Con i cattolici
NON È DAL CENTRO CHE SI DIALOGA
Beppe Chiarante
Gli sviluppi della situazione internazionale (in particolare il prepotente ritorno sulla scena della questione discriminante della scelta tra pace e guerra) e i contraccolpi che nella realtà italiana la crisi economica e le polemiche istituzionali hanno avuto e continuano ad avere sulla compattezza delle varie componenti della maggioranza governativa soprattutto sui rapporti fra Lega e An da un lato e cristiano-democratici dall'altro hanno riportato negli ultimi tempi in primo piano il tema della politica della sinistra e del centro-sinistra verso l'area di centro e principalmente verso le forze d'ispirazione cattolica e il complesso della diaspora democristiana. Questione cattolica e questione dei ceti medi, in sostanza: due temi che hanno sempre avuto un rilievo centrale nella politica dell'Italia post-fascista e che sono perciò (o potrebbero essere) l'occasione per ripensare, dopo la sconfitta del 2001, una strategia che non sia solo di breve periodo.
È bene dire subito, però, che nelle reazioni che all'emergere di questi problemi si sono avute da parte del ceto politico che è in maggioranza nei due maggiori partiti dell'Ulivo, questa occasione non è stata affatto intesa come una sollecitazione a un ripensamento della linea seguita nel passato quinquennio (e che proprio nell'area di centro aveva lasciato largo spazio, come si è visto, all'iniziativa della destra e di Berlusconi). Al contrario la spinta che si è manifestata è apparsa rivolta ad accentuare la tendenza non nuova a identificare genericamente così l'area cattolica come l'insieme dei ceti medi con le tradizioni e con gli orientamenti tipici del moderatismo: con la conseguenza di contribuire a spostare nuovamente verso posizioni neocentriste la proposta politica dell'Ulivo, respingendo e rovesciando quella richiesta di una più netta caratterizzazione a sinistra che era invece emersa, fra la primavera e l'estate, dalla rinnovata e per molti versi inattesa esplosione dei movimenti sociali, sindacali e civili.
Come in altre circostanze era accaduto nella storia della sinistra europea, anche stavolta è stato prima di tutto il tema della guerra (non a caso una guerra che ricorda, pur con le straordinarie novità dell'epoca della globalizzazione, le guerre coloniali di cento e più anni fa) ad avere un ruolo determinante in questo spostamento regressivo degli indirizzi dei gruppi dirigenti dell'Ulivo. Lo hanno dimostrato, nel modo più eloquente, prima il discorso di Rutelli alla Camera sull'invio degli alpini in Afghanistan, poi il rovesciamento di posizioni ad opera della maggioranza Ds e il suo allineamento alle scelte prevalenti nei governi europei. Si è rinunciato, in sostanza, a fare dell'impegno attivo per la pace un impegno che pure raccoglieva e tutt'ora raccoglie, come Firenze ha dimostrato, consensi assai estesi tanto fra i gruppi e i movimenti cattolici, e nella stessa gerarchia, quanto nel cosiddetto `ceto medio riflessivo', che è stato ed è protagonista del movimento dei `girotondi' un cuneo non solo per raccogliere più larghe adesioni fra queste forze, ma per spostare anche settori consistenti di una più ampia area democratica di centro verso una pratica politica non compatibile con le scelte del centro-destra.
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Non meno netta è stata l'opzione moderata dei dirigenti dell'Ulivo (occorre farla finita si è detto autorevolmente con «radicalismi e massimalismi», se si vuole davvero «tornare a vincere», cioè tornare in un modo o nell'altro al governo) di fronte alla polemica che, sull'onda degli attriti sviluppatisi negli ultimi mesi, ha opposto i cristiano-democratici di Casini, Follini e Buttiglione agli esponenti più estremi di An e della Lega a proposito del bilancio della tradizione democristiana. È fuori dubbio, infatti, che è anche e forse soprattutto all'area cattolica della Casa delle libertà oltre che a certi ambienti finanziari e industriali che alludeva Piero Fassino quando ha parlato di «alleanze inedite» (l'eterna rincorsa delle posizioni altrui, vien fatto di commentare) per riuscire ad isolare e sconfiggere la destra. E non meno esplicito è stato Massimo D'Alema che del resto qualche tempo prima si era spinto fino a dimostrare particolare interesse per un movimento sicuramente di destra, quale l'Opus Dei nei due articoli pubblicati qualche settimana fa sul «Messaggero» in interlocuzione con Follini e con Castagnetti. Non a caso la sua posizione è suonata più consona a quella dei cristiano-democratici che a quella dei popolari: tanto da suscitare una replica palesemente infastidita da parte del segretario di questo partito.
Credo che chiunque abbia a cuore la prospettiva di un positivo sviluppo della democrazia italiana non può che essere preoccupato per l'ulteriore arretramento segnato da questi orientamenti e da queste scelte. Oltretutto c'è seriamente da dubitare, almeno a mio avviso, che simili posizioni possano essere effettivamente producenti anche solo nel breve periodo. Ammettiamo pure (ma non mi pare affatto sicuro) che esse possano rosicchiare qualche consenso nell'area di centro dello schieramento governativo. Ma ciò avverrebbe al prezzo di una sostanziale rinuncia a recuperare l'adesione attiva e la mobilitazione, forse anche il voto, di quei settori più dinamici dell'opinione di sinistra e di centro-sinistra che hanno dato vita ai movimenti degli ultimi sei o sette mesi: e fra i quali vi sono anche molti cattolici e molti gruppi di ceto medio particolarmente sensibili ai temi dei diritti, del lavoro, della giustizia, delle minacciate riforme istituzionali, della scuola, della politica della Pubblica amministrazione, per non parlare delle questioni della pace, della convivenza tra i popoli, della solidarietà verso i paesi più poveri.
Inoltre una così dichiarata proiezione verso una politica neo-centrista e moderata aprirebbe un solco con Rifondazione (e con altri settori più radicali dell'opinione di sinistra), che sarebbe assai difficile colmare (o comunque sarebbe colmabile solo molto parzialmente) attraverso qualche accorgimento tattico messo in atto all'ultimo momento alla vigilia di nuove elezioni. Diventerebbe in tal modo estremamente problematica quella convergenza nel voto di tutti gli elettori contrari alla destra che è invece indispensabile come hanno dimostrato le votazioni politiche del 2001 per sconfiggere Berlusconi e la linea da lui rappresentata.
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Detto tutto ciò, è però doveroso aggiungere è l'altro punto che in questa riflessione mi pare necessario sottolineare che non è addebitabile in modo esclusivo alle scelte di Massimo D'Alema e Francesco Rutelli (e di tutti quelli che la pensano come loro) se è sinora prevalsa in modo così netto, in questa fase della politica italiana, la tendenza, assolutamente riduttiva, a identificare questione cattolica e questione dei ceti medi quasi univocamente con il problema dei rapporti con la tradizione e con gli orientamenti moderati. C'è, sia pure in termini diversi, una responsabilità al riguardo, che è anche delle forze più orientate a sinistra: sia quelle collocate nella minoranza Ds e nei partiti minori dell'Ulivo, sia quelle della sinistra più radicalizzata, compresa Rifondazione comunista.
Infatti, anche da parte di queste forze è negli ultimi anni mancata pressoché del tutto un'iniziativa che cercasse di articolare il rapporto con l'area cattolica e con l'area democratica di centro, in modo da scomporre questo schieramento e da far maturare possibili convergenze su temi che non fossero il semplice accomodamento con gli interessi e con le inclinazioni più moderate. Eppure, basterebbe ripercorrere anche molto sommariamente la storia della sinistra italiana nei decenni della democrazia repubblicana, e in particolare la storia del Partito comunista (e questo dovrebbe valere anche per D'Alema o Fassino o Veltroni, cioè per uomini che in quel partito trascorsero una parte non piccola della loro vita, giungendo già prima del 1989 a incarichi di altissima responsabilità), per ricordare che questi temi furono oggetto non solo di costante e approfondita riflessione, ma anche di iniziative con forte contenuto innovatore, che contribuirono non poco allo sviluppo della democrazia italiana.
È sufficiente ad esempio pensare, per quel che riguarda il tema cattolico, al 1954, quando Togliatti intuì, in piena guerra fredda, che andavano maturando le condizioni per promuovere un dialogo con settori importanti del mondo cattolico sulla necessità di ricercare un'intesa volta a evitare la catastrofe di una guerra combattuta con le armi nucleari: e colse proprio quell'occasione anche per rompere con l'ortodossia sovietica a proposito della dottrina dell'inevitabilità della guerra. Più ampiamente, nel periodo successivo, prima col discorso di Togliatti a Bergamo nel 1963 sul «destino dell'uomo», poi con gli aspetti più innovativi della politica di Enrico Berlinguer, il Pci seppe cogliere in modo fecondo le occasioni di confronto e di dialogo aperte in campo cattolico dal rinnovamento conciliare avviato da Giovanni XXIII. E da un lato ne trasse uno stimolo per innovare la sua stessa cultura politica, superando vecchi schematismi ideologici. Dall'altro per promuovere la ricerca di punti di convergenza non solo in materia sociale: ma anche su temi che resero possibile, per esempio, sia una nuova legislazione sui diritti personali e sui rapporti familiari sia una politica di forte espansione scolastica, senza per questo nulla concedere come invece, purtroppo, è di recente accaduto a rivendicazioni confessionali o privatizzanti.
E, quanto ai ceti medi, la politica promossa a questo riguardo da Togliatti a partire dal suo famoso intervento su Ceti medi e Emilia rossa consentì di costruire un blocco sociale progressivo in cui erano integrati, accanto alla classe operaia, al proletariato agricolo, agli intellettuali più avanzati, anche settori importanti del ceto medio produttivo: e questa fu altresì la circostanza che sollecitò il Pci a sviluppare, in materia economica, una visione che superasse già negli anni cinquanta e sessanta le rigidità centralistiche e statalistiche che erano invece ancora dominanti nell'insieme del movimento comunista degli altri paesi.
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Perché torniamo a chiederci non dovrebbe essere possibile oggi, naturalmente in termini profondamente mutati, un'iniziativa altrettanto articolata così verso l'area cattolica come verso il ceto medio democratico? È evidente, per esempio, che tra le forze che hanno dato vita in questi mesi alle grandi mobilitazioni per la pace o ai movimenti più avanzati di volontariato o alle iniziative di solidarietà col mondo del sottosviluppo vi sono importanti gruppi cattolici: che molto spesso oltretutto non si sentono politicamente rappresentati e sono, in buona parte, tra le sacche elettorali che alimentano l'astensionismo. Non è questo uno degli aspetti concreti di quel `vuoto politico a sinistra' che tanto spesso viene denunciato? Ma che cosa si è fatto, anche da parte delle forze politiche più nettamente caratterizzate a sinistra, all'interno o all'esterno dell'Ulivo, per contribuire a colmare questo vuoto?
Così pure, è indubbio che proprio in vari settori del ceto medio (in particolare fra gli insegnanti, i dipendenti pubblici, le categorie vecchie e nuove del lavoro autonomo, i lavoratori intellettuali tradizionali o di nuovo tipo, il precariato oggi così esteso) raccolgono un elevato consenso quei temi scuola, diritti, giustizia, conflitto di interessi, imparzialità della pubblica amministrazione, ecc su cui il governo Berlusconi nel suo primo anno di vita ha per molti versi messo in mostra i suoi vizi peggiori, tanto che la sua stessa coalizione è apparsa in più di un caso in difficoltà. Ma non è stata debole e carente come i cosiddetti `girotondi' hanno denunciato l'iniziativa politica che da sinistra (e non solo da parte dei settori moderati dell'Ulivo) si è sviluppata su questi problemi? Non è mancata in sostanza l'attenzione che in altri tempi naturalmente in circostanze e con contenuti assai diversi il Pci aveva saputo dimostrare per le istanze di democrazia e di riforma care a questi ceti? È tutta la sinistra che, al riguardo, è chiamata a riflettere e a correggere, possibilmente al più presto, le proprie posizioni.
C'è una frase di Massimo D'Alema, in uno dei già citati articoli sul «Messaggero» a proposito della polemica apertasi sulla diaspora democristiana, che coglie indubbiamente una parte di verità. È quando D'Alema rimprovera agli «eredi dell'esperienza democratico-cristiana dentro l'Ulivo» di aver omesso un'adeguata e approfondita riflessione «su quanto di vitale o di definitivamente superato vi fosse in quell'esperienza». Con la conseguenza prosegue D'Alema «di non aver rinvedicato a sufficienza, avocandoli alla propria parte, i meriti e i contenuti di quella storia».
D'accordo con questa critica. Ma se si pensa a chi ne è l'autore viene naturale aggiungere, con un'espressione sin troppo ovvia, de te o, meglio, anche di te fabula narratur. Perché è un fatto che proprio i dirigenti del principale partito derivato dalla tradizione del comunismo italiano hanno, dopo l'89, semplicemente voltato pagina senza fare seriamente i conti con i problemi e le conquiste di quella tradizione: e l'effetto è stato appunto di avere in gran parte lasciato cadere anche «i meriti e i contenuti» di una storia pur così significativa. Compresa la capacità di sviluppare un'iniziativa articolata senza ridurre tutto ad astratto rapporto con il moderatismo su questioni che hanno un rilievo fondamentale nella società italiana, come la presenza di un'assai differenziata area cattolica e la particolare complessità della struttura del ceto medio in un paese di stratificate tradizioni come il nostro.
Ma forse è troppo richiedere questa iniziativa a chi ha scelto una linea riformista che dichiaratamente si indirizza verso soluzioni liberali e neocentriste. Il problema di una politica volta a colmare questo vuoto non può invece essere eluso se si vuole evitare la vacuità e l'astrattezza di enunciazioni puramente verbali da parte di chi si propone di ridare consistenza a una posizione di sinistra critica in Italia. Così come c'è da augurarsi che anche nel Partito popolare vi sia chi avverta l'esigenza di andare oltre l'orientamento prevalentemente politicistico della vecchia sinistra democristiana, sempre molto attenta ai rapporti di potere e assai meno alle domande e alle inquietudini del cattolicesimo di base. E si ponga perciò il problema, da un punto di vista attuale, di un costruttivo rapporto con quelle forze più avanzate dell'area cattolica che operano oggi in prevalenza sul terreno sociale e culturale, ma si sentono sostanzialmente prive di un'effettiva rappresentanza politica.