\n\nla rivista del manifesto
 
numero  37  marzo 2003 Sommario

Per vendicare le Due Torri

BOMBARDARE LA TORRE DI BABELE?
Paolo Matthiae  

Guerra giusta, guerra umanitaria, guerra intelligente, guerra preventiva. Ogni nuovo frammento di informazione sapientemente guidata che annuncia macabramente l’avvicinarsi quasi ineluttabile della guerra all’Iraq fa risuonare in maniera martellante un’aggettivazione della guerra stessa che tende nel modo più paradossale a presentarla insistentemente addirittura con connotazioni positive. Da quando l’evento tanto orribile e inaccettabile quanto inaudito, spettacolare ed enigmatico dell’abbattimento delle Twin Towers ha innescato l’annuncio solenne di una guerra lunga e necessaria, nel disorientamento generale, è cominciata ad affiorare nella coscienza di molti la percezione di una deriva di estrema pericolosità. Fino ad oggi la guerra è stata sempre sentita nel mondo occidentale moderno come il tipo estremo, e sostanzialmente comunque negativo, di soluzione delle controversie internazionali quando ogni altro metodo di raggiungere una soluzione si fosse rivelato impraticabile. Oggi, invece, la guerra viene presentata, senza alcuna esitazione e quasi con disinvoltura, come un mezzo naturale e per nulla ripugnante di attuazione di strategie politiche. L’annuncio stesso della guerra come necessaria e lunga è qualcosa di completamente inedito. Da un lato, infatti, le guerre sono state sempre presentate come un’estrema ratio cui si ricorre dolorosamente e quasi disperatamente se non si ha più modo di far fronte a una situazione di grave iniquità. Dall’altro, annunciando una guerra, si è sempre affermato che sarà breve, se possibile brevissima, magari lampo. Perché oggi i termini stessi degli annunci si sono ribaltati? Ovviamente, perché la guerra giusta, umanitaria, intelligente, preventiva è una guerra del tutto ‘innaturale’, in quanto, prima di tutto, non è una guerra tra rivali di simile o comparabile potenza, non è una guerra dall’esito comunque incerto, e in secondo luogo è una guerra chirurgica, nel senso che opera chirurgicamente nel corpo di uno solo dei contendenti, compiendo devastazioni laceranti in quel corpo con presunzione di straordinaria oculatezza, ma lasciando, almeno in principio, completamente al riparo da ogni rischio l’altro contendente. Le strane guerre dei nostri tempi, come è stato ripetutamente detto, non sono più guerre tra teoricamente eguali, ma tra sommamente diseguali, tra un ‘potentissimo’ e un ‘impotentissimo’, presentato come terribilmente pericoloso, anche se oggettivamente e notoriamente debolissimo.
La storia dell’umanità ha conosciuto molti tipi di guerra che oggi noi abbiamo dimenticato, avendo, del tutto comprensibilmente, negli occhi e nei cuori le atrocità dell’ultima guerra mondiale e non riuscendo, del tutto incomprensibilmente, a fissare nelle nostre menti e nelle nostre coscienze i molti conflitti presenti sul pianeta nei nostri anni, i cui strazi umani non sono meno pesanti, anche se i loro scenari sono così lontani dalle regioni dell’Europa occidentale. Guerre rituali, guerre di saccheggio, guerre di conquista, guerre di religione, guerre di annessione sono state tipologie non rare nella storia più o meno remota dell’umanità, ma l’inedita guerra giusta, umanitaria, preventiva è, o piuttosto sembra, un genere nuovo finora sconosciuto, che in realtà ricomprende assai bizzarramente aspetti di quasi tutte le guerre dei tempi antichi e recenti con una spietatezza che dovrebbe essere del tutto occultata dalla definizione di ‘chirurgica’. È questo un termine che dovrebbe rassicurare completamente in un doppio senso nell’età del trionfo della comunicazione-spettacolo: da un lato, la chirurgia è una forma, anche se estrema, di cura e quindi di intervento positivo ovviamente in vista del ristabilimento della condizione di benessere dopo l’incursione del male e, dall’altro, la chirurgia è garanzia di precisione millimetrica, insuperabile e infallibile nell’estirpazione del male.
La guerra preventiva che potrebbe abbattersi nei prossimi giorni sull’Iraq è ovviamente presentata come una guerra chirurgica per eccellenza, che sarebbe condotta con mezzi di una tale precisione che i danni alle popolazioni civili si pretenderebbero minimi e le distruzioni delle opere che costituiscono il patrimonio culturale o assenti o del tutto trascurabili. È ovvio che, al contrario, le angosce per le indicibili sofferenze cui saranno sottoposti uomini e donne in una guerra di distruzione amplissima su un solo fronte, nelle preoccupazioni di chiunque abbia una pur minima sensibilità umanitaria, abbiano una preminenza totale. Ma non può essere dimenticato che le perdite che il patrimonio culturale dell’umanità, nella probabile prossima guerra che potrà essere scatenata in Iraq, non potranno che essere di una gravità estrema.
Tutta la regione meridionale dell’Iraq odierno, che corrisponde alla Bassa Mesopotamia e a quella che gli antichi chiamavano la Babilonia è, in senso reale e non metaforico, la vera culla della civiltà umana. È in questo territorio, che oggi appare come una piatta bassura sterminata in cui si alternano campi fertili, palmizi lussureggianti, canali d’irrigazione, melmosi acquitrini, inestricabili canneti e lembi di arido deserto, che durante la seconda metà del IV millennio a.C. si crearono le condizioni economiche e sociali uniche che portarono alla fioritura delle prime città della storia umana. Quello che fu senza dubbio un lungo e complesso processo è stato, certo equivocamente, designato con l’espressione fuorviante, ma certo assai plastica ed efficace, di ‘rivoluzione urbana’ per indicare la radicalità del mutamento, che peraltro nulla ebbe di repentino e improvviso. Artefici di questi mutamenti sostanziali dell’assetto e dell’organizzazione produttiva e sociale furono forse, insieme ai Sumeri, di cui conosciamo assai bene la lingua, la letteratura, la religione, l’ideologia da documenti dei secoli più tardi, anche una popolazione antichissima e ignota i cui resti linguistici sono rimasti nelle parlate sumeriche consegnate alla scrittura.
Benché meccanismi di sviluppo economico di notevole complessità, ancora oggi assai discussi, abbiano determinato la lenta evoluzione dei villaggi calcolitici dell’alluvio mesopotamico meridionale verso la nuova realtà insediamentale dei centri urbani del mondo sumerico, è certo che una funzione essenziale e primaria ebbe l’accumulo delle eccedenze di cibo derivanti dall’agricoltura intensiva alimentata dall’irrigazione consentita dall’escavazione dei canali. Nella realtà sociale, la specializzazione dei mestieri e la stratificazione in classi furono i due caratteri salienti delle nuove strutture urbane, governate da gruppi elitari sacerdotali, responsabili sia della rivoluzionaria invenzione della scrittura cuneiforme e dell’organizzazione amministrativa centralizzata, che della pianificazione urbana e della creazione di forme dell’espressione simbolica. Città dotate di centri monumentali, dominate dal tempio della divinità poliade e cinte da lunghe mura turrite divennero rapidamente luoghi di eccezionale attrazione e concentrazione demografica. Esemplare è il caso di Uruk, la città sorta da un sinecismo di due centri, uno devoto al celeste dio Anu e l’altro luogo cultuale della grande dea Inanna, che, giustamente definita la prima città della storia, raggiunse, sembra già poco dopo il 3000 a.C., l’enorme estensione di 400 ettari entro l’alta cerchia delle mura che la tradizione attribuiva al suo mitico re Gilgamesh. Attorno a quegli anni decine di centri urbani si svilupparono nella regione alluvionale oggi compresa tra Baghdad a nord e Bassora a sud, da Kish a Akshak, da Sippar a Nippur, da Lagash a Umma, da Ur a Adab. Gli Accadi nelle contrade settentrionali e i Sumeri in quelle meridionali più prossime al Golfo Persico/Arabico, il Mare Inferiore degli antichi, furono i protagonisti di questo straordinario sviluppo economico, sociale, tecnologico e ideologico della più antica storia umana negli stessi decenni in cui nella Valle del Nilo si completava il processo per la formazione della più antica forma di Stato territoriale sotto il governo dei faraoni.
I resti di questi centri urbani antichissimi cominciarono a essere riportati alla luce negli anni ’70 del XIX secolo e alcune esplorazioni archeologiche dei centri più famosi entrarono nella leggenda dell’archeologia orientale: tra tutti è da ricordare lo scavo britannico, durato dodici campagne tra la prima e la seconda guerra mondiale, e condotto da Leonard C. Woolley, a Ur, la città sumerica che una tradizione biblica collegava alle origini del patriarca Abramo. I tesori di questa epica esplorazione, provenienti soprattutto dal famoso ‘cimitero reale’ degli anni successivi alla metà del XXV secolo a.C., costituiscono oggi una delle ricchezze maggiori dei musei di Londra, di Philadelphia e di Baghdad. Fino a oggi, tuttavia, benché non poche centinaia di migliaia di testi cuneiformi siano affluite nei musei di tutto il mondo, si può affermare che è stato riportato alla luce non più dell’1% di quanto i deserti e le paludi dell’Iraq meridionale celano alla conoscenza storica.
La Babilonia è, per dir così un giacimento culturale gigantesco e inesauribile, i cui resti non sono sempre facili da identificare sul terreno. Infatti, di norma nulla emerge delle rovine degli antichi edifici costruiti, anche se straordinariamente monumentali, in mattoni di fango che soprattutto negli alzati si sono dissolti per le distruzioni antiche e per gli agenti atmosferici dei secoli: di conseguenza, i siti antichi della Babilonia, largamente ma per nulla esaurientemente registrati a seguito di diverse prospezioni di superficie, appaiono come sistemi articolati di basse ondulazioni del terreno cosparse di cocci, che nell’arabo moderno vengono ancora indicate con l’antichissimo termine semitico comune di tell. Per avere un’idea della complessità degli studi topografici nella Bassa Mesopotamia, basti ricordare che, malgrado i ripetuti tentativi di molti archeologi, ancor oggi è ignota la localizzazione della celeberrima città di Accad, fondata attorno al 2350 a.C. dal grande Sargon e rimasta un centro cultuale importante per secoli fino all’età dell’impero neobabilonese di Nabucodonosor II, che, nella prima metà del VI secolo a.C., vi fece addirittura condurre scavi per rintracciare le fondazioni di un celebratissimo santuario.
La Babilonia occidentale è il territorio compreso, in termini sommari, tra il moderno Kuwait e la regione di Baghdad e non v’è dubbio che edifici amministrativi governativi e installazioni militari tradizionali sono dispersi largamente in questo territorio a distanze anche molto brevi da centri antichi di straordinaria importanza. Per non fare che due esempi, una delle residenze ufficiali di Saddam Hussein si trova a poca distanza proprio dal grande palazzo reale di Nabucodonosor II nel cuore della città di Babilonia, la città santa del dio Marduk venerata non solo dagli antichi Mesopotamici, che neppure Alessandro osò distruggere e anzi elesse a sua nuova capitale, dove finì pure i suoi giorni. D’altro lato, un aeroporto militare sorge a breve distanza dalle rovine di Ur, la splendida capitale sumerica i cui resti sono ancora oggi, come nell’antichità, dominati dalla torre templare meglio conservata dell’archeologia mesopotamica, la ziqqurrat a tre terrazze sovrapposte del dio lunare Nanna.

È da questi straordinari monumenti, che erano prestigiose sedi cultuali circondate da santuari dove erano gelosamente custoditi i testi di una millenaria tradizione culturale, che è nata la leggenda biblica della ‘Torre di Babele’, cioè della città di Babilonia, certamente la più grandiosa, rimasta a lungo incompiuta e per questo ritenuta, in ambiente ebraico, opera simbolica dell’arroganza e dell’empietà degli uomini. Ma in realtà la ziqqurrat di Babilonia fu completata da Nabucodonosor II e fu sicuramente visitata da viaggiatori greci prima che, profanata dall’achemenide Serse, divenisse per secoli un’immensa cava di mattoni. Gravissimo e per nulla ipotetico è il rischio di annientamento che corrono oggi lo spettacolare parco archeologico di Babilonia, mai distrutta da alcuno dei suoi conquistatori dopo che aprì le porte all’achemenide Ciro il Grande nel 539 a.C., e le rovine della sumerica Ur, risorta a seguito di una delle esplorazioni archeologiche più eccezionali del XX secolo. Già nella guerra del Golfo le rovine di Ur furono lambite dai bombardamenti e subirono solo danneggiamenti secondari e periferici. Ma i danni che possono subire oggi le centinaia di centri storici eretti incessantemente durante tre millenni di storia tra Baghdad e Bassora, in minima parte scavati solo per limitate superfici e in moltissimi casi ancora da esplorare, sono incalcolabili, perché molto spesso essi sfuggono ad ogni osservazione superficiale, se non si tratta delle aree urbane di città imponenti come Nippur o Uruk. Sia i devastanti bombardamenti aerei, sia i passaggi di truppe corazzate moderne è inimmaginabile che possano lasciare intatti gli innumerevoli tell della Mesopotamia meridionale se non forse in pochissimi casi particolarmente clamorosi ed evidenti. .
Inoltre, un problema non meno grave per la salvaguardia e la tutela dell’incomparabile patrimonio archeologico dell’Iraq è costituito, qualora la guerra dovesse essere condotta in territorio iracheno, dalla situazione conseguente a un’eventuale occupazione del paese. In questo caso si deve aggiungere che anche un’altra regione straordinariamente ricca di storia dell’Iraq correrebbe rischi estremi. Questa regione è l’Assiria, quell’estesa ondulata piana attorno alla moderna Mossul che si estende ad est del medio Tigri, dove tra gli inizi del III millennio e la fine del VII secolo a.C. fiorì la civiltà assira. È nelle capitali del mondo assiro tra IX e VII secolo a.C. – Nimrud, l’antica Kalkhu, Khorsabad, l’antica Dur Sharrukin e Quyunjiq, la rocca di Ninive – che negli anni ‘40 del XIX secolo iniziò l’archeologia orientale ad opera di francesi e inglesi, facendo affluire al British Museum e al Museo del Louvre le prime straordinarie testimonianze di quell’impero d’Assiria che i profeti di Israele chiamarono la ‘frusta di Yahwe’, il potere temporale cui il Dio d’Israele avrebbe affidato il compito di punire il suo popolo per le sue ripetute infedeltà ed empietà.
Proprio per questo nell’interpretazione teleologica della storia dei Padri della Chiesa della tarda antichità l’impero d’Assiria è il più antico degli imperi provvidenziali connessi alla storia sacra: prima di quello neobabilonese cui fu affidato il compito di distruggere Gerusalemme, il suo tempio e le sue mura, prima di quello persiano che consentì il ritorno degli Ebrei in Palestina dopo l’esilio e prima di quello romano il cui dominio universale doveva rendere universale la fede cristiana. Se grande è il significato dell’impero d’Assiria nell’interpretazione biblica della storia della rivelazione, eccezionale per molti aspetti è il ruolo di quell’impero nella storia antica e per la trasmissione dei tesori della tradizione mesopotamica più antica. La cosiddetta Biblioteca di Assurbanipal, scoperta nei due più importanti palazzi reali di Ninive, è un immenso archivio di testi cuneiformi di ogni genere raccolti dal grande e colto sovrano assiro del VII secolo a.C., il Sardanapalo dei Greci, che hanno conservato i saperi, i poemi, i rituali del più antico mondo mesopotamico in migliaia di tavolette cuneiformi che sono oggi uno dei maggiori tesori del British Museum. D’altro lato, proprio i grandi re d’Assiria, da Assurnasirpal II a Sargon II a Sennacherib fino ad Assurbanipal, furono i committenti degli eccezionali cicli di rilievi storici che decoravano centinaia di metri delle pareti delle grandi residenze reali. Capolavori incomparabili dell’arte antica preclassica sono quelli delle epiche narrazioni delle gesta dei sovrani d’Assiria che culminano nelle squisite realizzazioni delle rappresentazioni delle celebri cacce di Assurbanipal: i musei di Londra, di Parigi, di Berlino, di Chicago, di New York, di Baghdad, di Mossul ospitano la maggior parte di questi famosi rilievi.
La Babilonia e l’Assiria sono, rispettivamente nell’Iraq meridionale e settentrionale, regioni ricchissime di testimonianze archeologiche che potranno soffrire drammaticamente da un carente controllo del territorio in un paese eventualmente occupato dopo una devastante invasione.
Già oggi, per un controllo territoriale certo attenuato sia nelle regioni sciite del Sud che nelle aree kurde nel Nord, i danni al patrimonio culturale sono stati cospicui. Le grandi città sumeriche di Umma, di Lagash e di Adab sono state oggetto negli anni recenti di scavi clandestini intensi e fortunati che hanno fatto affluire sui mercati antiquari dell’Occidente centinaia, se non migliaia, di tavolette cuneiformi di cui è perso per sempre il contesto archeologico di ritrovamento. Anche monumenti epigrafici inestimabili con iscrizioni reali di importanti sovrani dell’età di Hammurabi di Babilonia sono di recente comparsi sul mercato antiquario, rivelando che gli scavi clandestini devono negli ultimi dieci anni aver infierito nelle aree di importantissimi santuari del mondo sumerico e accadico dove certo queste opere erano state dedicate originariamente dai devoti sovrani mesopotamici degli inizi del II millennio a.C. Allo stesso modo, saccheggi e depredazioni si sono verificate nell’area del Kurdistan iracheno, dove ad esempio sono ripresi scavi clandestini nella stessa Khorsabad dove l’archeologia orientale iniziò nel 1843 ad opera del console francese di origine piemontese Paul Emile Botta e dove si sono verificate mutilazioni di alcuni dei grandi tori androcefali alati rimasti sul posto, che sono quasi un simbolo della civiltà assira.
Quale sorte terribile attenda il patrimonio culturale dell’Iraq negli amplissimi territori dove fiorirono le civiltà di Babilonia e d’Assiria dopo una guerra devastante con un pressoché inesistente controllo del territorio non è difficile da immaginare. Motivo della più grande preoccupazione è l’analogia che può desumersi dal paragone con il disastro provocato ai beni culturali dell’area fenicia dalla ventennale guerra civile nell’assai meno esteso territorio del Libano: qui interi centri archeologici, come Kamid el-Loz, sono stati pressoché completamente spazzati via, importanti necropoli, come una di quelle di Tiro, sono state ripetutamente saccheggiate e distrutte e perfino i magazzini del Museo nazionale di Beirut non sono stati risparmiati. .
E il Museo di Baghdad detiene oggi tesori inestimabili, come i ricchissimi corredi delle splendide tombe di alcune delle maggiori regine d’Assiria scoperte da archeologi iracheni tra il 1989 e il 1991 sotto le pavimentazioni del maggiore palazzo di Nimrud. Una grande mostra che le autorità culturali irachene stavano preparando d’accordo con il British Museum per far conoscere al mondo occidentale una delle maggiori scoperte dell’archeologia del XX secolo è stata bloccata dagli eventi bellici.
Che fare per un patrimonio culturale che ha pochi paragoni sul pianeta in una situazione politico-militare di una gravità così estrema? Se solo il concerto internazionale di alcuni grandi paesi presenti nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, anche con il sostegno di decine di milioni di uomini e di donne che manifestano per la pace e contro la guerra ‘senza se e senza ma’, può forse salvare il popolo iracheno da una nuova catastrofe dopo lunghissimi anni di durissime sofferenze, sembra che solo l’Unesco possa intervenire con qualche efficacia per salvaguardare gli inestimabili beni culturali dell’Iraq da rischi terribili.
L’Unesco con un’iniziativa eccezionale e senza precedenti deve proclamare le intere regioni della Babilonia e dell’Assiria ‘patrimonio mondiale’ in modo unilaterale e unanime. Il carattere straordinario dell’iniziativa sarebbe, da un lato, nel fatto che solo singoli monumenti o singoli siti archeologici sono di norma definiti patrimonio mondiale e non mai intere regioni di valore storico e, dall’altro, nel fatto che, per l’estrema urgenza, non sarebbero rispettate le lunghe istruttorie che usualmente accompagnano queste procedure e l’iniziativa di un singolo paese. Da quel momento bombardare un sito della Babilonia, sarebbe come lanciare bombe sul Louvre o su Pompei e percorrere con un esercito corazzato le contrade di un territorio cosparso di siti di interesse archeologico quasi sempre difficili da identificare e quindi da aggirare, sarebbe come far avanzare carri armati tra le tombe di Giza o tra le pietre di Stonehenge.
La proclamazione della Babilonia e dell’Assiria ‘patrimonio mondiale’ da parte dell’Unesco imporrebbe, nel caso deprecabile di un’occupazione militare del territorio dell’Iraq ad opera di una potenza straniera, il rispetto di tutte le convenzioni e le dichiarazioni dell’Unesco stesso che prevedono in questi casi, anche per i paesi non firmatari, il rispetto di misure assai severe e assai rigorose di salvaguardia e di tutela del territorio.
L’idea forte che i beni culturali, materiali e immateriali, sparsi sulla superficie del pianeta e retaggio di tradizioni secolari e millenarie, sotto qualunque latitudine, sono patrimonio comune pubblico dell’umanità che a essi non può tollerare di rinunciare in alcun caso, né per particolaristiche politiche di un singolo paese, né per egoismi di interessi privati, deve essere affermata con forza e i paesi che, per la loro tradizione di democrazia e il loro ruolo di grandi potenze, hanno maggiori responsabilità nell’affermazione di questi principi, devono essere d’esempio alla comunità internazionale.
Paolo Matthiae è ordinario di Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico, e preside della Facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza.


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