Elezioni amministrative
UNINVERSIONE DI TENDENZA?
Giuseppe Chiarante
1. È corretto parlare di «inversione di tendenza» (o almeno di un sia pur iniziale processo in questa direzione), come da parte di molti osservatori si è fatto particolarmente dopo il turno di ballottaggio a proposito delle elezioni amministrative parziali che si sono svolte in Italia il 26 maggio e il 9 giugno?
È chiaro che, per il particolare momento nel quale questa consultazione elettorale si è svolta, linversione di tendenza avrebbe in questo caso due punti di riferimento. Da un lato, infatti, il confronto è con le precedenti elezioni italiane, sia quelle amministrative negli stessi Comuni e nelle stesse Province, sia, soprattutto, le politiche dello scorso anno, che portarono al governo Berlusconi e i suoi alleati. Ma il riferimento è anche, inevitabilmente, a ciò che è accaduto in Europa nel corso di questa primavera: più precisamente alle pesanti sconfitte che centro-sinistra e sinistra hanno subìto in Portogallo e, in modo più significativo, in Francia e in Olanda.
Luno e laltro raffronto indicano, indubbiamente, che in Italia sinistra e centro-sinistra hanno ottenuto un risultato abbastanza confortante: perlomeno, non cè stata la sconfitta che si è verificata altrove. Si può dunque parlare sia pure con le dovute cautele, anche in considerazione della parzialità di questa consultazione elettorale di uneccezione italiana? Personalmente consiglio, a questo riguardo, molta prudenza: e soprattutto una riflessione che non si fondi solo sulle impressioni del primo momento. Ma per approfondire il giudizio, è opportuno partire, innanzitutto, da qualche considerazione sui dati.
2. Che nel voto amministrativo del 26 maggio e del 9 giugno i candidati e le liste di centro-sinistra e di sinistra abbiano ottenuto complessivamente in rapporto alle previsioni della vigilia unaffermazione, che ha persino stupito molti osservatori, è senza dubbio difficilmente confutabile. Il dato è risultato particolarmente chiaro dopo il turno di ballottaggio, che ha precisato, proprio nelle situazioni più incerte, il rapporto di forza tra i diversi schieramenti. È bene ricordare come sono andate le cose. Si votava, comè noto, in 27 capoluoghi di provincia, circa un quarto del totale. Fra essi, 10 sono rimasti al centro-sinistra (compresa Genova, lunica grande città interessata al voto) e 9 sono rimasti al centro-destra. Ma 6 capoluoghi sono passati dal centro-destra al centro-sinistra (Alessandria, Asti, Piacenza, Verona, Gorizia, Brindisi) e due del centro-sinistra al centro-destra (Reggio Calabria e Isernia). Considerato che il peso politico oltre che elettorale di Verona è perlomeno pari a quello di Reggio Calabria (anzi uno studioso particolarmente attento alla situazione del Nord-est, come Ilvo Diamanti, in un articolo su «Repubblica» ha addirittura paragonato, forse con un po di esagerazione, la perdita di Verona da parte della destra a quella di Bologna da parte della sinistra allepoca di Guazzaloca), il saldo complessivo è chiaramente favorevole al centro-sinistra: che quasi ovunque era alleato con Rifondazione comunista, con lItalia dei valori e con liste locali orientate a sinistra.
Gli osservatori sono stati inoltre colpiti dal fatto che particolarmente nel Nord, proprio là dove era fiorito il fenomeno leghista, non solo nei comuni capoluogo ma anche in molti centri con più di 15.000 abitanti (fra cui città come Monza, che sia per popolazione sia per peso politico è certamente più importante di tanti capoluoghi) la maggioranza si è rovesciata a favore del centro-sinistra. Sempre Ilvo Diamanti ha rilevato che, restringendo lo sguardo al Nord padano e considerando tutti i comuni con più di 15.000 abitanti, prima «23 avevano sindaci di centro-sinistra, 35 di centro-destra. Oggi la situazione si è ribaltata: 32 a 22 a favore del centro-sinistra (4 comuni vanno a liste civiche)».
Limpressione, indubbiamente molto positiva, che si ricava da questi dati (i primi sui quali si è fermata lattenzione dei commentatori) muta però sensibilmente se si considera il risultato elettorale nel complesso del paese. Infatti, mentre nei comuni del Nord interessati al voto (in tutto il Nord, dalla Liguria allarea padano-veneta sino agli estremi confini orientali con Gorizia) cè stata unevidente ripresa della sinistra, indubbiamente collegata con i fatti politici e sociali di cui parleremo più avanti, una tendenza inversa è invece prevalsa nel Sud: particolarmente in Sicilia e in Sardegna (ma il processo ha interessato, sia pure in misura meno marcata, anche le regioni continentali). Nelle due Isole, mentre in precedenza 22 centri erano governati dal centro-sinistra, 11 dal centro-destra e 2 da liste civiche, ora sono 24 quelli amministrati dal centro-destra, 10 dal centro-sinistra, 1 da liste civiche.
Si può dire, in sostanza, che prosegue la linea di tendenza già manifestatasi in occasione delle elezioni politiche di una anno fa. Si conferma nellItalia settentrionale un ritorno di consensi verso il centro-sinistra e la sinistra, anche in rapporto alla crisi della Lega. Si intensifica, invece, la meridionalizzazione di Forza Italia: che nelle Isole e nel Mezzogiorno (con leccezione, parziale, della Campania e della Basilicata) va rapidamente occupando larea di consenso elettorale e le posizioni di potere tenute in passato dalla Democrazia cristiana. Nel Sud, anzi, il fenomeno è stato così marcato che nella somma nazionale dei comuni il centro-destra è andato avanti quanto a comuni amministrati: anche se evidentemente ciò non pareggia il risultato politico ottenuto dal centro-sinistra nei capoluoghi.
Questo quadro complessivo, certamente assai più diversificato di quanto messo in evidenza dai commenti della stampa quotidiana, è confermato anche dalla distribuzione dei voti, in percentuale e in cifre assolute. Il dato più facilmente paragonabile con le elezioni politiche sarebbe quello delle provinciali, particolarmente favorevole al centro-sinistra: ma è un dato che è frutto di un test molto limitato e soprattutto molto localizzato al Nord (8 province su 10). Se si considera invece lesito complessivo delle comunali, sia nei capoluoghi sia nei centri superiori ai 15.000 abitanti, si registra un maggiore equilibrio rispetto alle politiche di un anno fa. In cifre assolute la flessione dei voti del centro-sinistra è però nettamente minore di quella del centro-destra. Ciò mette in evidenza che è soprattutto il maggiore numero di astensioni a destra che ha determinato, nelle amministrative di questanno, la relativa affermazione del centro-sinistra: in termini, però, tali da non rovesciare il rapporto di forze ancora favorevole alla destra. Rinvio comunque, per un esame più articolato e approfondito dei risultati elettorali, al successivo articolo di Gianluigi Pegolo.
3. È chiaro, pertanto, che lanalisi dei dati, per quel che riguarda sia il numero dei voti e le percentuali sia il numero delle amministrazioni conquistate, non è tale da consentire di parlare in modo univoco di uninversione di tendenza: tanto meno di uninversione consolidata. Si può piuttosto dire che nel complesso del paese lorientamento dellelettorato appare abbastanza stabile: sia pure con un significativo spostamento a favore del centro-sinistra al Nord e del centro-destra al Sud. Nonostante ciò sono chiare le ragioni che hanno fatto apparire questo risultato come una netta affermazione per il centro-sinistra e per la sinistra: da un lato perché ancora sei mesi fa era sensazione diffusa che la tendenza in atto spingesse verso un forte allargamento dei consensi per il governo Berlusconi e che invece la sinistra dovesse scontare un ulteriore aggravamento della sua crisi; daltro lato perché la spinta a destra che ha caratterizzato in modo così virulento le ultime elezioni in tutta Europa sia dove, come in Francia, la sinistra plurale aveva cercato di richiamarsi, almeno a parole, alla vecchia anima socialista, sia dove, come in Olanda, era stata posta in atto unesperienza di governo, che portava alle estreme conseguenze la scelta moderata compiuta in Italia dai governi dellUlivo induceva a guardare con preoccupazione alle possibili scelte dellelettorato.
Ma proprio perché questi pericoli sono stati evitati, anziché parlare retoricamente di eccezione italiana, è necessario cercare di capire quali sono le cause che hanno portato nel nostro paese a un risultato più positivo di quel che molti prevedevano: anche per vedere quali sono i limiti di questo processo e quindi quali obiettivi occorre porsi e quali problemi affrontare perché questa tendenza possa davvero avere uno sviluppo positivo. Se si considerano in questa prospettiva i risultati delle amministrative italiane in rapporto, cioè, sia alla situazione che nel 2001 si era creata dopo la vittoria di Berlusconi, sia al generale spostamento a destra che negli ultimi tempi si è verificato in tutta Europa è difficile non vedere che tre sono stati i fattori che, modificando la situazione italiana, hanno inciso anche sullorientamento degli elettori.
Cè stata in primo luogo una ripresa di lotte a sinistra come non accadeva da anni: a partire dallo sviluppo del movimento no global (estremamente significativo è stato, al riguardo, il risultato di Genova) e dal riaccendersi del conflitto sindacale con leccezionale mobilitazione per la difesa di un diritto di libertà quale quello sancito dallArt. 18 dello Statuto dei lavoratori, per giungere alla rinnovata irruzione in campo (sui temi della scuola, della giustizia, dei diritti costituzionali, delle libertà civili, ecc.) di settori dellintellettualità e del ceto medio, che sembravano essersi allontanati dallimpegno politico. Anche la partecipazione, dopo l11 settembre, alle manifestazioni contro la guerra e per una soluzione di pace in Medio Oriente è stata, in Italia, più ampia che in altri paesi. Tutto ciò si è tradotto in un atteggiamento diffuso di critica, teorica e pratica, alla linea di ripiegamento moderato e di subalternità al liberismo e al militarismo americano che aveva caratterizzato i governi dellUlivo. Ciò ha stimolato un atteggiamento più combattivo contro il governo di centro-destra, determinando una più ampia mobilitazione dellelettorato di sinistra nelle amministrative.
In secondo luogo, mentre alle elezioni politiche si era giunti in una situazione di isolamento dellUlivo rispetto a una più ampia sinistra, a causa della rottura sia con Rifondazione comunista, sia con settori di sinistra esterni ai partiti, sia con altre correnti dello schieramento contro Berlusconi come il gruppo di Di Pietro, nelle amministrative cè stata pressocchè ovunque una alleanza politica con queste forze: favorita certamente dal diverso meccanismo elettorale che consentiva ad ogni posizione di essere presente con una propria lista, ma sollecitata anche dal nuovo clima politico determinato da una rinnovata stagione di lotte. Non si è perciò avuta quella dispersione di voti che nelle politiche era invece stata decisiva nel determinare la sconfitta.
Infine, sul calo del centro-destra ha influito certamente il manifestarsi di attriti e dissensi nel blocco sociale e politico che Berlusconi era riuscito a coagulare. Il conflitto è emerso con evidenza, in particolare, con il disaccordo espresso, a proposito delladozione di una legge più restrittiva sullimmigrazione, non solo dalla componente ex democristiana o dallala liberal di Forza Italia, ma dai ceti industriali del Nord delle zone in cui vi è carenza di manodopera; nonché con laffiorare di opinioni differenziate circa i pericoli di un eccessivo inasprimento del conflitto sociale sullArt. 18. Lappello a Berlusconi per una maggiore partecipazione alla campagna elettorale in occasione del secondo turno, al fine di sedare queste divergenze col suo richiamo mediatico e ridurre così il pericolo di astensioni, non ha avuto lesito sperato, come il caso di Verona ha messo in evidenza: segno che i conti di un anno di governo non sono risultati così positivi come il centro-destra sperava. E ciò si è espresso, certamente, nella forte tendenza allastensione dellelettorato di centro-destra.
4. Questa individuazione delle principali cause che hanno inciso sui risultati delle amministrative trova una conferma anche in unanalisi differenziata del voto. Già si è detto di Genova, e di come il dibattito che si è sviluppato in quella città dopo i fatti di luglio e la morte di Carlo Giuliani, non possa non aver pesato sulla forte affermazione della sinistra, in particolare dei Ds. Ma anche il successo ottenuto strappando alla destra significative città del Nord come Asti, Alessandria, Piacenza, Verona, Gorizia è politicamente indicativo. Si tratta, infatti, di città situate in parti del paese nelle quali lelettorato è stato maggiormente coinvolto dalle lotte di questa primavera sia sulle questioni economico-sociali sia sulla tematica dei diritti civili. Non è un caso che a questo processo sia stato meno interessato il Sud, dove invece è proseguito il consolidamento del nuovo blocco di potere che si raccoglie attorno a Forza Italia.
Ma se questi sono i fattori che più hanno condizionato positivamente i recenti risultati elettorali, sollecitando almeno in parte del paese una ripresa a sinistra, non può non preoccupare il fatto di qui linvito alla cautela nel parlare di inversione di tendenza che nessuno di questi fattori appare oggi consolidato; e che anzi si riaffacciano proprio ora nel centro-sinistra tendenze che ripropongono, al contrario, un ripiegamento moderato.
Preoccupa innanzitutto che quei movimenti che avevano dato impulso a una ripresa delliniziativa e avevano rappresentato uno stimolo per una più ferma battaglia di opposizione o sono oggi in una fase di stanca (penso al movimento dei girotondi) o sono di fronte a problemi, difficoltà e interrogativi molto seri. È il caso dei movimenti di solidarietà col Terzo mondo, per la pace, contro lattuale globalizzazione capitalistica: che sono oggi nella difficile fase in cui, per svilupparsi, consolidare la propria organizzazione, darsi in modo continuativo contenuti di iniziativa, devono superare il guado che divide unistanza essenzialmente etico-politica dal processo di costruzione perlomeno iniziale di una vera strategia politica.
Ma è anche il caso della Cgil: che, dopo le manifestazioni di questa primavera e lo sciopero generale, deve ora sviluppare la propria iniziativa in una situazione per molti versi più difficile: cioè di fronte a un nuovo quadro di concertazione, che si cerca di costruire fra il governo, le confederazioni padronali, gli altri sindacati, escludendo proprio lorganizzazione più rappresentativa. È una situazione, nella quale il movimento sindacale avrebbe bisogno di uno schieramento di sinistra e di centro-sinistra capace non solo di dare generica solidarietà o di offrire una sponda propagandistica alle lotte del lavoro, ma anche di sviluppare uniniziativa politica capace di incidere sulle scelte economiche e dare un contributo reale allo sblocco della situazione.
Ma anche laltra condizione, che è stata determinante per landamento delle amministrative, ossia lintesa elettorale del complesso dello schieramento contrario al governo, non può affatto considerarsi un dato acquisito, tanto meno consolidato. Non va oltretutto dimenticato ed è questo un punto essenziale che lintesa è stato in questo caso favorita, come ho già ricordato, da una legge elettorale che consentiva a ogni forza di presentarsi con una lista autonoma e che al tempo stesso offriva la possibilità, anche grazie al meccanismo del doppio turno, di far convergere i voti su un unico candidato anche in base a pochi punti daccordo, senza bisogno di un compiuto programma comune. Non sarà così, certamente, nelle future elezioni politiche: alle quali si giungerà, nella migliore delle ipotesi, con la legge elettorale maggioritaria a un solo turno sin qui vigente. In tal caso solo unintesa forte, comprensiva anche di qualche elemento di carattere strategico, potrà far da base ad un accordo vincente.
È perciò motivo di allarme che, anziché cercare di rafforzare quei punti di convergenza che nel corso di una comune campagna elettorale si erano comunque delineati, si sia invece dato avvio con troppa leggerezza (e cè, al riguardo, una responsabilità che è un po di tutti) a una divaricazione a proposito del referendum sullArticolo 18, che rischia di provocare nuove lacerazioni e contrapposizioni. Tanto più è necessario, perciò, costruire assieme una più articolata piattaforma di proposte e iniziative sui diritti del lavoro: di cui la battaglia referendaria sia uno dei momenti, ma non il momento esclusivo ed essenziale.
Ma preoccupa ancor più che nella discussione che subito si è riaperta attorno alla strategia del centro-sinistra (e nella quale hanno troppo spazio le polemiche sulla leadership e soprattutto la volontà di tenerla ben stretta nelle mani di chi ha già portato alla sconfitta) sia tornata ad affacciarsi lidea che una ripresa vada ricercata non già nel rilancio di una prospettiva di sinistra, che interpreti la domanda emersa dai movimenti di lotta che in questi ultimi mesi hanno animato le vicende sociali e politiche italiane: bensì tornando a gareggiare al centro per la conquista dei ceti moderati.
È questo il senso della scelta compiuta da coloro (dirigenti della Margherita ma anche dei Ds) che, anche in Italia, hanno subito aderito alla proposta di Blair: ossia che dalla sconfitta delle differenti ipotesi socialdemocratiche in vari paesi europei si debba trarre la conseguenza non di ripensare ma di abbandonare definitivamente lidea socialista, per promuovere invece uninternazionale di ispirazione liberaldemocratica. UnInternazionale, in sostanza, per i liberals dei paesi ricchi dellOccidente. Si tratta di una scelta che abbandonando del tutto ogni prospettiva di sinistra , nella situazione italiana, ma non solo in Italia, colpirebbe proprio le forze e gli interessi che in questi mesi hanno stimolato una ripresa della lotta contro il centro-destra: e favorirebbe, di conseguenza, il consolidamento dellattuale maggioranza. È questa la portata del confronto che è tornato ad aprirsi allinterno del centro-sinistra.
5. Qualche considerazione, infine, sui risultati ottenuti, nelle elezioni del 26 maggio e del 9 giugno dai Democratici di sinistra e dal Partito della rifondazione comunista.
Entrambi i partiti hanno ottenuto un rafforzamento rispetto alle politiche di un anno fa e hanno subito sottolineato, comprensibilmente, la loro soddisfazione. Va però detto che si è trattato di un rafforzamento entro margini abbastanza misurati: luno e laltro partito rimangono assai lontani dai traguardi ambiziosi che inizialmente si erano proposti. Ma vediamo i dati, limitando il confronto alle provinciali, che presentano dati più omogenei.
I Democratici di sinistra hanno ottenuto nelle provinciali del 26 maggio quasi il 18 per cento, migliorando rispetto alle precedenti amministrative (quando erano al 16% circa) e ancor più rispetto alle politiche del 2001, quando erano a meno del 15%. Questo risultato è particolarmente importante per i Ds anche perché fra laltro ristabilisce le distanze con la Margherita, che dal 13,7% del 2001 scende a poco più del10%: facendo così scomparire quel pericolo del sorpasso di cui da parte di molti, nello scorso autunno, si era favoleggiato come di un dato ormai in atto o, comunque, concretamente possibile. Rimane però il limite di una percentuale che si colloca nettamente al di sotto del 20 %; e, soprattutto, di un calo di voti che nonostante laumento in percentuale vede i Ds scendere a 411.000 voti contro i 416.500 nelle precedenti provinciali e gli oltre 500.000 nelle politiche.
Questultimo dato dovrebbe particolarmente preoccupare i dirigenti della minoranza di Pesaro. Se, infatti, si considera che gran parte di coloro che hanno animato in questa primavera il movimento di critica al moderatismo dellUlivo (i cosiddetti girotondi), così come, del resto, i lavoratori impegnati nelle lotte sindacali non nascondevano di essere, almeno potenzialmente, elettori Ds, cè da chiedersi se, tutto sommato, non sia mancata la capacità di intercettare queste spinte e di raccogliere, più largamente, il frutto di questi movimenti. Ciò ha, a mio avviso, una causa precisa nella mancata risposta politica alla richiesta che veniva formulata. Proprio nel momento più alto del movimento la minoranza Ds avrebbe dovuto mi pare porre con più decisione e più coraggio lesigenza di andare oltre lo schieramento dellUlivo, aprendosi alle altre componenti di sinistra; e rivendicare la necessità di un nuovo gruppo dirigente, che superasse lequilibrio realizzatosi al congresso di Pesaro. Leccessiva cautela su questi punti ha favorito un riflusso del movimento, che ora non sarà facile superare.
Quanto a Rifondazione comunista il rafforzamento registrato sarebbe, secondo dati elaborati dai suoi stessi uffici, dal 4,6% delle politiche al 5,4% di questanno; mentre più difficile è il confronto con le precedenti amministrative, svoltesi prima della scissione, che ha portato alla costituzione del Partito comunista dItalia. Che questo avanzamento sia considerato un successo generalmente più rilevante là dove unintesa elettorale sottolineava il ruolo specifico di Rifondazione è giusto e naturale. Si poteva però pensare e certamente qualcuno lo ha sperato che da un lato lesplodere dei movimenti no global, dallaltro la vigorosa ripresa delle lotte sindacali, avrebbero portato a una crescita più consistente delle adesioni elettorali a Rifondazione. Il fatto che ciò non sia avvenuto (e nelle comunali il dato è peggiore) è certamente un segno delle difficoltà e dei problemi che, oggi, questi movimenti incontrano. Ma è anche a me sembra lindizio di una questione che il recente congresso di Rifondazione comunista ha lasciato irrisolta: cioè quella del rapporto fra una scelta prioritaria verso lopposizione sociale, al fianco e dentro i movimenti e aldilà dei livelli istituzionali, e la consapevolezza, daltra parte, di non poter sottrarsi allimpegno di contribuire alla lotta contro la stabilizzazione di governi (e forse di un regime) di destra.
Anche questo è un punto di rilievo nella discussione che è aperta, nella nuova fase politica, sul ruolo dei partiti così della sinistra alternativa come della sinistra riformista italiana: e sulla possibilità di una iniziativa che non aspiri, oggi, a impossibili sbocchi unitari, ma che faccia crescere un impegno culturale e politico nel quale le diverse forze possano proficuamente confrontarsi e trovare per lo meno le ragioni per una più ampia battaglia unitaria contro la destra.