La Russia e la crisi irachena
IL NO DI PUTIN
K. S. Karol
Nessuno si aspettava una presa di posizione così energica da parte della Russia, ma è Vladimir Putin che ha condannato con maggior violenza la guerra americana in Iraq. A suo avviso l'Iraq, sfinito da un'altra guerra e dalle sanzioni, non è in grado di minacciare nessuno, è troppo debole. Attaccandolo, e senza una risoluzione delle Nazioni Unite, si consacra il principio che il più forte ha sempre ragione, e in un mondo dove la forza decide più della legge nessun paese sovrano può sentirsi in sicurezza. Così ha detto in sostanza. Putin, inoltre, ha detto di esigere l'arresto immediato dell'aggressione contro l'Iraq e il ritorno alle regole internazionali garantite dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Il suo intervento è stato ritrasmesso su tutte le reti televisive russe, ma non ha avuto che una menzione marginale sulla Cnn e sulle altre reti occidentali. Basta questo fatto a provare la perdita di influenza della Russia sulla scena internazionale: non è più una superpotenza della quale ogni parola deve essere attentamente considerata. Non ha più neanche il peso del 1999, quando la sua minaccia di veto ha impedito alla Nato di passare dal Consiglio di sicurezza per la guerra nel Kosovo.
Nella crisi irachena, Putin aveva annunciato fin dal 13 febbraio, lasciando Parigi dopo tre giorni di visita ufficiale, che avrebbe utilizzato il diritto di veto, pur dichiarando la sua amicizia a George W. Bush. Minaccia che non è stata presa sul serio né in Russia né negli altri paesi. Gli americani hanno concentrato i loro attacchi sulla Francia - vittima di una inaudita campagna di denigrazioni - e in minor misura sulla Germania, quasi niente sulla Russia e ancor meno sulla Cina, che è anch'essa dotata del diritto di veto e ha deciso di utilizzarlo. Due pesi e due misure dunque, probabilmente motivati dal risentimento di Washington contro gli alleati atlantici che, inoltre, sono grandi potenze industriali. La Russia resta il più grande paese del mondo, con una popolazione di quasi 150 milioni di abitanti, ma il suo bilancio annuale è pressappoco quello del piccolo Belgio. Certo, conserva dall'epoca sovietica un importante arsenale nucleare, ma sono delle `non armi' che l'Urss non ha mai tentato di utilizzare e che da allora in poi non fanno più paura a nessuno. Non stupisce che i leader di Washington - che William Pfaff dell'«International Herald Tribune» fa somigliare ai fratelli Marx nella loro celebre Zuppa d'anitra - immaginassero che bastava loro battere i tacchi perché Vladimir Putin rientrasse nei ranghi e magari si scusasse della sua insubordinazione. Ma il mondo reale non è freedonia dei fratelli Marx e il calcolo di George W. Bush si è dimostrato sbagliato.
I presidenti americano e russo si sono parlati due o tre volte per telefono. Dal mese di novembre George W. Bush non viaggia più - salvo per l'ultimo vertice con Blair e Aznar alle Azzorre - ma telefona molto, compreso ai presidenti dell'Angola, del Camerun e della Guinea, paesi africani di cui ignorava l'esistenza, ma che siedono attualmente nel Consiglio di sicurezza. Il risultato di questa attività telefonica è stato men che mediocre. Non è riuscito né a intimidirli né a comprarli. Lo stesso per quanto riguarda il Messico - dove nel mese di luglio avrà luogo l'elezione presidenziale - e per il Cile. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno dovuto ritirare la loro risoluzione del Consiglio di sicurezza perché non aveva nessuna probabilità di passare. Ed è stato il solo mezzo di evitare una umiliazione diplomatica molto più grave del veto posto da una delle grandi potenze.
A Mosca niente è filtrato sul contenuto delle conversazioni telefoniche fra Putin e Bush. Come sul viaggio di Evgheni Primakov a Baghdad o quello, più recente, di Gennadi Selezniov, presidente della Duma. I russi hanno imparato a essere molto discreti. È vero d'altra parte che Vladimir Putin quasi non parla dell'affare iracheno. Ne ha affidato l'incarico al suo ministro degli esteri, Igor Ivanov, o a uno dei suoi dieci viceministri, che hanno ripetuto instancabilmente la stessa posizione contraria alla guerra. Il 5 marzo a Parigi Igor Ivanov ha firmato solennemente un patto con Dominique de Villepin e Joshka Fischer sull'opposizione comune all'aggressione americana contro l'Iraq. A Washington, sgradevolmente sorpresi, si è deciso di mandare a Mosca Condoleezza Rice, la rigidissima consigliera di George W. Bush per rimettere i russi sulla retta via. Ma il viaggio è stato sospeso in extremis. Hanno preferito fare qualche concessione alla Russia per addolcirla; è così che tre organizzazioni cecene, pochissimo note, sono state iscritte sulla lista delle organizzazioni terroriste e, d'altra parte, il Senato s'è messo a discutere l'abolizione dell'emendamento Jackson-Vannick, che data dagli anni '70, e proibisce la vendita di alta tecnologia americana alla Russia finché gli ebrei non saranno autorizzati a lasciarla. Perbacco! È assurdo che l'emendamento sia rimasto in vigore quando un milione di ebrei sovietici sono già in Israele e in un gran numero negli Stati Uniti e in Canada. Ma i senatori ne discutono lo stesso.
A parziale discolpa degli americani bisogna segnalare che le gigantesche manifestazioni contro la guerra del 15 febbraio, che hanno mobilitato milioni di persone dall'Australia al Giappone fino a Parigi, Londra, Roma e Madrid, in Russia non hanno avuto la medesima ampiezza. Soltanto il 20 marzo, all'inizio della guerra, le piazze russe si sono riempite di manifestanti. E quel che più conta, la stampa, quasi interamente controllata dagli oligarchi, non ha messo in rilievo né le manifestazioni contro la guerra all'estero né quelle della Russia. Il fatto è che gli oligarchi hanno forti interessi, soprattutto petrolieri, in Iraq ma la massima parte delle loro esportazioni va verso gli Stati Uniti. Sta di fatto che leggendo le «Izvestia», per esempio, già organo del governo sovietico e oggi di proprietà dell'oligarca Vladimir Potanin, si poteva avere l'impressione che la crisi in Iraq fosse completamente secondaria. Neanche l'ambasciatore degli Stati Uniti ne parla nella vasta intervista che ha dato a quel quotidiano. Bisogna concluderne che la guerra in Medio Oriente non interessa ai russi?
È il contrario. Il sondaggio d'opinione fatta dall'«International Herald Tribune» in una decina di paesi europei mostra che la popolarità degli Stati Uniti è dovunque in forte calo, a causa di George W. Bush, ma non va di pari passo con un vero antiamericanismo. Salvo in due paesi: la Russia e la Turchia. C'è chi vedrà in questa persistenza dell'ostilità russa verso gli Stati Uniti l'eredità della guerra fredda, aggravata dai cattivi ricordi della guerra in Jugoslavia. Altri la accrediteranno soprattutto alla responsabilità degli americani nelle riforme liberali che hanno impoverito il paese al di là dell'immaginabile, giacché è sotto l'egida del Fmi che Eltsin e i suoi hanno introdotto la `terapia d'urto', nel 1992, che ha azzerato i risparmi della popolazione e ha dato impulso alle privatizzazioni. D'altra parte però centomila americani abitano ormai a Mosca e Pietrburgo, dispongono di una loro stampa e di una televisione e hanno un tenore di vita favoloso, perché sono pagati come negli Stati Uniti con un sovrappiù per il fatto di soggiornare all'estero. Sono loro che acquistano i migliori appartamenti, che non costano niente rispetto ai prezzi del loro paese, mangiano in ristoranti di lusso, viaggiano soltanto in Mercedes quando non sono Rolls Royce. Naturalmente un buon numero di russi lavora per loro e ne profitta, cosa che spiega parte del voto diverso delle due metropoli, ma non per questo li adorano.
Segno dei tempi? In un recente programma della rete Ntv, il 7 marzo, Parola libera, dedicato all'Iraq, non si è trovato un solo uomo politico o intellettuale che difendesse la posizione di Washington. Ghennadi Ziuganov, leader del Partito comunista, ne ha profittato per profetizzare future aggressioni americane: dopo l'Iraq, toccherà alla Siria e poi alla Russia, che non manca di armi di distruzione di massa. Davanti a lui l'ex ministro degli esteri, Valentin Adamishin, noto per la sua predilezione per gli Usa, si è limitato a sostenere la tesi che bisognava aiutare gli americani a ritirarsi dall'affare iracheno senza perdere la faccia. Per coronare il tutto, la parola è stata data a Makhatckala, dove una legione dei volontari del Daghestan si è dichiarata pronta a morire per difendere l'Iraq. «Non dimenticate che in Russia siamo in venti milioni di musulmani», ha concluso uno dei legionari.
Conoscendo lo stato d'animo dei suoi concittadini e la composizione etnica del suo paese, Vladimir Putin non ha voluto versare benzina sul fuoco. Di qui la sua insistenza sull'amicizia che lo lega a George W. Bush e la dichiarata intenzione di restare un interlocutore amico degli Stati Uniti. Ma certo questo non gli ha impedito di condannare la guerra americana e di collocarsi vicino alle potenze europee, Germania e Francia. Ha lavorato dieci anni in Germania e ne conosce il potenziale economico. I suoi rapporti con la Francia sono più difficili a cagione della fortissima campagna fatta dai francesi in favore della Cecenia. Ma l'interesse nazionale della Russia esige l'avvicinamento con l'Europa, e la necessità di ottenere, fra l'altro, il diritto di entrata senza visto per i cittadini russi nei paesi della Ue. È agendo insieme che si potrà controbilanciare la potenza americana e ottenere un mondo multipolare.
Per essere partner di un'impresa del genere, molto difficile, la Russia dovrebbe però fare ordine in casa. Alla fine di quest'anno ci saranno le elezioni legislative per la Duma e nel marzo del 2004 le elezioni del presidente. Di qui l'ampiezza che sta prendendo l'agitazione sociale.
Due esempi: in febbraio il governo aveva decretato un aumento del 6% delle pensioni, ma la burocrazia lo ha calcolato in modo tale che a ogni pensionato toccavano soltanto 30 rubli al mese (meno di un dollaro). Spontaneamente i pensionati hanno rimandato questa ridicola somma al Cremlino. Ne è seguito un nuovo calcolo, che ha decretato un aumento di 115 rubli (quasi quattro dollari), che non è molto ma tuttavia è meglio. In secondo luogo, l'agitazione tocca la funzione pubblica, categoria nella quale si trovano tanto i professori quanto i medici del settore non privato, e molti altri. Il salario mensile è di 2000 rubli, mentre il minimo vitale è calcolato a 1900. Come se questa miseria non bastasse, il governo ha deciso, in nome del decentramento, di conservare per sé una parte dei salari da pagare e affidarne il resto alle regioni, le quali sono quasi tutte in deficit. Di nuovo la gente si è precipitata nelle strade e tutto intero il paese è stato attraversato dalle agitazioni. Il decreto del governo sicuramente non passerà alla Duma. Ma una luce cruda è stata gettata sullo stato reale della società russa.
La Russia è ricca ma non ha denaro. Eltsin ha regalato a un pugno di oligarchi le principali fabbriche e altre ricchezze del paese. Vladimir Putin, che gli è succeduto, non aveva ancora assunto le sue funzioni che proclamava la fedeltà alla linea esistente: niente rinazionalizzazioni e neppure una verifica precisa dei titoli di proprietà. Malgrado ciò, continua lo scontro per la proprietà delle imprese, perché gli oligarchi non formano un gruppo compatto e solidale. Quando una compagnia petrolifera è in vendita, una battaglia senza regole scuote tutto il paese. Grosso modo si può dire che gli ultra-ricchi si dividono in tre clan: la `famiglia', quelli che devono tutto a Boris Eltsin - e fra questi si distingue Oleg Deripaska, il re dell'alluminio e parente di Tatiana, la figlia dell'ex presidente, o Roman Abramovic, grande faccendiere del petrolio, diventato governatore d'una regione periferica dell'estremo oriente. Poi vengono i `siloviki' (`quelli della forza', come vengono chiamati gli ex del Kgb). In tutte le compagnie dove lo Stato conserva un sostanzioso pacchetto di azioni, Putin ha messo i suoi ex compagni, provenienti soprattutto da Pietroburgo: è il caso della Gazprom, che grazie all'esportazione del gas fornisce il 20% delle entrate dello Stato. Infine ci sono oligarchi già affermati, per così dire, indipendenti, come Vagit Alkepirov della Luk-oil e Mikhail Khodorovski della Yukos, due compagnie petrolifere in espansione. Khodorovski, che è l'uomo più ricco della Russia - figura nella lista «Fortune2 dei miliardari - ha chiesto, nel recente incontro degli oligarchi con Putin, il diritto di costruire le sue proprie pipelines verso gli Stati Uniti e verso la Cina a partire dalla Siberia orientale. Il presidente ha risposto di no, e si può capirlo: la proprietà delle pipelines permette allo Stato di controllare più o meno il flusso del petrolio e del gas esportati. In linea di principio, l'imposta prelevata su ogni barile di petrolio sarebbe del 40%, ma in pratica le compagnie pagano quel che vogliono, lasciando una tangente sostanziosa ai controllori.
E qui siamo al cuore del paradosso russo: attualmente questo paese ha un governo molto esteso (60 ministri e 600 viceministri), è una burocrazia più vasta di quella dell'Unione Sovietica, malgrado la perdita di una decina di repubbliche. Ma questo enorme esercito di funzionari è malpagato, dalla poliziotta di strada al funzionario del Kgb. Ciascuno deve arrangiarsi, perciò il sistema delle tangenti generalizzate tocca sia la polizia, sia i magistrati inquirenti che i tribunali. È un sistema che conviene soltanto alla mafia, onnipresente in ogni settore della vita economica. Putin conosce evidentemente questa realtà e cerca di combatterla mettendo fine alla divisione attuale del Kgb, introdotta alla fine dell'epoca di Gorbaciov. Ma questa misura, che spaventa l'intelligenzia liberale non può dare risultati: i migliori elementi dell'ex Kgb sono entrati da lungo tempo nel privato, quando non hanno raggiunto la mafia.
Nel primo programma televisivo Parola libera, dopo l'inizio della guerra in Iraq è stato dato il microfono ai militari russi, anche se per la maggior parte in pensione. E ne è uscito un grande sfogo del cuore per l'Unione sovietica, che non avrebbe mai permesso un'aggressione del genere all'Iraq. Vladimir Putin non è stato in grado di salvare l'`agnello' iracheno dal `lupo' americano. Saprà difendere gli interessi dei russi, in Iraq molto importanti, dopo la vittoria degli Stati Uniti? È da dubitare. In ogni caso dovrà prima far ordine in casa; ed è un compito che supera le sue possibilità.