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MANCA SOLO LA CULTURA
Giuseppe Chiarante
1.Si deve dare atto a Letizia Moratti che almeno in parte è anche merito suo (della durezza delle sue dichiarazioni, dellostentata rigidità che è uno dei tratti del personaggio) se lesposizione del programma scolastico del governo da lei fatta al meeting riminese di Comunione e Liberazione, e poi ribadita in altre sedi e occasioni, ha provocato reazioni anche molto aspre in settori rilevanti dellopinione pubblica.
Nella sostanza, infatti, nelle parole della Moratti non cè molto di nuovo rispetto ai propositi per la verità già nettamente espliciti nei loro contenuti regressivi, soprattutto per lintreccio tra orientamenti classisti e concessioni al confessionalismo che erano stati annunciati dallo schieramento di centro-destra durante la campagna elettorale: ossia equiparazione grazie al finanziamento statale tra scuola pubblica e privata, diritto delle famiglie di scegliere in effettiva condizione di parità leducazione per i loro figli; finalizzazione del sistema formativo allimpresa e alle domande del mercato; più netta separazione tra scuola di cultura e istruzione professionale; infine blocco e revisione della riforma dei cicli impostata da Luigi Berlinguer.
In più, cè lannuncio di voler nuovamente rivedere in una direzione che anchessa favorisce le scuole private e forse prefigura labolizione del valore legale dei titoli le procedure dellesame di maturità; e cè, soprattutto, lo sconvolgimento delle graduatorie dei docenti (con non poche proteste e ricorsi nella categoria ma anche con il successo di immagine ottenuto con limmissione in ruolo entro agosto di quasi 60.000 insegnanti) prodotto dal pari riconoscimento del servizio prestato nella scuola pubblica e in quella privata. Infine, è spuntato il fiore allocchiello del riferimento al modello del liceo classico: che vale come conferma della volontà di introdurre una netta separazione fra scuola délite (i licei) e scuola di massa (listruzione professionale).
Il punto fondamentale rimane, in ogni caso, che le polemiche suscitate da queste dichiarazioni hanno confermato, da un lato, la radicalità della svolta che il governo presieduto da Silvio Berlusconi, facendo soprattutto riferimento allesempio americano, intende realizzare nel campo dellistruzione; dallaltro, lasprezza dei contrasti che tale prospettiva apre nella scuola e nel paese. È significativo, infatti, che contro le posizioni di Letizia Moratti sono scesi in campo preoccupati per le gravi conseguenze che può determinare la riduzione dellimpegno per la scuola pubblica come scuola di tutti non solo insegnanti, studenti, studiosi dei problemi delleducazione, ma anche opinion leaders e grandi organi di informazione (è il caso, per esempio, di «Repubblica») che una volta tanto hanno reagito alle scelte di destra del governo con una decisione che per altri temi non si era manifestata. Ed è importante che a mobilitarsi non siano stati solo le organizzazioni sindacali del settore, ma in primo luogo la Cgil come confederazione.
Questo è, dunque, laspetto positivo delle polemiche che si sono sviluppate nellultimo mese, a proposito delle dichiarazioni del nuovo ministro della Pubblica istruzione. Ma vi è anche un aspetto negativo, come aveva già notato Scipione Semeraro nel precedente numero di questa rivista. Infatti, se è vero che è uno schieramento abbastanza vasto quello che si è mobilitato contro le enunciazioni programmatiche di Letizia Moratti, è non meno vero che in tale schieramento non si è realizzata, ed anzi non si è neppure avviata, una saldatura capace di superare le divisioni che si erano determinate a sinistra a proposito delle scelte di politica dellistruzione dei governi seguiti al 96.
Se si considerano le motivazioni delle critiche alla linea dellattuale governo, è infatti evidente che il fronte dellopposizione è rimasto sostanzialmente diviso. Per esempio, cè chi è sceso in campo per difendere le riforme di Berlinguer e rivendicarne lattuazione e chi, allopposto, già in quelle riforme aveva visto lespressione di un orientamento troppo concessivo verso un modello americanizzante e perciò ora combatte, nelle proposte della Moratti, lulteriore e più esplicito sviluppo di tale orientamento; oppure chi, come gli editorialisti di «Repubblica», denunciano soprattutto (giustamente ma forse troppo settorialmente) il cedimento a favore della scuola confessionale, vedendovi un vulnus del principio costituzionale della parità fra le diverse opinioni politiche e religiose, e chi invece esprime in primo luogo il disagio degli insegnanti traducendo in proposte e rivendicazioni che certamente confermano la vitalità del movimento, ma non di rado sono anche segnate da limiti corporativi. La stessa discesa in campo della Cgil, pur così importante, è però avvenuta a partire prevalentemente da unimpostazione (una visione della scuola funzionale ai temi delloccupazione) che è, come vedremo, uno dei punti deboli dellelaborazione della sinistra.
Non voglio comunque dilungarmi su questo punto. Sui limiti, sugli errori, sui cedimenti del centro-sinistra che hanno aperto la strada, in questo come in altri campi, allattuale offensiva di destra; condivido lanalisi sviluppata da Semeraro nel numero precedente. Più in generale mi sembra ancora insufficiente la consapevolezza che proprio linadeguato impegno degli anni passati per la riqualificazione della scuola pubblica è oggi il miglior nutrimento per la controffensiva di Berlusconi e della Moratti.
Su questa denuncia è certamente giusto insistere. Ma se si vuole andare oltre una linea puramente difensiva o di progressivo arretramento, cè bisogno di una proposta fortemente innovativa, a partire dallidea stessa del ruolo e delle finalità della scuola. Proprio questa fase in cui centro-sinistra e sinistra si ritrovano insieme allopposizione contro la politica dellistruzione del governo di destra, può e deve essere unoccasione per promuovere una riflessione feconda su questi temi. È un compito al quale non può sottrarsi questa rivista, che al problema della scuola ha già dedicato numerosi saggi e articoli, a partire da quello del suo direttore pubblicato nellaprile dello scorso anno.
2. È da un chiarimento sulle finalità dellistruzione che occorre partire se si vuole reagire a quella perdita di senso che è alla base della crisi della scuola contemporanea. Cè una contraddizione di fondo che spiega questa perdita di senso. Viviamo in una società nella quale appaiono sempre più evidenti i limiti della logica produttivistica che ha accompagnato lo sviluppo del capitalismo: una logica che ha favorito una crescita accelerata, ma che ha prodotto e ancor più produce, nel quadro dei processi di globalizzazione, diseguaglianze, squilibri, pericoli crescenti di disumanità e di devastazione. Che cosa si dovrebbe chiedere alla scuola, in una società come lattuale?
La scuola è sempre stata, nei secoli che precedono il pieno avvento del capitalismo, una struttura di incivilimento: naturalmente per la minoranza cui era destinata, in quanto scuola di formazione delle classi dirigenti. A questa formazione provvedeva leducazione classica. Cerano inoltre, ovviamente, le poche professionalità superiori, diritto, medicina, scienze: ma anchesse in funzione della minoranza dominante. Per i più bastavano quando non cera solo labbandono allanalfabetismo pochissime conoscenze elementari: assieme allacquisizione pratica delle abilità di lavoro.
Oggi si dovrebbe chiedere una scuola di incivilimento per tutti: ossia una scuola che formi la persona e il cittadino, che dia gli strumenti critici per decidere sulle grandi scelte che orientano lo sviluppo economico e sociale, che educhi a utilizzare il tempo liberato dal lavoro per godere con consapevolezza del patrimonio di civiltà e di natura. Si è invece andata sempre più affermando e particolarmente negli ultimi decenni, sullonda della grande controriforma liberista la tendenza opposta: ossia a cercare una risposta alla crisi di senso della scuola chiedendole di adeguarsi in modo radicalmente subalterno alla logica produttivistica. Di qui il ruolo strumentale assegnato a istruzione e cultura e la crescente perdita di reale capacità educativa, anzi di ogni funzione autonoma della scuola.
Limmagine cara a Berlusconi delle tre i (inglese, internet, impresa) come stelle polari per la politica dellistruzione, esprime bene questo orientamento. Ma occorre dire che anche le incertezze della sinistra hanno favorito il prevalere della tendenza che ho rapidamente richiamato. E parlando di incertezza non mi riferisco solo agli errori recenti, alle scelte degli ultimi governi, ma allambiguità di una tradizione più che secolare, che risale fino a Marx e che i cedimenti al liberismo hanno inevitabilmente aggravato.
Se si percorre lelaborazione della sinistra storica socialista e comunista attorno al problema della scuola, non è difficile vedere che in quellelaborazione si intersecano e si intrecciano (prevalendo ora luno e ora laltro) due distinti orientamenti, che hanno il loro punto dorigine nellambivalenza della riflessione marxiana sul produttivismo e sullindustrialismo: da un lato lammirazione per lo sviluppo impetuoso del capitalismo e della produzione industriale, anzi la convinzione della necessità di tale sviluppo come passaggio indispensabile per creare le condizioni per lavvento di una nuova società; dallaltro (mi scuso per la frettolosità di queste considerazioni) lideale di uno sviluppo onnilaterale delluomo, in funzione di quella liberazione dal lavoro alienato che rimaneva lobiettivo fondamentale della prospettiva di Marx.
Ma soprattutto va anche detto che in pratica nella concreta elaborazione programmatica del movimento socialista e di quello comunista è la posizione apparentemente più realistica che generalmente è prevalsa: ossia la valorizzazione del ruolo del sapere e dellistruzione come fattori dello sviluppo economico, e ciò sia per combattere la disoccupazione sia per difendere il lavoro operaio attraverso la continua rivendicazione della qualificazione professionale. Lattenzione prevalente per le scuole professionali dei socialisti della fine dellOttocento e dellinizio del secolo successivo si spiega soprattutto in questa luce.
Ma anche quando (mi riferisco in particolare al dibattito di politica scolastica che si sviluppò in Urss dagli anni della Rivoluzione sino alla riforma Kruscev) ci si propose di riprendere lidea di Marx della formazione onnilaterale delluomo, la traduzione che si finì col darne fu quella delleducazione politecnica: ossia una interpretazione di quellidea che ne accentuava come la stessa terminologia lascia intendere il risvolto tecnico e professionalizzante.
È possibile dire, nel complesso, che certamente ha avuto un ruolo fortemente progressivo la battaglia storicamente condotta dalle sinistre per lestensione dellistruzione per tutti, per la diffusione della cultura, per la conquista di condizioni effettive di diritto allo studio; ma che in generale è rimasta una più o meno marcata subordinazione a quella impostazione economicistica dei problemi dellistruzione che, nellepoca moderna e contemporanea, è stata affermata dalle classi dirigenti borghesi.
3. Un discorso a parte meriterebbero e non solo perché siamo in Italia le riflessioni di Gramsci sui problemi delleducazione e la ripresa di tali riflessioni che ci fu, negli anni sessanta e settanta, ad opera dei comunisti italiani e di altri movimenti di sinistra. Lampiezza degli studi che vi sono su questa materia e lo spazio che perciò richiederebbe una discussione approfondita mi obbligano a limitarmi ad alcune sintetiche considerazioni.
Non vi è dubbio che nel quadro del movimento di derivazione marxista Gramsci fu tra gli autori che non solo maggiormente avvertì limportanza della questione scolastica (il che è abbastanza naturale, in rapporto al rilievo da lui dato allincidenza degli orientamenti culturali e al tema dellegemonia), ma che più si preoccupò di porre laccento sullautonoma funzione da assegnare alla scuola: significativa, al riguardo, è la centralità da lui data al tema dellasse formativo.
Ma anche in Gramsci si ritrova, sia pure in forme più elaborate, quella duplicità di accenti di cui si è parlato a proposito della sinistra in generale: da un lato lattenzione per il ruolo della scuola come sede della formazione delle classi dominanti, per la tradizione classicistica imperniata sullo studio del latino, per lesigenza di sostituire tale tradizione con un asse educativo moderno ma altrettanto incisivo e rivolto a superare nei processi formativi la distinzione tra dominanti e dominati; daltro lato il forte valore attribuito alla produzione e al lavoro, sino alla prospettiva di una formazione basata sul diretto rapporto studio-lavoro e alla proposta di un asse scientifico-tecnologico per la scuola riformata.
Se ci si domanda quale di questi due indirizzi ha avuto più fortuna a sinistra nel Pci e fuori dal Pci negli anni dopo il fascismo, credo che non vi siano dubbi. Anche una parte consistente del movimento del 68 si illuse di rinnovare la scuola assumendo il lavoro, in modo piuttosto grezzo, come punto di riferimento: e lanciando le parole dordine «metà studio metà lavoro». E lassunzione di unimpostazione scientifico-tecnologica come asse educativo ha finito negli anni più recenti collaprire la strada a ipotesi di aggiornamento e modernizzazione facilmente riassorbibili in un modello americanizzante.
Lambiguità che è rimasta per tutto il secolo nellesperienza della sinistra novecentesca attorno ai temi qualificanti del ruolo e della finalità della scuola, rispetto allo sviluppo sociale in atto, si è così in pratica tradotta in una scarsa incisività della critica a un indirizzo che colloca la scuola in una funzione in definitiva subalterna rispetto a unipotesi produttivistica, economicistica, professionalizzante.
4. È su questo punto che la sinistra deve compiere una svolta netta, non solo per rivendicare una scuola che sia eguale per tutti (che contrasti cioè il processo evidente negli annunci della Moratti, rivolto a separare in modo ancor più marcato una scuola di élite dalla scuola di massa); ma per puntare alla la funzione autonoma della scuola come a uno degli obiettivi essenziali per trasformare lattuale società. Una scuola per la cultura e non per il lavoro: cioè una scuola che si proponga prima di tutto di dare una solida base di conoscenza, di fornire a tutti gli strumenti critici non solo e non tanto per acquisire una professionalità, ma per comprendere il mondo e la società, per intervenirvi, per trasformarla.
Deve essere chiaro come ho sottolineato in un convegno nazionale di studi su questi temi tenuto lo scorso 24 e 25 febbraio a Firenze per iniziativa dellAssociazione per il rinnovamento della sinistra che criticare una scuola subalterna a unideologia tecnicistica e produttivistica non può e non deve in alcun modo significare cedere al facilismo, allo spontaneismo, allidea di una scuola dove ognuno fa solo quello che gli pare; e neppure deve condurre come in molte scuole americane a insegnare un po di tutto (anzi poco di tutto), ossia a un confuso affastellamento di discipline (dalla filosofia classica alleducazione stradale) fra cui scegliere opzionalmente. Sono daccordo con ciò che ha scritto, al riguardo, Lucio Magri nellarticolo già citato. Se la scuola deve formare alla libertà e alla consapevolezza, ciò non può avvenire senza rigore e discipline che sono essenziali non solo per impossessarsi degli strumenti necessari per capire e acquisire cultura, ma per assuefarsi agli obblighi della partecipazione sociale e allimpegno spesso non lieve che richiede il lavoro.
Non può perciò non preoccupare dicevo al convegno di Firenze che ho appena ricordato «che oggi la scuola assolve sempre meno anche ai suoi compiti elementari come dimostra il fatto che tornano a crescere fenomeni di analfabetismo e semianalfabetismo, sia iniziali sia di ritorno. Perciò è fondamentale lattenzione per i primi livelli della formazione. Occorre, alla base, una scuola che, con rigore e senza disperdersi in troppe direzioni, assicuri un apprendimento corretto della lingua parlata e scritta, delle basi della conoscenza matematica, delle nozioni storiche essenziali per un cittadino: che dia insomma la conoscenza di base su cui poi innestare anche in questo caso senza troppe dispersioni così lacquisizione degli strumenti linguistici e informatici indispensabili, come, soprattutto, laccostamento al patrimonio culturale. Quanto ai livelli superiori, si tratta di porre in primo piano lobiettivo di una scuola di cultura e per la cultura: che dia a donne e uomini la capacità di fruire e soprattutto di godere dellinfinita ricchezza dellambiente culturale in cui viviamo e dei molteplici e inesauribili aspetti della vita e dellattività culturale. Fa male al cuore, a questo proposito, assistere a discussioni in cui ci si divide aspramente sul tempo da dedicare allarte, alla musica, alla filosofia, al sapere scientifico: ma non sono queste le discipline da offrire copiosamente agli allievi, perché essi siano posti in grado di capire in che cosa consistono la dignità e la libertà delluomo? In unepoca in cui ci si avvicina, finalmente, allobiettivo di assicurare a un numero crescente di persone un tempo via via più ampio di non lavoro, è del tutto assurdo concepire la scuola essenzialmente come una scuola per il lavoro: anziché come una scuola che aiuti a fruire in modo qualitativamente ricco, libero, consapevole di questo tempo finalmente liberato».
Ritengo, in sostanza che anche nella scuola è prioritaria la battaglia per affermare il valore decisivo e lo sviluppo della cultura e della civiltà, non lo sviluppo della produttività e delleconomia. Naturalmente è questa unaffermazione i cui contenuti sono da precisare in un concreto programma di riforma scolastica. Ma questa affermazione è la premessa necessaria senza la quale nessuna battaglia sulla scuola mi pare davvero possibile.