numero  31  settembre 2002 Sommario

La sinistra europea

IL BIVIO DOPO LE SCONFITTE
Giuseppe Chiarante  

1.Quali possibilità esistono, oggi, per una posizione che aspiri ad affermarsi come autenticamente di sinistra (torneremo più avanti a riflettere su ciò che questa espressione può attualmente significare) nei paesi ricchi dell’Occidente europeo, sempre più dominati dal timore di veder minacciati i propri privilegi dalla marea montante dei popoli poveri degli altri continenti? È questo, a ben vedere, l’interrogativo centrale che emerge, anche per il modo in cui questi eventi si sono determinati, dalle gravi sconfitte che la sinistra ha subito in Francia e in Olanda: e che, sommandosi a quelle che nel giro di un anno si erano succedute in Italia, in Danimarca, in Portogallo (e in consultazioni parziali anche altrove) sono apparse come il segnale della chiusura del ciclo riformista apertosi con l’ascesa al governo, subito dopo la metà degli anni novanta, dei partiti di sinistra o di centro-sinistra nella grande maggioranza dei paesi europei.
All’avvio di quel ciclo la sinistra si era presentata, infatti, con un disegno ambizioso. Quello di dimostrarsi in grado di sfidare la destra conservatrice nel governo dei processi di innovazione e di modernizzazione, innanzitutto portando a compimento la costruzione dell’Europa unita: ma proponendosi altresì di conciliare le prevalenti tendenze liberiste con la salvaguardia dei fondamenti essenziali del cosiddetto ‘modello sociale europeo’. E anche affermando sul piano intenzionale – in un mondo che, dopo la fine della guerra fredda, si presumeva finalmente destinato a un avvenire di pace – un ruolo dell’Europa più aperto a rapporti di solidarietà e collaborazione con i paesi del Terzo Mondo.
Proprio su questi terreni, invece, il bilancio del ciclo riformista si presenta largamente deficitario. Certo, il traguardo dell’unità monetaria europea è stato conseguito. Ma – a parte l’accettazione di regole di stabilità che si sono rivelate inegualitarie – è mancato quello che era stato presentato come il ‘dividendo sociale europeo’: ossia la capacità di restituire ai cittadini, in termini di maggiore sicurezza e di migliori condizioni di crescita e di lavoro, i sacrifici da loro compiuti per arrivare alla moneta unica. Ancor più è mancata un’iniziativa capace di dare all’Europa (gigante economico rimasto, nonostante la sinistra, un nano politico) un ruolo autonomo e positivo nell’affrontare i grandi problemi dello sviluppo mondiale e dunque anche i temi dell’immigrazione dai paesi poveri ai paesi ricchi. Anzi, in una realtà internazionale via via divenuta sempre più inquietante, i governi europei di sinistra e di centro-sinistra si sono tutti accodati senza sostanziali differenze (tutt’al più con qualche sfumatura di maggiore o minore adesione) alla linea del governo americano sia sul piano economico – l’attivo appoggio all’imperante monetarismo e ai processi di globalizzazione liberista – sia, soprattutto, sul terreno della guerra e dell’intervento militare.
Non sorprende, perciò, che nel corso di questi anni, in una situazione europea e mondiale segnate da crescenti disuguaglianze socio-economiche e da una rinnovata ostilità tra le grandi culture etnico-religiose, si sia accentuata la tendenza a leggere l’immigrazione essenzialmente come un fattore di insicurezza che è stato cavalcato dalla destra – moderata o estrema – con rilevante successo nelle recenti campagne elettorali, come è risultato particolarmente evidente in Francia e in Olanda (e, sia pure, in misura più limitata, anche un anno fa in Italia).
Le sconfitte che hanno segnato il declino del ciclo riformista appaiono dunque come l’approdo pressoché inevitabile dei limiti di fondo della politica seguita in questi anni dai governi di sinistra o di centro-sinistra: ossia i limiti di una sostanziale subalternità, soprattutto nelle scelte fondamentali, ai princìpi dell’economicismo liberista nonché all’interventismo militare con cui il governo di Washington sta accompagnando e sostenendo i processi di globalizzazione capitalistica su scala mondiale. Se ne deve dunque dedurre che questa vocazione subalterna è ormai una componente costitutiva della sinistra occidentale e che essa – proprio per la sua appartenenza all’area ristretta dei paesi ricchi e privilegiati – è sempre più sospinta a svolgere un ruolo di partnership (tutt’al più con l’aspirazione a una politica più liberal e di maggiore equilibrio sociale, il che non è certamente irrilevante) rispetto ai poteri egemoni del modo capitalistico? Come è noto, è questa la scelta che è stata ormai compiuta, consapevolmente e con molta lucidità, da Tony Blair e dal gruppo dirigente laburista a lui più omogeneo.
È giusto però domandarsi se non rimanga aperta anche una più stimolante possibilità alternativa: ossia quella di dare una nuova consistenza e una reale apertura strategica – al di là dei limiti attuali, sui quali ritornerò più avanti, dei partiti e dei gruppi di sinistra estrema – a una posizione di sinistra che non sia prigioniera di vecchi schemi e antichi pregiudizi e che tuttavia continui a ritenere che vi è non poco, anzi molto da cambiare rispetto all’attuale assetto capitalistico del mondo.
2. Si poteva, in effetti, sperare (e molti, a sinistra, avevano sperato) che le sconfitte subite nelle tornate elettorali degli ultimi due anni stimolassero anche molti dei dirigenti dell’esperienza ‘riformista’ del passato quinquennio a rivedere criticamente le loro posizioni e a ricercare una via più autonoma rispetto al liberismo e alla globalizzazione capitalistica. Non hanno del resto riconosciuto anche esponenti di primissimo piano dei passati governi come Massimo D’Alema e Giuliano Amato – assumo ora come esempio il caso italiano – che nell’operato del centro-sinistra si era verificata una sconnessione fra ‘politiche di risanamento’ e ‘politiche sociali’? che alle capacità dimostrate nel conseguire il traguardo della moneta unica non aveva corrisposto un’analoga capacità di attuare riforme capaci di compensare i cittadini per i sacrifici compiuti, che insomma non era riuscita la ricerca di coniugare ‘modernizzazione ed equità’? Di qui la conseguenza che «la sinistra di governo ha perso, insieme, una parte dei suoi consensi tradizionali e una buona parte di quelli non tradizionali che si erano rivolti a lei e che poi le hanno revocato la fiducia». Riprendo queste affermazioni dagli interventi dei due presidenti dei governi di centro-sinistra nel dibattito che apriva il numero del giugno 2002 della rivista «Italianieuropei».
Ma se queste annotazioni suonano assai simili a quelle di molti critici da sinistra del ciclo riformista, è invece assai diverso, come del resto risulta dalla concreta azione politica, l’obiettivo cui oggi tendono D’Alema e Amato, al pari di tanti altri dirigenti dei partiti socialisti o socialdemocratici europei (basta pensare alla linea che va prevalendo nel Partito socialista francese, dopo la pesante sconfitta di questa primavera). L’obiettivo, in sostanza, è quello di ‘modernizzare’ il riformismo assumendo come modello la svolta compiuta da Tony Blair in Inghilterra. Se un tempo il passaggio che veniva indicato come obbligato per approdare a una sinistra moderna fu la famosa svolta di Bad Godesberg della socialdemocrazia tedesca, adesso il riferimento obbligato è al congresso di Blackpool del 1994 che vide il lancio del New Labour da parte di Blair.
L’argomentazione sottesa alla linea politica di D’Alema è enunciata con molta chiarezza nel libro Riformisti per forza (1), da poco pubblicato da uno dei suoi più stretti collaboratori, Nicola Rossi. La tesi, esposta con lucidità nelle pagine conclusive del saggio, è che finora sono state le responsabilità del governo del paese – in particolare le scelte economiche necessarie per entrare nella moneta unica e l’adesione all’intervento militare in Kosovo imposto dai vincoli dell’alleanza atlantica – a costringere, con la forza dei fatti, l’Ulivo e i Ds all’adozione di una politica riformista. È invece mancata una svolta culturale altrettanto chiara, e ciò ha lasciato spazio nella coalizione a vecchie suggestioni di sinistra, determinando incertezze e oscillazioni che hanno portato alla sconfitta elettorale. È questa svolta culturale che, ora, si tratta perciò di compiere sino in fondo: con la stessa determinazione che Blair dimostrò nel 1994, «decidendo – scrive Nicola Rossi – di affrontare a viso aperto questioni decisive, accettando di discutere e di abbattere se necessario i propri simboli, dividendosi se necessario per poi riunirsi».
È questa analisi che spiega perché, sebbene i movimenti di critica da sinistra del moderatismo riformista che si sono sviluppati in Italia a partire dall’estate 2001 – le reazioni ai fatti di Genova, le manifestazioni per la pace, la grande stagione di lotte sindacali, le iniziative sui temi della giustizia, dei diritti, dell’informazione note come ‘movimento dei girotondi’ – siano stati decisivi nel ridare fiato alla sinistra e al centro-sinistra in un momento difficile, consentendo di ottenere un risultato non negativo nelle ultime amministrative, la spinta a favore della proposta di Blair di un nuovo asse liberaldemocratico che sostituisca il vecchio richiamo alla tradizione socialista abbia trovato e trovi largo richiamo non solo negli esponenti laici della Margherita ma anche nella parte più consistente della corrente di maggioranza dei Democratici di sinistra.
È questa, del resto, la linea che viene palesemente prevalendo, dopo le prove elettorali che hanno messo in evidenza il logoramento del ciclo riformista, non solo in Italia ma nell’insieme dei partiti socialisti e socialdemocratici europei.
3. È bene però precisare – ed è questo, forse, il punto di maggior interesse – che il richiamo esercitato dal ‘modello Blair’ non è dovuto solo a quella che sembra ‘ la motivazione più semplice e più evidente: il fatto che fra i grandi paesi europei il governo di sinistra in Gran Bretagna sembra il solo (sono note, infatti, le difficoltà e le infauste previsioni elettorali di Schröder in Germania) destinato molto probabilmente a durare anche dopo ulteriori elezioni.
Certo, il potere di suggestione di un’esperienza vincente è cosa ben nota. Ma due ragioni più sostanziali, ben radicate nella struttura sociale e negli orientamenti ideologici, sembrano spingere nella direzione (significativo, in proposito, anche l’articolo pubblicato da Umberto Ranieri sul numero di luglio della rivista «Le ragioni del socialismo») dell’indirizzo posto al centro dell’incontro internazionale svoltosi in giugno a Hartwell House in Gran Bretagna e promosso da «Policy Network», il centro di ricerca dei laburisti inglesi.
La prima e certamente la principale di queste due ragioni è il convincimento, ormai largamente diffuso nella sinistra moderata europea, che in «un continente vecchio e ricco» come l’Europa, «dove sono ormai fortissimi i timori per la perdita di identità e privilegi» (sono parole di D’Alema) non esista più un blocco sociale abbastanza forte ed esteso che possa sostenere una politica di sinistra decisamente critica nei confronti dell’attuale sviluppo capitalistico. Nella odierna società europea – prosegue D’Alema – la sinistra tradizionale rappresenta «quella parte, composta da ceti medi in particolare intellettuali e da larghe porzioni del lavoro salariato, che ha raggiunto un certo benessere e un livello mediamente elevato di cultura. Una parte che ha conquistato una buona qualità di vita, anche grazie alle battaglie sociali e civili segnate dalle iniziative della sinistra». Ai margini di questo blocco vi sono, verso il basso, «coloro che, essendo fuori dal sistema delle garanzie, vivono il lavoro in modi più incerti e precari»; verso l’alto «quelle parti più affluenti della società che reclamano ancor più libertà dai vincoli e dalle garanzie» (2).
È chiaro che una politica che si proponga di rappresentare, sia pure dinamicamente («dirigere la modernizzazione»), l’interesse dello schieramento sociale così descritto, è una politica sostanzialmente interclassista e di indirizzo soprattutto liberaldemocratico: attenta cioè ai valori rappresentati dalle libertà individuali, dai diritti civili e politici, da una certa coesione sociale, dalla capacità di mantenere il passo dello sviluppo economico e tecnologico in modo da non perdere terreno nella gerarchia dei paesi privilegiati, ma molto meno interessata, invece, a un radicale mutamento degli attuali rapporti sociali. È insomma una politica che è ormai condizionata in modo essenziale dall’appartenenza all’area dei popoli ricchi dell’Occidente capitalistico: con tutte le conseguenze che da ciò inevitabilmente derivano. Sia la sostanziale accettazione degli attuali equilibri economici e sociali e della logica della crescita produttiva (senza troppa attenzione, cioè, o con un’attenzione solo verbale, per i problemi di una maggiore equità fra Primo e Terzo Mondo); sia l’accettazione più o meno rassegnata o addirittura la condivisione convinta (magari con l’alibi fornito dal terrorismo) della decisione oggi patrocinata con tanta durezza da Bush, ma praticamente fatta propria anche da Blair, di consolidare con la minaccia militare e, ove necessario, con la guerra i rapporti di forza internazionali connaturati allo sviluppo della globalizzazione capitalistica.
La seconda ragione, certo meno radicata nelle modificazioni strutturali e tuttavia anch’essa assai influente, è data dal fatto che questo scivolamento moderato e in definitiva neo-centrista non è stato seriamente ostacolato dalle posizioni e dalle capacità di iniziativa della sinistra che ha mantenuto un orientamento alternativo o antagonista. Non insisto sul fatto, del tutto evidente, che a favore della tendenza dominante nella sinistra moderata continua fortemente a pesare l’opinione – che si è largamente diffusa dopo il crollo dei regimi comunisti e il disfacimento dell’Unione Sovietica – che almeno per tutto un periodo storico sia irrealistico immaginare di poter mettere seriamente in discussione il sistema capitalistico e le sue linee di tendenza. Ma non si può non rilevare che questa opinione è tuttora avvalorata – si può dire quotidianamente – dagli orientamenti dei gruppi e dei partiti della sinistra estrema (non a caso tutti fortemente minoritari) che sono generalmente rimasti prigionieri o di un rivendicazionismo economico-sociale per lo più ispirato alle esperienze del passato o del tentativo, molto spesso velleitario, di essere la diretta espressione, non mediata culturalmente e politicamente, del malessere e della protesta sociale.
Non intendo con ciò negare che la realtà della sinistra cosiddetta ‘critica’ è assai più ricca, in Europa e fuori d’Europa, di quel che si può desumere da queste formulazioni: ma ciò appartiene piuttosto alle potenzialità e ai problemi con cui una nuova sinistra dovrebbe fare i conti. Basta pensare alla complessità e alla straordinaria capacità di mobilitazione (anche se non si può nascondere la durezza dei problemi ai quali va incontro) di cui ha dato prova in questo ultimo anno – per restare alle realtà meglio conosciute – il movimento sindacale italiano. Ma soprattutto non si può non fare riferimento allo sviluppo del movimento contro la globalizzazione, da Seattle a Genova a Porto Alegre. Anche in questo caso, non si debbono ignorare, però, i problemi che questo movimento si trova di fronte quando si proponga di sviluppare tutte le potenzialità politiche che vi sono implicite. Si tratta di problemi di non poco peso: sia per le differenti prospettive strategiche che anche nel recente incontro di Porto Alegre si sono manifestate (rinvio, al riguardo, all’intelligente analisi, che largamente condivido, pubblicata da Alberto Burgio sul numero di giugno di questa rivista); sia perché, anche a causa delle culture molto diverse che nel movimento sono presenti, il fondamento comune in cui esso ritrova una base d’unità esprime più un’istanza etico-culturale («un nuovo mondo è possibile») che una vera piattaforma politica, capace di assicurare continuità e consistenza all’iniziativa di lotta.
4. Torniamo così alla domanda che ci eravamo posti all’inizio: esiste concretamente la possibilità, nei paesi più avanzati dell’Occidente, del rilancio su basi di massa di una sinistra che si ponga in posizione critica e alternativa rispetto all’attuale sistema sociale e politico, oppure è da considerarsi pressoché inevitabile che la sinistra tradizionale si raccolga sempre più attorno a una linea liberaldemocratica, in competizione per il governo – come negli Stati Uniti – con la destra conservatrice?
Che il riformismo alla Blair abbia assai poco a che fare con una politica autenticamente riformatrice (o anche solo con quella che per tradizione era intesa come una seria politica riformista) dovrebbe ormai essere evidente per tutti. Non a caso un riformista di comprovata esperienza come Giorgio Ruffolo ha sottolineato in un recente articolo su «la Repubblica» (3) che la decantata ‘terza via’ di Tony Blair «rischia di mancare il problema cruciale»: che non è quello di «compensare [per quanto possibile, aggiungerei io] i guasti della mondializzazione» ma di dare «una risposta istituzionale e politica alle tre grandi derive mondiali della mondializzazione: l’instabilità frenetica dei mercati finanziari; l’inasprimento drammatico della ineguaglianza economica e della esclusione sociale; le devastazioni del contesto sociale, culturale ed etico provocate dalla mondializzazione».
Sono d’accordo con questa critica di Ruffolo: come sono d’accordo con la sua osservazione che tanti esponenti della maggioranza Ds, per i quali il richiamo al riformismo è diventato quasi un ritornello quotidiano, sembrano troppo spesso «concentrare il fuoco del loro riformismo modernizzatore sui sindacati: come se il loro svecchiamento – problema che certamente esiste – costituisse la vera discriminante tra innovatori e conservatori». Ma queste più che giuste considerazioni sulla deriva moderata di quello che oggi si autodefinisce come riformismo non escludono che possa essere questa tendenza a prevalere. Tutti abbiamo ben presente come in un paese che per tanti aspetti è l’autentico paese guida dell’Occidente più avanzato, dico gli Stati Uniti d’America, la possibilità di esistenza di un’autentica sinistra sia stata sistematicamente annientata: anzitutto dalla distruzione del movimento socialista e dei sindacati dopo la prima guerra mondiale, poi dall’intollerante campagna anticomunista spinta fino alle persecuzioni maccartiste dopo la seconda. Il risultato è stato la riduzione della vita politica americana alle competizioni per l’alternanza tra conservatori e democratici. Gli altri, ‘gli esclusi’, non contano e infatti neppure partecipano al voto. Le esigue minoranze di sinistra, per lo più intellettuali, sono ridotte o a dare un voto di bandiera, per un candidato che neppure raggiunge l’1% dei voti; o a scegliere il minor male, cioè a votare per un candidato che dia almeno la garanzia di una politica liberal.
Non è scritto nelle tavole della legge che questo non possa accadere anche in Europa. È ciò che praticamente è già avvenuto in Gran Bretagna, dove prima la Thatcher ha inferto un duro colpo ai sindacati (ma non vi è in Italia chi sta tentando la stessa cosa con la Cgil?) e poi Blair ha accettato di fare dell’Inghilterra laburista il primo ‘fedele compagno di armi’ dell’Ammistrazione di Washington. Qualcosa di simile potrebbe avvenire (sono molte le forze che lavorano in questa direzione) anche nel continente. Certo ciò non significherebbe ‘la fine della storia’, che renderebbe finalmente eterna la dominazione capitalistica. E neppure significa che un governo di destra e uno liberaldemocratico si equivalgono: basta pensare alle conseguenze che sta avendo, per l’America e per il mondo, la vittoria di un oltranzista come Bush (o, in Italia, quella di Berlusconi). Ma per la ricostruzione di una sinistra a livello mondiale il cammino sarebbe molto lungo (e al momento imprevedibile); e il punto da cui ricominciare difficilmente sarebbe quello che era stato previsto centocinquanta anni fa da Marx, ossia il livello più alto dello sviluppo capitalistico.
5. Non credo però che, al momento, tutto questo si debba considerare come già scontato. Per buona fortuna, il quadro è assai meno lineare di come vorrebbero presentarlo gli apologeti della globalizzazione capitalistica. La mondializzazione va inasprendo le disuguaglianze più rapidamente di quanto faccia avanzare le condizioni per il progresso e lo sviluppo. Ciò si verifica innanzitutto nei rapporti tra il Nord e il Sud del mondo, ma le ineguaglianze sono cresciute e crescono anche nell’Occidente più sviluppato. Per esempio, uno dei dati che più colpiscono, se si cerca di capire le ragioni della recente sconfitta dei governi di sinistra in tanti paesi europei, è il fatto che nel corso degli ultimi anni le differenze di condizione economica e sociale, la precarietà del lavoro, le sensazioni di insicurezza e di degrado sono cresciute più o meno uniformemente nei vari paesi: indipendentemente dalla politica più o meno avanzata praticata dai diversi governi (per esempio in Francia o in Olanda, ossia due modelli quasi opposti del riformismo socialdemocratico), e anzi in egual misura là dove era al governo la sinistra riformista e dove invece governava la destra conservatrice.
Il fatto è che l’adesione al quadro generale della globalizzazione liberista ha comportato in tutti i paesi un’accentuazione delle ineguaglianze, quali che fossero i tentativi di mitigare con interventi correttivi la logica del sistema. Quegli esponenti della sinistra moderata (così numerosi anche in Italia) che all’inizio del ciclo riformista, a riprova della propria volontà di modernizzazione, avevano ritenuto giusto sbandierare la ‘flessibilità’ come un valore indiscutibile, in realtà non si rendevano conto (e per lo più non sembrano rendersene conto neppure ora) che in questo modo si legavano intorno al collo la corda destinata a portarli alla sconfitta. È noto, per esempio, che nelle ultime elezioni presidenziali francesi una percentuale molto elevata dei vecchi elettori del Pcf o dello stesso Partito socialista, particolarmente nella banlieue parigina dove più alto è il tasso di disoccupazione e di lavoro precario, o nelle regioni del Nord maggiormente interessate dai processi di deindustrializzazione, o non è andata a votare, o addirittura ha votato per Le Pen.
Ma la crescita delle disuguaglianze e la diffusione, anche nelle metropoli, delle condizioni di precarietà e di insicurezza – che si aggiunge, ovviamente, alla sempre più drammatica situazione di tanta parte del Sud del mondo – non è la sola manifestazione delle difficoltà e delle contraddizioni che insidiano, anche nell’era della globalizzazione, il consenso alle forme attuali dello sviluppo capitalistico. Non c’è bisogno di dilungarsi, in proposito, in analisi che, per essere approfondite, richiederebbero uno spazio assai più ampio di quello qui disponibile. Basta invece rilevare che, se il primo decennio dopo la fine della guerra fredda non è stato quel periodo di pace che molti si erano affrettati a salutare, ma ha visto al contrario moltiplicarsi le aree di crisi, i conflitti, gli interventi armati, ciò non è stato per l’improvviso apparire di nemici imprevedibili. Ciò è accaduto anzitutto perché la potenza leader del mondo capitalistico, purtroppo non sufficientemente bilanciata da una Europa a guida riformista – che pure avrebbe avuto non poche carte da giocare –, non ha esitato, per definire i rapporti di forza e le aree di influenza nelle zone calde del mondo, ma anche per scongiurare i timori che la crisi economica e finanziaria finisca per insidiare la propria supremazia, a far ricorso sempre più largamente allo strumento politico estremo, ossia alla guerra.
Senza tener conto del complesso di questi elementi, è difficile spiegarsi la dottrina di Bush sulla ‘guerra preventiva’. E difatti, mentre la stampa di tutto il mondo è piena dei preparativi dell’occupazione dell’Iraq nell’autunno prossimo, o al più tardi all’inizio del 2003, è opinione diffusa – ricavo questa frase da una fonte non sospetta, da un’editoriale del «Corriere della Sera» del 28 luglio scorso – che «le tempeste finanziarie fanno crescere la fame di successo della Casa Bianca».
È certamente difficile ritenere che una simile situazione possa non suscitare alcuna resistenza in un’Europa che ha una sua peculiare realtà politica, sociale, culturale. Esiste nel nostro continente una tradizione di sinistra che non ha del tutto rinunciato al suo ruolo critico e alla sua autonomia ideale e politica. C’è un movimento sindacale che sa ancora dare prova di forte combattività, come è accaduto anche negli ultimi mesi in Italia. Ci sono radicati orientamenti solidaristici e internazionalisti, accanto a esperienze nuove come quelle nate dalla cultura delle differenze. Hanno avuto un inatteso sviluppo, stabilendo un legame con gli altri continenti, i movimenti di lotta contro la globalizzazione capitalistica. C’è dunque un amalgama culturale e sociale che può offrire il terreno per costruire, su basi nuove, una sinistra per il XXI secolo. Ma perché queste potenzialità si sviluppino effettivamente non ci si può certo basare sulle idee e sui programmi del passato: occorrono – ed è questo che sinora è mancato – fondamenti ideali e culturali nuovi, nuovi programmi sociali, economici, politici.
Non ho l’ambizione di elencare, qui, tali nuovi fondamenti. È chiaro, inoltre, che la discussione su questi temi è ancora all’inizio; e che, soprattutto, l’elaborazione di un disegno strategico capace di raccogliere e unificare le forze necessarie per farlo prevalere, è compito di non breve periodo e che richiede grande capacità e impegno.
Vi sono però quattro scelte che mi sembrano preliminari perché si possa lavorare alla costruzione di una posizione autenticamente di sinistra. Le enuncio molto sommariamente:
a. rifiutare la logica liberista e l’ideologia economicistica e produttivistica, e dunque la conseguente tendenza a identificare gli obiettivi del divenire sociale con la risultante del libero funzionamento dei meccanismi di mercato. È chiaro che del mercato occorre tenere conto: ma ci sono valori comuni a tutta l’umanità – a tutti i popoli, a tutte le donne e a tutti gli uomini – che stanno e debbono stare al di sopra delle regole di mercato. Non c’è sinistra se essa non si propone di individuare tali valori e di cercare la strada per farli prevalere; b. anche per questo occorre riaffermare – contro l’assoluta preminenza data in questi anni al momento economico – il ruolo della cultura e della politica e ricostruire la più ampia partecipazione dei cittadini. Non è vero, infatti, ciò che oggi affermano anche certi ideologi di sinistra (condivido, al riguardo, la critica rivolta da Burgio a Hardt nel già citato articolo): che il declino dello Stato nazionale e la crisi delle teorie e delle pratiche dirigiste segnino il tramonto della politica a favore di una egemonia che si realizza spontaneamente attraverso i processi economici. Al contrario, la potenza guida del mondo capitalistico e i suoi alleati stanno facendo ricorso più che mai alle armi estreme della politica – l’intervento militare, la guerra – per rafforzare la propria supremazia economica e condizionare pesantemente le tendenze della mondializzazione e della globalizzazione. Anche la sinistra deve riconquistare un proprio spazio politico: lo spazio attraverso il quale affermare le proprie finalità e i propri valori; c. si deve davvero cominciare a mettere in discussione – da sinistra – un’Europa che sia solo l’Europa dei mercati, della finanza, dell’economia. Per dare una idealità all’Europa, di cui anche il cittadino comune sente fortemente la mancanza, occorre ricostruire un suo ruolo nel mondo: un ruolo che non sia subalterno agli Stati Uniti, ma che controbilanci la supremazia americana, ponendo al primo posto l’impegno di cooperazione con i popoli degli altri continenti per uno sviluppo più equilibrato, compatibile con l’ambiente e alternativo alle tendenze imposte dalla globalizzazione capitalistica; d. infine – ma in realtà deve essere l’impegno prioritario – il rifiuto della guerra, la volontà di costruire un mondo di pace e un ordinamento internazionale ispirato a valori democratici. È questo il punto decisivo. Una sinistra cessa di essere tale quando i governi da essa costituiti, o cui essa partecipa, ritengono – come è accaduto in questi anni – di dare prova della propria maturità partecipando in modo subalterno a imprese militari volute dall’Amministrazione degli Stati Uniti e dirette soprattutto a riaffermare la superiorità (e, di conseguenza anche i rapporti di sfruttamento) dei popoli ricchi rispetto ai popoli poveri.
A partire da queste quattro scelte – che hanno evidentemente solo il valore di discriminante preliminare – ci saranno, nel nostro vecchio continente, le possibilità reali di coagulare uno schieramento robusto e maturo, in grado di sostenere con forza queste posizioni e procedere a una più complessiva elaborazione culturale e politica? Saranno adeguate le capacità e l’impegno? Certo, in questa direzione è doveroso operare. Ma se mancheranno le forze e l’elaborazione necessarie – come personalmente temo – è difficile sperare, nei tempi brevi, in un rilancio della sinistra europea; e sarà più probabile che la storia segua il percorso – indubbiamente più lungo – cui abbiamo accennato nel precedente paragrafo.


note:
1  N. Rossi, Riformisti per forza. La sinistra italiana tra il 1996 e il 2006, il Mulino, 2002.
2  «Italianieuropei», cit.
3  19 luglio 2002.


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