numero  7  giugno 2000 Sommario

Sulla proposta di Pintor

UNITÀ SU CHE BASI?
Giuseppe Chiarante  

Quando si pone il problema del che fare (che fare - ovviamente - da parte di quelle forze che Luigi Pintor, nell'articolo pubblicato sullo scorso numero della rivista, raccoglieva sotto il termine riassuntivo di "sinistra anticapitalista") mi è difficile cercare di formulare una risposta senza innanzitutto interrogarmi sulle ragioni che hanno portato, in poco più di dieci anni, a una così accentuata frammentazione (e dispersione) della sinistra italiana.
Luigi descrive efficacemente questa dispersione quando elenca le forze alle quali si rivolge. Si tratta - è d'obbligo riconoscerlo, se non ci si vuole limitare ad un'esortazione calorosa quanto inefficace - di posizioni politicamente e culturalmente assai differenti. Si va, infatti, da una sinistra estesa e sfiduciata che è fuori dei partiti (e spesso neppure partecipa alle elezioni) alla sola forza di opposizione che è invece organizzata in partito, ossia Rifondazione comunista. Si passa dalla sinistra sindacale in cerca di una difficile unità alla sinistra Ds che nel suo partito tenta di opporsi alla prevalente tendenza liberista e moderata. E, ancora, dal partito dei comunisti italiani che ha scelto di impegnarsi nel governo ai settori più avanzati dell'ambientalismo; o da coloro che sono attivi nei centri sociali al mondo della precarietà e della diversità. Si dovrebbero aggiungere quelle posizioni, derivate dall'esperienza e dalla cultura del femminismo, che hanno un orientamento critico e di opposizione nei confronti del presente stato di cose.
Dinanzi a questa diaspora di quello che un tempo fu il robusto schieramento della sinistra italiana - e di fronte alla grave sconfitta del 16 aprile e alle desolanti e squallide prospettive che si aprono col governo Amato - ben si comprende il valore del problema posto da Pintor. È il problema, in sostanza, di che cosa si deve e si può fare perché un arco di forze sociali, culturali e politiche che nel complesso è tutt'altro che marginale possa pesare di più di quel che oggi pesa (purtroppo poco) nella lotta contro i pericoli di un ulteriore scivolamento a destra della situazione italiana; e possa trovare forme d'unità o almeno di collegamento che siano tali da costituire un punto di coagulo per una rinata sinistra. Ma attorno a quale prospettiva si può dare avvio a un processo che consegua questo risultato?
È bene ricordare, a questo riguardo, che l'ultima occasione in cui, nel recente passato, sembrò possibile affrontare questo problema con prospettive concrete di esito positivo, fu dopo le elezioni del 21 aprile 1996. Infatti la formazione di una maggioranza di cui facevano parte, per quanto con ruoli differenziati, tutte le componenti della sinistra era un fatto che oggettivamente sollecitava il passaggio dagli accordi di desistenza (e dalle convergenze tattiche su questo o quell'obiettivo) alla ricerca di una più sostanziale intesa politica e programmatica: tale da consentire alla sinistra nel suo insieme un ruolo più efficace nella nuova esperienza di governo.
Tutti sanno come, invece, sono andate le cose. La ricerca e il confronto unitario non si sono, di fatto, neppure avviati: sulle esigenze di un accordo sono prevalse diversità di collocazione e di visione politica. Il tema della governabilità è così rimasto pressoché il solo a dominare la scena. E su questo tema anche Rifondazione comunista si è spaccata, con la conseguenza che entrambi i partiti usciti da questa scissione hanno subìto una netta sconfitta nelle successive prove elettorali (al pari - del resto - dei Democratici di sinistra).
Anche quest'esperienza ravvicinata avvalora, a mio avviso, la considerazione che facevo agli inizi. Ossia che a scarsi risultati può condurre una riproposizione unitaria che non sia fondata su un serio ripensamento critico delle ragioni delle lacerazioni e della diaspora di questi anni; e che soprattutto non tragga da questo ripensamento qualche prima ipotesi di correzione di linea e d'innovazione strategica. Se tutto questo manca, credo che la maggior parte delle forze alle quali si è sopra fatto riferimento, neppure si ritroverebbero all'appuntamento di un'ipotetica Costituente. Infatti: Costituente su che basi e con quali prospettive?



Non mi piace (e non è mia intenzione) fare la parte di chi getta acqua sul fuoco degli appelli e delle speranze. Ma mi pare indiscutibile il fatto che le varie posizioni che emergono dalla diaspora della sinistra sono la manifestazione non solo di una diversa scelta politica: ma di differenze di esperienza sociale, di orientamento culturale e ideale, di visioni della realtà. Tali differenze sono a loro volta il frutto di diversi modi di reagire da un lato alla crisi e all'esaurimento dell'esperienza complessiva della sinistra del Novecento, dall'altro alle profonde trasformazioni produttive e sociali che sono caratteristiche della fase cosiddetta di "globalizzazione" che stiamo attraversando.
Non voglio a questo punto chiamare in causa (anche se tali questioni sono reali e con esse non si può, prima o poi, non fare i conti) problemi che - qualcuno potrebbe obiettare - hanno una dimensione epocale e rischiano perciò di rinviare a dibattiti interminabili. Voglio anche io - come Pintor - esprimermi in modo schematico e semplificato, limitandomi a proporre alcune questioni che sono in qualche modo preliminari.
C'è una prima questione che considero pregiudiziale, per capire le ragioni della diaspora. Essa riguarda il modo in cui la sinistra occidentale (compresa quella italiana) ha sinora reagito alla grande offensiva liberista e neoconservatrice che si è sviluppata negli ultimi due decenni e che ha tratto forza sia dalla crisi della sinistra novecentesca, sia dal rinnovato dinamismo capitalistico innescato dalla rivoluzione informatica. La maggior parte delle forze socialiste o socialdemocratiche, ma anche di quelle ex comuniste, ha creduto di poter cavalcare l'ondata della modernizzazione capitalistica e anzi di imprimervi il proprio segno (è il caso di Tony Blair e dei suoi imitatori anche italiani) guidando e anzi spronando dal governo i processi d'innovazione. Anche dai risultati è evidente il carattere subalterno di questa risposta.
Ma non si può dire che le forze che non hanno condiviso questa scelta si siano davvero impegnate per innovare l'iniziativa della sinistra nel solo modo in cui ciò è possibile: ossia ripensando in radice la tradizione politica e culturale ed affrontando con pari radicalità i nuovi problemi posti dalla realtà attuale. Sono invece prevalsi atteggiamenti di difesa conservatrice delle conquiste sociali dei decenni precedenti o di un'esperienza ideale e politica magari gloriosa (come quella dei comunisti italiani) ma comunque ormai conclusa. E tali atteggiamenti si sono intrecciati, nell'azione politica concreta, con posizioni che, considerando vincenti il "pensiero unico" e i processi economici e sociali di cui esso è espressione, ritengono che l'unica strada praticabile sia quella di cercare di moderarne gli effetti operando nella maggioranza di governo; o, al contrario, di dare voce al malessere sociale testimoniando la propria critica con la scelta di una battaglia d'opposizione.
Non c'è da stupirsi se posizioni di questo tipo, intrinsecamente subalterne, non hanno potuto far da coagulo a una rinnovata sinistra: per esempio incontrando i movimenti che fanno leva sulle tematiche della liberazione dell'individuo e sui suoi diritti, o sulla devastazione culturale e ambientale o sulla differenza femminile; oppure sapendo concretamente dar voce, sui problemi dei nuovi assetti mondiali, a un internazionalismo adeguato alle immani tragedie dei nuovi tempi. Si è diffuso invece un senso d'impotenza: che favorisce la divisione e la dispersione e induce molte forze a ricercare nelle pieghe della società "nicchie" od esperienze in cui gestire una propria più o meno illusoria autonomia. Ma anche ad abbandonare il terreno dell'impegno sociale e politico per testimoniare in altre sedi il proprio orientamento critico.
È da questa complessiva posizione di subalternità o d'arroccamento conservatore - frutto di una sconfitta non ancora superata neppure in termini soggettivi - che è dunque urgente uscire. Non basta, a questo scopo, un'operazione prevalentemente organizzativa. Occorre invece un forte rilancio della battaglia culturale e ideale - so di esprimermi in termini fortemente semplificati, ma lo faccio di proposito - che faccia leva sull'analisi critica delle nuove contraddizioni che caratterizzano la fase attuale dello sviluppo capitalistico; e che punti, al tempo stesso, alla riproposizione, in termini adeguati a una nuova realtà sociale, di quelle finalità di liberazione individuale e collettiva e di affermazione della personalità di ogni donna e di ogni uomo che costituiscono il nucleo fondamentale anche di una futura prospettiva di sinistra. Se questa battaglia non riparte, se non viene cioè rimessa in discussione - prima di tutto sul terreno delle idee - l'egemonia delle posizioni neoliberiste e conservatrici, non c'è speranza concreta di vincere la passività, l'inerzia, la rassegnazione e tanto meno di ricominciare a tessere una trama unitaria tra le forze che in vario modo manifestano critica, insofferenza, opposizione nei confronti dell'attuale stato di cose.
Nelle considerazioni sin qui svolte è implicita la seconda questione che a me sembra pregiudiziale. Ritengo sbagliato (e soprattutto troppo riduttivo) assumere l'ipotesi di una sinistra critica o alternativa la cui iniziativa si rivolga a un arco di forze che, in Italia come in Europa, sostanzialmente è formato soltanto da ciò che resta dei vecchi partiti comunisti, da qualche frangia estremizzante, dalle forze che sono espressione del radicalismo sociale o del mondo della precarietà e della marginalità.
Si è visto da alcune esperienze concrete - per esempio quella spagnola della cosiddetta "sinistra unita" - che anche quando si riesce a coalizzare in un unico schieramento un arco di forze di questo tipo, il risultato politico ed elettorale è assai deludente. In effetti un'ipotesi così caratterizzata si presenta come pregiudizialmente perdente. Non a caso assai difficilmente essa s'incontra con correnti di pensiero nuove, con esperienze che sono il frutto di una mutata realtà sociale o con le espressioni della critica più innovatrice delle attuali tendenze del capitalismo. E non a caso, su tali basi, di fronte alla prima difficoltà la tendenza alla divisione e alla dispersione prevale su quella a una più ampia unità.
Resto convinto, perciò, che una rinnovata posizione di sinistra può avere reale possibilità espansiva solo se si rivolge a un più largo arco di forze, ben al di là di quelle già schierate all'opposizione. E solo se si propone esplicitamente di dare una risposta, sia pure in termini alternativi, ai problemi del governo del paese.
È chiaro, naturalmente, che la premessa non può non essere l'esigenza di una svolta sostanziale e profonda rispetto alla linea dell'attuale governo. Una linea che sempre meno ha un'autentica caratterizzazione di sinistra o anche solo di centro-sinistra; e che sta invece portando a compimento la subordinazione di ciò che resta del maggior partito della sinistra a una prospettiva neocentrista e moderata.
Ma per lottare efficacemente per una svolta di questa natura occorre anche rimuovere - concordo al riguardo con ciò che scrive Santomassimo in questo stesso numero della rivista - quell'elemento di passività che è implicito nella teoria delle "due sinistre", quella di governo e quella antagonista. Ossia rimuovere la convinzione che le tendenze in atto sono sostanzialmente immodificabili e che dunque non c'è altra possibilità che quella di adeguarsi ad esse oppure di testimoniare il proprio rifiuto dall'opposizione. Tale convinzione conduce infatti, inevitabilmente, all'impotenza e alla rassegnazione: mentre è necessario recuperare quello stile di "fare politica" che caratterizzò, nei tempi migliori, la tradizione del comunismo italiano.
Anche per questo non mi convince una proposta che si rivolga essenzialmente, di fatto, alle forze che sono già collocate all'opposizione o che sono frutto del disagio sociale. Certamente vi sono situazioni in cui anche la semplice testimonianza, o una lotta isolata e minoritaria di opposizione, rappresentano la sola soluzione praticabile ed anzi necessaria. Ma in un momento in cui viene pienamente allo scoperto - com'è accaduto con la sconfitta elettorale del 16 aprile - la crisi dell'ipotesi liberista con cui si era sempre più identificata la strategia del centro-sinistra, non si può rinunciare all'ambizione di rivolgersi a una più ampia e articolata sinistra, non solo politica ma culturale e sociale. Una sinistra che in questo momento in parte è all'opposizione, in parte è - su posizioni critiche - nei partiti della maggioranza di governo, in parte è impegnata nei sindacati o in altre esperienze sociali e culturali, in larga parte è dispersa e va recuperata all'impegno civile e politico. Un arco di forze così variamente collocato non è però mobilitabile con una proposta di riaggregazione prevalentemente organizzativa. Al contrario esso va sollecitato a partecipare, col contributo differenziato delle proprie idee e delle proprie esperienze, al confronto certamente non facile per la costruzione di una rinnovata prospettiva politica e culturale per la sinistra del nuovo secolo; e al tempo stesso per l'individuazione - in termini più immediati - degli obiettivi fondamentali (tra cui, certamente, una legge elettorale che sia garanzia di pluralismo) di un possibile "programma comune", tra tutte le forze che non accettano lo sbocco liberista e moderato, in vista delle prossime scadenze politiche ed elettorali.
Sono queste, in sintesi, le ragioni per le quali - pur avvertendo l'urgenza di un'iniziativa - considero non realistica e prematura la proposta di una Costituente per dar vita a una formazione unitaria. Non si bruciano le tappe di un lavoro di lunga lena quale quello che è richiesto dalle questioni strategiche alle quali, in quest'articolo, si è appena accennato.
Ciò non significa, però, rinviare a tempi migliori la possibilità di un'iniziativa unitaria. Innanzitutto sono convinto che è molto importante che già sui temi del confronto e della ricerca strategica cominci a svilupparsi in modo più esplicito un impegno comune di forze che, pur variamente collocate, avvertono l'esigenza di contribuire, dopo la chiusura dell'esperienza del Novecento e di fronte alle tragedie e alle contraddizioni che caratterizzano la nuova fase dello sviluppo capitalistico, alla costruzione di una rinnovata posizione politica e culturale di sinistra. Già questa rivista, proprio per la diversità dell'esperienza politica rappresentata da coloro che l'hanno promossa e vi danno vita, ha assunto il significato di un'iniziativa politica di questo tipo. Ma è un'iniziativa che, naturalmente, non deve restare isolata, bensì deve tendere, con altre iniziative analoghe, a costruire un tessuto unitario da cui possano nascere anche esperienze più avanzate.
Certamente, però, si tratta di misurarsi anche sul terreno più ravvicinato delle scadenze politiche di breve e di medio termine. Al riguardo, un esempio è sufficiente. Abbiamo la capacità di lavorare per proporre all'intero schieramento di sinistra e di centro-sinistra, in vista delle prossime elezioni politiche, una piattaforma alternativa a quella liberista e moderata che oggi si esprime nel governo Amato? È questa la sfida che ci viene dalla sconfitta del 16 aprile e dall'esito negativo dell'esperienza della "terza via".
Attrezzarsi per questa sfida, far avanzare un lavoro comune, tessere un rapporto unitario tra tutte le forze che non intendono arrendersi né all'ipotesi liberista né alla destra, è un compito per il quale impegnarsi: e attorno al quale ricostruire forme d'unità e di collegamento che oggi sembrano perdute. Anche su questo piano sia questa rivista, sia l'Associazione per il rinnovamento della sinistra, sia altre forze che operano in questa stessa area possono essere i punti di riferimento per un'iniziativa d'ampio respiro. Se non si è in grado di rispondere positivamente a quest'appuntamento, è inutile proporre traguardi apparentemente più avanzati.








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