere di scultura: con particolare riferimento a un'opera apparentemente del tutto lontana da una grande costruzione architettonica quale il piccolo bronzo "Sviluppo di una bottiglia nello spazio", che è appunto una delle composizioni conservate al Metropolitan e ora esposte nella mostra romana.
Ritengo opportuno precisare subito, però, che ciò che nella lettura di questa discussione ha sollecitato il mio interesse non era stato - tanto e soprattutto - il confronto di carattere strettamente stilistico fra la ricerca di Gehry e quella di Boccioni: un approfondimento di questo tema andrebbe infatti al di là delle mie specifiche competenze, non essendo io né uno storico né un critico dell'arte o dell'architettura. Ciò che più aveva richiamato la mia attenzione era stata, invece, la diversa collocazione che, nell'uno e nell'altro caso, una ricerca artistica profondamente innovativa (e con somiglianze tali da motivare un dibattito molto impegnato, come quello cui ho fatto riferimento) aveva assunto storicamente rispetto alla realtà economica, sociale, culturale .di due epoche così differenti. Ciò che mi è parso e mi pare di indubbio interesse è, in sostanza, l'occasione di assumere una volta tanto come episodi emblematici dell'inizio e della fine di un secolo non già avvenimenti della storia politica o economica o militare, ma opere d'arte, fra loro al tempo stesso così simili e così dissimili come quelle realizzate da Boccioni e dai futuristi nel primo quindicennio del Novecento e il Museo di Bilbao costruito negli anni novanta da Frank Gehry.
2.In effetti, al di là delle somiglianze e delle dissomiglianze che è possibile cogliere sul piano della ricerca stilistica, della costruzione compositiva, della concezione della spazialità e del dinamismo (un elemento comune e qualificante è, per esempio, la tendenza al travalicare della scultura in architettura, e viceversa) il dato che storicamente più colpisce è il modo quasi paradigmatico in cui autori come Boccioni o come Gehry riflettono la realtà sociale profondamente modificata del primo e dell'ultimo Novecento.
Per Boccioni - si pensi non solo ai documenti programmatici della pittura e della scultura futurista, ma a opere emblematiche come "La città che sale" - il motivo ispiratore fondamentale della sua ricerca d'avanguardia non è un dinamismo o un vitalismo astrattamente inteso. È piuttosto la rottura rappresentata dall'irrompere della nuova realtà urbana, che si afferma e prende corpo agli albori del secolo insieme con il prepotente sviluppo della grande industria della produzione di massa. Un nuovo modo produttivo, quello dell'industria che già si avviava verso l'esperienza dell'organizzazione fordista, diventava il cuore della grande città moderna: ne modellava le forme, il volto, la cultura, lo stile di vita. Di questa rapida e tumultuosa trasformazione composizioni come "La città che sale" erano la raffigurazione e insieme l'esaltazione. Qui poneva radice anche la rottura rispetto alle forme e all'esperienza dell'arte tradizionale.
Nel caso del Museo di Bilbao, invece, la tecnologia e la ricerca più avanzata sono utilizzate da Gehry per un ardimentosa costruzione di vetro, pietra e titanio che, quasi per contrapposto, occupa e riqualifica il vuoto lasciato proprio nel cuore di una moderna città industriale - laddove c'era un tempo il vecchio porto fluviale - dal declino e dall'abbandono delle strutture, delle attrezzature, degli impianti la cui crescita aveva per decenni accompagnato lo sviluppo dell'industria e delle attività mercantili.
In sostanza, nell'epoca che è compresa fra la realizzazione di queste opere (che proprio per questo assumono, come ho detto, un carattere quasi emblematico rispetto alla storia della città moderna) è iscritta tutta la parabola della crescita tumultuosa, dell'apogeo e del declino dello sviluppo industriale di tipo fordista: quello sviluppo che è stato al centro della storia del secolo che si è concluso. La grande industria della produzione di massa, che per Boccioni - come, del resto, per i pensatori sociali e politici della sua epoca - era il cuore e il motore dello sviluppo di una nuova civiltà, che rompeva in maniera prepotente con le angustie e con la mediocrità della società ottocentesca, appare oggi invece - dopo aver conosciuto agli inizi della seconda metà di questo secolo il momento di massima affermazione - quasi come il relitto di una crescita dell'economia capitalistica che è ormai proiettata in avanti dalla rivoluzione delle tecnologie informatiche e dai processi di globalizzazione.
Anche il destino della città è coinvolto in questa trasformazione. All'inizio del Novecento - l'epoca di Boccioni e delle avanguardie storiche - c'era un intreccio quasi inestricabile tra sviluppo dell'industria e sviluppo della città moderna. Oggi, invece, nel cuore o verso le periferie delle grandi città industriali si aprono sempre più estesamente i vuoti delle aree dismesse: vuoti il più delle volte abbandonati alla prepotenza della speculazione (generalmente con risultati mediocri o del tutto abbruttenti: si pensi allo squallore di tante città in declino); qualche volta utilizzati - è appunto il caso di Bilbao - per opere che propongono una ricerca di avanguardia e un ardimento tecnologico che, oltre a riqualificare il volto della città, sembrano diretti a celebrare i fasti della nuova civiltà post industriale.
3.Ma con la parabola della grande industria della produzione di massa coincide in modo sostanziale anche la parabola di quel grande protagonista sociale e politico del Novecento che è stato il movimento operaio nelle sue correnti socialista e comunista. Vi è un rapporto tra le vicende culturali del secolo (qui richiamate solo con qualche riferimento emblematico all'avanguardia del primo Novecento e alla ricerca architettonica contemporanea: ma molti altri potrebbero essere i riferimenti) e l'approdo sostanzialmente fallimentare al quale quel movimento è pervenuto nell'ultimo decennio, pur avendo svolto un ruolo di primissimo piano per tanta parte dell'età contemporanea?
Io credo (e mi scuso per la sommarietà di queste affermazioni, che vogliono in effetti essere soprattutto uno stimolo per una riflessione più approfondita) che si debba rispondere francamente di sì. Nel senso che la difficoltà di comprendere le dirompenti potenzialità innovative e la rottura col vecchio mondo e col vecchio modo di pensare che erano presenti nella cultura più avanzata dell'inizio del secolo (e non solo in campo artistico, ma nella filosofia, nella psicologia, nelle scienze, nella letteratura, ecc.) è stata una delle ragioni principali della sconfitta che il movimento operaio socialista e comunista subì sin d'allora, rispetto alle classi dominanti borghesi, nel confronto e nello scontro per l'egemonia: che era uno scontro che si decideva non solo sul piano dei rapporti economici e politici, ma su quello delle idee e della cultura.
Pochi, infatti, furono coloro che, come Gramsci, avvertirono - per tornare all'esempio di Boccioni e dei futuristi italiani - che nell'opera dei futuristi e in generale delle avanguardie vi era una forte carica di rottura con i canoni della società borghese; e che - riprendo dall' "Ordine Nuovo" del 5 gennaio 1921 - alla base della loro ricerca c'era anzi " la concezione netta e chiara che l'epoca nostra, l'epoca della grande industria, della grande città operaia, della vita intensa e tumultuosa doveva avere nuove forme d'arte, di filosofia, di costume, di linguaggio: hanno avuto questa concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione, quando i socialisti non avevano una concezione altrettanto precisa nel campo della politica e dell'economia". Per concludere- sempre in quell'articolo dell'Ordine Nuovo - che "nel campo della cultura, come opera creativa, è probabile che la classe operaia non riuscirà per molto tempo a fare di più di quanto hanno fatto i futuristi".
Ma in generale (e occorre dire che anche la posizione di Gramsci fu tutt'altro che priva, su questi temi, di oscillazioni, semplificazioni, contraddizioni) nonostante la disponibilità verso le posizioni socialiste e comuniste di tanta parte della cultura più avanzata dell'inizio del secolo e in particolare delle avanguardie, quello che prevalse nel movimento operaio - sul terreno della cultura come su quello del costume e dei modelli di comportamento - fu un orientamento ispirato a filisteismo e conservatorismo piccolo borghese: che fu addirittura codificato nell'esperienza sovietica - al di là di qualche apertura di Trotsky in " Letteratura e rivoluzione" - dopo la messa all'indice delle avanguardie e la dogmatizzazione del "realismo socialista". Ciò significò lasciare sostanzialmente un ruolo egemone alla borghesia, un ruolo egemone che si espresse non solo per quel che riguarda la cultura e le arti, ma i modelli di costume e di vita, la gerarchia delle scelte e dei valori, l'avanzamento e l'uso delle tecnologie, in definitiva le linee di concreto sviluppo della società.
Appunto nella sostanziale subordinazione al tipo di sviluppo imposto dal capitalismo e dalla sua classe dominante (la modernizzazione essenzialmente come progresso tecnico ed economico anziché un più sostanziale incivilimento) sta a mio avviso la ragione non ultima sia dell'insuccesso dell'esperienza comunista sia della rassegnata subalternità che ha caratterizzato quasi sempre, su questi temi, la corrente socialista. Non a caso industrialismo e economicismo sono stati un handicap, per la sinistra, anche nella fase del passaggio alla società dell'informazione e di fronte ai nuovi problemi proposti dallo sviluppo delle scienze, delle arti, delle tecnologie.
Come si vede, la riflessione sulle somiglianze e dissomiglianze fra l'opera di Boccioni e quella di Gehry mi ha portato - in modo certamente molto affrettato e per molti versi solo allusivo - ad approdi molto lontani. Ma si tratta di considerazioni che - per quanto frettolose - ritengo non siano inutili: perché solo ripensando i molteplici aspetti (e non solo quelli politici ed economici ) delle vicende di questo secolo e ripartendo dal confronto con le esperienze e le sollecitazioni più avanzate della ricerca e del pensiero moderno e contemporaneo, sarà possibile dar corpo a una posizione culturale e politica capace di misurarsi con i problemi di oggi e attrezzata anche concettualmente per guardare oltre i confini dell'odierna esperienza capitalistica.