numero  29  giugno 2002 Sommario

Tra presidenziali e legislative

FRANCIA CHIAMA ITALIA
Giuseppe Chiarante  

1.Che cosa dice all’Europa il voto della Francia? Che cosa può dire la grave crisi della sinistra francese alla crisi, non meno grave, della sinistra di tutto il continente?
Non è facile, certamente, cercare di dare risposta a questi interrogativi scrivendo nell’intervallo tra i due turni delle presidenziali del 21 aprile e del 5 maggio e le imminenti elezioni politiche del 9 e del 16 giugno. Anche perché i risultati del secondo turno delle presidenziali hanno almeno in parte ridimensionato le impressioni destate dal primo turno. Non c’è stata, infatti, la temuta ulteriore espansione dell’estrema destra: la percentuale di Le Pen si è collocata poco al di sopra del 17 per cento del primo turno (del resto già nelle presidenziali del ’95 egli aveva raggiunto il 15 per cento) e non ha neppure completamente assorbito – sempre ragionando in percentuali – il 2,35% raccolto il 21 aprile dall’altro candidato estremista Bruno Mégret. Ma ciò che più conta, è che questo ridimensionamento è stato la conseguenza di un’eccezionale mobilitazione democratica contro il Fronte nazionale, che ha coinvolto non solo gli elettori che al primo turno si erano frammentati fra le diverse candidature di centro o di sinistra, ma ha trascinato anche molti di coloro che avevano espresso con l’astensione la sfiducia nelle istituzioni e nella politica.
Non a caso la domanda che dall’esito del secondo turno delle presidenziali si riflette sulle elezioni politiche è se in conseguenza di tutto questo – in particolare della più marcata competizione tra centrodestra ed estrema destra e della ripresa di impegno politico a sinistra – non possa determinarsi una rinnovata maggioranza dei socialisti e dei loro alleati nell’Assemblea legislativa che sarà eletta il 9 e il 16 giugno. Anzi, se ci si limita a una proiezione aritmetica dei voti ottenuti nelle presidenziali proprio questa sarebbe l’ipotesi più probabile: secondo un calcolo circoscrizione per circoscrizione pubblicato da «Le Monde» del 9 maggio tale proiezione darebbe infatti 297 seggi alla sinistra, 276 alla destra e 2 al Fronte nazionale.
Si tratta però, come è evidente, di un’ipotesi che non tiene conto né della frammentazione a sinistra né dell’incidenza politica del successo ottenuto da Chirac e dal centro-destra. È chiaro, in ogni caso, che la valutazione conclusiva di questo straordinario momento della vita politica francese dovrà tener conto di tutti questi elementi e, in particolare, delle variabili che prevarranno nelle elezioni di giugno.
Ciò non toglie, però, che un dato politico di fondo – per molti aspetti quello decisivo – ha già preso corpo e con esso occorre sin d’ora fare i conti, anche alla luce del clamoroso crollo – sopraggiunto subito dopo – dei socialdemocratici e dei loro alleati in Olanda. La sconfitta di Lionel Jospin, per i modi in cui è avvenuta e per le dimensioni che l’hanno caratterizzata (un crollo in percentuale dal 23,30% del ’95 al 16,15% di quest’anno, e, in voti assoluti, da oltre sette milioni a quattro milioni e mezzo) ha inevitabilmente assunto un rilievo che va oltre la Francia e che porta allo scoperto tutti i problemi che sono alla base della crisi della sinistra europea. Proprio perché in questi anni il governo francese si era contraddistinto, almeno su molti temi, come il più avanzato in Europa – e perché la sconfitta viene dopo la caduta dei governi di sinistra moderata in Italia, in Danimarca, in Portogallo, e per ultimo in Olanda, e in una situazione in cui non sembra molto probabile una riconferma di Schröder e dei socialdemocratici nelle prossime elezioni in Germania – la drammatica uscita di scena di Jospin mette chiaramente in evidenza che un ciclo si è esaurito: ossia quel ciclo di moderatismo riformista che si era aperto in tutta Europa attorno alla metà degli anni novanta.
In quel momento era infatti sembrato a molti che si fossero create le condizioni concrete per un’esperienza di partecipazione della sinistra al governo, capace di mitigare la durezza dell’offensiva conservatrice attraverso una politica diretta, pur nella sostanziale accettazione dell’egemonia liberista e dei processi di globalizzazione capitalistica, a cercare di salvaguardare, almeno in parte e per quanto possibile, il «modello sociale europeo».
Oggi siamo chiamati a discutere sulle ragioni del fallimento di questa speranza. Anche il dato apparentemente opposto – ossia il fatto che l’unico governo ‘di sinistra’, che pur fra crescenti difficoltà, pare essere in grado di sopravvivere sia quello di Tony Blair in Gran Bretagna – deve in realtà considerarsi una conferma del giudizio appena formulato. Non solo perché Blair è giunto al potere in un paese nel quale l’oltranzismo conservatore di Margaret Thatcher aveva già fatto terra bruciata delle precedenti esperienze sociali dei laburisti, ma perché la linea da lui scelta si è caratterizzata come sostanzialmente anomala rispetto al rimanente quadro europeo: è stata infatti la linea di una «sinistra imperiale», che ha puntato tutte le carte sull’alleanza col governo americano e su una politica di supremazia mondiale, in sintonia ed anzi a sostegno – anche attraverso un crescente intervento militare – dei processi di globalizzazione in atto.
Il riferimento all’esperienza di Blair non può, dunque, offrire una ragionevole via d’uscita dalle difficoltà in cui si dibatte la sinistra così in Francia come nel resto d’Europa.
2. Ma per andare più a fondo nell’analisi della natura e delle ragioni di queste difficoltà non credo che serva a molto discutere – come strumentalmente si sono esercitati a fare, ognuno a conforto delle proprie tesi, anche autorevoli esponenti della sinistra italiana – se Jospin ha perso perché la sua politica è stata troppo radicale (per esempio con l’esperimento delle 35 ore) e ha perciò scontentato l’elettorato di centro, o se al contrario perché ha troppo ceduto al moderatismo, assimilandosi del tutto ad altri governi europei e facendo quindi la stessa fine. È più utile, invece, attenersi ai fatti: che ci dicono, per esempio, che, mentre nelle elezioni del 21 aprile il centro-destra ha perso 4 milioni di voti rispetto al 1995, il complesso della sinistra ha pressoché mantenuto gli stessi voti di allora. Se dunque Jospin ha perso è sia per la maggior frammentazione della sua maggioranza (soprattutto per la presenza della lista di Chevènement, col suo 5,3% dei voti); sia perché il doppio dei voti rispetto al ’95 (quasi 3 milioni di elettori rispetto a , in percentuale il 10,7% contro il 5,5) è andato ai tre candidati di estrema sinistra. Evidentemente a questi elettori la posizione di Jospin non è sicuramente apparsa né troppo radicale né «troppo di sinistra»: se uno scontento si è manifestato verso il governo è stato piuttosto in senso contrario, esprimendosi come sfiducia verso una leadership e una prospettiva politica.
D’altro lato ha poco senso negare che l’esperienza francese ha avuto una sua specificità e che, a confronto con altri governi socialdemocratici o di centro-sinistra, quello della gauche plurielle ha cercato maggiormente di qualificarsi con qualche misura ‘di sinistra’: per esempio con la legislazione sulle 35 ore, con alcune soluzioni più avanzate in materia di diritti civili, con un aumento della spesa sociale, che ha portato la Francia ai primissimi posti in Europa. C’è da domandarsi, semmai, perché ciò non ha impedito una crescita del malcontento, che ha portato sia alla fuga di tanti elettori verso i candidati di estrema sinistra sia ad un aumento dei voti per Le Pen proprio negli strati più poveri, meno acculturati, in più precarie condizioni di vita e di lavoro.
3. Senza dubbio più pertinente (ma certamente non esaustiva) è la tesi che – nell’eliminazione di Jospin al primo turno – vede l’emergere dei limiti intrinseci al sistema istituzionale ed elettorale francese, imperniato sul presidenzialismo, sul sistema maggioritario a doppio turno, sulla possibilità di coabitazione fra una maggioranza presidenziale e una maggioranza parlamentare di diverso segno politico. Questa tesi coglie una parte di verità, ed è bene sottolinearlo anche perché, nel dibattito italiano degli ultimi anni, non pochi – sia tra gli esperti sia tra i politici – hanno guardato al sistema francese come a un possibile modello anche per noi.
Due punti, in particolare, vanno rilevati: in primo luogo che la fiducia quasi assoluta nella capacità taumaturgica del doppio turno di portare alla fine al confronto diretto tra il principale candidato del centro-destra e il principale candidato del centro-sinistra ha indotto pressoché tutti a non considerare il pericolo che il terzo incomodo Le Pen (che pure già nel ’95 era giunto al 15 per cento dei voti) potesse, anche con un modesto passo avanti, sopravanzare un Jospin indebolito dalle troppe candidature a sinistra e soprattutto dal distacco di un uomo della sua stessa area come Chevènement. Ma ancora di più, forse, ha pesato il meccanismo della coabitazione: che inevitabilmente ha condizionato l’azione dei socialisti e del governo (particolarmente sui temi di politica estera, come l’Europa o la guerra) e che alla fine ha accomunato Chirac e Jospin nell’immagine di «uomini del sistema», entrambi colpiti dalla sfiducia nella classe politica e nei partiti. Significativo è che le loro candidature hanno ottenuto complessivamente, al primo turno, poco più del 35 per cento dei voti validi e non più di un quarto dei consensi di tutto l’elettorato.
Ma la rilevanza di entrambi questi aspetti sta, a mio avviso, soprattutto nel fatto che in essi affiora una sfiducia verso la politica e le istituzioni, che i sistemi maggioritari oggi in voga non fanno che alimentare: perché sono sistemi che tendono a coartare la libera scelta degli elettori e a ridurre la politica a pratica di governo, favorendo di conseguenza il disinteresse o la protesta dei cittadini. Non a caso così – in Francia come in Italia – il sistema maggioritario, a turno semplice o a doppio turno, ha prodotto non il coagularsi dei consensi attorno a pochi grandi indirizzi politici, ma la frantumazione crescente dell’elettorato e insieme la crescita dell’astensionismo. Il fatto che la sinistra, in tutta Europa, non abbia inteso e ancora non intenda che l’adozione di un sistema maggioritario (dell’uno o dell’altro tipo) non è una semplice scelta tecnica, ma è un marchingegno per garantire forzatamente la governabilità attraverso un meccanismo che mortifica la democrazia, riduce la partecipazione, in definitiva accresce il distacco dalle istituzioni ed è ormai diventata una ragione non secondaria della sua crisi.
4. Veniamo così alle vere, grandi questioni che – accanto a quella appena indicata – emergono, per la sinistra, dal voto francese. Sono questioni che non stanno – come ho già detto – nel presunto appiattimento moderato di Jospin (che non c’è stato o c’è stato solo in parte) o nella rinuncia del suo governo a porre in atto le riforme promesse in campo economico-sociale, dove alcuni risultati significativi sono stati ottenuti; ma stanno piuttosto (e qui davvero il problema riguarda l’intera sinistra europea) nella contraddittorietà, o comunque nella scarsa efficacia, di interventi riformistici limitati e settoriali in relazione a un quadro generale di accettazione di una politica europea e mondiale dominata dai vincoli economici e politici del liberismo, della globalizzazione, della supremazia imperiale degli Stati Uniti.
Non a caso le zone di maggiore sofferenza per la sinistra francese si sono manifestate nelle aree di vecchia industrializzazione in crisi (ove Le Pen ha ottenuto successi anche in tradizionali roccheforti rosse), nelle periferie urbane, dove cresce un malessere sociale che né un diffuso benessere né i tradizionali ammortizzatori riescono a contrastare, negli strati maggiormente esposti alle incertezze di una condizione precaria e che perciò temono di più la concorrenza dell’immigrazione. Si è detto che all’appuntamento con questi problemi la sinistra francese è giunta impreparata. Forse è più giusto dire che sono problemi che non sono affrontabili – in particolare per la sinistra – senza una nuova politica per l’Europa e per il suo ruolo nel mondo.
Un grande peso nell’orientamento dell’elettorato ha avuto, per riconoscimento di tutti gli osservatori, il tema dell’insicurezza. Al riguardo, come ha scritto uno studioso dei problemi dell’immigrazione quale Philippe Bernard sulla prima pagina di «Le Monde» dell’11 maggio, questa volta «Jean Marie Le Pen non ha neppure avuto bisogno di forzare i toni, come in precedenti occasioni. Il messaggio subliminale contenuto nella gara fra Chirac e Jospin a proposito dell’insicurezza è bastato. Sono andati a Le Pen gran parte dei voti di quella larga parte dei francesi che pensano straniero appena sentono la parola delinquente».
Effettivamente sul tema del rapporto tra immigrazione, insicurezza, aumento delle microcriminalità c’è stato, forse, il maggior cedimento di Jospin nella campagna presidenziale, rispetto all’offensiva ‘d’ordine’ di Chirac. E quando la sinistra cede su questo piano (ne abbiamo avuti molti esempi anche in Italia) è la destra che ne ricava immediatamente un vantaggio, anche elettorale. Ma non si può non aggiungere che su questa questione, come su quelle dei livelli salariali o del rilancio dello sviluppo nelle aree di deindustrializzazione, è assai difficile una politica nazionale, che non abbia il sostegno di una più forte e qualificata politica europea. A questo proposito – come a proposito dell’identità culturale e nazionale – il tema dell’Europa (anzi di quale Europa) diventa veramente quello decisivo.
5. Si è soliti dire che ha invece avuto scarsa incidenza, sui risultati delle presidenziali francesi, il tema della pace e della guerra; mentre ha contato il riaffiorare di resistenze ‘nazionali’ (o nazionalistiche) al processo di unificazione europea.
Personalmente ho l’impressione che convenga spingere più a fondo l’analisi così sul primo come sul secondo punto. Per quel che riguarda la questione pace/guerra non è certo una novità il fatto che la tradizione pacifista sia meno radicata nella sinistra francese che in quella italiana. Si potrebbe risalire, a questo proposito, addirittura al diverso atteggiamento rispetto alla prima guerra mondiale: ma è sufficiente ricordare, per restare a fatti a noi più vicini, le difficoltà e le divisioni della sinistra d’Oltralpe di fronte alla guerra del Vietnam o a quella di Algeria e più in generale di fronte al processo di decolonizzazione.
Tuttavia non mi sento di ritenere che non abbia pesato, nel logorare l’immagine del governo di Lionel Jospin, l’accettazione praticamente senza riserve di una politica dei governi europei che in questi ultimi anni – dal Kosovo all’Afghanistan alla Palestina – si è praticamente risolta in un’adesione subalterna alla linea di intervento militare degli Stati Uniti e alla loro riaffermata supremazia mondiale. Non c’è stata, in effetti, alcuna capacità di affermare un ruolo autonomo dell’Europa nel mondo: ma solo, tutt’al più, di esprimere qualche timido ‘distinguo’, finendo sempre con l’accodarsi all’iniziativa di Washington.
In questa situazione non c’è da sorprendersi che, in un paese dal forte orgoglio nazionale come la Francia, l’insoddisfazione nei confronti dell’Unione europea (capace d’imporre con la sua tecnocrazia vincoli economici, che spesso creano notevoli problemi ai singoli paesi o per lo meno a questa o a quella categoria, ma che è invece rimasta sotto ogni aspetto un nano politico) abbia finito col dare luogo a fenomeni di nazionalismo regressivo. Infatti, un’Europa incapace di avere un’effettiva indipendenza politica non offre alcun elemento di identità nazionale e culturale che possa prevalere rispetto alle tradizioni dei singoli paesi.
L’accodamento, anche in caso di guerrra, agli interventi militari degli Stati Uniti, tutti dettati da un preciso interesse nazionale di supremazia mondiale, politica ed economica, è in realtà diventato in questi anni la dimostrazione più evidente dell’assenza di iniziativa autonoma e di reale indipendenza politica dell’Europa. Non sorprende perciò che l’immagine negativa derivante da questo accodamento abbia pesato (non fosse, anche in questo caso, che in modo ‘subliminale’) nel logoramento del governo Jospin e nel frazionamento del suo elettorato. In particolare tale immagine negativa ha certamente pesato nel crollo del Partito comunista, che ha perso quasi i due terzi dei suoi elettori rispetto al 1995 (da voti a 850.000 il 21 aprile), evidentemente a favore – quando non si è trattato addirittura di una trasmigrazione verso Le Pen – delle liste di estrema sinistra, libere dal vincolo del sostegno alla politica del governo.
6. Non si tratta dunque di negare le specificità dell’esperienza francese, la sua più marcata ambizione riformistica rispetto alle contemporanee esperienze socialdemocratiche o di centro-sinistra in altri paesi europei. Sembra però giusto affermare che questa specificità non è stata tale – anche perché è rimasta entro i confini di una logica redistributiva e settoriale – da incrinare il limite di fondo del ciclo di moderatismo riformista, affermatosi in gran parte del continente nella seconda metà degli anni novanta: ossia, il limite consistente nella sostanziale accettazione dell’egemonia del liberismo conservatore in campo economico e sociale e del militarismo imperialista nei rapporti internazionali, con la speranza di potersi ritagliare i margini per difendere per quanto possibile le conquiste del «modello sociale europeo». L’esperienza ha messo in luce la ristrettezza di questi margini: ma soprattutto ha dimostrato che un tentativo sorretto da un così modesto respiro culturale e politico andava incontro a pesanti contraddizioni e lasciava ampi varchi al rilancio – come è già accaduto anche in Italia – di una più aggressiva offensiva conservatrice.
Se ne deve dunque trarre la conclusione – come hanno affermato anche autorevoli esponenti della sinistra antagonista in Italia – che la disfatta di Jospin è la dimostrazione dell’inevitabile «fallimento di ogni politica riformistica di fronte ai problemi della mondializzazione»?
Si può essere d’accordo con questa affermazione se con essa si intende dire che una sinistra che accetti le linee di fondo della globalizzazione capitalistica in atto (senza avere una propria linea indipendente su problemi come la pace e la guerra o come i rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri) è condannata alla sconfitta anche nel tentativo di salvaguardare, in una condizione privilegiata come quella europea, un proprio spazio di autonomia. Non mi convince, invece, la conclusione estremistica che, di fronte alla mondializzazione, non vi sarebbe più margine per l’iniziativa politica e che occorrerebbe ormai affidarsi, essenzialmente, alla crescita dei movimenti.
Credo, al contrario, che la chiusura, con un insuccesso pressoché generale, del ciclo microriformista avviato nei tardi anni novanta, pone tanto più l’esigenza di lavorare per costruire le basi culturali e politiche per un’esperienza riformatrice che – ovviamente in dialogo con i nuovi movimenti – miri ad affrontare i problemi e le contraddizioni che la globalizzazione capitalistica sta facendo emergere. Proprio esperienze come quella francese dimostrano, in particolare, che c’è un nodo che è oggi decisivo sciogliere, come premesssa per un’iniziativa innovatrice che vada nella direzione indicata: ossia superare la diffusa opinione (che è stata una palla di piombo al piede dei governi di sinistra o di centrosinistra) che l’impegno europeista possa essere un terreno di intesa ‘bipartisan’. In realtà è proprio per questa via che la sinistra di governo si è legata le mani e si è subordinata, anche nelle scelte concrete interne o internazionali, all’ipoteca dell’egemonia conservatrice.
La sinistra europea può invece riaffermare un suo ruolo solo se ha una sua idea d’Europa, una sua proposta sulla funzione mondiale del vecchio continente: solo se si batte, cioè, per un’Europa che abbia istituzioni effettivamente democratiche, che sia libera nel suo sviluppo da vincoli monetaristici troppo rigidi, come quelli di Maastricht e di Amsterdam, che sia impegnata a svolgere sul piano internazionale un ruolo di contrappeso e non di fiancheggiamento della supremazia americana, che sia risoluta a combattere contro il ricorso alla guerra e a sviluppare nuovi rapporti di collaborazione e di solidarietà con i paesi degli altri continenti. Non c’è, infatti, vera sinistra senza la volontà di contrastare, in Europa e nel mondo, le crescenti disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione.
È chiaro che costruire una sinistra che sia capace, culturalmente e politicamente, di sviluppare questa linea è obiettivo di grande impegno. Ma è questo impegno che oggi è necessario. Un punto, infatti, è ormai definitivamente acquisito: ossia che era illusorio pensare che all’esaurimento dei grandi movimenti di sinistra del ventesimo secolo – comunista e socialista – si potesse porre riparo accettando sostanzialmente la vittoria strategica del capitalismo liberista e cercando soltanto di mitigarne le conseguenze con un microriformismo tutto concentrato sui problemi interni dei paesi ricchi. Questa ipotesi è caduta ingloriosamente. Ed è caduta, innanzitutto, per un vuoto di idee e di ideali; per l’incapacità, cioè, di contrapporre al rinnovato dominio capitalistico mondiale l’aspirazione ad un reale cambiamento in nome dei diritti fondamentali degli individui e dei popoli.
Pertanto è dalle questioni fondamentali di una nuova strategia e di una nuova cultura politica che occorre ripartire: sapendo che su temi di questa portata non vi sono scorciatoie e che comunque le scorciatoie non conducono da nessuna parte, come hanno dimostrato, in questi anni, le esperienze della sinistra modernizzante.


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