Destra e sinistra si preparano
SCENARI DEL DOPO VOTO
Giuseppe Chiarante
1.Giunti ormai a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2001, è forse possibile cominciare oggi a discutere, un po' più concretamente di quanto fosse ipotizzabile ancora poco tempo fa, su quali potranno essere, dopo il voto della prossima primavera, i possibili scenari della politica italiana. E dunque anche se e quale incidenza potrà avere, sullo svolgersi di tali scenari, uno spostamento sia pure di limitata entità nelle scelte di voto che saranno compiute dai cittadini.
Naturalmente una riflessione di questo tipo deve essere sempre condotta con ragionevole prudenza. È evidente, infatti, che avanzare previsioni su ciò che accadrà dopo è, alla vigilia di una prova elettorale, comunque un gioco arrischiato: tanto più in una situazione di accresciuta fluidità degli orientamenti di massa, qual è quella che si è determinata anche in Italia nel corso del passato decennio. Oltretutto, è assai difficile valutare quanto e come possa pesare, sulle scelte dei votanti, una campagna elettorale che, pur essendo in corso da diversi mesi, non è mai giunta a qualificarsi come un chiaro confronto politico e programmatico; ma ha assunto piuttosto i caratteri di una polemica aspra e non di rado volgare, nella quale eccessi e intemperanze (generalmente seguiti da maldestre correzioni di rotta) hanno per lo più avuto la meglio sulla capacità di argomentazione e di convincimento.
Ciò è vero, in primo luogo, per lo schieramento che da tutti i sondaggi viene considerato come favorito, ossia per il centro-destra. È opinione diffusa, in effetti, che il momento in cui la presa sull'elettorato del gruppo dirigente di Forza Italia è stata più estesa e soprattutto più salda si è avuto all'inizio della scorsa estate, dopo la netta vittoria di Berlusconi nelle regionali e nel referendum elettorale e dopo il ricompattamento sotto la sua
leadership
di tutta l'area di centro e di destra, Lega compresa. Da allora gli errori compiuti soprattutto dalle componenti estreme di questo schieramento (errori evidentemente dovuti alla volontà di accentuare il proprio ruolo politico e di non essere assorbiti nel moderatismo del partito maggiore: basta pensare alle sortite di Storace per un'epurazione dei libri di scuola, alle spinte oltranziste di settori della Lega contro l'immigrazione extracomunitaria e in particolare contro il 'pericolo Islam', all'esasperazione di talune rivendicazioni in materia di
devolution
dei poteri statali alle Regioni) hanno riprodotto divisioni che sembravano superate, suscitando inquietudini nei settori di centro della coalizione e costringendo a correzioni o ritirate che non hanno certo giovato all'immagine complessiva del centro-destra. Anche la genericità e la banalità di gran parte degli slogan elettorali dello stesso Berlusconi e la sua incontenibile tendenza a rinnovare di continuo gli attacchi alla magistratura (attacchi motivati, del resto, da interessi personali sin troppo evidenti) sono stati e sono un segno del basso profilo della classe dirigente che si candida al governo del paese. Un segno inquietante, ma che appunto potrebbe inquietare anche un po' di elettori moderati il giorno del voto.
Occorre però dire che da questi errori (se di errori si tratta) la maggioranza di centro-sinistra non sembra aver ricavato alcun significativo vantaggio. In questi mesi essa è infatti apparsa paralizzata, su troppi temi, dalle divisioni interne; e ha compiuto una scelta del candidato a premier che è avvenuta senza il sostegno di una piattaforma politica e programmatica capace di offrire all'opinione pubblica una prospettiva non meramente mediatica. Inoltre, mentre la convergenza tra le forze di centro la cosiddetta 'margherita' ha continuato e continua a manifestare i limiti di una combinazione verticistica e provvisoria, già oggi di dubbia tenuta e consistenza, all'interno del maggior partito della coalizione, ossia fra i Democratici di sinistra, il gruppo dirigente affermatosi al congresso di Torino è apparso negli ultimi mesi fortemente scosso da lacerazioni e discordie (basta pensare agli aspri scontri tra Veltroni e D'Alema) che si spiegano soltanto con gravi carenze di identità ideale e di strategia politica.
Soprattutto, rimane pressoché incomprensibile, se non come sintomo della gravità della crisi in atto, l'incapacità dei Ds e del centro-sinistra di sviluppare in modo conseguente una politica che cerchi di sommare, nello scontro con la destra, i propri voti e quelli di Rifondazione comunista nonché di recuperare (almeno in parte) quell'esteso astensionismo di sinistra che ha pesato fortemente in occasione delle elezioni europee e regionali. Che una convergenza elettorale e un recupero a sinistra siano indispensabili per cercare di ridurre il fossato che nei sondaggi separa i due maggiori schieramenti che si confronteranno nel voto, e che a tale fine sia richiesta quali che siano i termini con cui si vuole presentarla una forma di intesa con Rifondazione, è ormai ammesso da tutti, compresi i settori più moderati della maggioranza. Ma nel concreto ben poco, anzi quasi nulla è stato sinora fatto sia sul terreno dell'auspicabile correzione della legge elettorale per dare garanzie di rappresentanza alle minoranze, sia sul piano di qualche visibile correzione programmatica in campo politico e sociale perché si possa ragionevolmente sperare che la 'non belligeranza', di cui tanto si parla, si traduca davvero in una piena convergenza di tutti i voti di Rifondazione anche nei collegi maggioritari e, ancor di più, perché tale linea possa effettivamente esercitare una qualche attrattiva su quei settori in cui si è già consolidata la tendenza all'astensionismo.
Non sembra, dunque, che gli avvenimenti di questi ultimi mesi possano aver inciso sugli orientamenti dell'elettorato in modo da modificare sensibilmente il rapporto di forze a vantaggio del centro-destra che si era manifestato in modo così netto nelle elezioni regionali. Va detto, anzi, che a favore di Berlusconi e dei suoi alleati due fattori hanno certamente esercitato una notevole incidenza: da un lato l'atteggiamento più benevolo verso la destra di centri importanti di formazione della pubblica opinione, come settori autorevoli delle gerarchie ecclesiastiche o gran parte dei gruppi economici dominanti (particolarmente significativo è stato, al riguardo, il cambio della guardia nella direzione della Confindustria); d'altro lato, l'incoraggiamento che a orientamenti regressivi e repressivi in materia di ordine pubblico (e non solamente di ordine pubblico) è venuto e viene non solo dall'atteggiamento subalterno di gran parte dei responsabili governativi, ma dalla confusione, avallata anche dalle massime autorità dello Stato, fra criminalità, clandestinità, immigrazione.
2.Pare dunque ragionevole ritenere che le frizioni, le intemperanze, le incertezze che negli ultimi mesi si sono manifestate nello schieramento di centro-destra siano destinate non tanto a incidere sugli orientamenti dell'elettorato nel voto della prossima primavera, quanto a pesare sugli scenari futuri: nel senso di riproporre dubbi e interrogativi circa la credibilità e la capacità di governo di una maggioranza guidata da Berlusconi e condizionata da componenti poco affidabili, come la Lega e gran parte di Alleanza nazionale.
In sostanza, il problema che in questo momento si pone a Berlusconi ma soprattutto agli esponenti più avvertiti del gruppo dirigente di Forza Italia è non tanto elettorale quanto politico. Certo, anche nella condotta della campagna elettorale è oggi interesse di questo partito contenere le spinte centrifughe ed estremizzanti che si manifestano nella coalizione e che potrebbero provocare ripulse fra gli elettori più moderati. Di qui la pressione su Bossi per ottenere la sconfessione degli atteggiamenti più esplicitamente razzisti e, soprattutto, l'adesione formale della Lega a una politica europea comunemente concordata; oppure, su un altro fronte, l'insofferenza mostrata verso posizioni alla Storace e, più in generale, verso le sortite dell'ala estrema di Alleanza nazionale. Ma il problema fondamentale di Forza Italia è, oggi, non tanto di convincere i suoi elettori, quanto quello dei suoi rapporti con le classi dirigenti europee e, in Italia con i 'poteri forti' dell'economia e della società; i quali, in passato, le avevano palesemente preferito l'intesa con la maggioranza di centro-sinistra.
L'ingresso nel Partito popolare europeo è stato, per Berlusconi, un primo e fondamentale passo per rafforzare la credibilità sua e del suo partito agli occhi dei possibili partner d'Oltralpe e anche della più autorevole opinione pubblica italiana. Ma non è difficile supporre che altri problemi si porranno, e potranno sorgere. Altri attriti come il caso Haider insegna nell'ipotesi della formazione di un 'classico' governo di centro-destra. Se ne deve dedurre, in modo semplicistico, che un tale governo sarebbe destinato a nascere come nel 1994 con un'intrinseca debolezza, esposto in partenza al rischio di sfasciarsi, come allora quasi subito avvenne per la defezione della Lega? Oppure che sia interesse di Forza Italia, per prevenire questa eventualità, liberarsi al più presto da alleati scomodi e cercare di sostituirli attraverso un'intesa con un'ampia alleanza di centro?
Simili ipotesi appaiono, al momento, assai poco realistiche. Il blocco di centro-destra ha infatti, oggi, una consistenza ben maggiore dell'improvvisata alleanza di sette anni fa: esso ha trovato la sua coesione non solo nel timore di una vittoria dei 'progressisti', ma in una comune piattaforma fondata sull'adesione a un'ideologia e a un programma liberista ormai largamente diffusi; sulla valorizzazione delle autonomie regionali e locali come chiave di volta per una redistribuzione in senso privatistico dei poteri statali; sull'esaltazione dell''ordine' e sulla diffidenza verso il diverso. Semmai, il problema di Berlusconi è quindi di qualificare sempre più la
leadership
di Forza Italia all'interno di una coalizione di questo tipo nel senso dell'affermazione di un moderatismo centrista che erediti il ruolo egemonico per tanti anni esercitato dalla Democrazia cristiana: ma una Democrazia cristiana ormai privata, a differenza di quella di un tempo, delle sue radici nel richiamo all'antifascismo e alla Costituzione democratica e repubblicana del 1948.
Decisivo, per lo sviluppo di un'esperienza politica che vada in questa direzione sarebbe per Forza Italia non tanto un ricambio di alleanze, ma lo sviluppo di un'esperienza politica di natura consociativa, che trovi interlocutori anche in forze di centro e di centro-sinistra che oggi stanno dall'altra parte della barricata. La base per questo genere d'intesa (e dunque per una collaborazione più o meno scoperta) potrebbe essere fornita dalla comune adesione a una linea economica liberista, da un impegno di politica estera 'bipartisan', soprattutto dal confronto sulle riforme istituzionali predicato come necessario al fine di 'portare a termine la transizione italiana'. E il terreno per possibili accordi di carattere consociativo sarebbe rappresentato non solo dal Parlamento e dal governo nazionale, ma dai governi regionali e locali dove più stretto, già oggi, è l'intreccio di interessi e di posizioni di potere (e lo sarà tanto più domani, se andrà avanti la riforma federale) fra personale politico dell'uno e dell'altro fronte.
Non si era del resto affacciato a più riprese già nel corso degli anni Novanta si pensi al 'tentativo Maccanico' o a tutta la vicenda della Commissione bicamerale l'ipotesi di dar vita (sia pure con un rapporto di forze rovesciato, cioè più favorevole al centro-sinistra) a forme di governo fondate sulla collaborazione fra i due schieramenti o addirittura aperte all'ipotesi di un'intesa di 'unità nazionale'?
3.Che in Berlusconi e nella parte più moderata del gruppo dirigente di Forza Italia vi sia la preoccupazione di lasciare aperta la strada alla possibilità di future intese anche con forze di centro e di centro-sinistra, è chiaramente dimostrato oltretutto dall'atteggiamento assunto, nel corso dell'ultimo anno, in materia di leggi elettorali: non solo col boicottaggio del referendum, che avrebbe portato a un sistema maggioritario seccamente bipolare, ma con l'apertura di un dibattito sull'opportunità di rivedere in senso meno presidenzialistico (e dunque anche in questo caso, meno bipolare) la legge elettorale per le regioni, i comuni, le province.
Esistono nello schieramento opposto posizioni che potrebbero essere disponibili a interloquire con una proposta politica di tipo consociativo che venga dalla coalizione di centro-destra? Per quel che riguarda gruppi e gruppetti dell'area di centro, dopo i numerosi episodi di trasformismo e di passaggio dall'una all'altra parte della barricata che hanno caratterizzato la vita parlamentare in questa legislatura, sarebbe assai arduo escludere recisamente che singoli esponenti o anche gruppi potrebbero essere sensibili alla lusinga della partecipazione, diretta o indiretta, a posizioni di governo o, comunque, di potere.
Il punto più delicato (e certamente più problematico) riguarda però l'eventualità che l'affannosa ricerca, ormai in corso da un decennio, di una riforma delle istituzioni dominata dall'obiettivo della stabilità governativa (ossia una soluzione in chiave d'ingegneria istituzionale di un problema che è essenzialmente politico) possa diventare l'occasione per un'intesa più ampia che coinvolga in un rapporto di tipo consociativo magari con l'incoraggiamento di un atteggiamento
super partes
della presidenza della Repubblica anche una larga parte dei Democratici di sinistra. È evidente, del resto, che al di là delle divisioni e dei rancori personali, la politica sviluppata in questi mesi dagli esponenti di questo partito, che negli anni passati hanno più direttamente partecipato a responsabilità di governo, appare oggi essenzialmente rivolta (sia che si prospetti l'evoluzione dei Ds in un più generico partito socialdemocratico o liberal-democratico, sia che si ponga l'accento sull'essenzialità del loro ruolo all'interno di un'alleanza di governo fondamentalmente centrista) a preservare e confermare, anche dopo una probabile sconfitta elettorale, la linea che ha purtroppo portato ieri a indebolire progressivamente la sinistra italiana in un ruolo di sostegno a una politica moderata e liberal-liberista; e potrebbe portare domani a una sostanziale subordinazione (di cui ci sono pochi confronti in Europa) a un'ipoteca liberal-conservatrice non solo nel governo del paese, ma in un disegno di riforma della Costituzione.
È questa situazione ritorno così alla considerazione iniziale sul significato e sull'incidenza di sia pur moderati spostamenti nelle scelte di voto o di non voto che induce a ritenere profondamente sbagliata la posizione di chi ritiene (è una posizione che si è espressa anche in interventi su questa rivista) che una scelta di astensionismo elettorale potrebbe avere un'incidenza politicamente positiva in quanto 'darebbe una lezione' a coloro che hanno guidato in questi anni la sinistra di governo sollecitandoli a una correzione di rotta. Al contrario, l'indebolimento, anche nel voto, di una presenza più dichiaratamente di sinistra darebbe forza solo all'ipotesi liberal-moderata che oggi si viene apertamente dispiegando anche in quella parte dell'area diessina che è più incline a spostarsi verso il centro.
Il fatto è che il vero rischio aperto nella situazione italiana è quello di un'ulteriore emarginazione della tradizione, della sollecitazione critica, della capacità di proposta e di iniziativa espressa dalla sinistra di questo paese.
Per questo nonostante le lacerazioni che si sono prodotte e che tuttora perdurano è importante dare fiducia anche nel voto, per quanto possibile, alle tendenze che, sia dall'opposizione sia all'interno della sinistra che è al governo, si battono contro la deriva centrista e per la ricostruzione, a partire dalla critica delle idee, di una rinnovata esperienza e consapevolezza di sinistra nella società italiana. È chiaro a tutti che, dopo l'esaurimento dell'esperienza del Novecento e dopo i guasti dell'ultimo decennio, il cammino da compiere a questo fine non è né breve né facile. Ma è un cammino al quale si contribuisce non disertando gli appuntamenti che si presentano: neppure una difficile prova elettorale quale quella della prossima primavera.