Il Congresso del Ppe
DA MARITAIN AL BEATO BALAGUER
Giuseppe Chiarante
1.Nello sviluppo della campagna elettorale italiana in vista dell'ormai imminente voto di primavera il congresso del Partito popolare europeo, svoltosi a Berlino dall'11 al 14 gennaio, ha rappresentato un tornante forse di maggior rilievo di quello che in precedenza si poteva prevedere. Ciò non solo per il successo ottenuto da Silvio Berlusconi, riconosciuto e applaudito come uno dei più autorevoli leaders del moderatismo europeo. Ma, ancor più, per ciò che il congresso ha messo in luce circa gli orientamenti delle forze di centro e centro-destra nel nostro continente e circa il mutamento di posizioni che sta avvenendo, rispetto al '96, negli orientamenti della Chiesa e di una parte degli elettori cattolici italiani.
Sul successo di Berlusconi a Berlino è presto detto. Per il leader di Forza Italia il congresso del Ppe rappresentava un appuntamento importante, non a caso da tempo accuratamente preparato. L'obiettivo non era, semplicemente, quello di ottenere un'affermazione personale che potesse spostare qualche voto nell'elettorato italiano, già a sufficienza orientato, secondo i sondaggi, a favore della `Casa delle libertà'. Altri due problemi, politici più che elettorali, preoccupavano maggiormente (come avevamo sottolineato sul precedente numero di questa rivista) Berlusconi e i suoi consiglieri. Il primo problema era quello di accrescere agli occhi dei governi e delle forze che davvero contano in Europa, e dunque anche in Italia la credibilità e l'autorevolezza della candidatura del Cavaliere a premier, vincendo la diffidenza per il possibile peso, nella coalizione, di componenti considerate poco affidabili o addirittura inquietanti, come la Lega di Bossi o le correnti più di destra di Alleanza Nazionale. Il secondo problema, che col primo naturalmente si intrecciava e si congiungeva, era quello di accentuare la caratterizzazione di Forza Italia come un partito rappresentativo del centro moderato, capace certo di utilizzare l'alleanza con le forze di destra per sconfiggere la sinistra, ma al tempo stesso di aprirsi a intese con altre forze centriste e di stabilire un rapporto non troppo conflittuale con un'opposizione schierata su una linea blandamente socialdemocratica.
Sull'uno e sull'altro piano Berlusconi ha sostanzialmente ottenuto a Berlino i risultati sperati. Lasciamo ovviamente da parte gli aspetti di folklore dalle barzellette tanto care al Cavaliere agli incidenti di Mastella e signora con la gendarmeria tedesca su cui più si è soffermata la cronaca dei quotidiani. Al di là di questi episodi, in gran parte di dubbio gusto, la sostanza è che Berlusconi ha saputo utilizzare al meglio l'ingresso nel `salotto buono' del Partito popolare europeo: collocandosi subito al fianco di Aznar e all'ombra di Helmut Kohl, sottolineando il valore della sua probabile vittoria nelle elezioni italiane di primavera come una chiave di volta per la rivincita dei popolari e dei conservatori in tutto il continente, proponendosi come un assertore da sempre di quel mix di populismo e di liberismo che costituisce l'attuale ideologia dei popolari europei.
Al tempo stesso Berlusconi ha utilizzato le luci della tribuna del congresso di Berlino per presentare Forza Italia come la naturale erede libera però dai vecchi vizi e aperta all'efficienza e alla modernità delle forze che già avevano governato il nostro paese prima della crisi degli anni novanta; e ha avanzato la propria candidatura per un governo di lunga durata, impegnato in una riforma liberista dello Stato, capace di dare più dinamismo alla società italiana, orientato a operare in una logica di alternanza e tuttavia non senza possibili convergenze consociative - con un'opposizione moderatamente riformista e neoliberale di cui il Cavaliere non ha mancato di indicare l'auspicato leader in Massimo D'Alema.
Il Congresso di Berlino ha così dato a Silvio Berlusconi, nonostante il netto dissenso dei popolari italiani, ciò che egli si proponeva: ossia il riconoscimento di uomo politico di statura e rilievo europeo, rispettato come naturale interlocutore non solo delle forze politiche ma degli `interessi forti' così in Italia come fuori di Italia.
2) Si dirà che questo successo di Berlusconi era già in partenza abbastanza facilmente prevedibile. Ma se esso ha incontrato condizioni particolarmente favorevoli, e ha così avuto più risonanza di quel che ci si attendeva, ciò è dipeso da quello che è stato il vero aspetto di novità del Congresso: ossia l'ormai compiuto delinearsi di un nuovo corso nella cultura e nella politica del Partito popolare europeo. Certo, non va in proposito dimenticato se non si vuole cadere in errori di provincialismo come è accaduto a più di un giornale che già in passato il Ppe praticava un'ideologia e un'azione politica marcatamente più arretrata della Dc italiana. Non a caso il partito leader dei popolari europei era stato, per lungo tempo, la Cdu tedesca: la quale anche a prescindere dalla sua componente schiettamente di destra, ossia dai cristiano sociali bavaresi sin dall'inizio si era caratterizzata, rispetto alla consorella italiana, come un partito per molti versi più tradizionalmente conservatore. Tuttavia la Cdu, nonostante il suo prudente moderatismo, era comunque il partito che, sia pure in dialettica e per un certo periodo anche in alleanza (l'esperienza della grande coalizione) con i socialdemocratici di Brandt, aveva partecipato alla costruzione dello Stato sociale tedesco; e aveva in tal modo contribuito, assieme alla Dc italiana, a dare al popolarismo europeo una linea e una cultura che erano un intreccio tra un solidarismo venato di corporativismo in campo sociale e un liberalismo (corretto però da un ruolo tutt'altro che irrilevante dell'intervento pubblico) in politica e in economia.
Oggi, in ogni caso, questa fase della storia dei popolari europei può considerarsi del tutto esaurita. Infatti una nuova linea si è compiutamente affermata col congresso di Berlino: una linea nella quale solidarismo, interventismo statale, principi di socialità hanno definitivamente ceduto il posto a una cultura e a una politica più schiettamente liberista. Non a caso il Ppe è stato definito a Berlino, dal suo stesso presidente Wilfried Martens, come un partito di «cristiano democratici, di moderati e di centristi» che si colloca nel «paesaggio politico del centro-destra»; e il documento conclusivo non ha solo ribadito, come era ovvio, il ruolo alternativo rispetto ai partiti socialisti e alla sinistra, ma ha respinto duramente anche le suggestioni di «indefinita terza via che non guarda ai problemi reali della gente».
Sono molti i fattori che, rispetto alla fase precedente, hanno contribuito a determinare e favorire questo spostamento di orientamenti. In particolare l'entrata in crisi dell'esperienza dello Stato sociale e delle politiche di intervento pubblico; la grande offensiva liberista che ha accompagnato la trasformazione delle strutture produttive e alla quale hanno finito col cedere anche molti partiti socialisti e socialdemocratici giunti al governo in vari paesi europei; infine il fatto stesso che l'allargamento verso il Nord e verso l'Est dell'Europa comunitaria ha via via ridotto, rispetto all'epoca della vecchia `Europa carolingia' di De Gasperi, Adenauer, Schuman, il peso della componente cattolica e della sua `dottrina sociale'. Anche l'emergere di uomini come Aznar più legato alle tradizioni del franchismo moderato che al popolarismo e ora Berlusconi, sono l'espressione e al tempo stesso un motivo di ulteriore accelerazione di questo complessivo cambiamento.
Ma accanto a questi fattori, di carattere generale, ha certamente avuto un peso (ed è questo un aspetto che interessa particolarmente l'Italia e le sue prospettive politiche) anche il crescente irrigidimento in senso regressivo, soprattutto in campo culturale e sociale, che negli anni più recenti ha caratterizzato dapprima gli indirizzi di vertice della Chiesa cattolica e, poi, l'azione concreta svolta dalle gerarchie ecclesiastiche anche nel nostro paese.
3) Non va infatti dimenticato che nei cinquanta anni seguiti alla seconda guerra mondiale l'Italia era stata nell'Occidente europeo (in particolare dopo l'esaurimento in Francia di un partito politico cattolico già al momento dell'avvento di De Gaulle nel '58) il paese che aveva conosciuto una più significativa esperienza di cattolicesimo democratico: e ciò soprattutto dopo il '60, in consonanza con gli influssi esercitati dal movimento conciliare e con gli indirizzi riformatori dei pontificati di Giovanni XXlll e di Paolo VI. La Dc italiana si era così venuta sviluppando come una formazione politica e culturale assai composita (una sorta di `partito dalle molte anime') nella quale certamente avevano un forte peso l'orientamento moderato e la preclusione anticomunista, senza dubbio prevalenti nel suo elettorato; ma che al tempo stesso era assai sensibile in particolare, dopo la sconfitta di Gedda e del geddismo agli inizi degli anni cinquanta e dopo il ripudio della svolta a destra di Tambroni nel 1960 all'ispirazione antifascista, ai princìpi della Costituzione repubblicana, a una concezione solidarista che, sia pure con molte cadute corporative e clientelari, consentiva un incontro con le dottrine e con la pratica dello `Stato sociale'.
Nonostante l'allentamento dei vincoli tra vertici ecclesiastici e partiti politici (esplicitamente teorizzato, a suo tempo, proprio da Paolo VI) questa situazione cominciò però a cambiare già nel 1978, dopo l'ascesa al pontificato di Karol Wojtyla. L'avvento del Papa polacco ha infatti significato, dapprima, un maggior distacco dei vertici vaticani dalla realtà politica italiana: il che ha comportato, per la Dc, meno vincoli ideologici, ma ha forse favorito siamo negli anni ottanta anche una forma deteriore di laicizzazione intesa come adattamento a un costume morale e politico che ha avuto il suo apogeo nell'epoca d'oro di Tangentopoli. Nel successivo decennio, ha poi cominciato a farsi sentire maggiormente, anche nell'area del cattolicesimo organizzato italiano, l'orientamento sostanzialmente regressivo, rispetto alle aperture conciliari, che ha contraddistinto in modo via via più marcato la linea e l'insegnamento di papa Giovanni Paolo II.
Non è evidentemente il caso di affrontare qui, in poche righe (ed essenzialmente in rapporto alle vicende italiane) il problema della valutazione di un'esperienza estremamente complessa e anche contradditoria, ormai più che ventennale, come il pontificato Wojtyla. Non v'è dubbio che in tale esperienza convergono elementi molteplici, a prima vista persino contrastanti. Sembra a me, comunque, che non si possa mai trascurare che anche le posizioni che solitamente vengono richiamate come le più positive (per esempio la sensibilità per i problemi della pace, la condanna del razzismo, i ripetuti richiami all'immane tragedia della fame e della povertà nei continenti extraeuropei) sono nella loro efficacia pratica fortemente limitate, se non contraddette, sia dalla palese sottovalutazione del carattere devastante della dominazione economica e non solo economica dell'Occidente sul Terzo Mondo sia dall'appoggio diretto dato, specie in Sudamerica, a regimi autoritari e violenti che si sono spesso macchiati delle peggiori infamie (e ciò mentre venivano condannati o emarginati, proprio in quei paesi, tanti teorici e seguaci della Teologia della liberazione).
Ma in particolare in Europa (e in generale nei paesi più sviluppati) il carattere regressivo del pontificato di Wojtyla rispetto al Concilio e all'azione dei suoi più immediati predecessori è via via emerso a me pare con grande evidenza: in particolare nel raffreddamento dell'impegno per il dialogo ecumenico; nel prevalere di chiusure di tipo sessuofobico su temi come quelli della moralità, dei rapporti fra le persone, della famiglia, del ruolo della donna nella società e nella Chiesa; nella riaffermazione con toni di sapore quasi neointegrista del primato della Chiesa anche in materie (come la scuola o l'educazione) che toccano ed anzi intaccano i principi della laicità dello Stato e dell'eguaglianza tra i cittadini. Per così dire, dall'ispirazione di Maritain all'Opus Dei di de Balaguer. Mi sembra in sostanza che soltanto il disarmo ideale che su temi di questo genere c'è stato negli ultimi anni a sinistra ha potuto far scrivere a tanti maîtres à penser della tradizione laica che oggi la Chiesa sarebbe praticamente rimasta sola nel difendere una visione della vita fondata su `valori' e non soltanto sugli `interessi'.
In realtà il progressivo irrigidimento delle posizioni della Chiesa, dell'episcopato, delle organizzazioni cattoliche su alcune grandi questioni dalla moralità alla famiglia alla scuola che hanno evidenti implicazioni anche in campo sociale e politico, non solo ha pesantemente condizionato negli ultimi anni la vicenda politica italiana; ma ha favorito quello spostamento verso destra degli orientamenti culturali di massa che è oggi una delle carte torniamo così all'argomento da cui siamo partiti che giocano a favore della `Casa delle libertà' in vista del voto di primavera. Va infatti tenuto presente che, nonostante tutto, ancora nel 1996 la parte forse maggioritaria dell'episcopato italiano benché la grande maggioranza dell'elettorato ex Dc fosse già trasmigrata nel '94 verso Forza Italia e in parte anche verso la Lega o verso Alleanza Nazionale aveva continuato ad appoggiare i popolari, Prodi, l'Ulivo, contribuendo così in misura non indifferente all'affermazione del centro-sinistra. Oggi diversi segnali sembrano indicare che l'atteggiamento è mutato: sia per l'irrigidimento dei vertici della Cei sia perché in questi cinque anni molti vescovi sono stati sostituiti. Non è il caso di inseguire le varie voci diffuse in queste settimane circa gli orientamenti del cardinale Ruini o di altri esponenti della Conferenza episcopale. Ma episodi come il moltiplicarsi delle polemiche in materia di scuola, di famiglia o di aborto; o come l'aspra critica del quotidiano «Avvenire» a Rutelli; o come i segni di resistenza alla candidatura di Veltroni al Comune di Roma sembrano, far intendere un orientamento prevalentemente non favorevole al centro-sinistra.
Certo, non è solo alle autorità ecclesiastiche che può essere attribuita la responsabilità di quel che sta accadendo. Senza dubbio questo processo avrebbe incontrato maggiori resistenze se vi fosse stata, da parte dei cattolici democratici impegnati nel Partito popolare, la capacità di essere validi interlocutori politici di quelle espressioni di base del mondo cattolico che in questi anni sono state fra i gruppi più impegnati nei temi della pace, dell'aiuto al Terzo mondo, della lotta contro la fame e la violenza. Questa capacità, invece, è pressoché del tutto mancata; come è generalmente mancata una seria autocritica sulle cause del collasso della vecchia Dc. È prevalsa al contrario la tendenza a una gestione continuista del potere nel quadro dell'alleanza di centro-sinistra; ed è in questo ambito che si spiegano anche i cedimenti alle pressioni e agli interessi di marca confessionale. Ma tutto ciò ha favorito, e non certo contrastato, lo slittamento verso destra negli orientamenti degli elettori cattolici.
Può darsi, dunque, che Berlusconi e la `Casa delle libertà' possano trarre giovamento, oltre che dal generale spostamento liberista e conservatore di tanta parte della pubblica opinione, anche da questo più accentuato moderatismo (e neointegrismo) che si è fatto strada in campo cattolico. Non sta a noi evidentemente distribuire moniti a nessuno. Ma non ci sentiamo davvero di non rilevare che se qualcuno, nelle gerarchie e nelle organizzazioni cattoliche, pensa davvero di salvaguardare meglio, attraverso un'alleanza con il moderatismo di destra, valori spirituali e religiosi, prende ancora una volta un grosso abbaglio. Proprio la vicenda del Partito popolare europeo, divenuto più `laico' e meno `cristiano', ma soprattutto più sensibile agli interessi economici e meno ai valori di solidarietà umana e ai diritti della persona, dovrebbe pur insegnare qualcosa.