Sul libro di Salvatore Settis
LA CULTURA AL MERCATO
Giuseppe Chiarante
Sarebbe certamente molto importante che non solo chi è mosso da un interesse specialistico (cioè coloro che a vario titolo operano nel settore dei beni culturali) ma un pubblico assai più vasto di intellettuali, di politici, di operatori dell'informazione, di gente comune leggesse il bel libro che, oltretutto, è scritto con grande chiarezza e incisività , che, sotto il titolo Italia Spa, Salvatore Settis ha da poco pubblicato presso l'editore Einaudi (ottobre 2002, euro 8,80).
Settis è come è noto uno dei più affermati studiosi italiani nel campo dell'archeologia e della storia dell'arte; gode del prestigio che gli deriva dal fatto di ricoprire attualmente l'incarico di direttore della Scuola normale superiore di Pisa; è ben conosciuto sul piano internazionale e particolarmente negli Stati Uniti, dove ha diretto per cinque anni, fra il 1994 e il 1999, il Getty Research Institute di Los Angeles. È perciò con l'autorità che gli è data non solo dalla sua notorietà di studioso, ma dall'esperienza accumulata nei diversi incarichi ricoperti, che nel suo libro Settis sviluppa con particolare efficacia una critica durissima nei confronti del provincialismo miope e persino grottesco, se non rischiasse di avere effetti devastanti con cui tanti politici italiani, particolarmente negli ultimi anni, hanno guardato al modello dei musei stranieri, principalmente quelli americani: mostrandosi convinti che il maggior problema di una politica dei beni culturali in Italia fosse quello di imitare l'esempio di quei musei, magari attraverso forme di privatizzazione, al fine di rendere redditizia la gestione del patrimonio culturale.
Settis, a questo proposito, non si limita a ricordare ciò che del resto era stato sottolineato già molti mesi fa a proposito della proposta di affidamento ai privati della gestione dei Beni culturali anche in un documento firmato dai direttori dei principali musei stranieri, così europei come americani: ossia che in nessun paese al mondo si pensa che il fine principale della gestione di un museo o di uno scavo archeologico o di un monumento sia quello di massimizzare il rendimento economico (che in ogni caso presenta ovunque un bilancio negativo). Al contrario, lo scopo fondamentale della gestione del bene deve restare collegato alla sua funzione culturale: che non significa affatto che il rendimento economico del patrimonio culturale (e di una sua buona conservazione e fruizione) non esista, ma che tale rendimento va ricercato in quello che in una brutta parola viene definito `l'indotto', ossia nel complesso delle attività economiche (il turismo innanzitutto, ma non solo il turismo) che traggono stimolo, come dimostra proprio il caso italiano, dalla presenza di un ricco tessuto d'arte e di cultura.
Al di là di questo rilievo che dovrebbe essere ovvio, ma che evidentemente ovvio non è, tanto è vero che c'è continuamente bisogno di ribadirlo l'interesse del libro di Settis sta soprattutto in due altri temi, che egli sviluppa con molto vigore. Il primo è che c'è un `modello Italia' nella conservazione dei Beni culturali; c'è una `cultura della conservazione' che è vecchia di secoli e alla quale si deve e non solo alla straordinaria stratificazione di varie fasi della civiltà umana nella loro più alta espressione se il nostro paese conserva una parte del complessivo patrimonio culturale dell'umanità, che è ridicolo voler misurare (come in tante sedi si fa) in quote percentuali, ma che è senza dubbio estremamente rilevante. Tale cultura della conservazione risale molto indietro nel passato: ha prodotto le straordinarie collezioni non solo delle corti ma di grandi famiglie aristocratiche e borghesi; ha dato luogo alle prime leggi di tutela nei vari Stati in cui la penisola era per secoli divisa; molto spesso è diventata coscienza diffusa, orgoglio per la propria città, le proprie chiese, i propri monumenti, e in tal modo è stata determinante nell'assicurare la salvaguardia non soltanto di singole opere (in generale, quelle conservate in musei o palazzi, come di solito altrove è accaduto), ma di tutto un ricco tessuto storico-culturale-ambientale, che dai centri storici si estende al territorio e a tanta parte del paesaggio italiano.
È questo ricco tessuto che costituisce nonostante i guasti e gli scempi, che particolarmente negli ultimi decenni sono stati compiuti la vera straordinaria ricchezza del patrimonio culturale italiano e lo rende, ancora oggi, unico al mondo. In questo quadro gli stessi musei, anche i maggiori (si pensi agli Uffizi) si differenziano in modo radicale e qui sta il loro fascino da quasi tutti i musei stranieri: perché non sono un assemblaggio enciclopedico di opere, sia pure insigni, delle più diverse civiltà, ma sono prima di tutto la testimonianza della produzione culturale che è fiorita nella Regione di cui sono al centro e che si ritrova nelle chiese, nei palazzi, nei musei minori, nei centri storici grandi e piccoli, insomma nel contesto complessivo dell'ambiente storico e culturale di cui quel museo è al centro.
È proprio se si guarda a questa realtà osserva giustamente Settis che si capisce quanto sia pericolosa una legge che ha previsto, come quella varata recentemente, l'istituzione della società `Patrimonio Spa' per acquisire i mezzi finanziari diretti a coprire i costi delle nuove infrastrutture, che si intende realizzare. Il pericolo non è affatto attenuato dall'assicurazione, più volte ripetuta dal ministro Urbani, che le opere considerate (da chi?) di `particolare valore artistico' non saranno certamente alienate. Al contrario proprio questa `assicurazione' dimostra che è già stata introiettata l'idea che i beni giudicati `importanti' possano essere separati dal contesto: salvaguardando i primi e compromettendo il secondo, se c'è urgenza di `far cassa'. È proprio la caratteristica più sostanziale del patrimonio culturale italiano quel tessuto che lo contraddistingue che viene in tal modo colpita.
Così pure non è affatto tranquillizzante l'affermazione che la tutela resterà saldamente nelle mani dei soprintendenti, mentre, se mai, sarà la gestione di musei o monumenti a essere ceduta in concessione. Ciò significa concepire la tutela come una sorta di `alta vigilanza': svuotandola di quel contenuto di ricerca, intervento sulle opere e sull'organizzazione museale, iniziative per la diffusione della cultura, rapporto tra museo e territorio circostante che è il contenuto concreto senza il quale la tutela diventa una parola astratta. Un primo passo in questa direzione è già stato compiuto separando, proprio nelle quattro maggiori città d'arte (Roma, Firenze, Venezia, Napoli), i cosiddetti `poli museali' dalla realtà artistica e culturale (musei privati o ecclesiastici compresi) dello stesso territorio urbano: compiendo così un'assurda lacerazione (in nome di che cosa, se non di una gestione aziendalistica dei musei?) in quello che sempre era stato considerato un tutto culturale unitario. È difficile prevedere quale potrà essere, di qui a qualche tempo, il danno di questa irrazionale separazione sia sul piano scientifico e conoscitivo sia su quello dell'azione di tutela.
Non meno interessante è l'altro tema di fondo che Salvatore Settis sviluppa nel suo libro e al quale dedica, in particolare, gli ultimi capitoli. La tesi è molto netta: il logoramento di quella cultura della conservazione su cui si era costruito il `modello Italia' è ora diventato del tutto esplicito con l'Articolo 33 della Finanziaria 2002 sulla privatizzazione della gestione dei musei e con la `Patrimonio Spa', che apre la strada al pericolo di alienazione del patrimonio culturale pubblico. Ma è in realtà il frutto di un processo che parte da lontano: praticamente non molto dopo la creazione del ministero per i Beni culturali e ambientali, come ha sottolineato lo stesso Settis in un intervento sul «Giornale dell'Arte» di dicembre.
Alla base di questo processo c'è l'affacciarsi, sino a diventare prevalente, di un punto di vista mercantilistico e aziendalistico nel considerare le cose della cultura: quel punto di vista che già era a fondamento del programma lanciato da De Michelis negli anni ottanta (non a caso in piena epoca craxiana) per la valorizzazione dei cosiddetti `giacimenti culturali' e che poi percorre, espandendosi, tutti gli anni novanta, a partire dall'ideologia che ispirava la proposta, pur ragionevole nei suoi aspetti concreti, dei `servizi aggiuntivi' tanto cari a Ronchey.
Ciò che Settis con questa critica pone in discussione non è, ovviamente, che sia doveroso fornire ai visitatori dei musei servizi di sostegno funzionali, o che sia stato opportuno prolungarne l'orario di apertura o che sia giusto puntare su una gestione efficiente. Quel che va respinto egli intende sottolineare è il rovesciamento dei fini, a favore di un'impostazione economicistica della stessa politica culturale: quel rovesciamento che ha portato a privilegiare il museo rispetto al territorio, l'evento straordinario (le mostre, ecc.) rispetto alla gestione ordinaria, il decisionismo amministrativo nei confronti dell'impegno di ricerca e dell'autonomia tecnico-scientifica. Anche i governi di centro-sinistra, che pure hanno dato a questo settore un rilievo politico e mezzi finanziari decisamente superiori a quelli tradizionali (è questo un aspetto che, forse, Settis trascura eccessivamente) non sono sfuggiti a questa linea di tendenza: come dimostra il fatto che le proposte di privatizzazione, dirette a incrementare una gestione di tipo aziendalistico e ad attribuire un'importanza crescente a una visione economicistica nella politica dei Beni culturali, sono andate sempre più prendendo piede nella legislazione degli anni novanta.
Anche in questo campo, dunque, i governi di centro-sinistra, pur tra tante buone intenzioni, hanno aperto dei varchi che il governo di destra ha allargato in modo rovinoso. Di qui la minaccia che oggi incombe non tanto e non solo su questo o quell'aspetto del nostro patrimonio culturale, dell'ambiente, del paesaggio: ma su quella `cultura della conservazione' che pur con tanti limiti e tanti guasti aveva sin qui consentito all'Italia di salvaguardare una parte così cospicua della sua storia e della sua cultura, in sostanza quell'eredità che costituisce il vero fondamento della nostra identità nazionale. È contro questa minaccia che è assolutamente urgente la mobilitazione di tutti coloro che sono consapevoli del valore insostituibile, rappresentato dalla difesa di questa identità.
Il ragionamento di Settis si ferma a questo punto: in conformità, del resto, con gli obiettivi di analisi, di critica, di denuncia che evidentemente egli si era proposto nel porre mano al suo intervento. Ma è proprio da questo punto che a mio avviso sarebbe interessante proseguire per estendere la riflessione all'ambito più vasto delle politiche per la formazione, la comunicazione, la cultura: anche al fine di cogliere, in questo modo, le radici di fondo di una subalternità ideale a una visione economicistica dei problemi della società e del suo sviluppo, che sempre più si è andata affermando negli ultimi decenni, anche in una parte estesa della sinistra, e che è una delle cause fondamentali del degrado politico e civile cui stiamo assistendo.
Infatti, questa visione economicistica volta a volta qualificata come mercantile o aziendalistica o americanizzante ha caratterizzato in modo via via più marcato i processi che nel periodo più recente hanno condizionato il sistema formativo, i media, la politica per la cultura. Per quel che riguarda il maggior sistema di comunicazione, quello radiotelevisivo, è inutile parlare dell'effetto dequalificante di un dualismo bipolare e di una concorrenza fra pubblico e privato, basata essenzialmente sul criterio dell'audience e su una visione mercificata del prodotto culturale. Ma l'esito più devastante è quello che si sta verificando nel campo della scuola e che pericolosamente si va estendendo anche all'università e alla ricerca. L'affermazione di un principio di autonomia inteso e applicato in termini aziendalistici, anzichè culturali; la progressiva abdicazione alla priorità dell'impegno pubblico a favore di un'equivoca equiparazione che in realtà privilegia gli istituti privati; la riduzione dei finanziamenti e i gravi passi indietro in materia di diritto allo studio e di promozione della ricerca; peggio ancora, la frantumazione dell'organizzazione culturale della scuola (e per altri versi dell'Università) a favore di un'organizzazione più `pratica' e più utilitaristica degli studi e di una malintesa prevalenza data alla funzione professionalizzante dell'istruzione («una scuola che innanzitutto serva al lavoro»): tutti questi fatti sono diversi aspetti di una linea di tendenza che ha in realtà un'unica radice nella preminenza di un'ideologia economicistica e privatizzante, che sta producendo gravi guasti nei processi di formazione e nella qualificazione degli studi e della ricerca.
In tutti questi campi (e in altri settori della cultura: si pensi alla riduzione dei finanziamenti e alla privatizzazione delle istituzioni dello spettacolo) i governi di centro-sinistra non si sono sottratti alla tendenza che sembrava ormai prevalente: al contrario in alcuni casi l'hanno accettata, pensando di cavalcarla a proprio favore, in altri l'hanno subita più o meno a malincuore, in altri ancora hanno cercato di resistere ma troppo debolmente. Ciò che è accaduto e sta accadendo nell'ambito dei Beni culturali non è dunque un caso abnorme, ma è una delle manifestazioni di un processo più generale di affermazione di un'ideologia di destra, che ha incontrato troppo poca opposizione, e che incide molto negativamente sullo spirito pubblico e sulla qualità della democrazia italiana. Occorre perciò essere pienamente consapevoli che non si tratta di fenomeni settoriali, né, tanto meno, marginali. Al contrario, proprio perché è in gioco il campo della formazione e della cultura, ciò che avviene in questi settori è decisivo per il futuro della società e ha un peso determinante ai fini della lotta per l'egemonia. Non c'è dunque da illudersi: una seria autocritica circa gli errori commessi è un passo necessario per una ripresa della sinistra italiana.