numero  36  febbraio 2003 Sommario

Colaninno, Gnutti, Fiat

CAPITANI DI VENTURA
Bruno Perini  

Attenti a quei due. Nei segreti cassetti della famiglia Agnelli i dossier di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti sono ben in vista. Il mantovano e il bresciano, una volta considerati dagli Agnelli gente da basso impero del capitalismo del Nord, ora sono guardati con grande sospetto e timore, come dei barbari che osano pensare di potersi prendere l'impero. Dei due quello che infastidisce di più è Roberto Colaninno, perché ha dichiarato senza mezzi termini che lui in Fiat vorrebbe comandare e che gli Agnelli si dovrebbero fare da parte. Ma anche lo scaltro Chicco Gnutti, nonostante quell'ammiccante passione per le auto, è guardato con una certa diffidenza dagli Agnelli: quelle alleanze tessute con Silvio Berlusconi e Marco Tronchetti Provera nella Hopa, la finanziaria del gruppo Gnutti appena entrata in Olivetti per dare un po' di ossigeno al gigante indebitato delle telecomunicazioni, non piacciono più di tanto agli Agnelli.
Non è semplice spirito di vendetta nei confronti di un gruppo di imprenditori che, ai tempi della scalata alla Telecom, ha messo ai margini gli Agnelli e si è divorato la Telecom con una scalata ostile. C'è anche un problema di egemonia: in quel triangolo industrial-finanziario che sta tra Milano Mantova e Brescia cova qualcosa di più profondo, si irradia la nuova leva del capitalismo italiano. Quella più spregiudicata, aggressiva, `americana', che fonda la sua esistenza sulla finanza e sulle operazioni più spericolate e che adesso vorrebbe prendere nel gotha del capitalismo italiano il posto che la famiglia reale torinese ha occupato per un secolo.
I due, Colaninno e Gnutti, vengono da luoghi diversi. Uno riesce a rastrellare capitali con la tecnica della clonazione del debito, l'altro li sa fare fruttare nei punti nevralgici del sistema. Roberto Colaninno era un oscuro manager sdoganato da Carlo De Benedetti, l'altro uno che ha fatto i soldi nella patria dei re del tondino, dei padroni delle ferriere, tipo Luigi Lucchini, nobilitati poi dai salotti di Mediobanca. Si sono conosciuti durante la preparazione della più aggressiva delle operazioni finanziarie degli ultimi 20 anni, hanno messo su una numerosissima famiglia di decine di investitori e hanno appunto scalato Olivetti e subito dopo Telecom, sfidando le grandi famiglie del capitalismo. Ironia della sorte, a toglierli dal cono d'ombra dell'anonimato non è stata soltanto la scalata ostile da 100.000 miliardi di lire alla più grande azienda di Stato italiana ma, inaspettatamente, un uomo di sinistra, Massimo D'Alema, che in un momento di onnipotenza ha benedetto la scalata a Telecom, battezzando gli scalatori con appellativo di `capitani coraggiosi'.
Sarebbe interessante scrivere quello squarcio di storia che racconta i rapporti pericolosi tra Massimo D'Alema, in veste di presidente del Consiglio, e i `capitani coraggiosi'. Forse il presidente dei Ds sperava di costruire attorno a sé un blocco di potere politico-editoriale-finanziario, simile a quello di Silvio Berlusconi. Ma probabilmente il presidente dei Ds non ha saputo fare i conti con il cinismo, con il quale il capitalismo si libera dei governi che non gli interessano più.
Se questa è parte ormai di una storia passata, che ben spiega, comunque, la mentalità neofita e perdente di una parte della sinistra italiana, i due imprenditori di cui vogliamo raccontare frammenti di storia fanno parte del presente. E se non verranno liquidati prima dal sistema bancario o dalla stessa famiglia, che pare non abbia alcuna intenzione di uscire dalla storia dell'industria italiana per la porta secondaria, potrebbero diventare i protagonisti, non si sa quanto eroici, di una nuova stagione della Fiat.

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Quello che dei due ha più chances di entrare nelle stanze dei bottoni della Fiat è Emilio Gnutti, detto `Chicco'. Il suo progetto non prevede in prima battuta la presa del potere al Lingotto. E questo suo passo felpato agli Agnelli e alle banche non dispiace. Il tipo è strano. La sua professione è quella del finanziere, e gli porta via giorni e notti. Ma, a parte la passione per le auto d'epoca con la quale ha incantato l'avvocato, si dice che sia un appassionato di musica e che in particolare il martedì, dalle 21 alle 23, cascasse il mondo, lui studia il pianoforte. Alla tastiera sembra che non sia un granché. Ma, in quanto a ingegneria finanziaria, i banchieri lo considerano un mago. Non bisogna fare confusione: pur avendo sempre operato nel regno del tondino, nella patria dei duri del capitalismo del Nord, lui è di un'altra pasta, uno di quelli abituati a pensare che qualsiasi operazione industriale ha bisogno in primo luogo della finanza e subito dopo della politica. Non è, insomma, della generazione nata all'ombra di Enrico Cuccia.
Sarà forse un caso, ma la sua finanziaria, la Hopa, la società con la quale ha scalato la Telecom e con la quale si appresta a tentare l'ingresso ai vertici del Lingotto è stata definita la «Bicamerale del capitalismo». A cosa è dovuta questa felice definizione? Basta guardarci dentro per capirlo. Nella sua Hopa, la holding di partecipazioni nata dalla fusione con Fingruppo ed operativa dal primo gennaio del 1999, non si parla di politica, ma di affari, come più volte lui stesso ha sottolineato. La finanziaria ha partecipazioni in decine di società ed è a sua volta partecipata da gruppi industriali, bancari, assicurativi e finanziari di primo piano; eppure se si scorre l'elenco dei soci si scoprono strane convivenze, siedono allo stesso tavolo degli azionisti gruppi che appartengono alla destra, al mondo cattolico e a quella sinistra che guarda a D'Alema come leader massimo. La composizione azionaria è davvero singolare. Le ultime ad arrivare nel salotto bresciano sono state Fininvest-Mediaset, di cui il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è azionista di riferimento. Le due società del Biscione, irriverenti verso il conflitto d'interesse, sono seconde nella graduatoria dei soci Hopa con il 5,33% ed hanno messo un gettone di presenza nella società, perché sapevano che da quella piccola cassaforte di partecipazioni sarebbero partite nuove avventure finanziarie e industriali.
Così è stato. Se prima la Hopa era una società sconosciuta oggi siede ai vertici della Telecom e si prepara ad altre ambiziose avventure come la Fiat. Prima del gruppo Fininvest-Mediaset era arrivato un altro amico del cavalier Berlusconi: Aldo Livolsi, ex amministratore delegato della Fininvest, oggi capo della Livolsi & Partners, la merchant bank che ha gestito l'affare Cirio-Cragnotti. Se però si scorre l'elenco alfabetico dei soci, verso la fine si trova l'Unipol, il gruppo assicurativo della Lega delle cooperative, che ha il 5% del capitale della holding bresciana e poi il Monte dei Paschi di Siena con il 3,7%. Con il 4,38% della Hopa c'è la Banca popolare di Lodi, guidata dal cattolico Gianpiero Fiorani, che con Gnutti ha sviluppato altri business. Da sempre vicini al banchiere bresciano la Jp Morgan Chase con il 2,25%, l'Antonveneta con il 4,36%, il Banco di Brescia, Capitalia di Cesare Geronzi e il gruppo Ricucci, con il 2%.
Dotata di una liquidità prossima ai 3 miliardi di euro, Hopa attualmente è fra le merchant bank più liquide in Italia. Emilio Gnutti ha coltivato la sua cassaforte in modo minuzioso, badando alle alleanze giuste e non trascurando nessuno degli schieramenti politici. Così da potersi permettere di dialogare con Massimo D'Alema, con il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, con il socio e amico Cesare Geronzi, numero uno di Capitalia.

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La storia dell'altro `capitano coraggioso' è molto diversa. Per capire le origini manageriali di Roberto Colaninno vale la pena riportare un passo del libro L'affare Telecom, di Giuseppe Oddo e Giovanni Pons (pubblicato da Sperling&Kupfer, 2002), dove viene ricostruito «il caso politico finanziario più clamoroso della seconda repubblica». Nel capitolo dedicato allo «scacco matto ai poteri forti», si legge che «l'ingresso sulla scena delle telecomunicazioni del ragionier Roberto Colaninno da Mantova risale al settembre del 1996, quando Carlo De Benedetti, allora presidente dell'Olivetti, individua in lui l'uomo della fiducia che può guidare il gruppo fuori dalla crisi». «Colaninno» – si legge ancora – «è un manager di provincia pressoché sconosciuto alle cronache finanziarie, che ricopre la carica di amministratore delegato della Sogefi, la società del gruppo Cir che produce e vende filtri per auto e componenti per sospensioni, una piccola multinazionale con stabilimenti in molte parti del mondo... De Benedetti pensa a lui nel momento di massima crisi dell'Olivetti... In uno dei giorni della prima metà di settembre del 1996 Colaninno è a Mantova: sta andando a pranzo al `Pescatore', il noto ristorante di Canneto dell'Oglio, quando viene convocato da Carlo De Benedetti che gli offre la poltrona di amministratore delegato dellOlivetti.» «Nonostante gli amici lo esortino a rifiutare, lui accetta a due condizioni: che gli siano concessi i pieni poteri e che gli sia offerta la possibilità di fare tanti soldi. Il 18 settembre 1996 è nominato amministratore delegato di Olivetti dopo un pellegrinaggio a Mediobanca in compagnia di De Benedetti.» Per lui è il momento del giudizio.
E su di lui il giudizio sarà contrastato, sia per come sono andate le cose in Olivetti, sia per gli esiti della battaglia Telecom: c'è chi lo considera un raider pronto a scalare e a rivendere le società dopo averle caricate di debiti e c'è chi, pochi in verità, lo considera il nuovo astro del capitalismo italiano. Che la sua sia la tecnica speculativa del raider lo dimostra la vicenda Telecom, dove Colaninno entra nel 1999 per uscire nel 2001 con tanti miliardi in tasca e tanti debiti alle spalle. La Fiat è diversa, ha giurato a chi gli ricordava l'affare Telecom. Sarà, ma il marchio a volte è indelebile. Deve essere questo il motivo per cui Umberto Agnelli ha dato segni di nervosismo per la proposta Colaninno: la famiglia teme che l'imprenditore mantovano faccia come ha fatto in Telecom. Meglio allora uscire di scena consegnandosi alla General Motors, che almeno di macchine se ne intende.


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