Unanima dei movimenti
CATTOLICI NO-GLOBAL
Filippo Gentiloni
«Un altro mondo è possibile» anche per i cattolici no-global, e su questa terra, senza attendere lal di là. Una convinzione interessante per tutti, se è vero, come è stato detto, che in luglio a Genova, fra i tanti presenti, più di metà erano cattolici. Ancora di più a Porto Alegre (si può vedere, di Piero Gheddo e Roberto Beretta, Davide e Golia. I cattolici e la sfida della globalizzazione, Edizioni San Paolo).
Cattolici. Chi sono ? Che cosa vuol dire questa qualifica sulla carta didentità ? Certamente qualche cosa di più del semplice battesimo. Anche qualche cosa di più dellappartenenza a quella tradizione sociale, culturale, religiosa che rappresenta una specie di pavimento, di forma mentis, di mentalità che ci riguarda un po tutti e per cui Benedetto Croce diceva che «non possiamo non dirci cristiani».
Qualche cosa di più che si situa fra una professione di fede personale, più o meno influente sui vari aspetti della vita e una tessera di un gruppo, di una associazione, di una comunità, di una parrocchia. Due categorie, quindi, di cattolici presenti fra i no-global come in tutti gli aspetti della vita sociale e politica del nostro paese: quelli che appartengono a un gruppo qualificato come cattolico e quelli che, invece, sono presenti al di fuori di questi gruppi, non nascondendo il loro cattolicesimo ma non facendolo rientrare fra le caratteristiche del gruppo a cui appartengono e degli impegni relativi.
Già a questo punto si pongono alcune delle specificità del cattolicesimo dei no-global. Specificità nuove? Sì e no. No perché queste due categorie di cattolici sono sempre esistite, nella nostra società e vita politica. Anche al tempo della Democrazia Cristiana, quando la connotazione politica era essenziale per la fotografia del cattolico. Anche allora, per semplificare, la categoria del cattolico con tessera era ben diversa da quella del cattolico che era senza tessera ecclesiale o politica ma non senza una chiara anche se non sbandierata identità.
Se sì, quali le novità? Non poche, sia qualitativamente che quantitativamente. I confini dei vari gruppi si sono allargati, le porte di ingresso e anche di uscita sono diventate più ampie. Fuori di metafora: i gruppi a matrice cristiana si riempiono di laici che ne condividono limpegno e le finalità che non sono mai confessionali; i gruppi di matrice laica si riempiono di cattolici che li preferiscono, forse non sempre anche perché diffidano della eccessiva cattolicità dei gruppi di matrice cattolica. Cattolicità, cioè rischio di dipendenza dalla gerarchia, rischio che gli scopi direttamente no-global siano soggetti ad altri scopi a tendenza religiosa. I campi si sono decisamente aperti, al punto che è addirittura difficile dividere le due categorie di gruppi, associazioni, comunità. Gli stessi impegni, le stesse battaglie; soprattutto la stessa convinzione che «un altro mondo è possibile».
Già, dunque, un bel risultato raggiunto: la famosa spaccatura nella società italiana fra cattolici e non, se non scomparsa, è almeno intaccata. E in proporzione e misura notevole: i piccoli gruppi che, decine di anni fa, avvicinavano i pochi cristiani ai grandi agglomerati laici penso ai Cristiani per il socialismo sono ben lontani. Oggi le proporzioni dellavvicinamento, anzi della contaminazione, sono ben più ampi e anche ben più profondi. Proprio grazie ai grandi temi della battaglia contro la globalizzazione e la guerra, a favore della pace e dei poveri del mondo: temi che non possono non avvicinare i cattolici a tutti gli altri. Temi, anzi, per i quali spesso, se non sempre, i cattolici no-global possono vantare una sorta di primogenitura.
Anche a motivo di queste profonde contaminazioni, non è facile stabilire una mappa dei cattolici no-global, di quella categoria che mantiene la carta didentità cattolica. Una mappa che si modifica nel tempo: mentre si cerca di delinearla, si potrà incontrare il percorso di questi gruppi, prima e dopo di Genova. Fino ad oggi e alle prospettive per il domani.
Una mappa, anche se incompleta e provvisoria, può partire dalla vigilia del G8 di Genova. Qui il 7 luglio (una quindicina di giorni prima del G8) viene reso noto un manifesto firmato da un nutrito gruppo di organizzazioni cattoliche (presente addirittura il cardinale di Genova Tettamanzi). Fra le più note: le Acli, gli scout, lAzione Cattolica, la Fuci, molti missionari e missionarie, Pax Christi, ecc. Un bel testo che si apre con una citazione di Maritain ed esprime piena solidarietà ai no-global: «Noi siamo qui perché anche noi abbiamo un sogno: non vogliamo più essere i ricchi che guardano ai poveri da aiutare. Vogliamo essere cittadini di un mondo e di una comunità solidale che diano a tutti lo stesso diritto di avere necessità e di offrire opportunità. Noi siamo qui perché vogliamo realizzare il nostro sogno». In questo senso, i cattolici firmatari ricordano le parole che poco prima il papa aveva detto ai giovani a Tor Vergata.
Immediata la risposta dei cattolici anti-G8. Vale la pena di ricordarla: ha inizio una dialettica, piuttosto aspra, che accompagna il mondo cattolico fino ad oggi. «Non conformatevi! Contro il pensiero unico» il titolo significativo. Il testo insiste sulla necessità di mantenere intatta, di fronte ai problemi del mondo, lidentità cristiana. Si ricorda, fra laltro che «i paesi del Terzo mondo hanno idee esattamente opposte a quelle del popolo di Seattle». Le firme tutte personali: don Gianni Baget Bozzo e altri esponenti del cattolicesimo di destra.
Dopo le giornate del G8 le polemiche in casa cattolica si sono esasperate. Al centro dei dibattiti, come è naturale, la valutazione dei fatti di Genova e, quindi, per il futuro, la centralità del ruolo della non violenza. Per i cattolici, riuniti, ma non tutti, nella rete Lilliput, la non violenza assume una centralità assoluta, mentre per altri raggruppamenti le priorità sono altre, anche se la non violenza ha per tutti un ruolo di estrema importanza.
Un dibattito che non presenta grandi novità fino ai nostri giorni, con una certa radicalizzazione delle posizioni. Non è difficile ricordare gli eventi più salienti del dibattito fra i cattolici. Allinizio di marzo, alla vigilia dellassemblea nazionale del social forum, a Bologna, arriva un importante appello di Alex Zanotelli, figura di spicco dei no-global cattolici. «Tutti dentro», scrive Zanotelli contro quei gruppi che considerano la gestione della Rete Lilliput troppo verticistica ed autoreferenziale. Ma lappello insiste sul mantenimento della trasparenza e della pluralità.
Una posizione non facile. La ribadisce anche la Tavola della Pace (il coordinamento organizzatore della marcia Perugia-Assisi) in vista del Forum Sociale Europeo. Un documento significativo, che afferma, fra laltro: «Dopo Genova, tanti compagni di strada si sono allontanati. Spaventati dalla violenza della repressione, ma anche diffidenti rispetto a un meccanismo di rappresentanza del movimento e di scelta dei contenuti e delle azioni, tanto informali da sembrare poco trasparenti. ... Tutti dentro al Forum, con regole certe e condivise da tutti, perché il vero Forum resta fuori, nelle strade e nelle piazze... nei luoghi della preghiera e della disperazione. Ma solo insieme». Tra i firmatari Rita Borsellino, don Albanesi e don Ciotti e molti dirigenti della Rete Liliput, di Mani tese, di Pax Cristi, ecc.
Ma anche gli avversari dei cattolici no-global si fanno sentire. Il caso più clamoroso è la condanna di un altro esponente di spicco, don Vitaliano Della Sala: il vescovo gli ha annunciato che dovrà al più presto lasciare la parrocchia di SantAngelo a Scala (Avellino) se non abbandona il suo forte impegno nel movimento no-global.
Siamo, dunque, a questo punto: una forte realtà, quella dei cattolici no-global, che si trova di fronte ad alcune alternative interessanti. Oltre alle gravi questioni che interessano tutti i no-global, come il rapporto con le forze di sinistra, i cattolici dovranno fare i conti anche con le diverse posizioni del mondo cattolico e della gerarchia.
Speriamo che i cattolici no-global non siano spinti dalla gerarchia a fare marcia indietro. Non sarebbe la prima volta, ma comporterebbe un infausto ritorno al passato. Quel passato che comportava la netta divisione fra le forze cattoliche e quelle laiche e che, soprattutto, sottintendeva che un altro mondo non è possibile, una specie di dogma per il mondo e la cultura cattolica, abituata a rimandare la novità a un mondo dopo di questo, attestandosi sulla possibilità soltanto di riforme moderate. Come se i poveri dovessero, per ora, rimanere ultimi, senza speranza. E senza disturbare i manovratori.