Le molte sinistre
UN DIFFICILE
DISGELO
Giuseppe Chiarante
Si sono manifestati in Italia nelle ultime settimane alcuni segnali di disgelo - ancora molto timidi e parziali, in verità, e in più di un caso contraddetti da altre prese di posizione - all'interno della sinistra, tra le forze che fanno parte del governo e il partito di Rifondazione comunista da più di un anno schierato all'opposizione. Ma quale significato e quale portata si può correttamente attribuire a tali segnali? E che cosa si muove in quella vasta area di opinione di sinistra che oggi non si riconosce più in alcun partito e che nelle ultime elezioni ha dato un forte contributo all'impennata astensionista?
Questa rivista, come si ricorderà, cominciò le pubblicazioni all'inizio di novembre, quando il "gelo" era completo. Ci sembrò tuttavia giusto - pur nella consapevolezza della necessaria proiezione strategica e del grande sforzo di innovazione anche teorica richiesto dai problemi che dopo la vicenda del Novecento stanno di fronte alla sinistra in Italia e nel mondo - non lasciar comunque cadere l'impegno per riaprire un confronto e ritessere la trama di possibili intese tra le forze che nel loro insieme avevano contribuito alla vittoria elettorale del 1996.
È perciò ovvio che da parte nostra si guardi con particolare interesse ai segnali di disgelo ai quali ho accennato all'inizio e non solo agli accordi ormai raggiunti quasi ovunque per le imminenti elezioni regionali, ma anche alle avances venute da più parti su una possibile riapertura del dialogo anche in vista delle politiche del 2001. Ma accanto a questo interesse sento di dover esprimere una duplice marcata preoccupazione: da un lato quella di non sopravalutare la portata di segnali che restano su un terreno essenzialmente tattico, troppo fragile per colmare un fossato che in poco più di un anno è diventato assai profondo; dall'altro quella, opposta, di non sottovalutare le difficoltà e gli ostacoli, oggettivi e soggettivi, e i tanti problemi che rimangono aperti e che non consentono davvero di parlare di una effettiva inversione di tendenza.
Il fatto stesso che a smuovere le acque sia soprattutto l'avvicinarsi delle scadenze elettorali (a tali scadenze sono evidentemente collegate anche le convergenze che si sono determinate o si vanno delineando su leggi comunque importanti come quelle sulla "par condicio" o sul conflitto di interessi) mette bene in luce sia il valore sia i limiti della parziale riapertura di dialogo. Certamente ha ragione Magri, nel suo recente articolo, a contrastare le critiche sin troppo facili alla fragilità degli accordi per le elezioni regionali; e a sottolineare invece che tali accordi, per quanto fondati su intese programmatiche molto limitate, hanno però un non esaltante ma innegabile rilievo politico. E ciò sia perché consentono di contendere al centro-destra il governo di importanti regioni, sulla base di meccanismi elettorali che comunque assicurano un'equa rappresentanza istituzionale a tutte le forze in campo; sia perché una battaglia elettorale comune costituisce un terreno per la riapertura del confronto, politico e programmatico.
Il limite delle alleanze per le regionali è però altrettanto evidente. Esso sta non solo nel carattere dichiaratamente tattico e limitato di tali alleanze (e c'è da domandarsi sino a che punto intese di questo tipo potranno recuperare voti nell'astensionismo di sinistra, profondamente deluso dall'esperienza e soprattutto dallo sbocco degli accordi di desistenza); ma sta anche nel fatto che ben difficilmente le alleanze regionali potranno considerarsi come una premessa per ciò che accadrà alle politiche, ossia quando i problemi per un'eventuale intesa saranno ben più complessi.
2. Ma, soprattutto, c'è un dato di fondo che impedisce di considerare con troppo ottimismo i segnali di riapertura di un confronto a sinistra. Esso sta nella contraddizione tra la sollecitazione al dialogo e alla ricerca unitaria e una situazione che invece sembra quasi sclerotizzata e nella quale non si delinea, pressoché da nessuna parte, un serio impegno di ripensamento delle scelte strategiche che hanno portato all'attuale stato di crisi e frantumazione della sinistra italiana.
Mi riferisco non solo al problema generale di una politica che sappia recuperare fiducia e consenso - e a tal fine non basta certo qualche manovra tattica - in quel vastissimo elettorato di sinistra che ha ormai abbandonato l'impegno politico e ha già colpito sia i partiti, come i DS o i Verdi, che sono al governo, sia Rifondazione comunista che è all'opposizione. Ma faccio riferimento in particolare a ciò che l'ultima crisi di governo (a mio avviso troppo poco analizzata, sotto questo aspetto), ha messo in evidenza: ossia la crisi dell'ipotesi strategica che aveva guidato la politica del centro-sinistra dal momento della rottura della maggioranza del 21 aprile.
Non ritorno, ovviamente, sulle cause e sugli errori di valutazione - variamente distribuiti - che portarono a quella rottura e quindi alla caduta di Prodi. Ciò che qui mi interessa ricordare è che la costituzione del governo D'Alema si reggeva su un'ipotesi molto precisa: ossia che, posto fine al condizionamento di Rifondazione comunista, un centro-sinistra più spostato al centro avrebbe avuto la possibilità di guadagnare nuovi consensi nell'area moderata, diventare così autosufficiente e rendere di conseguenza più incisiva la sua azione di governo. La recente crisi ha invece segnato il fallimento di queste previsioni. È infatti venuto in evidenza il carattere disomogeneo della nuova coalizione: il contrasto si è aperto non su problemi marginali, ma sulla strategia dell'alleanza, determinando il distacco di Cossiga e di una parte del cosiddetto "Trifoglio" e lasciando D'Alema con una maggioranza precaria, che volta per volta deve cercare altri consensi in Parlamento, particolarmente alla Camera. Ma ciò è accaduto anche perché - è l'altro aspetto che non va trascurato - ben pochi risultati di rilievo sono stati ottenuti, in quasi un anno e mezzo di vita, dall'attuale governo.
Sono anzi venuti alla luce proprio in questo periodo i limiti sostanziali della sudditanza all'ideologia liberista e privatista che ha orientato la politica del nuovo centro-sinistra. È vero che l'anno trascorso è stato, per l'Italia, un anno di congiuntura sfavorevole. Ma la cattiva congiuntura non sta scritta nelle stelle: è il frutto in parte di meccanismi oggettivi ma in parte anche di scelte politiche sbagliate. E il 1999 ha messo in evidenza, innanzitutto, che per l'intera Europa è stato un errore affidarsi al meccanismo della moneta unica accompagnato da troppi rigidi vincoli di spesa, senza poter fare affidamento su una più reale unità politica e quindi senza poter ricorrere a strumenti e organi di politica economica in grado di intervenire per stimolare la ripresa produttiva, sorreggere l'occupazione, contrastare la caduta dell'Euro rispetto al dollaro.
È emerso cioè l'errore per l'Italia di quella che più o meno propriamente si continua a definire con la "linea Ciampi". Quella linea, aggravata nell'ultimo anno da una politica incontrollata di privatizzazioni, da un liberismo quasi elevato a mito, dall'assenza manifesta di qualunque disegno di politica industriale, ha significato una pressoché completa rinuncia ad affrontare quei nodi strutturali (a partire dalla situazione delle grandi aree urbane, da un Mezzogiorno sempre più abbandonato a se stesso, dai ritardi nelle tecnologie più avanzate, dalla precarietà di fondamentali infrastrutture) senza risolvere i quali l'Italia regge con crescente difficoltà la competizione nel quadro dell'Unione monetaria e nell'ambito internazionale.
Sono questi i nodi che ormai vengono al pettine: e che richiederebbero una significativa correzione di linea, nel senso di una politica meno liberista e più riformatrice e quindi anche di uno spostamento dell'asse politico del governo, con un'apertura al recupero di rapporti unitari a sinistra. Ma una riflessione critica su questi temi (che alludono a un ragionevole riformismo che può trovare consenso anche in un'area di centro) non è stata affatto avviata nel gruppo dirigente del centro-sinistra e in particolare dalla maggioranza diessina. Anzi, al recente Congresso nazionale di Torino - benché la crisi governativa appena conclusa avesse messo in evidenza che la collocazione al centro e la rottura a sinistra pongono ormai in discussione anche la leadership dei DS nella coalizione - la maggioranza, nonostante l'opposizione della sinistra interna rivelatasi più consistente del previsto, ha sostanzialmente confermato la linea imperniata sull'intesa tra il radicalismo liberal di Veltroni e il neocentrismo di D'Alema. Solo sul tema dei referendum sociali - anche sotto la pressione della CGIL e in particolare della sinistra sindacale - è affiorata in congresso una reale tensione con le posizioni della Presidenza del Consiglio.
Occorre dire, d'altronde, che anche da parte di Rifondazione comunista non si è sinora sviluppata un'iniziativa critica capace di incidere sulle contraddizioni che sono implicite nelle difficoltà affiorate nell'ultima fase della politica governativa. Va riconosciuto che Rifondazione ha preso atto della gravità della sconfitta subìta alle elezioni europee e che Bertinotti ha sottolineato con franchezza la necessità di uscire da una posizione di arroccamento ("Non ce la faremo da soli"). Ma i punti programmatici indicati anche recentemente per l'apertura di un confronto (retribuzione sociale per i disoccupati, aumento di 200.000 lire per le pensioni minime, salario garantito ai precari) prospettano più un terreno per eventuali convergenze circoscritte che la base per il rilancio del dibattito su una nuova fase di politica riformatrice; e alla recente Conferenza di organizzazione di Chianciano il discorso è apparso rivolto alle aree del disagio e del malessere sociale e assai meno a riaprire un confronto politico a sinistra. Mi sembra difficile, comunque, che Rifondazione comunista possa a lungo ignorare che per uscire realmente dell'isolamento non basta rivolgersi alla sinistra che si autodefinisce antagonista; ma occorre anche una proposta culturale e politica che sappia parlare, pur nella distinzione delle posizioni, anche a una parte delle forze moderate di centro-sinistra o di centro.
3. È chiaro che se si volesse realmente costruire - come da diverse parti più o meno strumentalmente si è detto - una base di intesa politica e programmatica per le elezioni del 2001 che vada oltre un accordo per la desistenza che tutti dichiarano irripetibile, il punto da cui si dovrebbe partire è quello delle difficoltà della politica neocentrista, di cui sopra ho parlato, e della praticabilità di una correzione in senso riformatore che affronti i temi principali (occupazione; Mezzogiorno; politica industriale e infrastrutture; collocazione dell'Italia nel quadro europeo e internazionale, ecc.) che tale politica lascia oggi del tutto scoperti. Non sembra però realistico ritenere - di qui la strumentalità di certe avances - che nel giro di un anno si possa passare da timidi e contraddittori segnali di disgelo a un'intesa piena su temi di tanta portata. Ha invece più senso interrogarsi se non sia possibile un dialogo su alcune essenziali linee programmatiche che siano tali da consentire, pur con posizioni che restano distinte, un accordo elettorale ed eventualmente anche di governo, come per esempio è accaduto in questi anni in Francia e come accenna ad emergere in Spagna.
Decisiva è però, a questo riguardo, la questione della legge elettorale. Infatti non è solo l'approssimarsi delle elezioni regionali, ma è anche la decisione della Corte di ammettere il referendum elettorale, che ha determinato l'accelerazione oggi in atto nella ricomposizione degli opposti schieramenti. A destra, in particolare, è stato avviato da Berlusconi un confronto da un lato con la Lega di Bossi, dall'altro con Pannella e Bonino, che non manca di suscitare tensioni in uno schieramento abbastanza eterogeneo, ma che in caso di sbocco positivo darebbe vita a una coalizione rispetto alla quale il centro-sinistra potrebbe evitare una quasi sicura sconfitta solo a condizione di poter sommare i suoi voti con quelli di Rifondazione e di recuperare molti consensi nell'area delle astensioni. Ma è questa un'ipotesi che può realizzarsi solo se dalle manovre prevalentemente tattiche di questi giorni si passi a un reale ripensamento critico sull'evoluzione della situazione italiana e a un confronto politico davvero impegnativo; e anche però se si dà risposta positiva alla fondamentale questione democratica di un sistema elettorale che consenta, contemporaneamente, una convergenza unitaria nella battaglia elettorale e un'autonoma rappresentanza elettorale in Parlamento di forze politiche distinte.
Soluzioni concrete di tale questione non mancano certamente (come dimostra la legge per le regionali) e si possono anzi formulare facilmente varie ipotesi di possibili meccanismi elettorali. Ma tanto più in presenza del referendum, e a poco più di un anno dalle nuove elezioni politiche, si tratta di soluzioni praticabili soltanto se al più presto si perviene a un accordo su una di esse e si coagula una decisa volontà politica di pervenire in tempo utile al varo della nuova legge.
Colpisce negativamente, invece, il fatto che sembra tuttora prevalere nel centro-sinistra, e in particolare ai vertici dei Democratici di sinistra, una sorta di attesa fatalistica (con una dichiarata propensione per il sì) dell'esito del referendum. Se dietro questo atteggiamento fatalistico vi fosse - come molti ritengono - l'idea di schiacciare attraverso un maggioritario secco qualsiasi competizione a sinistra, costringendo tutti ad allinearsi, è bene sgomberare il campo da questo errore prima che sia troppo tardi. Infatti un sistema elettorale che rispecchiasse i quesiti del referendum costringerebbe con tutta evidenza Rifondazione comunista - per non scomparire nel Paese oltre che in Parlamento - a presentare ovunque le sue liste; e con tale divisione non vi sarebbe davvero recupero nell'astensionismo a sinistra. Il risultato concreto sarebbe, perciò, quasi certamente la vittoria del centro-destra; e in ogni caso si farebbe un ulteriore passo verso una sostanziale americanizzazione della politica italiana, con una limitazione delle possibili coalizioni di governo alla competizione fra il centro e la destra, mentre verrebbe emarginata, di fatto, la praticabilità di una effettiva alternativa di sinistra, anche moderatamente riformatrice.
Vi sono buone ragioni, dunque, per lottare perché questo non accada.
4. Quale risposta va data, allora, alla domanda sul "che fare" che viene da parte delle tante forze (gruppi, associazioni, singoli) preoccupate per la lacerazione e la disgregazione della sinistra italiana? È chiaro che qualunque proposta di tipo organizzativo sarebbe del tutto prematura e fuori luogo: sia per la portata strategica delle questioni aperte e per la domanda di innovazione anche teorica che ne deriva, sia per la situazione politica immediata che abbiamo cercato di analizzare.
Non si può tuttavia sottovalutare il fatto che in un'area politicamente abbastanza estesa, che va dalla sinistra ds e da altre componenti della coalizione di governo sino all'estrema opposizione di sinistra, è venuta prendendo corpo una rete di centri di iniziativa culturale, sociale, politica (dall'Associazione per il rinnovamento della sinistra sino a questa stessa rivista, dall'area del Manifesto all'Associazione "A sinistra" e al Forum antiliberista, da riviste o centri di iniziativa collegati al dibattito aperto nella sinistra sindacale sino alla proposta della consulta avanzata da Rifondazione) fra cui, pur nella distinzione della collocazione e delle posizioni, molti sono i punti di contatto nel dibattito, nella ricerca, nella presenza in iniziative comuni. Intensificare i rapporti nell'ambito di questa rete, dare sostanza di contenuti a quel confronto a sinistra di cui per ora vi sono solo timidi accenni, riproporre l'esigenza di un confronto e di un incontro non solo nel dialogo sui temi di strategia ma nella costruzione di una prospettiva riformatrice e nella lotta contro i pericoli della deriva a destra, è concretamente possibile ed è qualcosa che in qualche misura si sta facendo. Si può fare certamente di più: e cioè più concretamente incidere, in un senso piuttosto che in un altro, sull'evoluzione della situazione italiana in un momento particolarmente delicato e difficile.