Gritti e Prospero, "Modernità senza tradizione"
IL MALE OSCURO
DELLA QUERCIA
Giuseppe Chiarante
Mi sembra giusto, nel cominciare questo articolo, dare innanzitutto atto a Michele Prospero e Roberto Gritti, entrambi docenti della Facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza, di aver pubblicato il loro saggio "Modernità senza tradizione" - dedicato ad analizzare, come è detto nel sottotitolo, il "male oscuro dei Democratici di sinistra" - nello scorso mese di gennaio, in coincidenza con il congresso Ds di Torino: ossia in un momento nel quale non solo sulla stampa quotidiana, ma anche nella pubblicistica più accreditata o comunque più in voga era ancora largamente diffusa una immagine vincente della politica del gruppo dirigente diessino, in particolare delle "intuizioni strategiche" di D'Alema e di Veltroni.
Da allora, com'è noto, le cose sono radicalmente mutate. La pesante sconfitta del centro-sinistra nelle elezioni regionali, le conseguenti dimissioni di D'Alema, la scelta della segreteria Ds di insistere nel sostenere un referendum disertato dalla grande maggioranza degli elettori, la sempre più palese riduzione del maggior partito della sinistra a supporto subalterno di un governo a leadership neo centrista, hanno infatti messo in evidenza che "il re è nudo", rendendo palese l'alto prezzo pagato per la subordinazione a una politica di ispirazione fondamentalmente moderata e liberista. Oggi è perciò facile leggere, su giornali e riviste, analisi sulla crisi dei Democratici di sinistra che riprendono - sia pure in modo molto frammentario e schematico - argomentazioni in parte simili a quelle sviluppate più organicamente nei due saggi di Gritti e di Prospero.
Il merito degli autori di "Modernità senza tradizione" (editore Piero Manni, lire 15.000) non è però soltanto di aver saputo cogliere con anticipo la gravità della crisi che, nonostante la conquista di tante posizioni di potere, andava, in effetti, maturando nella politica del partito dei Democratici di sinistra. Non si può dimenticare, del resto, che si tratta di una crisi che già si era manifestata in modo allarmante (o che tale avrebbe dovuto essere) in quel 1999 che Roberto Gritti definisce giustamente, nel suo saggio, un annus horribilis per i Ds: essendo stato contrassegnato da tre pesanti sconfitte elettorali quali il mancato raggiungimento del quorum nel referendum, l'arretramento nelle elezioni europee, la perdita di un Comune ad alto valore simbolico come Bologna.
Ma l'interesse del libro sta, soprattutto, nel fatto di non limitarsi a un'analisi strettamente politica degli errori e delle insufficienze che, dopo la vittoria elettorale del '96, hanno determinato la parabola discendente del Pds-Ds e dell'intero centro-sinistra; bensì nell'impegno di ricercare più a fondo e in una più ampia prospettiva, prendendo in considerazione tutto il periodo che segue la svolta dell''89, le cause della mai superata inconsistenza del partito nato da quell'evento, della sua permanente crisi di identità, dell'assenza di una progettualità capace di affrancarlo da una visione acritica del "nuovo" e del "moderno" e dalla conseguente subalternità alla dominante ideologia liberista.
C'è, a questo proposito, un altro rilievo da fare circa l'atteggiamento degli autori rispetto alla svolta dell''89. Né Gritti né Prospero assumono infatti un atteggiamento di ostilità preconcetta verso la scelta di Occhetto, tanto meno guardano con nostalgia al vecchio Pci. Al contrario, essi ritengono che la svolta era indispensabile, sia per ragioni internazionali (il crollo dell'esperienza sovietica e la conseguente necessità di ripensare in radice l'ipotesi comunista nelle forme concrete da essa storicamente assunte) sia per l'esaurimento dell'esperienza dei comunisti italiani, che apparivano negli anni Ottanta in crescente affanno tanto per la carenza di uno sbocco politico a breve termine come per la difficoltà di adeguarsi ai profondi mutamenti sociali in atto. Ma la svolta è avvenuta - come scrive Gritti - "attraverso processi distruttivi non solo di quanto di negativo vi era nel Pci, ma anche delle sue connotazioni positive". Più precisamente attraverso "l'abbandono e la dismissione del comunismo in cambio del divenire genericamente e amorfamente moderni ed essere accettati come tali". Il risultato è che oggi "siamo si di fronte a un partito nuovo, ma nel senso di un partito che non c'è, né sul piano ideologico-programmatico, né su quello organizzativo, antico vanto del Pci" (Gritti, pag. 8).
Appunto la coppia modernità-tradizione è al centro dell'indagine dei due autori. Non a caso essi non lesinano le critiche anche a Rifondazione comunista e al Partito dei comunisti italiani, ai quali rimproverano l'incapacità di innovare la tradizione, di mettere a frutto l'eredità più originale dei comunisti italiani per intendere e orientarsi di fronte al nuovo: con la conseguenza di restare prigionieri (in un caso con una linea più protestataria e massimalista, nell'altro con una tendenza più rigidamente ortodossa) di un tradizionalismo e di un immobilismo inguaribilmente minoritario (Gritti pag.9).
Ma il centro dell'analisi è la "tendenza autodistruttiva" del gruppo dirigente fondamentale del Pds e dei Ds: l'illusione, cioè, di conquistare, attraverso "l'uccisione del padre", la piena legittimità per governare il paese. In realtà - come scrive Prospero - "lo stesso ingresso al governo, più che un effetto prevedibile della svolta, è stato il frutto dell'esplosione della prima repubblica". Al contrario il nuovo partito non è mai giunto a "sciogliere il nodo gordiano della propria identità" (Prospero, pag. 88). È così che, passando d'ipotesi in ipotesi, oggi "i Ds non sono più comunisti, ma non sono neanche un partito socialdemocratico in senso pieno e tanto meno un partito democratico all'americana". Con la conseguenza, sul piano della cultura politica, di una crescente debolezza ideologica a confronto con un'ideologia forte quale quella del neoliberismo. E, sul piano dell'insediamento sociale e politico, di una crescente volatilità e inconsistenza, benché i Ds siano giunto ad essere forza di governo in più dell'ottanta per cento dei comuni italiani.
Particolarmente interessante è, a questo proposito, l'analisi di Gritti sulla caduta organizzativa e sulla fragilità del Pds e dei Ds. Per quel che riguarda la presenza organizzata vale la pena di segnalare un solo dato, molto significativo. Se sul piano elettorale nelle europee del 1999 i Ds, nonostante la forte flessione registrata in questa competizione, ottenevano ancora un consenso pari ai due terzi (il 17,4 per cento dei voti rispetto al 27,59) di quello ottenuto nelle analoghe elezioni di dieci anni prima, fra l'89 e il '99 il calo degli iscritti è da a 613.000: e ciò spiega certamente anche la maggiore volatilità dei consensi.
Ma il dato più rilevante è quello che riguarda l'allarmante caduta elettorale, tanto più, se si considerano - tenuto conto della crescita dell'astensionismo - i voti ottenuti rispetto alla cifra totale degli elettori. Infatti, sempre nelle europee dell'99, se i voti dei Ds erano il 17,34 per cento dei voti validi, la percentuale sul totale degli elettori era solo del 10,95 per cento: mentre era del 20,89 dieci anni prima e addirittura del 31,23 per cento nel 1976. Il voto diessino, in assoluto, è dunque sceso a circa un terzo del tetto massimo toccato dal Pci: è una prova di più di quanto sia stata sbagliata la tesi della ricerca dello sfondamento al centro e di quanto conti, invece, la fuga verso l'astensionismo di una parte rilevante dell'elettorato di sinistra.
In questo quadro un peso rilevante continuano ad avere quelle che un tempo erano le regioni rosse. Anche in queste regioni - come è stato ulteriormente messo in evidenza dalle elezioni regionali di questa primavera - la differenza fra centrosinistra e centrodestra è andata fortemente riducendosi. Tuttavia il complesso formato da Emilia, Toscana, Umbria, Marche continua a rappresentare una quota assai elevata del voto complessivo del Pds-Ds: quota che - come rileva Gritti - dal '94 al '99 si è anzi alzata, passando dal 31,9 al 34,1 dell'insieme dei voti ottenuti da questo partito. Nonostante il ruolo nel governo nazionale e in tanti governi regionali e locali di ogni parte d'Italia, i Ds sono dunque oggi un partito fortemente regionalizzato: è infatti dovuto alle ex regioni rosse se essi raggiungono una percentuale nazionale di circa il 20 per cento, mentre nell'Italia settentrionale e in quella meridionale non vanno oltre il 12-13 per cento dei voti e sono pertanto una forza politica minore.
Questo dato mette in evidenza un carattere fortemente contraddittorio del partito diessino: ossia quanto sia ancora forte nonostante le ripetute svolte - anche se questo elemento di legame con la tradizione va certamente logorandosi - la continuità con l'insediamento sociale, politico elettorale del vecchio partito comunista. Ciò da un lato pesa fortemente (è questo un punto che meriterebbe un rilievo maggiore di quello dato dai due autori) sui limiti della democrazia interna: il nuovo verticismo di tipo personalistico - malamente mascherato con un uso distorto della teoria per altro assai discutibile della "democrazia di mandato" - si è infatti innestato sul burocratismo e sul centralismo tradizionale, per certi versi rendendoli ancora più rigidi e soffocanti. D'altro lato il fatto che la maggioranza che ha votato Pds-Ds provenga ancora dal vecchio insediamento del Pci rende tanto più "devastante e delegittimante, ovviamente rispetto alla tradizione, alla cultura politica e alla memoria collettiva di gran parte degli iscritti e degli elettori" l'anticomunismo oggi dichiarato da chi, essendo stato negli anni Ottanta nel gruppo dirigente al vertice del Pci, oggi dichiara di "non essere mai stato comunista" (Gritti, pag. 7). Qui sta certamente una delle ragioni del crescente astensionismo di sinistra.
Meno analitico e più teorico (ma anche più aspramente polemico) è il saggio conclusivo di Michele Prospero. La sua indagine riguarda, in particolare, la cultura politica di D'Alema, di Veltroni, del nuovo gruppo dirigente diessino: mettendo in luce, soprattutto il carattere acritico del concetto di "modernità", dell'uso che viene fatto della categoria del postfordismo, delle argomentazioni sull'innovazione e sulla flessibilità. Prospero, alla luce di quest'assenza di criticità, sottolinea che il ruolo identitario assunto dalla battaglia referendaria appare come la prova più evidente del vuoto di prospettiva strategica apertosi nel maggior partito della sinistra.
In sostanza, pur con i caratteri (che credo risultino evidenti anche da questa recensione) di un saggio che coniuga l'analisi con l'immediato intervento politico, il libro di Gritti e Prospero deve in conclusione considerarsi come un valido contributo alla ripresa di una riflessione critica a sinistra. Da troppe parti, nel corso di questi anni, si era mostrato di credere che nonostante le sue palesi debolezze la strategia della "terza via" sarebbe stata inevitabilmente vincente, perché poggiata sulle tendenze spontanee dei processi economici e sociali in atto. Le dure sconfitte da essa subìte in questi ultimi dodici mesi hanno dimostrato che non è così. Occorre ora evitare - e a questo fine è prezioso tornare a ragionare sui processi di più lungo periodo - che il fallimento della politica moderata e neocentrista travolga non solo il gruppo dirigente che ne è responsabile, ma il complesso delle posizioni della sinistra italiana.