numero  33  novembre 2002 Sommario

Governo in affanno, opposizione divisa

OLTRE L'ULIVO
Giuseppe Chiarante  

1.Il 2002 si avvia a concludersi in una situazione che conferma pienamente le critiche che sin dall'inizio delle pubblicazioni questa rivista è venuta svolgendo nei confronti degli orientamenti politici e ideologici di fondo, che in tutto il decennio trascorso sono stati dominanti nell'opinione internazionale e nelle forze politiche, compresa gran parte della sinistra. In primo luogo l'attesa, sostenuta da una massiccia campagna di persuasione, che con il crollo dell'Urss e con la fine della guerra fredda si fossero finalmente create le condizioni per l'avvento di un mondo pacificato: tanto da salutare con questo auspicio l'apertura del nuovo millennio. In secondo luogo la convinzione che il capitalismo, uscito vittorioso dalla competizione secolare con il movimento socialista e comunista, non solo aveva dimostrato la sua superiorità come sistema economico e sociale, ma fosse avviato a dare al mondo – anche grazie allo stimolo dell'affermazione su scala globale delle regole del trionfante liberismo – una fase prolungata di espansione economica e, pur tra inevitabili squilibri e contrasti, anche un più generalizzato progresso sociale e civile.
Le cose – è noto – non sono per nulla andate così. Nei rapporti internazionali l'equilibrio bipolare imposto per cinquant'anni dal timore di un conflitto nucleare ha lasciato il posto alla supremazia incontrastata di una sola potenza: e tale supremazia si è alla fine tradotta – anche per la rinuncia o l'incapacità dell'Europa di svolgere un ruolo autonomo, diretto a bilanciare o almeno a condizionare seriamente lo strapotere americano – nella dottrina Bush sulla guerra prima `infinita' e poi `preventiva'. Una dottrina sovraccarica di fondamentalismo ideologico: evidentemente indispensabile per giustificare il rovesciamento di tutti i passi faticosamente compiuti dopo il 1945 per costruire regole più avanzate di convivenza internazionale. E per affermare invece – contro i tentativi di mettere al bando la guerra o di limitarla a guerra difensiva, come è scritto nella Costituzione Italiana – il diritto della massima potenza mondiale di intervenire anche preventivamente in qualsiasi situazione nella quale ritenga di intravedere una minaccia al suo modo di vita e alla sua `superiore' civiltà: pretendendo così di risolvere i conflitti e i contrasti che il processo di globalizzazione determina o acuisce nel suo dispiegarsi su scala mondiale.
Questa evoluzione dei rapporti internazionali si è venuta intrecciando (non senza relazione tra i due fatti) con l'emergere sempre più evidente dei segnali di crisi della lunga fase d'espansione capitalistica, che si era aperta sin dagli anni ottanta con l'avvio della rivoluzione informatica. Quelli che per lungo tempo erano stati giudicati essenzialmente come fenomeni di disordine finanziario, riguardanti quasi soltanto economie con basi meno consolidate, oggi rivelano la loro natura di segni di ristagno, di crisi settoriale o plurisettoriale, di vera e propria recessione anche nelle principali economie capitalistiche, dall'Occidente europeo agli Stati Uniti. Di fronte all'emergere di queste crescenti difficoltà, svaniscono i miracoli promessi dalle dottrine del liberismo e del monetarismo. Anzi, la demolizione di molte delle provvidenze a suo tempo conquistate con lo Stato sociale e l'abbandono di tanti strumenti dell'intervento pubblico, che nel quadro delle politiche di stampo keynesiano avevano svolto o svolgevano una funzione di riequilibrio, creano un vuoto che favorisce l'aggravarsi delle crisi e alimentano sentimenti di precarietà, di incertezza, di timore del futuro.
In questo quadro l'Italia – tanto più dopo l'assoggettamento ai rigidi vincoli dell'Unione monetaria europea – rischia veramente di fare la fine del `vaso di coccio' nella competizione che scuote incessantemente l'Occidente più industrializzato. La vicenda Fiat è al riguardo eloquente. Ma i segnali di rallentamento dell'economia interessano tutti i paesi europei e gli Stati Uniti. Sia per quel che riguarda la pace sia per le prospettive di sviluppo e benessere l'inizio del nuovo millennio è dunque ben lontano dal confermare le rosee promesse tanto in voga ancora pochi anni fa.
2. Come influisce questa mutata situazione sul quadro politico italiano?
C'è un dato che, prima di ogni altro, è opportuno sottolineare: ed è che – come sempre – il tema della guerra ha giocato e gioca (naturalmente quando si tratta di darvi avvio: successivamente le cose possono cambiare, allorché si comincia a prendere coscienza dei costi, dei sacrifici di uomini e risorse, dei possibili insuccessi) a favore delle forze di destra. Non a caso il governo Berlusconi ha tratto un indiscutibile e rilevante vantaggio, in un momento che per altri aspetti non gli era particolarmente favorevole, dal dibattito e dal voto in Parlamento sull'invio di truppe italiane in Afghanistan. Su quella decisione il centro-destra ha infatti recuperato la sua compattezza, mentre l'opposizione – torneremo su questo punto, perché si tratta di questione fondamentale – è andata in frantumi.
Al di là della ritrovata unità sulla guerra, è però indubbio che l'evoluzione della situazione economica e sociale nell'ultimo anno ha portato all'emergere, sempre più evidente, di crepe e scricchiolii non soltanto tra le diverse componenti politiche del centro-destra all'interno della maggioranza su cui si regge il premier di Arcore, ma anche all'interno del blocco sociale che Berlusconi era riuscito a coagulare attorno alla sua proposta di governo e che gli aveva dato la maggioranza sia nel voto elettorale sia, soprattutto, in Parlamento.
Quel blocco sociale si reggeva, infatti, su una piattaforma in cui erano compresenti indirizzi politici e ideologici di diverso segno (in particolare, un generico orientamento populistico accanto a un nucleo centrale imperniato su un programma liberista e privatista), che potevano senza troppe difficoltà combinarsi e convivere solo a una condizione: che l'Italia godesse di una fase di forte espansione economica, tale da consentire di soddisfare sia le richieste liberalizzanti e privatistiche dei ceti imprenditoriali sia le attese di un ceto medio in vario modo assistito e di masse povere lusingate dalle promesse di Berlusconi. E infatti la previsione di un forte rilancio dello sviluppo era alla base del programma elettorale del Polo.
Nel corso dell'anno si è verificato, invece, un progressivo deterioramento della situazione economica: nel quadro, certamente, di una congiuntura internazionale che – come ho già detto – è andata sensibilmente peggiorando, ma con evidenti responsabilità, per quel che riguarda l'Italia, della politica del governo, che nel complesso ha dato una prova di incompetenza e inefficienza – soprattutto per quel che riguarda i titolari di alcuni importanti dicasteri – certamente superiore a ogni possibile previsione. Le difficoltà economiche hanno così aggravato, nel complesso dell'opinione pubblica, quel deterioramento che già si era venuto determinando per lo sconcerto o l'indignazione suscitati, secondo i casi, da un'azione di governo che nel corso di questi mesi era ed è sembrata soprattutto preoccuparsi di tutelare gli interessi personali del presidente del Consiglio e dei suoi amici.
Nel rapporto con il proprio blocco sociale è la Legge finanziaria che sta diventando il banco di prova che mette in evidenza i malumori, gli screzi, le dissonanze e le divergenze che un anno di governo ha prodotto e va producendo. Ancora pochissime settimane fa era difficile prevedere che si sarebbe giunti a una critica così netta, nei confronti delle scelte della Finanziaria, da parte dei massimi esponenti della Confindustria e della Confcommercio; che Cisl e Uil passassero dall'attesa di vistosi compensi per la firma separata del `Patto per l'Italia' alle critiche al governo e alle difficoltà proprie che ne contrassegnano le più recenti dichiarazioni; che si sarebbe creato una sorta di `fronte unico' delle Regioni e degli Enti locali, così di centro-destra come di centro-sinistra, contro i tagli dei trasferimenti al sistema delle autonomie con cui Tremonti cerca di ridurre il buco apertosi nella finanza pubblica.
I dissensi e le inquietudini nella base sociale della maggioranza di governo si traducono ora sul piano politico non solo – come sempre accade – in un accresciuto nervosismo, ma in espliciti contrasti fra le varie componenti: in particolare tra la Lega e la destra di An da un lato e i centristi ex democristiani dall'altro. Dietro questi dissensi si starebbero sviluppando – ci dicono i `retroscena' di cui è piena la cronaca politica dei quotidiani – manovre di più ampio respiro: che punterebbero, con l'appoggio di autorevoli centri di potere interni e internazionali, alla ricerca di un nuovo equilibrio politico di tipo centrista, che avrebbe come riferimento le forze che sognano una sorta di rinascita della Dc.
Non sappiamo quale credito si debba dare a queste voci e, soprattutto, alla possibilità di una loro realizzazione. Probabilmente, se non ci fossero i vincoli imposti dalla legge maggioritaria, e non fosse così ampio il margine di cui Berlusconi dispone nelle due Camere, manovre come quelle di cui si parla avrebbero già assunto una maggiore concretezza. In realtà, anche in un momento che per il centro-destra non è certo facile – né nella politica né nell'economia – esso può però contare su due importanti punti di forza: la gabbia rappresentata dal sistema maggioritario da un lato e, dall'altro, le divisioni interne e la debolezza della proposta politica dell'opposizione. Finché permangono queste condizioni, il presidente del Consiglio ha tempo e modo, quali che siano le difficoltà, per tornare a consolidare la sua posizione e rabberciare, se necessario, la composizione e la rotta del governo. A meno che la ventilata manovra centrista non giunga sino al punto di prevedere, da parte dei moderati di entrambi gli schieramenti, una sorta di soluzione di unità nazionale che includa (forse in vista di più alte prospettive) lo stesso Berlusconi: come si era ventilato a suo tempo con la cosiddetta `operazione Maccanico'.
3. Il discorso si sposta naturalmente, a questo punto, sull'altro lato dello schieramento politico: ma è qui che si debbono registrare, purtroppo, le novità meno positive. In verità, la netta caduta – di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo articolo – delle speranze degli anni novanta in un avvenire di pace e in un accelerato sviluppo economico e sociale (e il riemergere, anzi, del carattere aggressivo e dei laceranti squilibri insiti nella logica capitalistica) erano vicende che avrebbero dovuto indurre – soprattutto dopo le esperienze negative e quasi ovunque fallimentari dei governi di sinistra moderata – al rilancio di una critica più severa dell'attuale assetto economico-sociale e a un impegno più avanzato così sul terreno del rinnovamento ideale e politico come su quello dell'elaborazione programmatica. E, in effetti, era sembrato che, almeno per quel che riguarda l'Italia, i movimenti, pur di vario segno, che si erano sviluppati in modo impetuoso tra la fine del 2000 e la prima metà di quest'anno avessero stimolato i partiti della sinistra e del centro-sinistra, sollecitandoli a una più rigorosa battaglia di opposizione.
Questa tendenza è stata invece rovesciata negli sviluppi politici più recenti. Anche in questo caso, come per il ricompattamento del centro-destra, il tema della guerra è stato decisivo. Dapprima la frantumazione prodottasi nel voto parlamentare sull'invio degli alpini in Afghanistan è servita come argomento a sostegno dell'assoluta necessità di ricompattare lo schieramento di centro-sinistra, come condizione indispensabile della credibilità di un'opposizione che si candidi al governo del paese. Poi questo richiamo all'ordine è stato indirizzato – con l'offensiva aperta da D'Alema e che ha mobilitato tutta la maggioranza Ds al di là delle sfumature e delle differenziazioni interne – su una linea che indica come compito dell'Ulivo quello di `salvare l'Italia' dalla rovina cui la sta portando Berlusconi; e, a tal fine, di lavorare per costruire un più esteso blocco politico e sociale, che insieme alla sinistra e ai suoi alleati tradizionali, comprenda larghi settori moderati, dagli imprenditori oggi in allarme per la recessione ai ceti medi democratici.
Ma per far questo occorre – qui D'Alema si ritrova in perfetta concordia con Rutelli e Amato – un programma politico ed economico moderato, che rinunci agli eccessi di radicalismo e massimalismo di cui i movimenti avrebbero contaminato l'opposizione: un programma che, aggiornando e sviluppando con più vigore l'azione già intrapresa dai governi di centro-sinistra nella passata legislatura, punti su una `modernizzazione' dell'Italia – economica, culturale, sociale – che torni ad allinearla agli altri paesi dell'Occidente più avanzato. E serve, in politica estera, non una linea pacifista, o che `flirti' col terzomondismo dei no-global, ma punti a temperare l'iniziativa unilaterale di Bush attraverso un impegno unitario dell'Europa, che condizioni e insieme fiancheggi il bellicismo di Washington, e non escluda un'azione militare purché collocata entro un certo quadro concordato nella sede delle Nazioni Unite.
A questa linea sarebbe facile obiettare non solo che con troppa `disinvoltura' – come ha scritto Pîetro Ingrao sul «manifesto» – si considera superato l'articolo della nostra Costituzione che vieta la guerra che non sia strettamente difensiva; ma che non è con l'intervento bellico che si combatte il terrorismo (come ormai dimostrano la cronaca più recente, dalla guerriglia aperta in Afghanistan al dilagare della violenza anche in paesi come l'Indonesia), e che, in realtà, l'azione militare colpisce indiscriminatamente interi popoli, approfondendo così il solco tra l'Occidente e immense aree geografiche e culturali, come quella islamica. E quanto al programma economico si potrebbe dire che i fatti dimostrano – il rallentamento della produzione e la vicenda Fiat sono più che significativi – che non è con un rilancio della ricetta del liberismo e del privatismo, e più in generale con una modernizzazione subalterna all'ideologia capitalistica, che si affrontano i guasti e gli squilibri prodotti esattamente da quegli orientamenti finora dominanti. Al contrario, il caso italiano sta dimostrando che la demolizione di tutti gli strumenti pubblici di regolazione e d'intervento, compiuta in nome della massima fiducia nell'efficacia delle liberalizzazioni e nella bontà del libero mercato, ha determinato una sostanziale impotenza di fronte al collasso di settori fondamentali dell'industria del nostro paese.
Ma tant'è. La scelta compiuta dai gruppi dirigenti della Margherita e dei Ds – dal discorso alla Camera di Rutelli sulla guerra all'offensiva di D'Alema e al suo intervento nella Direzione diessina – ha palesemente l'obiettivo di riportare la linea della parte maggioritaria di questo schieramento nell'alveo di quello spostamento verso destra che l'approssimarsi della guerra e il timore per le difficoltà economiche stanno determinando in tutta la sinistra europea: compresa la Germania dove – benché il no all'intervento militare sia stato determinante per la vittoria elettorale di Schröder – la preoccupazione fondamentale del nuovo governo `rosso-verde' sembra ora quella di ridimensionare la spaccatura con Washington e di ristabilire un collegamento con gli altri governi occidentali.
Sarebbe interessante interrogarsi, attraverso un'analisi più approfondita, sulle ragioni e sulle radici politiche e ideologiche anche lontane (bisognerebbe risalire alla disputa sull'imperialismo degli anni di Kautsky e di Lenin) di questa tendenza della sinistra europea ad allinearsi, nei frangenti decisivi, con la politica dei gruppi dirigenti borghesi. Certo è che con l'accettazione subalterna (più o meno convinta) dell'inevitabilità dell'intervento militare e con la parallela riconferma di una linea di `modernizzazione liberista' (le due scelte, come è evidente, si ricongiungono strettamente) la sinistra del nostro continente rinuncia a battersi per un ruolo autonomo dell'Europa nel quadro di uno sviluppo mondiale equilibrato, e si colloca come una componente, sia pure moderata, di un sistema di rapporti internazionali che vede gli Stati Uniti e i loro alleati, impegnati a riaffermare anche con la guerra il proprio potere e i loro privilegi, nel quadro di un assetto mondiale caratterizzato da così estese condizioni di oppressione e di sfruttamento, di miseria e di fame.
4. Ma torniamo alla situazione italiana. Se l'obiettivo unico è quello di `tornare a vincere', ossia di tornare al governo rapidamente, la linea indicata da D'Alema, Amato e Rutelli (in pratica, quella di costituire un vasto partito di centro, che cerchi di sfruttare a proprio vantaggio la scarsa capacità dimostrata dal ceto politico berlusconiano e i non pochi errori compiuti dall'attuale governo) potrebbe (illusoriamente) apparire nei tempi brevi la più realistica: e capace di conseguire il risultato che si propone, magari passando per l'intermezzo di un `governo di decantazione' guidato da Casini o da Fazio, come le cronache giornalistiche vanno ipotizzando.
Un simile sviluppo porterebbe alla definitiva liquidazione di una posizione di sinistra in Italia, analogamente a ciò che già è accaduto negli Usa e in larga misura in Gran Bretagna. Vi è da chiedersi, inoltre, come una simile prospettiva possa raccogliere il consenso, indispensabile in fase elettorale, di quella vasta parte di lavoratori e di cittadini che, con la loro partecipazione alla mobilitazione sindacale (pienamente riconfermata nello sciopero del 18 ottobre) e agli altri movimenti di questa primavera, hanno espresso, al contrario, le domande di una più incisiva politica di partecipazione democratica e di solidarietà sociale. Né si vede, d'altronde, come una proposta così dichiaratamente centrista possa consentire di giungere a un accordo, al momento del voto, con quella sinistra alternativa oggi rappresentata da Rifondazione comunista che, per quanto percentualmente limitata, già nelle ultime elezioni ha dimostrato di poter avere un peso determinante. Una involuzione come quella indicata metterebbe fuori campo anche una posizione che in questi mesi ha risvegliato tante speranze, come quella di Sergio Cofferati; e non sembra credibile che il protagonista della riscossa sindacale dell'ultimo anno possa rassegnarsi a tale ipotesi.
Per questo complesso di fattori pare ragionevole domandarsi se la strada di un ulteriore slittamento moderato e centrista (e l'allineamento, sul problema della guerra, alle posizioni di una `sinistra imperiale', ossia una sinistra dei paesi ricchi, attenta tutt'al più ai problemi interni di una certa pratica redistributiva e di una riduzione delle tensioni sociali) sia davvero la strada inevitabile o appena realistica. O se non si debba invece puntare – e questa è da tempo la prospettiva che la nostra rivista indica – su un cammino, certamente più lungo e impegnativo, di costruzione culturale e politica che miri a congiungere – rifiutando innanzi tutto il ricorso alla guerra – i drammatici problemi che l'attuale sviluppo capitalistico apre anche nei paesi più avanzati con le grandi questioni del sottosviluppo, della miseria, della libertà e della democrazia su scala mondiale. Ciò comporta, certamente, una prospettiva strategica e una proposta politica più chiaramente definite di quelle che la minoranza Ds è riuscita a contrapporre nella Direzione del 14 ottobre scorso a Fassino e a D'Alema. Ma c'è una condizione che per molti versi è pregiudiziale perché un impegno in questo senso possa concretamente svilupparsi: è l'esigenza che questa parte della sinistra italiana che si oppone a questa deriva moderata ritrovi anche sul piano politico una presenza e iniziativa autonome. C'è oggi infatti una sinistra che, pur potendo presumibilmente contare sul consenso di una parte assai vasta del movimento sindacale (si pensi all'autorità e al prestigio di cui gode Cofferati), di settori estesi del movimento dei `girotondi' e degli stessi `no-global', di una larga fetta di elettorato progressista che oggi è fuori dei partiti, è però minoranza nei Ds e tanto più nell'Ulivo. Ed è ora incalzata dall'offensiva che vorrebbe imporre, nell'una e nell'altra sede, le regole di ubbidienza tipiche del vecchio `centralismo democratico' di derivazione staliniana.
In queste condizioni, accettare che si continui a insistere sul tema dell'unità dell'Ulivo e non dichiarare esplicitamente, al contrario, che questa è una formula politica che è bene dichiarare defunta, significa continuare a restare prigionieri di una gabbia che non solo impedisce la libera espressione di una posizione autenticamente di sinistra, ma che si ritorce a ben vedere a danno delle potenzialità complessive dell'opposizione. Nell'area dell'elettorato che nell'insieme è contraria a Berlusconi e al suo governo si possono, infatti, individuare, oggi, posizioni nettamente distinte da quella linea moderata che è stata dominante nell'esperienza governativa di centro-sinistra e che attualmente vorrebbe avere, in nome del principio di maggioranza, la rappresentanza totale dell'Ulivo. Vi è anzi oggi in Italia – tra la proposta di modernizzazione neocentrista di D'Alema e Rutelli e la linea antagonista di Rifondazione – un'estesa e articolata area di sinistra che in parte è presente anche nei partiti (per esempio, nella minoranza Ds), ma ancor più è attiva nell'opposizione sociale raccolta e mobilitata dalla Cgil e nei vari movimenti che negli ultimi mesi hanno dato un chiaro contributo al rilancio di una forte spinta unitaria sui temi della pace, del lavoro, della democrazia, dei diritti. Ritengo che sia nell'interesse di tutti – tanto per estendere il consenso dell'opposizione al governo di Berlusconi, quanto per arricchire con il confronto e con il dibattito il necessario rinnovamento – che si creino le condizioni perché gli orientamenti presenti in questa sinistra abbiano, anche sul piano politico, piena autonomia per sviluppare la ricerca ideale e culturale, l'elaborazione programmatica, la proposta politica, sperimentando nel contempo quelle convergenze e intese – dalle forze democratiche di centro a Rifondazione – che dovrebbero consentire, in sede elettorale, le alleanze rese necessarie dall'attuale sistema maggioritario.
Se prevarrà questa logica, potranno esservi possibilità per la ricostruzione di una consistente e credibile forza della sinistra e della sua capacità di coalizione. Se invece questa parte della sinistra, o frammenti di essa, resteranno prigionieri della gabbia dell'Ulivo, e del principio di maggioranza che nel suo interno si vorrebbe imporre, anche le sue forze più determinate sono destinate ad appassire e morire. Ci auguriamo che questo davvero non accada: che non si verifichi, cioè, che in Italia, come negli Stati Uniti, la sinistra si riduca ad essere rappresentata da ristrette minoranze, rinserrate nelle Università, in qualche rivista, in poche altre esperienze culturali e sociali.


Inizio Sommario