numero  26  marzo 2002 Sommario

Sulle Tesi di Rifondazione

IL PUNTO DEBOLE
Giuseppe Chiarante  

Nei molti mesi che sono trascorsi da quando – già nell’estate dello scorso anno – il partito della Rifondazione comunista avviò la preparazione del suo quinto congresso nazionale che si terrà ai primi di aprile, sono state molte e importanti le novità – sicuramente più numerose e di maggior spessore di quel che fosse inizialmente prevedibile – che sono intervenute a modificare così il sistema dei rapporti internazionali come, anche, la situazione italiana.
Certo, la stesura del documento preliminare con cui il gruppo dirigente di Rifondazione ritenne opportuno aprire a fine estate il dibattito, per poi procedere solo in un secondo tempo all’elaborazione delle Tesi congressuali, avvenne sull’onda dell’emozione suscitata dai fatti di Genova. Già quei fatti non solo confermavano la crescente capacità di mobilitazione del movimento che inizialmente aveva preso il nome da Seattle; ma ponevano in evidenza, sia pure con diverse accentuazioni o angolazioni, l’accresciuta acutezza con cui i problemi e le contraddizioni derivanti dalla globalizzazione neoliberista si riflettevano, anche in Italia, così negli orientamenti di una sinistra vecchia e nuova come nella mobilitazione di una più vasta area di opinione prima variamente orientata. Non a caso il ‘documento preliminare’ diffuso dalla direzione di Rifondazione risultò dominato dalle questioni proposte, sul piano teorico e pratico, dal nuovo movimento: nonché, per riprendere una formulazione letterale, dal tema del rapporto tra «l’organizzazione della forza politica del movimento e la riorganizzazione della forza politica della sinistra di alternativa in Italia e in Europa», indicati nel documento «come problemi distinti, ma ormai, anche, tra loro strutturalmente e intimamente interconnessi».
Ma già i tragici avvenimenti dell’11 settembre, che visibilmente aprirono una nuova fase (una fase che certamente era in gestazione nel corso di tutto il decennio precedente, ma che soltanto ora ha preso corpo in modo così evidente), sopraggiunsero solo in tempo per essere registrati nel preambolo del ‘documento preliminare’. Ne risultò accentuata, certamente, la drammaticità e la problematicità dell’impostazione. Ma tutta la vicenda che a partire da quegli avvenimenti ha dominato gli ultimi mesi (la guerra in Afghanistan, la crescente militarizzazione dei rapporti mondiali, lo scavalcamento di tutte le istituzioni internazionali e la sempre più marcata subordinazione dei governi europei a quello di Washington, l’aggravarsi della situazione in Palestina e la minaccia Usa di nuovi interventi militari anche al di là dello scacchiere meridiorientale) ha accompagnato e seguito l’elaborazione delle Tesi congressuali – e delle controtesi, o degli emendamenti alternativi – venendo di fatto a costituire una sorta di terreno di verifica delle analisi e delle proposte in esse formulate. Una verifica che impegnerà il dibattito di queste ultime settimane e quello che si svolgerà al congresso.

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È un fatto che per la sinistra italiana ed europea (in primo luogo, ovviamente la cosiddetta ‘sinistra di governo’) la conseguenza immediata e più rilevante della drammatica vicenda internazionale che ha segnato la storia dell’ultimo periodo è che la più profonda divaricazione da essa determinata tra la politica del governo americano (e dei suoi alleati o clienti) e le posizioni di tutte le correnti e i movimenti che a tale politica si oppongono, ha provocato il franamento definitivo del terreno – già molto precario – su cui le forze europee di centro-sinistra avevano cercato di porre in atto una politica di neoliberismo più temperato, tentando di conciliarla con le tradizioni e le esperienze di marca socialdemocratica. Per questo tutta la sinistra europea (anche là dove era già stata battuta alle elezioni, come nel caso italiano) appare oggi in profondissima crisi: e si presenta più che mai divisa fra la scelta oltranzista di Blair – ormai allineato non solo con gli americani nella politica di intervento militare, ma con i governi di destra di Aznar o Berlusconi nelle scelte di politiche del lavoro – e quella dei socialisti francesi, che non cercano solamente di mantenere un ancoraggio con rivendicazioni legate alla tradizione riformista, ma hanno ostentato e ostentano la ricerca di contatti e rapporti – come è avvenuto a Porto Alegre – con i movimenti no global. Del tutto spiazzato (e in gravi difficoltà politiche ed elettorali) è invece venuto a trovarsi chi, come il tedesco Schröder, cercava di collocarsi a mezza strada tra queste due divergenti posizioni.
È anche per le ripercussioni di questa situazione europea – e della più complessiva realtà mondiale – se in Italia non ha retto (è questa l’altra novità, più strettamente riferita alla realtà italiana, che si trova di fronte il congresso di Rifondazione comunista) il tentativo di stabilizzazione moderata della politica e dello schieramento del centro-sinistra, che pure sembrava avere avuto successo, all’indomani delle elezioni. Ossia il tentativo, che vedeva come protagonisti Rutelli, D’Alema, Amato, Fassino di ribadire nonostante la sconfitta elettorale quella linea di modernizzazione in chiave neoliberista che prima nell’opinione pubblica e poi nel voto era già stata battuta nel confronto con Berlusconi e con il centro-destra. La tesi su cui quel tentativo cercava di fare leva era, infatti, che le ragioni di fondo della sconfitta stavano proprio nell’insufficiente coraggio e nella scarsa coerenza con cui era stata posta in atto una politica di innovazione: lasciando così a Berlusconi la carta di potersi presentare come il campione della modernizzazione. Questo argomento godeva di largo appoggio nei media anche se rovesciava palesemente la realtà: era stato difatti il cedimento all’ideologia e alla pratica neoliberista che aveva aperto il varco attraverso cui erano passate le idee e il successo del centro-destra.
Comunque, ancora al congresso Ds di Pesaro, in novembre, la linea di assestamento della politica dell’Ulivo al centro, per competere in quell’area con lo schieramento governativo, era risultata vincente, con il rifiuto di ogni seria autocritica e l’affermazione della mozione Fassino-D’Alema. Da quel momento, però, sono stati molti i fatti (in particolare la rottura sulla guerra, la crescita del movimento no global, l’inasprirsi dello scontro tra sindacato e governo, l’accentuata aggressività nei più diversi campi della politica governativa) che hanno posto in discussione la leadership centrista dell’Ulivo e rimesso in movimento l’area di sinistra. Dalla linea proposta da quella leadership non solo si sono almeno parzialmente dissociate formazioni minori quali i Verdi e i Comunisti italiani, mentre la stessa minoranza Ds che fa riferimento a Giovanni Berlinguer ha reso più netta la sua posizione critica. Ma soprattutto si è accresciuto il disagio di una vasta area di sinistra (militanti del sindacato e dei vari movimenti, esponenti del mondo associativo, intellettuali, nuove leve studentesche o del lavoro) che non si riconosce più in nessuna delle formazioni politiche esistenti, considera del tutto perdente la linea che negli ultimi anni ha guidato i governi dell’Ulivo, ritiene indispensabile la riapertura di un confronto tra tutte le forze del centro-sinistra e della sinistra, ben oltre le posizioni programmatiche e gli orientamenti politici e culturali sinora prevalenti.
Non a caso la proposta di una rinnovata iniziativa a sinistra, su cui questa rivista anche negli anni passati aveva molto insistito (ricordo, in particolare, il dibattito aperto due anni fa da Luigi Pintor e, poi, diversi interventi in vista delle ultime elezioni), è oggi al centro, sia pure con accenti e contenuti in gran parte mutati, di un confronto di non poco interesse rilanciato sia dal documento comune diffuso dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra e dal gruppo di ‘Socialismo duemila’ sia dalla proposta di una ristrutturazione su due poli delle forze di centro e di sinistra avanzata recentemente dal direttore del «manifesto», Riccardo Barenghi.

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È dunque oggi in atto, prima di tutto nel contesto internazionale ma in misura non irrilevante anche nella realtà italiana, una forte accelerazione della situazione: coll’emergere di problemi e contraddizioni che contrastano con le ottimistiche previsioni di stabilizzazione dello sviluppo capitalistico che erano state formulate dagli apologeti della globalizzazione. Tutte le forze di sinistra (o, per meglio dire, tutte le forze che, sia pure con diverse accentuazioni, hanno una posizione critica o comunque di insoddisfazione nei confronti della realtà presente) sono chiamate da questa situazione a confrontarsi con questioni che vanno ben oltre gli orizzonti dell’innovazione e della modernizzazione liberista, che sembravano invalicabili ai fautori della sinistra moderata.
Nelle Tesi congressuali di Rifondazione il senso della profonda novità della situazione è senza dubbio nettamente presente. In particolare nell’affollarsi degli interrogativi teorici, che possono apparire persino eccessivi o troppo ambiziosi rispetto alle possibilità di un dibattito congressuale; ma che trovano giustificazione (anche quando le risposte non sembrano adeguate) sulla base di una duplice esigenza. Da un lato, di un approfondimento dei rapporti con la tradizione del pensiero marxista e con l’esperienza compiuta dal movimento operaio nel Novecento; dall’altro, dell’elaborazione di un’analisi critica della realtà odierna e di una cultura che risponda – da sinistra – ai problemi che tale realtà propone. Sulle questioni teoriche che, esplicitamente o implicitamente, hanno un rilievo centrale nelle Tesi congressuali, su questa rivista si è già sviluppato un ampio dibattito in cui sono intervenuti Luigi Cavallaro, Fausto Bertinotti, Rossana Rossanda. Non intendo riprendere ora questa discussione: è chiaro che su temi di così lunga prospettiva questa rivista non mancherà di tornare anche dopo il congresso. Voglio invece porre subito l’accento su alcuni problemi legati all’attualità politica: che mi sembrano più immediatamente chiamati in causa dall’accelerazione della crisi interna e internazionale che è avvenuta nel corso degli ultimi mesi.
Mi riferisco, soprattutto al rapporto tra quello che le tesi indicano come l’«obiettivo strategico di fase» (ossia la costruzione di una «sinistra di alternativa… a partire dall’esperienza del movimento») e, d’altra parte, l’ipotesi affacciata nella tesi immediatamente successiva – quella numero 37 – di una ‘sinistra plurale’, intesa come «la concreta attivazione di un campo più ampio di quello fin qui descritto, e il coinvolgimento in esso di settori consistenti della sinistra moderata e riformista». Tale coinvolgimento, definito indispensabile «ai fini della costruzione di un’alternativa di governo», anche nelle Tesi viene dunque riproposto accanto a quello – strategico – di una ‘sinistra di alternativa’: anche se viene rimarcato che il percorso per dar vita a una ‘sinistra plurale’ appare oggi ‘più difficile e tormentato’ a causa delle scelte di guerra della maggioranza Ds e dell’Ulivo (e indubbiamente queste scelte pesano).
Al di là delle affermazioni contenute nel documento si ha però l’impressione che l’obiettivo della ‘sinistra plurale’ sia di fatto richiamata come una formula ormai rituale e rimanga, nelle Tesi, più giustapposto che concatenato con quello della sinistra di alternativa; e che, soprattutto, nella politica come nei testi congressuali, rimanga marginale l’attenzione per le condizioni, le modalità, le basi politiche e programmatiche per una iniziativa che sia davvero rivolta a contribuire ad aprire un processo che vada in questo senso.
È questo, mi pare, un nodo fondamentale irrisolto nelle Tesi come nella politica di Rifondazione: e non solo per il timore di cadere in una posizione (piuttosto semplicisticamente definita nella Tesi 34, «di eredità togliattiana») che privilegi «il livello dello Stato, delle istituzioni e delle forze organizzate» rispetto alla «dinamica delle forze sociali, dei movimenti e delle lotte di massa». La critica sembra infatti coinvolgere, al di là delle istituzioni politiche e statali, anche il ruolo del movimento sindacale: come si potrebbe dedurre dalla contrapposizione fra l’entusiasmo – giustificato – per l’incontro dei no global a Porto Alegre e la posizione reticente e oscillante, certo al di sotto dell’importanza dell’avvenimento, assunta a tratti nei confronti del Congresso della Cgil di Rimini. Vi è qui un riflesso – accenno a uno dei temi teorici più discussi – della critica al valore del conflitto tra lavoro e capitale formulata da certe posizioni di radicalismo sociale, ma in passato sempre respinta da Rifondazione?
Non credo, comunque, che la scelta - certo comprensibile - di privilegiare il rapporto con il ‘movimento dei movimenti’ possa a lungo esonerare Rifondazione dall’affrontare anche il problema dell’iniziativa politica nelle istituzioni e nello Stato. Non solo perché una forza che in ogni caso è una parte significativa della sinistra non può non precisare il contributo che essa può dare alla lotta contro un potere di destra che, come è detto nelle Tesi, minaccia di diventare regime; ma perché combattere questo pericolo è nell’interesse degli stessi movimenti che vanno crescendo nel paese. Non a caso l’esperienza insegna che quando si arriva alle elezioni anche molti esponenti o simpatizzanti dei movimenti più avanzati sono poco disposti a votare per una forza che si presenta pregiudizialmente come orientata a un isolamento minoritario e preferiscono piuttosto l’astensione o il ‘voto utile’.

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È chiaro, però, che il superamento della situazione bloccata di rottura a sinistra che si è determinata sin dalla fine del 1998 (uscita di Rifondazione dalla maggioranza del 1996 e caduta del governo Prodi) richiede che un’iniziativa in questo senso si sviluppi anche e innanzitutto da parte dei settori dei Ds e del centro-sinistra che hanno preso atto del fallimento dell’Ulivo e della sua politica; nonché da parte di quell’area di sinistra che in questi anni non si è più riconosciuta – magari impegnandosi, invece, nei sindacati, nelle associazioni, nel volontariato, nei movimenti – in nessuna delle formazioni politiche esistenti.
Già nel settembre del 2000, concludendo il dibattito sviluppatosi attorno alla proposta di Luigi Pintor di reagire alla frantumazione cominciando col riunificare le forze di ‘sinistra critica’ presenti in Italia, il direttore di questa rivista aveva preso atto che molte risposte segnalavano al riguardo una situazione non matura; ma proprio per questo aveva avanzato l’ipotesi di un ‘processo costituente’ che fosse diretto, attraverso il confronto tra forze diversamente collocate, a discutere e precisare le basi politiche, culturali, programmatiche a partire dalle quali ricostruire una posizione di sinistra in Italia. Una posizione che si proponesse innanzitutto di reagire alla tendenza dell’annullamento o alla marginalizzazione della sinistra che l’offensiva di destra da un lato e la deriva moderata dell’Ulivo dall’altro, venivano determinando; ma anche di far crescere nel paese le condizioni per un rilancio della coscienza critica della realtà presente e la sensibilità per i problemi di trasformazione della società. Quella che veniva così proposta non era, dunque, una semplice operazione organizzativa: ma un impegno di confronto e lavoro comune, diretto a ricostruire i fondamenti sociali e culturali e le premesse politiche per una iniziativa di rinnovamento e ricomposizione a sinistra.
È mia impressione che per l’incidenza convergente di diversi fattori sono venute maturando in questi ultimi tempi condizioni oggettivamente più avanzate (e per altro verso più pressanti) per una iniziativa di questo tipo. Pongo al primo posto tra tali condizioni il rilievo fortemente accresciuto, che hanno assunto anche in Italia, ed anzi in Italia più che in altri paesi europei, i movimenti contro la guerra e contro la globalizzazione capitalistica. Ma di grande rilievo è al tempo stesso il livello di consapevolezza e mobilitazione di gran parte del movimento sindacale quale si è espresso al recente congresso della Cgil; come pure, su un piano più strettamente politico, l’allarme per la crescente radicalizzazione a destra del governo Berlusconi e, di contro, per la frana politica e organizzativa dell’Ulivo.
In rapporto a questa situazione l’Associazione per il rinnovamento della sinistra (che è forse la più rappresentativa tra le organizzazioni che in questi anni hanno operato nell’area tra la sinistra Ds. e Rifondazione, raccogliendo in un impegno comune di dibattito e di ricerca sia forze di entrambi questi partiti, sia forze di una più vasta sinistra sociale, politica, culturale) ha posto al centro della sua prossima assemblea, che si terrà il 9 marzo, l’esigenza di «andare oltre una funzione di stimolo critico e di approfondimento teorico», che pure rimane indispensabile, per «proporsi di contribuire alla costruzione di un movimento politico che colmi il vuoto che si è aperto a sinistra». Un movimento che si ispiri «a una visione critica e alternativa della società» e solleciti, in questa direzione, un impegno di rinnovamento del complesso delle forze che si richiamano a una tradizione o a una istanza di sinistra; ma che al tempo stesso esprima «un’attitudine di governo, e agisca perciò per ricreare le condizioni di un riavvicinamento tra le sinistre».
Il problema così posto non è – mi pare evidente – di ricercare soluzioni di tipo organizzativo a una crisi che ha, invece, profonde radici politiche e ideali. Non viene proposto, cioè, di costituire l’ennesimo partitino, magari nella speranza di dare in questo modo voce a una sinistra che oggi non è rappresentata, ma col risultato concreto di aumentare ulteriormente la frammentazione. E neppure si mira ad una operazione che si risolverebbe soltanto nel ‘rimescolare le carte’, come non senza qualche giustificazione ha dichiarato di temere Alfonso Gianni intervenendo nel dibattito sulla proposta recentemente formulata da Barenghi. Si tratta invece di promuovere un movimento politico e ideale che – coinvolgendo sia forze impegnate nei partiti sia forze che invece operano prevalentemente sul terreno civile e sociale – cerchi di affrontare i problemi cui occorre dare risposta per invertire la tendenza alla frammentazione, alla dispersione, al disimpegno: una tendenza che indiscutibilmente ha creato un vuoto in un’area che di norma pesava elettoralmente, in Italia, sin quasi al 45 per cento dei voti e che oggi giunge a superare a malapena il 20 per cento. Colmare questo vuoto, ricostruire un’autentica sinistra, è la condizione perché sia poi possibile porre – quando sarà necessario anche in sede elettorale – l’obiettivo di una nuova ‘coalizione democratica’ che, per la sua base programmatica e per la sua rappresentatività, sia in grado di sconfiggere il centro-destra: una coalizione democratica in cui – come ha scritto Cesare Salvi sempre nel quadro del dibattito sulla proposta Barenghi – «tutte le sinistre siano presenti, ciascuna con il proprio punto di vista, in un rapporto costruttivo con il centro progressista». È evidente come tale proposta si collochi decisamente oltre la vecchia struttura politica dell’Ulivo, ormai decisamente in crisi.
Ho voluto richiamare l’obiettivo indicato dal documento congressuale dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra non per spirito di bottega, ma perché credo che un problema in qualche modo analogo si ponga – ovviamente su un piano assai diverso, quello di un partito che aspira a rinnovarsi, ma che già rappresenta più del 5 per cento dei voti – anche al congresso di Rifondazione comunista. Tanto più dopo Porto Alegre, questo congresso ha al centro la proposta di una costituente della ‘sinistra di alternativa’, da promuovere – è ancora una frase di Alfonso Gianni – «in un processo di contaminazione con i movimenti». Ma può la discussione su questa proposta non aprirsi anche alla ricerca delle convergenze necessarie per contribuire alla costruzione di un programma e di uno schieramento che siano in grado di battere la destra e di promuovere una ripresa della democrazia in Italia? Io credo, francamente, che questa apertura sia necessaria, e non in termini meramente tattici: perché solo nell’ambito di un’atmosfera di più generale rilancio democratico anche il tema dell’alternativa può davvero fare strada.
Naturalmente questo stesso problema si pone – in termini rovesciati, ma per evidenti motivi con responsabilità anche maggiori – a quelle forze del centrosinistra che hanno preso coscienza delle ragioni della sconfitta dell’Ulivo. Non basta, cioè, annunciare un’opposizione più decisa e auspicare un’intesa con tutte le forze contrarie alla destra, Rifondazione compresa. Quest’intesa, infatti non può essere semplicemente il frutto di un’operazione di convenienza o di una combinazione tattica. Solo rimettendo in discussione, in radice, la linea neocentrista di cedimento al moderatismo e alla modernizzazione neoliberista si possono infatti creare le condizioni per la ricomposizione, nel rispetto delle diverse identità, di uno schieramento complessivo che vada dal centro a tutta la sinistra. Se invece si resta fermi, con qualche aggiustamento, sulla linea attuale, è illusorio parlare di ‘tornare a vincere’: in questo caso non si arresterà la frantumazione e più facile sarà la conferma dell’egemonia del centro-destra.


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