numero  18  giugno 2001 Sommario

Il voto dei cattolici

PIU' GENTILONI CHE STURZO, NIENTE DOSSETTI
Giuseppe Chiarante  

1.Quale incidenza hanno esercitato le tendenze del moderatismo cattolico nel voto che – assegnando alla destra con una netta maggioranza parlamentare il governo del paese – sembra chiudere la fase lunga e tormentata della `transizione italiana' e far nascere la seconda Repubblica all'ombra dell'egemonia di Forza Italia e di Silvio Berlusconi? Non mi sembra che si possa dare risposta a questo interrogativo senza tenere conto di due dati fra loro distinti e almeno in apparenza anche divergenti.
Da una parte è infatti evidente che ha raccolto ben pochi consensi la nostalgia di chi sperava di ridar vita all'esperienza democristiana nelle sue forme tradizionali. Il tentativo di Andreotti, D'Antoni e Zecchino non è andato al di là – come è noto – del 2,4 per cento dei voti e di 2 rappresentanti al Senato: ancor meno, cioè, delle più scettiche previsioni. A ciò si aggiunge il calo (sia pur compensato da 69 parlamentari ottenuti nel maggioritario) del raggruppamento Ccd-Cdu che è sceso dal 5,8 per cento del '96 al 3,2 di quest'anno. E va altresì considerato che, nel centro-sinistra, così i popolari di Castagnetti come l'Udeur di Mastella (ossia le componenti di più dichiarata derivazione democristiana) hanno dovuto rinunciare a una presentazione autonoma, confluendo nella lista della Margherita assieme al raggruppamento di Dini e a quei gruppi, laici e cattolici, che avevano dato vita all'esperienza dei Democratici. Non si può dire, in sostanza, che il momento appaia particolarmente favorevole alle formazioni politiche che propongano un troppo esplicito richiamo alle tradizioni e all'esperienze della vecchia Dc che pure, per tanti anni, aveva egemonizzato il paese.
È però anche vero, d'altra parte – ed è questo, probabilmente, il fatto che più conta – che il partito uscito nettamente vittorioso dal voto del 13 maggio, ossia Forza Italia, è da qualche anno membro autorevole e apprezzato del Partito popolare europeo: nel quale si riuniscono, su scala continentale, le forze che fanno riferimento, in modo più o meno dichiarato, all'ispirazione cristiana. Non c'è bisogno di ricordare che l'adesione al Ppe è anzi stata, per il partito di Berlusconi, un passaggio essenziale – e per questo a lungo e con tenacia ricercato – per accedere al `salotto buono' delle forze che hanno pieno titolo e riconosciuta legittimità per aspirare a un ruolo di governo in Europa. Ed è noto, del resto, che anche in Italia ha avuto un grande peso, nella strategia del leader di Forza Italia, il costante richiamo ai modelli rappresentati dal Partito popolare di Aznar in Spagna e alla Cdu tedesca di Kohl e dei suoi successori: cioè a due partiti che, sia pure con un'accentuazione più nettamente conservatrice ma al tempo stesso più laica rispetto alla Dc italiana, si collocano nell'area delle forze di estrazione democristiana.
Se poi al 29,4 per cento di Forza Italia si aggiungono il 3,2 di Ccd-Cdu, il 2,4 di Democrazia europea e la grandissima maggioranza del 14,5 per cento della Margherita (attribuzione – quest'ultima – che appare legittimata sia dal peso che in questo raggruppamento hanno il Partito popolare, l'Udeur e il gruppo dei democratici di formazione cattolica raccoltosi attorno a Prodi, sia dall'orientamento degli eletti di tale lista alla Camera e al Senato) si può in sostanza concludere che, tenendo conto di tutte le componenti, il complesso delle forze che possono considerarsi non insensibili all'ispirazione cattolica (e in particolare ai richiami delle autorità ecclesiastiche) ha raggiunto nelle elezioni del 13 maggio quasi la metà dell'elettorato. Una percentuale che non solo è assai più alta di quella, non superiore al 33,3 per cento (20,6 di Forza Italia, 5,8 di Ccd-Cdu, 6,8 dei Popolari) ottenuta dalle stesse forze cinque anni fa; ma che occupa uno spazio politico molto più esteso di quello – oscillante fra il 35 e il 40 per cento dei voti – con il quale la Democrazia cristiana aveva, per diversi decenni, esercitato la sua leadership nel governo del paese. È anche significativo notare che, sulla base dei voti del 13 maggio, l'insieme delle forze che aderiscono al Ppe rappresenta almeno il 45 per cento dell'elettorato; mentre quelle che si riconoscono nel Partito socialista europeo non giungono al 19, e l'intera sinistra, compresi i Verdi e Rifondazione, non arriva al 25.
Si può dunque dire che nel valutare l'approdo nettamente conservatore con cui si chiude la transizione italiana, occorre considerare anche il dato specifico che riguarda il peso della tradizione moderata di derivazione cattolica. Un peso che si esercita, sia pure con conseguenze ed accenti assai diversi, in entrambi gli schieramenti. Esso è del tutto evidente nel centro destra e soprattutto in Forza Italia: la quale, non a caso, con la sua presenza nelle varie aree del paese ricalca quasi puntualmente, anche dal punto di vista della geografia politica, l'insediamento della vecchia Democrazia cristiana e in particolare delle sue componenti più moderate. È significativo, infatti, che le regioni in cui il partito di Berlusconi raccoglie maggiori consensi, superando nettamente la media nazionale, siano il Veneto, la Lombardia, la Campania e soprattutto la Sicilia, dove esso sfiora il 37 per cento dei voti. È altresì molto sintomatico che il Cavaliere abbia voluto dare a Ccd-Cdu, nonostante la loro fragilità organizzativa, una forte rappresentanza nel gruppo parlamentare del Polo: probabilmente anche in considerazione del contrappeso politico che queste formazioni possono esercitare rispetto a eventuali sussulti estremizzanti della Lega o di qualche frangia di Alleanza nazionale.
Ma anche nel voto del centro-sinistra risulta questa volta molto più marcato (anche se con posizioni certamente più democratiche) il condizionamento delle componenti di derivazione cattolica. L'accentuazione del volto neo centrista dell'Ulivo è infatti una conseguenza di questo condizionamento non meno che del cedimento alle suggestioni moderate che ha fatto tanta strada nella politica dei Democratici di sinistra. L'Ulivo di oggi – in effetti – ha un equilibrio interno assai diverso da quello del '96: anche a causa della frattura con Rifondazione comunista (che cinque anni fa era invece un'alleata, sia pure nella forma della desistenza) esso si caratterizza, infatti, come una coalizione che è ormai più di centro che di centro-sinistra. Del resto, mai la sinistra, nel suo insieme, era stata così debole come oggi, dal '45 in poi, negli equilibri politici italiani.
È così che un decennio che era stato annunciato – sull'onda della crisi ormai insostenibile maturata negli anni ottanta in tanti campi della vita del paese – come l'occasione per un profondo rinnovamento morale e politico oltre che finanziario e per un rinnovamento sostanziale nelle istituzioni e nella società, si chiude, dopo tanti rivolgimenti, con l'affermazione di posizioni nettamente conservatrici nelle quali rivive, in forme certo nuove, il costume di una vecchia Italia che credevamo per sempre superata. Non c'è stata, in sostanza, soltanto la vittoria di Berlusconi e della coalizione che ha Forza Italia al suo centro. C'è stato uno spostamento verso posizioni assai più arretrate del complesso degli schieramenti politici, compreso quello di centro-sinistra.
Si comprende perciò come, nell'ambito di questo processo, si assista al revival degli orientamenti più regressivi del moderatismo cattolico, sia sul piano della morale individuale e sociale (di qui la richiesta, fattasi più insistente, di una revisione della legge sull'aborto) sia per quel che riguarda le rivendicazioni a favore di una visione fondamentalista della famiglia e di maggiori finanziamenti per le istituzioni confessionali in campo scolastico e assistenziale. Non a caso la presa di posizione della Conferenza episcopale subito dopo il voto, e in particolare quella del suo Presidente cardinale Ruini, e ancor più quella così pesante dello stesso Pontefice, sono apparse di sostanziale soddisfazione: in particolare nell'auspicio di un periodo di `stabilità' e di `riforme'. Riforme, ovviamente, nel senso appena indicato.
2.Sembra dunque legittimo considerare il decennio che si è concluso – l' `interminabile transizione' di cui con accenti retorici si era tanto parlato – come un periodo che si è risolto in una `rivoluzione passiva', nel senso in cui questa categoria è stata applicata alla storia della società italiana dall'analisi di Gramsci. Un cambiamento è infatti certamente avvenuto, nel senso di una sostituzione di ceto politico, di un drastico risanamento finanziario che ha consentito l'ingresso nell'Unione monetaria europea, di una modifica istituzionale di non poco conto attraverso l'introduzione della legge maggioritaria. Ma questo cambiamento, che avrebbe potuto essere l'occasione per avviare anche un più profondo risanamento del costume morale e politico, coll'obiettivo di cambiare classe dirigente e non solo personale di governo e di mutare le istituzioni per far crescere e non diminuire la democrazia sostanziale, si è invece svolto – anche quando erano al governo forze di sinistra e di centro-sinistra – senza praticamente mettere in discussione l'egemonia degli interessi e dell'ideologia conservatrice. Per questo si è trattato di una `rivoluzione passiva', in cui la sinistra ha giocato un ruolo subalterno: una rivoluzione che ha portato all'Italia di oggi e alla vittoria di Berlusconi.
Se questo è l'indirizzo che è prevalso, le cause di fondo vanno certamente ricercate prima di tutto nella crisi complessiva delle idee riformiste o riformatrici sviluppatesi nel secolo scorso e nella netta prevalenza – non solo in Italia ma sul piano internazionale – delle posizioni neoliberiste in economia e della dottrina e della pratica neoconservatrice in campo politico. Ma vi è una pesante responsabilità sia delle tradizionali forze di sinistra (che pure disponevano in Italia della grande eredità accumulata dal Pci, così rapidamente dissipata) come delle forze dell'area cattolica provenienti dall'esperienza democristiana.
Non insisto sulle responsabilità della sinistra, di cui abbiamo più volte parlato, e di cui si discute in altra sede anche in questo numero della rivista. Sottolineo solo un punto sostanziale: ossia che l'illusione di affrontare una crisi sociale e politica complessiva, quale quella maturata in Italia alla fine degli anni ottanta, solo attraverso i meccanismi di un cambiamento istituzionale o sulla base di un generico programma di innovazione non meglio qualificato, ha portato la sinistra moderata a concepire il rinnovamento in termini subordinati alla dominante ideologia liberista e alle suggestioni di un moderatismo a preminenza neo-centrista. La collaborazione dei Ds ai governi Prodi, D'Alema, Amato si è sempre più caratterizzata in questo senso: sboccando alla fine nella sconfitta del 13 maggio. Pds e Ds, in sostanza, hanno svolto, nel corso di questo decennio, quel ruolo di forza subalterna di innovazione e modernizzazione che, già nella classica analisi gramsciana, veniva messa in luce, a proposito del ruolo della sinistra, anche per altre fasi di `rivoluzione passiva' (per esempio il Risorgimento o la costruzione del nuovo Stato unitario).
Ma va anche aggiunto che nessun contributo positivo, per superare questi limiti, è venuto dalla sinistra che aveva al contrario l'ambizione di collocarsi su posizioni antagoniste. In realtà essa ha oscillato tra l'espressione di una semplice resistenza conservatrice e la generica raccolta della protesta e del malessere sociale: rimanendo cioè ancorata a orientamenti che non erano in grado di sollecitare un confronto fecondo sui problemi di rinnovamento della cultura e dell'iniziativa politica. La teoria delle `due sinistre', l'una per vocazione incline a un ruolo di governo, l'altra istituzionalmente di opposizione, è servita come alibi per giustificare e consolidare questo stato di cose. Una critica a fondo di entrambe queste posizioni pare a me la premessa necessaria per uscire dalla subalternità e dall'inerzia che sono tipiche per la sinistra, nelle fasi di `rivoluzione passiva'.
3.Ma torno al tema specifico di questo articolo, ossia al ruolo e alle responsabilità delle forze d'ispirazione cattolica provenienti dall'area e dalla tradizione democristiana.
C'è un punto che a mio avviso è necessario non dimenticare. Ossia che la vecchia Democrazia Cristiana non era semplicemente un aggregato degli elettori cattolici e di un più vasto elettorato genericamente conservatore: ma si era costituita al termine della seconda guerra mondiale come frutto di una complessa operazione politica e culturale. Un'operazione che già con De Gasperi (fu questo il punto nodale del suo scontro con l'Azione cattolica di Gedda e con la destra vaticana) respinse l'idea di una semplice utilizzazione dell'elettorato cattolico per la difesa degli interessi materiali e istituzionali della Chiesa e per la tutela di alcuni princìpi di etica individuale e sociale. E che mirò invece a costruire un partito che traducesse l'ispirazione cristiana in una più complessiva esperienza democratica, contribuendo così a dare basi di massa al nuovo Stato democratico sorto dopo la caduta del fascismo e a stabilire un rapporto che era insieme di collaborazione, confronto e opposizione con gli altri maggiori movimenti culturali e politici presenti nel paese. Fu questa la posizione che ebbe poi ulteriori sviluppi, nei decenni successivi, anche attraverso l'apertura al riformismo socialista o socialdemocratico e il confronto con il comunismo italiano. In quel modo la DC partecipò, assieme al Pci e al Psi, alla costruzione di quel tanto o quel poco di `Stato sociale' (che evidentemente non è stato e non è cosa da nulla, come le vicende più recenti dimostrano) già realizzato in Italia: uno Stato sociale che non a caso è oggi il bersaglio della destra più retriva.
Certo, la drammatica crisi degli anni ottanta (gli anni del Caf, cioè dell'intesa Craxi, Andreotti, Forlani) aveva a poco a poco trasformato la Dc in un puro apparato di potere, viziato dai guasti del clientelismo e della corruzione: un apparato che crollò agli inizi del decennio successivo, proponendo l'esigenza di una sostanziale ridefinizione dei modi e degli obiettivi della presenza dei cattolici in politica.
È questa ridefinizione che è invece mancata. Gli uomini provenienti dalla Dc, al momento della crisi dei primi anni novanta, anziché misurarsi coi temi di fondo che tale crisi faceva emergere si sono semplicemente divisi fra i due opposti schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra: e non solo hanno promosso loro specifici partiti al di qua e al di là della barricata (Partito popolare da un lato, Ccd e Cdu dall'altro) ma si sono dispersi tra tutti i partiti, sino ad Alleanza nazionale, con una scelta più marcata per Forza Italia. Si deve aggiungere che la capacità di un serio confronto critico con i limiti, gli errori, ma anche la potenzialità del passato, per cercar di disegnare le nuove linee di un contributo dei cattolici allo sviluppo e al rinnovamento della democrazia italiana, è stata assai modesta anche fra gli uomini più legati all'esperienza del cattolicesimo democratico.
Nella diaspora che così si è verificata, i cattolici militanti in politica hanno finito, perciò, coll'esercitare essenzialmente un ruolo di `moderatori', in conformità col loro abituale comportamento, all'interno dello schieramento in cui si sono collocati; e al tempo stesso coll'assumere la funzione di portavoce o rappresentanti delle rivendicazioni che venivano dalle gerarchie ecclesiastiche. In tal modo la linea più marcatamente regressiva che col Pontificato di Giovanni Paolo II è venuta progressivamente prevalendo ai vertici della Chiesa cattolica è diventata, anche grazie alla mediazione dei politici cattolici, uno dei maggiori fattori dello spostamento a destra dello spirito pubblico e degli orientamenti ideali e culturali di massa: quello spostamento che è stato fra le cause della vittoria del Polo nel voto del 13 maggio. Più Gentiloni che Sturzo, niente Dossetti.
Oggi la Chiesa cattolica, che chiaramente non è più interessata ad avere a che fare con partiti ideologizzati sul modello della vecchia Dc italiana, guarda a Forza Italia come naturale interlocutore privilegiato. E Forza Italia, dal canto suo, si è venuta rapidamente adeguando a questo ruolo: non solo con l'adesione al Partito popolare europeo, ma affidando funzioni di primissimo piano a esponenti di nota provenienza Dc. (è significativo che già nella scorsa legislatura i presidenti dei due gruppi alla Camera e al Senato fossero uomini come La Loggia e Pisanu) ed emarginando quasi del tutto, con le scelte per le ultime elezioni, la componente laica che era presente al suo interno.
Naturalmente Forza Italia resta comunque un partito nel quale princìpi e valori cristiani hanno, negli orientamenti di fondo, un peso assai marginale: essa è ben lontana, in particolare, dai valori della solidarietà, della fratellanza, dell'eguaglianza fra gli uomini. La sua cultura dominante è quella del mercato, il valore fondamentale è quello del potere e della ricchezza. Ma per certi settori della gerarchia ecclesiastica che sembrano oggi attribuire più importanza ai princìpi che riguardano una vecchia visione della morale sessuale ovvero il finanziamento alla scuola cattolica, piuttosto che ai valori della socialità e del solidarismo, tali orientamenti di fondo non paiono essere qualcosa di cui preoccuparsi. Ciò che a una parte oggi prevalente dell'episcopato interessa è, molto più prosaicamente, di avere di fronte un partito di governo con cui potere trattare una revisione della legge sull'aborto ovvero una nuova disciplina sui buoni scuola. E sotto questo profilo Forza Italia è certamente un partito affidabile.


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