Un libro di Moshe Lewin
COME GIUDICARE STALIN
Rossana Rossanda
Acinquant'anni dalla morte si può dare un giudizio storico su Stalin? Si può, afferma Moshe Lewin nel suo ultimo lavoro (1). Si può a condizione di rinunciare all'apologetica tipo Concetto Marchesi (sarà stato pessimo ma è stato grande - che è poi, nei comunisti che la pronunciano, una difesa del proprio itinerario di vita), e alla demonizzazione (Stalin come Hitler, con annessa conta dei cadaveri rimasti per strada, propria della damnatio memoriae degli avversari). Sono categorie della guerra fredda che si perpetuano nello scontro ideologico `democrazia versus comunismo'. Si può, facendo storia sul serio, non riducendo il sistema staliniano in uno schema politologico (totalitarismo) o giuridico (struttura della proprietà), ma leggendo il contesto in cui si è potuto formare e che ha rimodellato, col quale c'è stata una continua interazione. Come si forma un sistema politico? Quali meccanismi mette in marcia? Quali strutture sociali sposta? Come si esaurisce, che cosa ne resta, poiché ogni presente ha in sé più d'una traccia del passato?
Per Lewin, Stalin è una pietra di paragone del metodo storico. Alla domanda che cosa è stato il blocco politico e sociale che ha retto l'Urss dal 1924 in poi, Lewin risponde oggi che è il prodotto d'una rivoluzione popolare - Lewin dice «plebea» ma senza disprezzo - nel corso della crisi globale che distrugge l'autocrazia zarista ma travolgerà anche il leninismo, scaglierà milioni di uomini e donne in una modernizzazione accelerata che trasforma il volto del paese, sotto il comando di un partito vieppiù identificato con la rete dell'amministrazione statale e assolutamente verticalizzata. Non è il progetto di Lenin e non è il partito di Lenin, anche se si chiamano allo stesso modo.
Ma non si può definire una forma storica e sociale per negazione. Questa è la mia sola scoperta, dice Lewin. È un vecchio leninista, ma come afferrare il sistema staliniano soltanto come degenerazione del leninismo? Come potrebbe una mera negatività dar luogo a una immensa mobilitazione umana, costituire uno specchio in cui un paese poteva riconoscersi e andare avanti, malgrado il dolore e perfino l'orrore? Stalin è stato temuto ma mai universalmente detestato, nemmeno oggi. La sua è una macchina sociale grandiosa, temuta e motivante, un'ideale di forza che ha dato un'identità a un paese arretrato e devastato, che ha acculturato le masse, ha emancipato le donne come in nessun altro luogo, e indotto una fortissima mobilità sociale, ha raggiunto vertici produttivi impensabili e infine ha retto, a prezzo di 27 milioni di morti, l'invasione tedesca fino a Mosca, rompendo le ossa alla Wermacht e permettendo così lo sbarco americano in Normandia del 1944.
Prezzo e strumento di questa grande mutazione è l'immensa macchina statale, sempre tentata di cristallizzarsi e ossificarsi in burocrazia autoriproducentesi, nella quale la repressione - ogni errore giudicato colpa, ogni colpa giudicata tradimento - ha costituito la gabbia e il metodo di governo. Macchina tale che quando, a pochissimi giorni dalla morte di Stalin ne è stata iniziata la demolizione, era già troppo tardi per recuperare il partito, separarlo dallo Stato, trasformare quegli immensi apparati in strutture agili, non più autoreferenziali, in presa diretta col reale. Il Partito comunista era morto da un pezzo mentre la rete di poteri amministrativi produceva la superfetazione dell'economia sommersa e si sarebbe ribaltata, con Eltsin, in privatizzazione dello Stato e appropriazione dei suoi immensi capitali.
Questa è la vicenda, dice Lewin. Anche prima della verifica ormai completata fra le carte degli archivi, aveva lavorato sulla differenza anche antropologica fra Lenin - «uomo di due mondi» come i suoi compagni formatisi sul marxismo occidentale nella parabola della Seconda Internazionale e Stalin, georgiano, interamente russo, mai vissuto in Occidente e formatosi soprattutto nella guerra civile. Lenin non ha mai smesso di pensare che il socialismo sarebbe stato all'ordine del giorno soltanto con lo sviluppo del capitale, e per questo non riteneva matura la Russia per una rivoluzione socialista, quella che sicuramente sarebbe dilagata in Europa dopo la guerra e a un certo punto avrebbe trascinato con sé anche l'ex impero zarista. Quando scrive il Che fare Lenin pensa a un partito compatto e colto, che accelera una rivoluzione democratica, e quando questa fallisce, continua a interrogarsi sul grado di sviluppo sociale di quell'ammasso di popoli immenso dove coesistono dalle più arcaiche alle più moderne figure economiche, dal contadino che lavora ancora con l'aratro di legno all'alta finanza di Mosca e Pietroburgo. La massa contadina è la più immediatamente interessata al rovesciamento dei rapporti proprietari basati sull'aristocrazia e l'autocrazia - infatti le parole d'ordine della rivoluzione di Febbraio e di quella dell'Ottobre 1917 saranno `pace e terra'. E la terra sarà decisiva anche nella guerra civile che segue all'Ottobre, e le guardie bianche perdono anche perché ne esigono la restituzione ai vecchi proprietari.
L'incendio della guerra accenderà fuochi rivoluzionari in varie parti d'Europa che prima o poi verranno spenti. Ma nella Russia del 1917 è il tumulto, è il caos. Da febbraio a ottobre, non solo l'autocrazia zarista ma tutte le forze politiche in campo sono triturate e i bolscevichi prenderanno le redini del potere in un paese dissanguato e a un livello minimo di risorse. Neanche allora Lenin pensa dunque a una rivoluzione socialista; la dittatura degli operai e dei contadini ha da essere il timone di una società sfasciata, dalla quale emergono come isolotti i soviet, anch'essi di popolo o di soldati più che proletari. La devastazione si approfondirà con la guerra civile. Come potrebbe dopo di essa, il timone bolscevico orientarsi al socialismo? Lenin punta all'alleanza fra il capitale industriale in mano allo Stato e l'immensa fascia contadina e delle cooperative, nonché sulla ripresa di forme di scambio; punta su una Nep che ricarichi le energie, chiuda con la fame, rimetta in moto il paese. I bolscevichi pensano a un processo `moderato' che sani la ferita dal comunismo di guerra e stabilisca un accordo fra i ceti sociali, sbarazzati dalla proprietà latifondista e il capitale industriale finanziario diventato di Stato, e che tenga assieme l'ex immenso impero in una vera federazione. Il socialismo resta la prospettiva a termine; come è noto, per Lenin doveva essere lo sbocco quasi intrinseco al capitalismo di Stato. Sotto la guida di una dittatura dei soviet, e di un partito nel quale resta intera la dialettica di posizione e che non si identifica con la rete amministrativa, appunto i soviet - già diversi da quelli nati nel 1905.
È in questo tornante, quando tutto è aperto e in questione, che Lenin si ammala e Stalin, che era segretario del partito, carica allora senza carisma, inizia la sua ascesa. Quanto meno carismatica è la sua figura rispetto a quella di Lenin e di Trockij, tanto più tenterà di metterli fuori gioco e verticalizzerà un partito che già non è più quello di Lenin, non fosse che per l'afflusso di decine di migliaia di nuovi militanti, non sempre di provenienza proletaria, meno colti della vecchia guardia bolscevica, meno o per niente `marxisti' - ha lo stesso nome ma è una creatura diversa, con uno stile interno diverso.
È «la rivoluzione contro il capitale» di cui scrive Gramsci. Diventerà la forza d'urto sulla quale Stalin si baserà in quegli anni di fuoco e liquiderà i bolscevichi. Lenin lo vede, la loro disputa ultima e più feroce è sulla forma dello Stato, e mette in guardia il partito con la famosa lettera, che Stalin, il quale lo controlla da vicino attraverso la sua segretaria, Fotieva, nasconderà.
Nel corso dei restanti anni Venti Stalin sostituisce al progetto leniniano quello di una accelerazione industriale che romperà l'alleanza con i contadini espropriandoli violentemente dalle terre. È un progetto di crescita che ha per modello e sfida l'Occidente fordista, che esige un esercito di manodopera urbanizzata, inquadra, promuove e punisce, sotto la sferza di un partito che è il comando politico statuale e nel quale ogni discussione, ogni divergenza di prospettive diventa perdita di tempo, ostacolo, colpa.
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Così nasce il sistema staliniano, così si opera la grande migrazione verso le città, l'acculturazione su grande scala, il primato della tecnica sulla politica e il mutamento dei costumi familiari e il grande rimescolamento della società. Il bolscevismo è liquidato, nei suoi fini e metodi interni e nelle sue figure, che cadranno l'una dopo l'altra: nel partito Stato non si dà più una divisione dei poteri e lo tiene in riga una persistente sorveglianza e punizione - una macchina schiacciasassi che sospetta di ogni scarto, colpevolizza di ogni mancato successo, reprime ogni emergente posizione di autonomia.
È il `partito dei costruttori', quello che persegue un socialismo dai tratti sempre più produttivistici. Sicuramente produce crescita, mobilità e modernizzazione - l'Urss non sarà toccata dalla crisi del 1929, conoscerà livelli di produzione inuguagliati e ammirati dal resto del mondo negli anni Trenta, si sente tornata grande e nel medesimo tempo assediata dalle avventure fasciste dell'Europa, teme la Germania e cercherà di ritardarne l'aggressione. E poi la subirà pesantemente. Le ultime stime danno fra i 26 e i 27 milioni i morti della seconda guerra, un prezzo terribile. Per i tedeschi, i comunisti russi sono, come i polacchi e dopo gli ebrei, gente subumana, i prigionieri sono trattati selvaggiamente, i villaggi devastati, i partigiani impiccati. Dopo la guerra, un milione e mezzo di persone sarà accusato di aver collaborato e ceduto all'invasore, e va a capire se è sempre vero.
Fa parte del sistema repressivo, che è stato messo in atto negli anni Trenta e riprenderà nel dopoguerra fino alla morte di Stalin. L'attenzione di Lewin a non ridurre la Russia staliniana a terrore non gli suggerisce alcuna indulgenza per il terrore, anzi. Esso non appare, comunque lo si esamini, una crudele necessità, un prezzo selvaggio da pagare all'efficienza o allo scardinamento delle cristallizzazioni che una sterminata rete amministrativa può indurre in una società di beni scarsi. E infatti la macchina resterà segreta. Fuorché nei grandi processi del , nei quali la confessione non è riconducibile soltanto alla tortura: l'essere prezzo di una necessità/fatalità/errore gioca potentemente in quel crudele teatro. Come condizionamento psicologico, dal quale pochi si salvano, che permette di spiegare in qualche modo perché l'apparato del partito, ma non solo esso, si lasci liquidare per gruppi, a pezzi, senza ragione. Basti pensare al Comitato centrale del 1934, del quale sopravviverà neanche una decina di persone e ai suoi 1100 delegati che lo hanno eletto, dei quali 841 finiranno fucilati. Qui l'elemento di una paranoia del potere, cui Lewin tende a concedere pochissimo, è anche per lui ineliminabile: il sospetto di tradimento induce Stalin a privarsi di gente fedele ed esperta, diventa linfa della macchina repressiva che sarà anche vittima di se stessa.
Il bilancio è pesante. Oggi gli archivi, tenuti con gogoliana meticolosità, rivelano nomi, periodi, date, numeri impressionanti. Il terrore nasce col nuovo partito - la quantità di processi e di esecuzioni, compresa la guerra civile, sono in tutti gli anni Venti inferiori a quelle del solo 1930, scendono appena negli anni successivi, con un breve respiro nel 1934, tornano a picchi terribili nel 1937 e nel 1938. Nel 1937 le persone condannate per reati di controrivoluzione sono 790.665, dei quali 353.074 condannati a morte. Nel 1938 sono 544.258, dei quali 328.618 i condannati a morte. Altre punte, anche se molto più basse, di processi ed esecuzioni nel (rispettivamente 54.775 i processi, 1.609 i condannati a morte e 28.800 i processi, 1.612 i condannati a morte). In totale, dal 1921 alla metà del 1953, i condannati per crimini contro la rivoluzione sono , dei quali 799.455 i condannati a morte, ai campi, 413.512 alle diverse forme di confino.
Non ci sono più condanne a morte per reati politici dopo di allora. È un catalogo sufficientemente nefando per doverlo moltiplicare, come avvenne a un primo calcolo per campione, durante il periodo di Kruscev e avviene nelle varie speculazioni occidentali (2).
Quel che è certo è che il funzionamento della macchina repressiva non sembra corrispondere a una sua qualche crudele utilità, né a tempi che possano definirsi d'emergenza. Le repressioni della seconda metà degli anni '30, a guerra di Spagna aperta e pericolo di guerra mondiale imminente, e quelle del dopoguerra, specie nel 1950-51, la storia dei camici bianchi con l'impronta prima inabituale di antisemitismo, dicono di un riflesso paranoico. La macchina si ingorga su se stessa. Le vicende dell'apparato repressivo, perpetuo terreno di repressione anche su di sé, impressiona. Esso è così evidentemente degenerato che alla morte di Stalin, proprio a pochi giorni dal decesso, viene fermato, le sue istanze vengono colpite e la gente comincia a uscire dai campi, che sono progressivamente svuotati negli anni di Kruscev - come se la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denissovic di Sol?zenicyn, allora stimato da Kruscev, avesse dato il segnale di un rientro che sarà impressionante, anche per il silenzio in cui avviene.
Ma tutti gli altri nodi restano da sciogliere nell'aspra battaglia per la successione che vede vincere per poco Kruscev, ancora figlio di quella che Lewin chiama la «rivoluzione plebea» e la ripresa in mano dell'ala conservatrice che stagnerà con Breznev. Eppure più di un cervello vedeva con chiarezza il declino: nel 1965 l'accademico Nemcinov tracciava una diagnosi diventata pubblica, che sarebbe stata ascoltata ai livelli del potere soltanto nel breve passaggio di Andropov, come se essendo stato a Budapest nel 1956 e poi venendo da un Kgb in parte mutato, avesse mantenuto o trovato una presa con la realtà che agli altri vertici del partito sfuggiva. Anche Kosygin tentò e in parte riuscì a organizzare un diverso ascolto della società in mutazione. Poi, dopo l'intervallo di Cernenko, farà Gorbaciov. Ma siamo già negli anni Ottanta. Sono cambiati gli uomini e le figure degli apparati, ora Stato e partito sono in mano a burocrati e gente di qualche potere senza memoria né del leninismo né dello stalinismo ruggente degli anni Trenta. Questo aveva mutuato dall'Occidente il modello della produzione fordista; l'ultimo Pcus non è capace di mutuare le innovazioni tecnologiche che ribalteranno all'Ovest il sistema di produzione. La Russia degli anni Ottanta perde definitivamente il passo.
L'insieme del sistema si è andato degradando e, con quella che Lewin chiama la «eltsiniana privatizzazione dello Stato» cade fin la struttura proprietaria che, non fosse che per un compromesso sociale minimo, pareva resistere. Gli anni che seguono al 1953 sono una serie di tentativi abortiti di uscire dal sistema, ma esso si è andato svuotando al punto da non avere in sé più alcuna alternativa, mentre sembra aver bloccato fin gli abbozzi di un pensiero alternativo esterno. Nella lunga agonia e poi nello sfascio dell'Urss e del Pcus c'è qualcosa che somiglia alla fine dell'impero zarista.
I problemi che il lavoro di Lewin rimanda sono molti e la struttura del volume, per grandi tematiche invece che per cronologia, li insegue in tutte le loro pieghe. La prima domanda che sorge alla lettura è se - detto no alla continuità leninismo-stalinismo, che vuol significare l'impossibilità di una rivoluzione che non degeneri nello stalinismo - è pensabile che il leninismo sarebbe stato in grado di realizzare una accumulazione accelerata con un'alleanza efficiente tra proletariato e masse contadine, e un sistema politico aperto fra Stato e partito, con relativa dialettica interna? Si dice che la storia non si fa con i se, ma con i se si valutano le scelte che fanno la storia. Difficile rispondere all'interrogativo; la morte di Lenin è immatura anche rispetto all'aggrovigliarsi della situazione e al moltiplicarsi delle domande per il futuro alla fine della guerra civile. È evidente che un metodo diverso di direzione, una qualche attenzione alla moderazione e al consenso, avrebbe salvato molte forze e impedito la degenerazione del partito, evitando la durezza dell'espropriazione delle terre e la conseguente carestia. Ma il fondo cui l'interrogativo rimanda è se sia pensabile, in una situazione di manifesta immaturità produttiva e sociale, un decollo morbido, orientato all'accumulazione capitalistica ma in tempi stretti, o se in tempi stretti essa non riveli la ferocia, che è propria anche della storia dell'accumulazione capitalistica occidentale in tempi dilatati. Non è la stessa questione del `socialismo in un solo paese', è ancora più radicale.
E inversamente vien da chiedersi perché la modernizzazione produttiva, tecnica e culturale, sociale e di costume, indiscutibilmente prodotta dal sistema staliniano, non abbia prodotto a un certo punto una leva di cambiamento. Così aveva pensato Deutscher, forse lo stesso Kruscev al XX Congresso e certo così pensò per lungo tempo il Pci: erano finiti i tempi della `rivoluzione plebea', acculturazione e mobilità sociale avrebbero spaccato la gabbia politica e quella burocratica. Perché questo non è avvenuto? Si può imputarlo all'istituzione repressiva? Questa salta per prima, o è almeno fortemente ridotta negli anni Cinquanta e mentre non si sblocca una innovazione economico-sociale. Bisogna pensare alla fatale sopravvivenza nel sistema staliniano di un bisogno di autocrazia alla quale la Russia sarebbe stata assieme avvezza e incline, come sembra testimoniare ancora oggi la nostalgia per `l'uomo forte', che ha giocato perfino su una figura povera come Putin? Ma questa sarebbe una traduzione in russo dello schema arendtiano del totalitarismo, che è singolarmente afono sulle dinamiche sociali, le quali sono sempre produttive di soggettività mutanti.
Lewin a queste domande non risponde, non sono l'oggetto del suo lavoro, quel che gli preme è restituire la complessità della storia dell'Urss che il Pcus non ha voluto esaminare e che gli avversari non vogliono vedere. Il suo è un denso immergersi nel più grande tentativo rivoluzionario del Novecento, che lo ha segnato tutto e si è snodato nel tumulto di altre convulsioni mondiali. È una storia che rimanda anche allo `stalinismo' fuori dell'Urss, non soltanto nei paesi che hanno tentato la stessa o analoga strada, ma ai partiti comunisti che di quel sistema sono state le ramificazioni esterne, più o meno vicine o lontane. La fretta degli ex comunisti, che sono legione, non è di capire ma di separarsene.
note:
1 Russia's twenthieth Century, The Collapse of the Soviet System, pubblicato dalla Columbia University, è uscito in questi giorni a Parigi per «Le Monde Diplomatique» col titolo Le siècle soviétique, Fayard, 526 pp.
Più difficile il calcolo dei periti per carestia, che dal Libro nero e affini sono messi a carico del sistema politico: la Russia zarista conosceva carestie terribili; gli ultimi 25 anni dello zarismo ne aveva avuto ben quattro, ma quella che segue alla guerra civile e quella del 1933 sono necessariamente da attribuire anche a una gestione spietata ed errata delle risorse. La ricerca demografica indica una sofferenza sociale non conclamata nelle vite spente anzitempo e nel calo pauroso delle nascite. Tuttavia, salvo nei due casi indicati, alle cadute seguono delle riprese anche dopo l'emorragia tremenda della seconda guerra mondiale, mentre una tendenza al saldo negativo sembra diventata irreversibile negli ultimi dieci anni, a sistema sovietico chiuso.