Conversazione con Claudio Sabattini
FIAT TORINO ITALIA
Loris Campetti
Il nemico più insidioso dei lavoratori Fiat non è la proprietà, o il management, della premiata Fabbrica Italiana Automobili Torino. È una fortuna che nessuno ricordi che è proprio da queste quattro semplici parole che prese origine la sigla della più importante multinazionale italiana. Se qualcuno mostrasse di avere migliore memoria, quel nome bisognerebbe cambiarlo. Fabbrica, sempre meno; italiana, all80% ma soltanto per altri due anni cioè finché la General Motors non potrà mettere le mani sullintera torta (ammesso che ne abbia interesse e non finisca tutto, invece, in un umiliante spezzatino dellimpero che fu degli Agnelli, ma che in qualche modo apparteneva allintero paese); automobili, si fa per dire: la produzione delle quattro ruote scende inesorabilmente e nulla viene fatto per invertire la tendenza; di Torino, poi, ce nè sempre meno nel presente e, soprattutto, nel futuro dellazienda. Lasciamo da parte, per ora, le straordinarie responsabilità del management e della grande e rissosa famiglia Agnelli in questa deriva, in questa débacle e torniamo allaffermazione iniziale. Il nemico principale dei 260/270.000 uomini e donne che lavorano alla Fiat in tutto il mondo il numero è imprecisato, non lo conoscono neppure i dirigenti del Lingotto, sopraffatti come sono dalle crescenti dismissioni, vendite, outsourcing, chiusure di fabbriche in Italia, Argentina, Polonia e chissà dove altro è un clima mefitico che odora di disfatta culturale e spinge tanti di coloro che intorno al simbolo dellitalian way of life avevano radicato la propria identità a considerare finita la partita. Come se la Fiat fosse già chiusa, e il lutto per la sua perdita già elaborato (22 anni fa).
Questo vento di scirocco che toglie il fiato alla memoria soffia soprattutto a Torino. È comprensibile: decenni di monocultura industriale e di egemonia totale della Fiat nella vita della città sabauda hanno prodotto una sorta di allergia, di rifiuto, di voglia di ricominciare da unaltra parte, chissà quale, magari da uno slalom gigante alle Olimpiadi sulla neve del 2006, purché liberi dalla cappa di un marchio e di una famiglia che per troppo tempo lhanno fatta da padroni sotto la Mole. È dalla sconfitta operaia seguita ai 35 giorni di picchetti ai cancelli, nellautunno 80, che, insieme al ridimensionamento della Fiat, in città è andato avanti un distacco della popolazione dai cancelli delle fabbriche. A Torino si vive come in alcune città di mare, in cui il porto e i suoi lavoratori e la vita che lì si svolge sono una enclave, accerchiata da una città altra che non la riconosce e non la ama. Del resto, la stessa testa pensante del Lingotto guarda altrove, lontano dalle linee di montaggio di Mirafiori.
Sarà un caso anzi, lo è certamente fatto sta che la moglie di Gabriele Galateri di Genola, tutore della finanza di casa Agnelli, nuovo amministratore delegato Fiat, quello che ha preso il posto di Paolo Cantarella, ultimo dirigente silurato in ordine di tempo, è Evelina Christillin, il volto femminile delle Olimpiadi bianche che tra quattro anni sbarcheranno in terra sabauda. È successo che proprio nel momento dellultima battaglia, la più difficile e la più importante, gli operai, i lavoratori, la Fiom si sono trovati soli, abbandonati da un mondo ormai estraneo, se non proprio ostile. Un mondo in cui sembrerebbero aver dato forfait amministratori pubblici a partire dal sindaco Sergio Chiamparino e dirigenti politici a partire dai Ds che pure hanno le loro antiche radici nella storia e nella cultura di questo movimento operaio radicale. Tacciono, o prefigurano scenari sociali liberati dal peso e dal simbolo dellautomobile, anche gli intellettuali della sinistra, il cui pensiero è sgorgato dal più classico dei conflitti di classe, tra lemblema del capitalismo privato familiare e le tute blu. La spinta alla fuga dal Novecento e dai suoi simboli fordisti, però, non è solo torinese. Limportante è andare, più che la meta del cammino, la fuga. È emblematico che persino tra i lettori del «manifesto» si stia diffondendo una sorta di fastidio per la battaglia in difesa del lavoro alla Fiat e che fiocchino lettere sulla fine del modello dellauto, sulla certezza che questo tramonto possa far bene alla salute dei cittadini, e persino della sinistra italiana, che da questa dissoluzione potrebbe far ripartire la sua analisi sul nuovo modello di sviluppo, come dire, in bicicletta. Non ci sarebbe da meravigliarsi se qualcuno proponesse di estendere dalle sigarette alle automobili lidea di far scorrere in tv sotto i fotogrammi dei vecchi bolidi la didascalia: nuoce gravemente alla salute.
Di questa separazione e della lenta discesa verso loblio della Detroit italiana, di come rompere la solitudine operaia, abbiamo ragionato insieme a Claudio Sabattini, già segretario generale della Fiom e protagonista dellultimo grande scontro alla Fiat. La prima riflessione di Claudio è amara quanto realistica. Non è detto che il secolo di egemonia potremmo parlare addirittura di dominio della Fiat su Torino che ci siamo lasciato alle spalle sarà sostituito da una nuova egemonia. E non pensa al pluralismo industriale ed economico, Sabattini, magari ce ne fosse allorizzonte: pensa piuttosto che possa diventare attuale anche la categoria della desertificazione. Quante città, e non solo in Europa, narrano questa storia? Una storia di vuoto, di progressivo declassamento sociale, politico, culturale, della stessa socialità tra le persone. I paragoni storici e geografici sono tanto numerosi quanto superflui.
Diamo voce ai dubbi: non sarà che siamo prigionieri di un passato che pretende di trascinarsi allinfinito, sopravvivendo tra le ceneri del fordismo e di un modello di sviluppo i cui disastri oggi ci ricadono addosso senza sconti? E ancora: non può essere che restiamo avvinti a un prodotto maturo, obsoleto, addirittura decotto come lautomobile, cui non resta che ingranare la marcia e lanciarsi verso un burrone? Un dato ci scorre davanti agli occhi, un dato che, almeno dal punto di vista dei mercati e della domanda, aiuta a rispondere a queste domande: in Germania la produzione di automobili è aumentata del 14% e lesportazione del 12%; in Francia la tendenza è analoga; in Gran Bretagna, dove non esistono più aziende e marchi inglesi, il mercato ha ripreso a tirare e si compra quel che cè sul mercato, cioè automobili straniere, per esempio tedesche. Lautomobile, è convinto Claudio, è tuttaltro che un prodotto decotto e lEuropa, insieme agli Stati Uniti, è il mercato più ricettivo. La domanda riguarda soprattutto le automobili di fascia alta e di lusso, un settore in cui lItalia è assente, uniche eccezioni la Ferrari e la Maserati. Lusso a parte, è nella fascia alta e medio-alta che si sperimenta nel mondo il massimo di innovazione, con lobiettivo di trasferirla poi alle fasce basse del prodotto. «Parlo di innovazione di prodotto, non di processo. Dopo le grandi ristrutturazioni degli anni Ottanta, la Fiat non ha più investito in ricerca sui nuovi prodotti, e oggi è a terra e senza prospettive». Aggiungo io che seguitare a puntare sulle vetturette di fascia bassa, quelle con meno valore aggiunto e a più bassa redditività, ha contribuito ad ampliare la voragine dei debiti della Fiat. Dopo anni di chiacchiere sullallungamento della catena del valore, la catena sè spezzata. La nuova domanda di automobili è indubbiamente una domanda di sostituzione, siamo in una fase di crescita zero nellOccidente capitalistico e nellOriente industrializzato, e non da oggi. Su questa considerazione si è fondata lultima rivoluzione industriale giapponese ben raccontata da Thajki Ohno (1). Ma la nuova domanda di sostituzione è più avanzata e consapevole, si rivolge a un prodotto eco-compatibile. Proprio su questo fronte lItalia, cioè la Fiat, è a zero, non ha futuro.
Il caso Fiat va inquadrato nel contesto della (non)politica industriale dellItalia. Sabattini ne traccia i contorni: «Il nostro, a ragione, non è più considerato un paese competitivo sul grande manifatturiero, verso cui cresce una grande ostilità che deriva dalla secca precipitazione dei grandi gruppi industriali che hanno fatto la storia economica e sociale in Italia. Una precipitazione che nasce dal disimpegno rispetto allinnovazione scientifica e tecnologica che ci ha messo ai margini del mercato europeo. Già prima era stata alienata linformatica con lesito della vicenda Olivetti e la conseguente globalizzazione negativa, limportazione dallestero. Anche nellauto si è abbandonata la progettazione e la ricerca, e ora siamo ai margini del mercato europeo, tra i più ricchi, come dicevamo. Nonostante i tentativi manageriali di decentramento della Fiat e dunque di diversa dislocazione della produzione nei paesi di presunta nuova industrializzazione non è stata messa in campo alcuna iniziativa tecnologica di rilievo. Questa globalizzazione attiva della Fiat ha impattato con un andamento delleconomia ben diverso da quello sognato, a Est come nel Sud del mondo, e gli investimenti Fiat sempre puntati esclusivamente alla prima motorizzazione cioè senza trasferimento di tecnologie sono stati realizzati in paesi mossi come burattini dal Fondo monetario internazionale».
In realtà, di innovazioni tecnologiche la Fiat ne ha fatte, e come. Ma sempre e solo sul processo produttivo e non sul prodotto, finalizzate ad abbattere i costi del lavoro: outsourcing e terziarizzazioni, seguendo modelli già abbandonati da concorrenti importanti come la Volkswagen. In India uno stabilimento ultramoderno per la costruzione di automobili costruito con limperativo di abbattere i costi riducendo a meno del 50% i dipendenti diretti e terziarizzando la maggior parte della produzione oggi viene utilizzato come magazzino di macchine e parti di macchine invendute. Per non parlare della ventata di ideologia pantecnologica che aveva spinto la Fiat a fare di Cassino uno stabilimento ultramoderno, inzeppato di robot che dovevano sostituire gli operai. Esperimento fallito, oggi lo ammette anche lazienda.
La somma di tutte queste scelte sciagurate, con laggiunta di una gestione vallettiana nella ferocia della relazioni sindacali ma non nel progetto, ha ridotto al collasso la multinazionale italiana dellautomobile, nonostante i troppi, gratuiti sostegni pubblici, dal regalo dellAlfa Romeo agli sgravi fiscali, alle rottamazioni. Le vittime illustri naturalmente non parliamo delle decine di migliaia di operai che hanno pagato il prezzo degli errori altrui non si contano. Dopo Carlo De Benedetti (ma questa è preistoria), Vittorio Ghidella fatto fuori da Romiti mentre stava per concludere in tempi giusti un accordo con la Ford; poi toccò a Cesare Romiti che sognava la qualità totale ed era sponsorizzato da Cuccia contro il candidato alla successione dellAvvocato, Umberto Agnelli; poi nella polvere è finito Roberto Testore che ha anticipato di pochi mesi la defenestrazione di Paolo Cantarella. I conti continuano a non tornare, le banche creditrici mettono le zampe sul giocattolo, Mediobanca si mangia il cofano e il motore della Ferrari, i francesi la quota Fiat nellenergia già italiana, gli americani la parte sana della Teksid, la GM si mangerà Fidis e farà del tutto per portarsi a Detroit lAlfa Romeo, lasciando agli avvoltoi lo spezzatino di Fiat e Lancia. Ma lunica certezza del nuovo management, il trio Fresco-Galateri-Boschetti, è che bisogna ridurre i costi del lavoro, comprare il sindacato comprabile e criminalizzare quello non in vendita, far fuori a grappoli stabilimenti e lavoratori in Italia, in Polonia, in Turchia, in Argentina, in Brasile...
«In assenza di ricerca sui nuovi prodotti in grado di rispondere a una domanda ecologicamente matura, il destino della Fiat Auto continua Sabattini non può che essere la vendita dellimpresa sul mercato internazionale, una vendita vissuta come opportunità non solo dai padroni torinesi e dagli azionisti: nessuna forza politica, di governo come di opposizione, si pone la domanda se lItalia debba dipendere in tutto e per tutto dallestero anche nel settore automobilistico. E di conseguenza, la più che probabile vendita della Fiat viene vissuta senza rimpianti».
Il quadro non è certo incoraggiante. La Fiom è isolata nella sua battaglia in difesa dei lavoratori Fiat e della sopravvivenza dellindustria automobilistica italiana. Come si rompe questa solitudine?
«A parole, tutti si battono per lipotesi di unItalia competitiva sulla qualità dei prodotti, e a sinistra si aggiunge che la competitività internazionale non può raggiungersi facendo calare la mannaia su occupazione, diritti, salari. A questo scopo servirebbe un gigantesco intervento sul fronte della ricerca di base e tecnologica finalizzate allo sviluppo. Ormai lItalia è uno dei paesi meno industrializzati dEuropa. Si straparla di terziario ma pensando a un terziario decisamente arretrato, fatto di turismo e servizi allimpresa altrui. Resta soltanto il made in Italy di lusso, perché quello finalizzato alla produzione di massa è già volato nei Balcani, a est e a sud del mondo. Invertire la tendenza comporterebbe un impegno finanziario enorme, lopposto di quel che ha in mente questa Confindustria, che non rappresenta più i grandi gruppi e si muove verso una direzione opposta, proprio mentre paesi come la Francia e la Germania fanno un punto di forza del manifatturiero, oltre che dellenergia e dellinformatica». La Gran Bretagna della Lady di ferro, cè solo da aggiungere, mentre sbaraccava lindustria automobilistica nazionale e una parte del manifatturiero, costruiva a Londra un eccellente polo finanziario. In Italia, niente di tutto questo passa nella mente del governo, e non solo del governo. Resta la domanda: come si blocca questa lenta deriva al declino? Come si spezza la solitudine degli operai torinesi?
«Ci sono ancora forze ed energie per aprire una controtendenza, lungo una strada che non potrà che essere dolorosa e conflittuale risponde Claudio se lobiettivo è niente meno che modificare lassetto capitalistico italiano. Stiamo vivendo un processo accelerato di americanizzazione, dove il lavoro è una merce come le altre ed è il mercato a fare il prezzo. Si abbassano i salari non per difendere loccupazione ma per precarizzarla ulteriormente: ogni forma di salario flessibile oggi significa precarizzazione. Persino nel nostro campo è venuto meno un interesse al lavoro. Tutto rimanda allautunno, alla grande stagione di conflitto che sta per aprirsi in difesa dei diritti. Dovremo avere il coraggio di ridefinire cosa è il salario, e prendere atto che intanto il salario è un diritto e non più un aspetto marginale totalmente dipendente dai profitti dimpresa; in violazione persino delle regole basilari del capitalismo, il salario non rappresenta più il pagamento del costo del lavoro ma ciò che si può detrarre dalla produttività. La battaglia della Cgil negli ultimi mesi è la conferma che siamo entrati in una fase post-collaborativa, dunque si devono rimettere in discussione salari, orari, organizzazione del lavoro».
Torniamo alla solitudine della Fiom e dei lavoratori Fiat. «Il problema non riguarda solo la Fiom, ma quanto meno lintera Cgil. Il rischio di un odioso isolamento si batte innanzitutto convincendosi che la battaglia della Fiom alla Fiat non è di retroguardia ma dattacco e mette al centro tutti i temi di cui abbiamo parlato finora. Le forze per ricostruire una coalizione sociale ci sono, le abbiamo viste allopera in questi mesi. Si è prodotto nella società italiana un malessere generalizzato, accompagnato a un distacco profondo delle nuove generazioni dalla politica, da tutto il sistema politico. Non è possibile ragionare con i vecchi schemi del male minore, che non esiste più. È unillusione pensare che si può salvare qualcosa accordandosi con la Confindustria o con il governo, perciò lunica strada coerente e ragionevole è quella dello sciopero generale, coinvolgendo le forze sociali e della cultura che sono tornate protagoniste nella scena italiana. Così si possono riaprire i giochi, anche alla Fiat. Questo governo non è più in grado di governare leconomia, non ha una prospettiva autonoma di sviluppo perché è succube di una doppia dipendenza: dagli Stati Uniti e dai paesi forti dellUnione europea. Stiamo tornando allItalietta che si mette in attesa di qualcuno che la salverà. È su questa strada che si può rompere laccerchiamento, anche a Mirafiori. Dal 2001 allesplosione della crisi Fiat, i lavoratori e le loro organizzazioni non sono stati presi in considerazione neppure come oggetto della trattativa. Anche per questo laccordo firmato con il governo da Fim e Uilm è ripugnante, una pura adesione agli interessi immediati, giornalieri direi, dellimpresa. Dico interessi giornalieri perché temo che la strategia della Fiat non sia ancora scritta. È scritto invece che si andrà a una durissima ristrutturazione che sarà feroce in particolare nellambito delle produzioni medio-basse, quelle che ovunque danno minori profitti e alla vendita dellauto a pezzi».
Paradossalmente, la nuova rottamazione del governo per rilanciare il mercato dellauto potrebbe mettere in ulteriore difficoltà la Fiat, comè già avvenuto con le rottamazioni precedenti: si avvantaggia la concorrenza che ha modelli migliori e il Lingotto sarà costretto a operare sui costi (dunque tagliando ulteriormente salari e occupazione) per difendere le sue quote di mercato a rischio. Unoperazione che oltre a far pagare i costi ai lavoratori non migliora ma aggrava lindebitamento e dunque lesposizione e la perdita dautonomia della Fiat.
Appuntamento allautunno, dunque. Con limpegno di aggiungere un diritto allelenco compilato dalla Cgil.
note:
1 Il modello Toyota, Einaudi 1985.