numero  32  ottobre 2002 Sommario

Bilancio di un decennio

LA LEVA DEL SALARIO
Sergio Levrero Antonella Stirati  

Come di consueto, con l’approssimarsi del rinnovo di alcuni importanti contratti, la questione dell’andamento dei salari ritorna al centro del dibattito di politica economica. Che esista, in Italia come nei principali paesi industrializzati (ed in particolare negli Stati Uniti), una questione salariale è generalmente ammesso – nei documenti ufficiali come in articoli di opinionisti ed economisti. Ma in vicinanza dei rinnovi contrattuali si moltiplicano i richiami a vincoli di competitività, al pericolo di una ripresa della spirale prezzi-salari, a difficoltà di natura congiunturale per le imprese o a problemi di bilancio per il settore pubblico. Per fare chiarezza su cosa è in discussione, può essere utile vedere quale sia stato l’andamento della distribuzione del reddito nell’ultimo decennio, per poi avanzare alcune considerazioni.
Negli anni novanta è proseguita nel nostro paese una redistribuzione del reddito a favore dei profitti, già manifestatasi nel corso degli anni ottanta. Secondo dati riportati nella Relazione annuale della Banca d’Italia, le retribuzioni contrattuali in termini nominali sono cresciute in due periodi – tra il 1992 ed il 1996, e poi tra il 1999 e la prima metà del 2002 – meno dei prezzi al consumo, con una loro riduzione quindi in termini reali (vedi Figura A). Riguardo poi alle retribuzioni lorde reali di fatto per unità di lavoro standard impiegata (le retribuzioni cioè al lordo delle imposte sul reddito e dei contributi a carico dei lavoratori), secondo i dati Istat sono rimaste nella prima metà degli anni novanta sostanzialmente stabili, per poi crescere di poco (circa dell’uno per cento l’anno) nella seconda metà degli anni novanta – sia con riferimento al complesso del lavoro dipendente che nei principali settori di occupazione privati e pubblici (vedi Tavola 1)1.


TAVOLA 1 INDICE DELLE RETRIBUZIONI LORDE REALI* DI FATTO PER UNITÀ DI LAVORO DIPENDENTE
base 1995 = 100
anni 1990 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000
totale 100,0 102,5 102,3 102,5 101,6 100,0 101,3 103,0 104,0 104,9 105,5
industria in senso stretto 96,8 99,9 101,4 102,6 102,1 100,0 101,5 103,0 104,3 105,6 105,4
commercio, turismo, trasporti e com. 97,2 100,9 101,3 100,7 99,6 100,0 99,3 100,1 102,2 102,6 102,3
altri servizi (pubbl. amm., istruzione, sanità 107,8 108,7 106.2 105,2 102,4 100,0 102,5 105,6 105,3 106,2 108,0
* in base all'indice del costo della vita per le famiglie di operai ed impiegati
FONTE: elaborazione su dati Istat, Contabilità nazionale e per l'indice del costo della vita Istat, lavoro e retribuzione

Infine, secondo l’indagine sui redditi delle famiglie della Banca d’Italia, le retribuzioni reali mensili nette (cioè al netto delle imposte e dei contributi a carico dei lavoratori) sono, per i lavoratori a tempo pieno, diminuite di circa 5 punti percentuali tra il 1989 ed il 19982, ed erano nel 2000 (nonostante una pressione fiscale lievemente minore) ancora inferiori a quelle del 1989, soprattutto per i lavoratori del Mezzogiorno (vedi Tavola 2).

TAVOLA 2 RETRIBUZIONI REALI NETTE MENSILI - LAVORATORI DIPENDENTI A TEMPO PIENO
Valori a prezzi 2000 (migliaia di lire)
anni 1989 1991 1993 1995 1998 2000
Retribuzioni medie 2424 2336 2400 2308 2295 2326
 
Centro Nord 2441 2370 2438 2364 2371 2402
Mezzogiorno 2379 2250 2304 2175 2109 2120

FONTE: Banca d'Italia, Relazione annuale, maggio 2002

Questo andamento delle retribuzioni del lavoro dipendente, insieme alla crescita della produttività del lavoro, ha comportato una riduzione della quota dei redditi da lavoro sul prodotto, ed un aumento della quota dei profitti, soprattutto nel settore dei servizi privati3.
La redistribuzione del reddito a favore dei profitti è stata una tendenza comune all’insieme dei paesi europei negli anni novanta4; tuttavia in Italia il fenomeno è stato più marcato. La quota dei profitti è cresciuta più che in Germania, Francia e Spagna, ed a partire dal 1994 risulta maggiore che in questi paesi (vedi Figura B). Inoltre, le retribuzioni reali orarie nell’industria manifatturiera sono aumentate nei principali paesi europei nell’ultimo quinquennio più che in Italia (vedi Tavola 3), mentre il costo per ora lavorata (comprensivo di tutti i contributi e oneri a carico dei datori di lavoro, cioè di quegli oneri di cui le imprese lamentano il peso eccessivo) è basso in Italia relativamente agli altri paesi europei (vedi Tavola 4).

TAVOLA 3 RETRIBUZIONI REALI ORARIE NELL'INDUSTRIA MANIFATTURIERA IN ALCUNI PAESI EUROPEI
Saggi percentuali di variazione annua
anni 1995 1996 1997 1998 1999 2000
paesi            
Francia 0,7 0,7 1,5 1,3 1,9 2,9
Germania 2,2 2 -0,3 0,9 2,1 0,7
Regno Unito 1 1,9 1 1,1 2,5 1,7
Spagna -0,2 2,3 2,5 1,5 0,3 -0,6
Italia -2,1 -0,9 1,5 0,8 0,6 -0,5
FONTE: Ocse, Historical Statistics, 2002

TAVOLA 4 LIVELLO E STRUTTURA DEL COSTO DEL LAVORO IN ALCUNI PAESI E NELLA MEDIA EUROPEA
Valori in ECU riferiti al 1996 e per l'Italia al 1997
Paesi INDUSTRIA SERVIZI
  Costo orario del lavoro Contributi sociali % Costo orario del lavoro Contributi sociali %
Italia 17,9 32,8 21,1 32,5
Francia 22,5 29,2 22,2 28
Spagna 14,9 25 14 23,8
Germania 26,5 23,6 23,5 22
media EU-15 20,2 23,6 18,8 22
FONTE: Istat, Struttura del costo del lavoro e delle retribuzioni nella seconda metà degli anni 1990

Riassumendo, sebbene le diverse fonti e definizioni forniscano indicazioni a volte differenziate, esse sono comunque concordi nel sottolineare: a. che si è avuta nell’ultimo decennio in Italia una stagnazione delle retribuzioni in termini reali dei lavoratori dipendenti in tutti i settori dell’economia, e b. che contemporaneamente si è verificata una redistribuzione del reddito a favore dei profitti, e più forte che in altri paesi europei. L’indicazione naturale che se ne dovrebbe trarre sembra quindi essere quella della possibilità (o necessità) di una stagione di sostanziali incrementi salariali.
Naturalmente ciò incontrerà forti opposizioni, e verranno avanzati argomenti a sostegno della moderazione salariale, in nome dell’interesse generale del paese. Poiché, anche a sinistra, il sindacato (e in particolare la Cgil) è talvolta indicato come portatore di interessi di parte, non necessariamente coincidenti con l’interesse generale, può essere interessante chiedersi se con riguardo alla specifica questione dell’andamento dei salari si possa individuare un tale contrasto, laddove, in questo contesto, l’interesse generale del paese sarebbe rappresentato dalla crescita della economia e della occupazione.
In primo luogo, ovviamente, è dubbio che l’interesse generale possa conseguirsi penalizzando una componente così ampia della società (il lavoro dipendente, pur avendo quello autonomo storicamente in Italia un peso ‘anomalo’, rappresenta comunque oltre il 70% dell’insieme degli occupati), come è dubbio anche che il mondo imprenditoriale privato tenda a condividere obiettivi di sviluppo, e non piuttosto, per sua natura, a ricercare il massimo profitto.
Più concretamente però è necessario chiedersi se davvero vi sia un rapporto, e di che segno, tra moderazione salariale, occupazione e investimenti. La domanda non è retorica. In realtà, nel breve come nel lungo periodo, il rapporto tradizionalmente supposto (e incessantemente ripetuto sui mezzi di informazione) tra moderazione salariale ed occupazione, o l’idea che profitti elevati possano stimolare gli investimenti, non risultano avere solide fondamenta dal punto di vista teorico, e non trovano conferma nei dati. Non è questa la sede per entrare in dibattiti di teoria economica, o richiamare i contributi che hanno messo in discussione l’idea che ad una riduzione del prezzo del lavoro seguirebbe una riduzione del rapporto capitale-lavoro e un aumento dell’occupazione (idea che, ad esempio, ritroviamo nell’ultima Relazione annuale della Banca d’Italia, del maggio 2002). Piuttosto, ci preme ricordare che, in una prospettiva keynesiana, il nesso tradizionale tra salari reali e occupazione risulta, in effetti, rovesciato. Una redistribuzione del reddito a favore dei salari, aumentando la propensione al consumo, accresce la domanda (sia di beni di consumo, che – per effetto di questo – dei beni di investimento) e di conseguenza l’occupazione. Inoltre, gli alti salari e la crescita della produzione tendono ad aumentare la produttività (il legame ovviamente non è meccanico, ma, ad esempio, l’ampliamento del mercato stimola la divisione del lavoro e le economie di scala).
Per questa via, dunque, una ‘economia di alti salari’ può avere effetti positivi, nel breve come nel lungo periodo. Peraltro, sia per l’effetto positivo sul reddito, sia, con riferimento all’Italia, per la specifica struttura delle sue entrate fiscali (come è noto, in Italia, la pressione fiscale pesa principalmente sul lavoro dipendente) una ‘economia di alti salari’ potrebbe far aumentare le entrare del settore pubblico, e potrebbe dunque attenuare gli effetti restrittivi dei vincoli imposti dal rispetto dei parametri di Maastricht (parametri, si noti, che i paesi europei dovrebbero comunque rivedere con un’azione concordata, se si vuole riportare al centro della politica economica l’obiettivo della piena occupazione).
Tuttavia incrementi dei salari monetari, volti ad assicurare l’aumento dei salari reali, potrebbero avere effetti negativi sulla competitività delle merci italiane, e dunque sulle esportazioni nette del paese (o comunque più in generale, la crescita del mercato interno potrebbe incontrare vincoli di bilancia dei pagamenti) – il che è stato uno degli elementi a base della richiesta di moderazione salariale nell’ultimo decennio. Indubbiamente è questa l’argomentazione più stringente, che anche ora viene avanzata a favore della moderazione salariale.
Con la svalutazione del 1992 un aumento dei salari minore di quello dei prezzi fu motivato dall’intento di evitare il riaccendersi dell’inflazione (la svalutazione aveva aumentato il prezzo in lire dei beni importati) e l’ampliamento quindi del differenziale inflazionistico rispetto agli altri paesi europei. Ciò corrispondeva all’obiettivo sia di consentire l’inserimento dell’Italia nell’Unione monetaria europea, sia di preservare i benefici per le esportazioni nette derivanti dalla svalutazione. In quel contesto i sindacati, per raggiungere tali obiettivi, accettarono di pagare un prezzo in termini di riduzione del potere d’acquisto dei salari.
Oggi sta maturando nei confronti del sindacato un richiesta analoga. Infatti, negli anni passati il saggio di crescita dei prezzi è stato più elevato, sebbene in misura via via decrescente, che in altri importanti paesi europei, in particolare Germania e Francia, e tale crescita dei prezzi confligge necessariamente con l’obiettivo di mantenere – in un contesto di crescente concorrenza internazionale ed in assenza dell’arma della svalutazione – le posizioni italiane nel commercio internazionale5. Se è peraltro anche vero che tra la fine del 2001 e il 2002 l’indice dei prezzi alla produzione in Italia è diminuito più che nella media dell’Unione monetaria europea ed in Germania, non è possibile dire se questo andamento prefiguri una inversione duratura della tendenza precedente ad un differenziale di inflazione positivo.
La richiesta al sindacato sarebbe dunque quella di consentire, con una crescita moderata dei salari monetari, un incremento dei prezzi italiani minore di quello dei principali paesi europei, in modo da ottenere effetti analoghi a quelli che in passato si ottenevano grazie alla svalutazione della moneta. Tale politica però, in assenza di guadagni di produttività rispetto a quei paesi, ed in presenza di altri fattori di spinta sui prezzi, comporterebbe di fatto ulteriori pesanti sacrifici per i redditi reali dei lavoratori dipendenti, che hanno già pagato un prezzo rilevante negli anni ‘90. Per di più l’esito di tali sacrifici potrebbe essere incerto: la Figura A per esempio mostra che il saggio di inflazione è cresciuto a partire dal 1999 del tutto indipendentemente dall’andamento dei salari monetari, in seguito, tra l’altro, all’aumento del prezzo all’importazione dei prodotti energetici (a cui l’Italia è più sensibile, a causa della maggiore dipendenza dall’approvvigionamento estero rispetto ad altri paesi), e di un aumento dei margini di profitto in alcuni settori dei servizi, tra cui quello assicurativo e di intermediazione finanziaria, aumento segnalato come eccessivo dallo stesso Governatore della Banca d’Italia6. Inoltre l’esperienza degli anni ‘90 ha mostrato che le imprese esportatrici possono approfittare in parte della riduzione relativa dei propri costi di produzione per aumentare, almeno nel breve periodo, i margini di profitto, piuttosto che ridurre i prezzi dei beni esportati.
Ragioni di equità sociale e distributiva, nonché i vantaggi degli alti salari, cui sopra si accennava, suggeriscono che il problema della competitività internazionale dei prodotti italiani dovrebbe invece essere affrontato invertendo la logica sin qui prevalsa. Non si può chiedere ai lavoratori di mantenere il saggio di crescita dei salari monetari al di sotto di quello effettivo dei prezzi al consumo. Se si vuole perseguire una riduzione dei saggi di crescita dei salari monetari, questa piuttosto dovrebbe seguire una riduzione della crescita dei prezzi al consumo e/o una politica fiscale redistributiva a favore dei redditi da lavoro. La riduzione della crescita dei prezzi potrebbe risultare sia da politiche tariffarie, della concorrenza e dei prezzi che incidano su voci significative dei bilanci familiari (assicurazioni, elettricità, gas, affitti) o delle imprese (trasporti, intermediazione finanziaria) sia, più strutturalmente, da politiche industriali, energetiche e delle infrastrutture volte ad aumentare la produttività e a ridurre la sensibilità alle fluttuazioni dei prezzi dei prodotti energetici. La politica fiscale potrebbe operare sia attraverso la redistribuzione dei carichi fiscali effettivi verso i redditi diversi da quelli da lavoro dipendente, sia attraverso l’erogazione di servizi (il contrario, cioè, dell’orientamento attuale della politica fiscale).
In conclusione, ragioni di equità e di sviluppo sociale ed economico indicano la necessità di una crescita dei salari monetari in linea con l’inflazione effettiva, e un agganciamento dei salari reali alla crescita della produttività; mentre, se si vuole perseguire una riduzione dei saggi di crescita delle grandezze monetarie al fine di salvaguardare la competitività internazionale, ciò potrebbe essere affidato ad altri strumenti di politica economica e, se sacrifici fossero necessari, questi potrebbero essere richiesti (per via fiscale o di contenimento dei margini e dei prezzi) a quelle categorie il cui reddito è aumentato nel decennio scorso in termini assoluti e relativi.
L’augurio che si può fare è che i sindacati riescano a riportare al centro del dibattito la questione salariale, aiutati dai segnali di ripresa delle rivendicazioni salariali in altri paesi europei. Ciò, e politiche fiscali e monetarie espansive concordate a livello europeo, potrebbero riaprire una fase di sviluppo nel nostro paese. Per contro, il perseguimento, da noi come altrove, di un modello di crescita basato sull’acquisizione di quote di mercato mondiale e la compressione della domanda interna, difficilmente potrà effettivamente promuovere la crescita: la torta di cui tutti cercano di avere una fetta maggiore tenderebbe nel tempo a ridursi.
Sergio Levrero è ricercatore di Economia politica presso l’Università Romatre (). Antonella Stirati è docente di economia politicapresso l’Università di Siena ().


note:
1  Non solo le tendenze sono simili in questi settori, ma anche i livelli medi delle retribuzioni sono molto vicini: nel 2000 erano rispettivamente 40,3 milioni di lire correnti all’anno nell’industria, 38,8 nel commercio, turismo, trasporti e comunicazioni e 41,1 nella pubblica amministrazione, sanità, istruzione e servizi alla persona (Istat, Contabilità generale).
2  In questi anni ha pesato l’aumento dell’imposizione fiscale.
3  Si noti che, per il modo in cui le quote vengono calcolate, rientrano nella quota dei profitti anche i redditi dei lavoratori autonomi, per la parte che eccede la retribuzione media da lavoro dipendente nello stesso settore.
4  Eurostat, Annuario 2001.
5  L’Italia ha, in effetti, problemi crescenti al riguardo nell’area dell’euro, compensati sinora sia dall’espansione delle esportazioni in alcuni paesi dell’Europa dell’Est ed in Asia, sia dai margini garantiti dalla svalutazione dell’euro negli anni passati.
6  Banca d’Italia, Considerazioni finali, maggio 2000.


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