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Elezioni, referendum
PARTITA DOPPIA
Giuseppe Chiarante
1.Trascorsa ormai qualche settimana dalla conclusione del lungo ciclo elettorale di primavera, non avrebbe evidentemente molto senso dedicare qualche pagina della «rivista» a un riepilogo analitico dell'esito delle diverse votazioni. La stampa quotidiana, infatti, ha già ampiamente sottolineato - sia pure con l'immancabile diversità di accenti a seconda della collocazione politica - così l'arretramento subito dal centro-destra come il successo ottenuto dallo schieramento opposto e in particolare dai Democratici di sinistra; e ha anche messo in luce la divaricazione tra il significato complessivo della scelta degli elettori nelle consultazioni amministrative e regionali e l'indicazione di segno differente (ma in qualche modo complementare, per intendere gli umori del paese), che è emersa dal referendum.
Mi sembra perciò sufficiente, per quel che riguarda i dati analitici, pubblicare, contestualmente a queste note, alcune tabelle scelte fra quelle che maggiormente consentono un confronto con le precedenti consultazioni elettorali. Mi riferisco alle elezioni provinciali del 25 maggio e alle regionali in Friuli Venezia Giulia. Per quel che riguarda il risultato complessivo delle amministrative là dove si è votato con la proporzionale mi limito invece a dare notizia di una stima complessiva elaborata dall'ufficio elettorale dei Democratici di sinistra. Da essa risulta che, proiettando su scala nazionale le opzioni compiute dagli elettori il 25 maggio (la più vasta platea di votanti dell'ultimo ciclo) rispetto alle politiche del 2001, il centro-sinistra salirebbe dal 43,5 al 48,9 per cento; mentre il centro-destra scenderebbe dal 52,7 al 47,7.
2. Non mi pare tuttavia corretto, sulla base di questo dato (nonché dei risultati delle regionali e dell'esito dei ballottaggi nei Comuni e nelle Province, che hanno per lo più premiato i candidati del centro-sinistra) passare subito alla conclusione - come molti osservatori hanno fatto - che le prove elettorali di maggio e di giugno hanno segnato un'inversione di tendenza rispetto al successo ottenuto dalla destra nelle politiche di due anni fa.
Certo, il carattere parziale del corpo elettorale interessato al voto non può essere in questo caso un argomento per sminuirne il rilievo politico. Al contrario, è molto significativo che la sconfitta del centro-destra si sia verificata anche in parti del paese che costituivano tradizionalmente una sua roccaforte. È in qualche misura il caso della Sicilia: dove, a differenza del 2001 quando conquistò tutti i collegi, stavolta la Casa delle libertà ha dovuto cedere al centro-sinistra tre Province su otto, ossia Enna, Caltanissetta, Siracusa. Ma soprattutto è il caso del Friuli Venezia Giulia: una delle Regioni che da tempo era uno dei punti di forza della destra e che Illy ha conquistato con dieci punti di vantaggio rispetto alla leghista Guerra. Si aggiungono, per quanto riguarda i Comuni, altri risultati molto significativi: come la conferma al centro-sinistra di importanti città quali Brescia o Pisa, la conquista di altre non meno rilevanti quali Udine e Pescara, nonché il netto successo ottenuto anche nelle regionali della Valle d'Aosta. Sono dati di più che evidente rilievo politico.
Occorre tuttavia una più che ragionevole cautela nell'usare termini come inversione di tendenza. Ciò per molti motivi. Per il carattere amministrativo, oltre che limitato, di queste elezioni, i cui risultati non possono, perciò, essere meccanicamente trasposti sul piano politico. Per la grande fluidità della situazione, sia interna che internazionale. Soprattutto perché in termini di voti il risultato è, in molte situazioni, assai meno marcato di quel che sembrerebbe indicare il successo dei candidati dell'una o dell'altra parte politica. Proprio le due situazioni appena citate - la Sicilia e il Friuli Venezia Giulia - sono al riguardo significative.
In Sicilia gli spostamenti di voto rispetto al 2001 sono assai rilevanti soprattutto all'interno dei due poli: è un vero terremoto quello che si verifica nel centro-destra, a danno di Forza Italia e a vantaggio dei moderati dell'Udc. Ma se si sommano i risultati delle varie liste e si confrontano i due grandi schieramenti, i cambiamenti risultano quasi irrilevanti: rispetto alle politiche il centro-sinistra più Rifondazione cresce, nelle provinciali, dal 34% al 35,3%, mentre il centro-destra mantiene il 63,5% (vedi Tabella 1). In Friuli i mutamenti rispetto al 2001 sono stati certamente più rilevanti: ma mentre fra i due candidati alla presidenza il divario è molto esteso (53,2% a Riccardo Illy, 43,2% ad Alessandra Guerra) maggiore è l'equilibrio fra i due schieramenti: 50,1% per cento dei voti all'insieme del centro-sinistra, 49,6% al centro-destra (vedi Tabella 2).
L'impressione che si ricava dall'insieme di questi dati è dunque non tanto di una tendenza consolidata, quanto quella di una situazione in movimento. Una situazione nella quale le divisioni interne e la disaffezione dell'elettorato, che nel 2001 avevano danneggiato fortemente il centro-sinistra e la sinistra, questa volta hanno giocato a danno dello schieramento che è al governo. Il primo fattore da analizzare è, dunque, la crisi politica di questo schieramento.
Tab. 1
Risultati delle elezioni provinciali 25-26 maggio 2003.
percentuali e voti assoluti
|
| Liste |
provinciali 2003 |
politiche 2001 |
provinciali precedenti |
provinciali 2003 |
politiche 2001 |
provinciali precedenti |
|
| Democratici di sinistra |
16,6 |
14,0 |
17,8 |
701.652 |
827.979 |
794,746 |
| La Margherita |
9,7 |
16,2 |
|
408.452 |
956.141 |
|
| Comunisti italiani |
2,1 |
1,2 |
1,4 |
86.801 |
72.587 |
60.417 |
| Il Girasole |
|
1,8 |
|
106,589 |
|
|
| Lista Di Pietro |
1,4 |
3,4 |
|
58.897 |
201.003 |
|
|
| Lista Dini e Altri |
|
|
3,4 |
|
|
149.624 |
| Ppi (Pop) |
|
|
8,3 |
|
|
371.392 |
| Rifondazione comunista |
4,2 |
4,4 |
5,4 |
178.501 |
259.428 |
240.783 |
| | Sdi |
2,7 |
|
4,1 |
114.961 |
|
181.330 |
| Sdi-Altri |
0,1 |
|
|
5.258 |
|
|
| Udeur |
3.3 |
|
|
138.109 |
|
|
| Udeur-Di Pietro-Altri |
0,0 |
|
|
2.065 |
|
|
| Verdi |
1,9 |
|
2,3 |
81.075 |
|
100.678 |
| Verdi-Altri |
|
|
0,7 |
|
|
29.542 |
| Altri di centro-sinistra |
2,9 |
0,0 |
3,2 |
120.841 |
275 |
143.769 |
| Forza Italia |
15,9 |
30,0 |
13,7 |
670.224 |
|
608.451 |
| Alleanza nazionale |
13,3 |
15,9 |
17,6 |
559.809 |
938.890 |
783.505 |
| Casa delle libertà |
0,2 |
|
|
6.761 |
|
|
| Ccd |
|
|
4,9 |
|
|
219.137 |
| Ccd-Cdu |
|
4,6 |
|
|
269.234 |
|
| Cdu |
|
|
3,1 |
|
|
139.570 |
| Cdu-Altri |
|
|
2.6 |
|
|
116.788 |
| Democrazia europea |
|
4,3 |
|
|
254.335 |
|
| Fiamma tricolore |
0,7 |
0,4 |
0,9 |
28.806 |
23.448 |
38.968 |
| Fi-Ccd |
|
|
0,3 |
|
|
11.596 |
| Fi-Ccd-An |
|
|
0,5 |
|
|
24.332 |
| Lega Nord |
0,0 |
0,1 |
0,0 |
1.301 |
4.453 |
2.042 |
| Nuovo Psi |
2,4 |
1,2 |
0,9 |
99.862 |
70.668 |
39.540 |
| Udc |
12,0 |
|
|
506.024 |
|
|
| Altri di centro-destra |
9,6 |
0,2 |
6,4 |
406.998 |
12.480 |
286.633 |
| Pannella-Bonino |
|
1,9 |
|
|
109.798 |
|
| Altri |
1,2 |
0,4 |
2,6 |
48.752 |
21.011 |
|
| Totale |
|
|
|
|
| Riepilogo per coalizioni |
|
| Italia |
| Centro-sinistra + Rc |
44,9 |
41,1 |
46,5 |
|
|
|
| Centro-destra |
54,0 |
56,7 |
50,9 |
|
|
|
| Altri |
1.2 |
2..2 |
2.6 |
48.752 |
130.809 |
114.031 |
|
| Italia esclusa Sicilia |
| Centro-sinistra + Rc |
54.4 |
47.0 |
50.1 |
|
|
|
| Centro-destra |
44.5 |
51,0 |
45.5 |
947.802 |
|
|
|
| Solo Sicilia |
| Centro-sinistra + Rc |
35,3 |
34,0 |
42,7 |
739.326 |
907.977 |
935.693 |
| Centro-destra |
63,5 |
63,5 |
56,5 |
|
|
|
| Altri |
1,2 |
2,5 |
0,7 |
25.334 |
63.737 |
16.205 |
|
| Fonte: Ufficio elettorale dei Democratici di sinistra |
|
Tab. 2
Elezioni regionali 2003
Friuli Venezia Giulia %
|
| Liste |
reg. 2003 |
pol. 2001 |
reg. 1998 |
|
| Democratici di sinistra |
16,6 |
9,0 |
15,3 |
| La Margherita |
14,8 |
21,8 |
|
| Comunisti Italiani |
1,5 |
1,7 |
|
| Verdi |
1,4 |
|
4,9 |
| Lista Di Pietro |
1,5 |
4,1 |
|
| Pensionati |
1,1 |
|
|
| Popolari-Udeur |
0,7 |
|
|
| Civica Illy |
7,5 |
|
|
|
| Totale centro-sinistra |
45,1 |
36,6 |
|
| Rifondazione comunista |
5,0 |
4,5 |
6,7 |
| Centro-sinistra + Rc |
50,1 |
41,1 |
|
|
| Alleanza nazionale |
11,6 |
12,6 |
13,3 |
| Lega Nord |
9,3 |
8,2 |
17,3 |
| Udc |
4,3 |
4,5 |
|
| Forza Italia |
21,6 |
28,1 |
20,6 |
| Libertà e Autonomia |
2,8 |
|
|
| Totale centro-destra |
49,6 |
53,4 |
|
| Altri |
|
5.5 |
21,9 |
|
| Fonte: Ufficio elettorale dei Democratici di sinistra |
|
3. L'indagine non può non partire dal rovesciamento del ruolo del presidente del Consiglio rispetto alla maggioranza di cui è a capo. Per tutto il periodo in cui il Polo era all'opposizione la personalità di Berlusconi, il suo rapporto con l'opinione pubblica, la leadership da lui esercitata erano state il `fattore aggiunto', che aveva favorito la ripresa del centro-destra e ne aveva assicurato la coesione e il successo. Questa situazione oggi è rovesciata. L'estrema personalizzazione dell'iniziativa del presidente del Consiglio, la palese subordinazione (soprattutto in materia di giustizia) delle scelte politiche agli interessi individuali e di gruppo, l'arroganza nella gestione della cosa pubblica, sono diventati fattori di logoramento della maggioranza: determinando disagio in alcuni partiti (in modo esplicito nell'area centrista ex-democristiana, in modo più soffocato in Alleanza nazionale), ma soprattutto suscitando imbarazzo e riserve in non pochi settori dell'opinionepubblica.
Ma i limiti intrinseci della leadership di Berlusconi non avrebbero aperto la strada a così marcate divisioni all'interno della maggioranza senza l'accentuarsi della crisi strutturale nell'economia italiana e in tutto l'Occidente. L'elemento di coagulo, che aveva consentito di trasformare in un unico blocco uno schieramento di centro-destra in cui erano potenzialmente presenti spinte divaricanti sia istituzionali sia economiche e sociali, era stata infatti la fiducia (in verità acritica) che l'adozione consequenziale delle ricette fornite dall'ideologia liberista avrebbe favorito una messa in movimento della realtà economica italiana tale da dare soddisfazione ad attese e domande largamente presenti, anche se non facilmente conciliabili. Da qui la credibilità che aveva avuto una campagna elettorale intessuta di lusinghe e di promesse. Il ristagno economico, le difficoltà della costruzione europea, le contraddizioni internazionali hanno rapidamente bruciato queste prospettive.
L'elemento di coesione è così venuto meno e sono prevalse, fra le varie componenti della maggioranza governativa, le spinte centrifughe che hanno determinato le divisioni e i contrasti, in qualche caso le lacerazioni che alla fine sono state duramente pagate - come in Friuli - anche sul piano elettorale. Non a caso è la linea estremizzante personificata dal duo Bossi-Tremonti e sostenuta anche da Berlusconi che è oggi sotto accusa, nella verifica richiesta da più parti all'interno della maggioranza. E anche per Forza Italia si pone il problema se un partito che ha le massime responsabilità nella conduzione del governo possa semplicemente identificarsi con la persona (e gli interessi) del presidente del Consiglio, senza contare su una propria autonoma consistenza strutturale e di prospettiva.
4. L'indignazione contro il comportamento di Berlusconi - in particolare la sua pretesa di impunità rispetto alle inchieste della magistratura, l'arroganza nel negare l'evidenza del conflitto di interessi, la volontà di controllare gli strumenti di informazione, i non velati propositi di modificare la Costituzione in modo da rafforzare i poteri di chi ha un ruolo di governo - ha infatti rappresentato, nel ciclo elettorale di primavera, il `valore aggiunto' che in tante situazioni ha dato la vittoria al centro-sinistra e ai suoi candidati.
Che questo sentimento di protesta e di indignazione si sia tradotto essenzialmente in un incremento di voti per i Democratici di sinistra - il solo partito che avanza abbastanza uniformemente in tutto il paese e in tutti e tre i tipi di consultazione elettorale non può tutto sommato sorprendere. Il voto per i Ds è apparso infatti come il classico `voto utile', per dare espressione a una protesta e richiedere un cambiamento. Ciò sia perché questo partito resta l'asse di una possibile alternativa di governo sia perché nonostante la decadenza anche organizzativa esso ha conservato una certa presenza articolata nel paese. Ma anche perché con l'attuale segreteria - pur restando nel solco di una linea moderata, che si colloca in continuità con quella tutt'altro che entusiasmante dell'esperienza di governo fra il 1996 e il 2001 - ha saputo assumere una posizione che, anche grazie alla dialettica interna fra maggioranza e minoranza, è apparsa una parziale apertura, su vari temi nei confronti dei movimenti che nel corso dell'anno passato hanno scosso il paese.
Si può perciò considerare corretto quello che molti osservatori hanno rilevato: ossia che la sconfitta del centro-destra è stata anche il frutto della `stagione dei movimenti'. Una spinta per un voto che significasse prima di tutto un `no a Berlusconi' è infatti venuta non soltanto dai `girotondi', particolarmente sensibili alle questioni in cui più direttamente è coinvolta la persona del presidente del Consiglio, come gli attacchi alla magistratura, il conflitto d'interessi, le minacce per la Costituzione. Un atteggiamento analogo è stato assunto anche da gran parte dei movimenti per la pace; e persino in certi settori del movimento `new-global', se non altro per garantire più spazio alla libertà di pensiero e di manifestazione, ha fatto presa il richiamo del `voto utile'.
Anche sotto questo aspetto le elezioni di maggio e di giugno hanno dunque avuto un significato politico. L'ondata dei movimenti - proprio nel momento in cui essi, finita la guerra in Iraq, si andavano sedimentando - si è fatta indubbiamente sentire. Ma non nel senso di avvantaggiare, come molti prevedevano, la sinistra più radicale. Bensì confermando (anche per il vuoto che è rimasto fra le cosiddette `due sinistre') la centralità, nel centro-sinistra, di una linea di riformismo moderato che rimane per molti versi subalterna all'ideologia e alla politica liberista.
È sintomatico, del resto, che la stagione dei grandi scioperi e delle grandi manifestazioni si sia conclusa col rientro di Sergio Cofferati - cui tanta parte del movimento aveva guardato come al possibile leader di una sinistra più avanzata - nell'alveo di un riformismo assai riduttivo.
5. Al successo dei Democratici di sinistra ha corrisposto in modo quasi simbolico l'arretramento della Margherita. Pur avendo presente il fatto che tale arretramento deve considerarsi meno marcato di quel che appare a prima vista (occorre infatti tener conto dei voti dell'Udeur di Clemente Mastella - 3,3 per cento nelle provinciali -, che ha preferito presentarsi con liste separate, nonché di molte liste locali), è chiaro che questo voto scioglie in modo limpido, a favore dei Ds, la questione del primato nel centro-sinistra.
Le ragioni dell'insuccesso della Margherita, molto verosimilmente, stanno all'opposto di quelle che hanno determinato l'avanzamento dei Ds. Hanno pesato negativamente la scarsa consistenza organizzativa; la molteplicità di culture politiche fra loro non ben amalgamate; il personalismo dei leader; la debolezza dell'immagine culturale e politica. Ma rispetto ai Ds hanno soprattutto pesato in negativo l'ancor maggiore incertezza e, a volte, l'ostilità sulle questioni poste dai grandi movimenti di massa: in particolare nella critica rivolta al governo per le responsabilità da esso assunte, a fianco di Bush, nella guerra in Iraq.
Quanto alle formazioni minori della coalizione di centro-sinistra, merita di essere rilevato, pur nella modestia delle cifre, l'incremento del Partito dei comunisti italiani che nelle 12 Province interessate al voto del 25 maggio avanza, rispetto al 2001, dall'1,2 al 2,1 per cento ed è il solo che guadagna posizioni anche per quel che riguarda il numero dei voti. Si tratta, in questo caso, non solo della scelta del `voto utile', ma di un voto utile che esprime chiaramente la domanda di una politica più orientata a sinistra. È un dato che richiama l'attenzione, tanto più se posto a confronto col fatto che in queste stesse Province Rifondazione comunista - pur alleata con l'Ulivo - arretra leggermente, passando dal 4,4 per cento del 2001 al 4,2 di questa tornata elettorale.
6. È appunto sul risultato di Rifondazione comunista che è doverosa una riflessione più approfondita. Quasi ovunque Rifondazione si è presentata, in queste elezioni, come alleata degli altri partiti dell'Ulivo: sulla base, indubbiamente, di una scelta politica e programmatica, sia pure facilitata dal meccanismo elettorale - differente dal maggioritario a turno unico delle politiche -, che è in vigore per i Comuni, le Province, le Regioni. Il valore determinante di questa scelta è stato da tutti riconosciuto: quasi ovunque i voti di Rifondazione sono stati infatti decisivi (a partire da due casi politicamente più rilevanti: le provinciali di Roma e le regionali del Friuli Venezia Giulia) per il successo del candidato della coalizione. Su queste basi si è da tutti riconosciuta la necessità di preparare per le future elezioni politiche - oltre che per la tornata intermedia del voto amministrativo, regionale ed europeo - un'alleanza che sia comprensiva dell'intera sinistra e di cui faccia dunque parte, oltre all'Italia dei valori di Di Pietro, proprio Rifondazione comunista.
In rapporto a questo largo riconoscimento del valore politico della scelta di Rifondazione, è naturale interrogarsi sulle ragioni per le quali questo partito è però rimasto praticamente al livello elettorale delle politiche del 2001 (o lo ha superato solo di pochissimo) e non ha tratto vantaggio dal fatto di essere stato l'unico partito a schierarsi apertamente e da tempo per il referendum sull'Art. 18, nonché a impegnarsi senza riserve nel `movimento dei movimenti'. Non è per lo meno contraddittorio che l'onda di una grande stagione di lotte civili e sociali molto radicalizzate, abbia premiato assai più la sinistra moderata - rappresentata dai Ds - piuttosto che quella radicale, che si riconosce in Rifondazione?
In risposta a questo interrogativo, credo che sia bene sgombrare subito il campo da una falsa risposta (che serpeggia nell'estrema sinistra di Rifondazione), ossia che proprio l'alleanza con l'Ulivo avrebbe tarpato le ali alla possibilità di tradurre in risultati elettorali la spinta dei movimenti. In realtà le cifre sono sin troppo chiare: là dove Rifondazione si è presentata isolatamente e in contrapposizione al candidato dell'Ulivo, ha generalmente subito un duro colpo, come nel caso di Udine o in quello di Brescia, dove per esempio ha più che dimezzato la sua forza, scendendo dal 5,1 per cento di due anni fa al 2,4 del 25 maggio. Invece il `voto utile' ha pagato anche per Rifondazione, là dove è stato più evidente che il suo peso sarebbe stato determinante: come nelle provinciali di Roma o nelle regionali del Friuli, dove è passata dal 4,5 per cento del 2001 al 5 per cento dell'8 giugno. Un risultato, comunque, assai modesto.
Perché dunque questo ristagno di Rifondazione? Mi paiono legittime, al riguardo, tre considerazioni. In primo luogo continua a pesare su questo partito, in tutta una fascia dell'elettorato di sinistra, la critica - rinfocolata negli ultimi tempi proprio dalle preoccupazioni per l'aggressività della politica di Berlusconi - per le divisioni e le polemiche che nel 2001 sono state una delle cause determinanti della sconfitta. Il ricordo di queste divisioni e contrapposizioni (di cui viene considerato responsabile, per la verità ingiustamente, quasi solo il partito di Bertinotti) ha indotto e induce molti elettori, anche simpatizzanti per la sinistra più radicale, a considerare poco affidabile il voto per tale partito.
In secondo luogo vi è da domandarsi se non vi sia stata, da parte del gruppo dirigente del Prc, una lettura dei movimenti che portava a interpretare come politicamente già matura per un'opzione politica una posizione che era invece motivata da scelte principalmente etico-esistenziali. Scelte che, politicamente, si sono non a caso tradotte nell'indicazione del `no a Berlusconi' ancora prima che in una più definita collocazione politica e partitica.
Infine una terza motivazione, che è forse la più importante. È mancato in tutti questi mesi quello che avrebbe dovuto esser il naturale retroterra della costruzione di un'intesa politica e programmatica per le elezioni amministrative e regionali: ossia lo sviluppo di un confronto, tra Rifondazione e le forze di centro-sinistra, che fosse volto a superare incomprensioni e pregiudiziali, a individuare i possibili obiettivi comuni, a precisare la portata e i limiti di un accordo. Questo confronto - senza il quale ha continuato a pesare sulle intese raggiunte caso per caso il sospetto di un'operazione essenzialmente tattica - si sarebbe potuto certamente sviluppare in modo più proficuo, se avesse preso corpo, nello spazio intermedio tra il Prc e la leadership moderata dei Ds e del centro-sinistra, uno schieramento articolato di gruppi e di forze che desse voce a quella `sinistra senza rappresentanza' di cui più volte si è sottolineata l'esistenza. Questo processo non si è invece sviluppato, per responsabilità che non stanno da una sola parte. Ma che coinvolgono tanto quell'area di sinistra dei Ds, che non è mai giunta a dare maggiore chiarezza e coerenza alla propria posizione; quanto il gruppo dirigente di Rifondazione, che anziché favorire una simile prospettiva è parso considerarla come una concorrenza da evitare. Non sorprende, perciò, che il sospetto del tatticismo sia rimasto vivo: condizionando negativamente anche il risultato di Rifondazione.
Tanto più acutamente si pone perciò il problema - ora - di promuovere quel confronto sostanziale che sinora è mancato: un confronto che consenta di costruire l'intesa (assai più difficile di quella in sede locale, per ovvii motivi) che sarà necessaria per le future elezioni politiche, siano esse a scadenza ordinaria o a scadenza anticipata. Lavorare per promuovere le condizioni di un accordo, che vada oltre la desistenza del 1996 (ma che almeno la renda possibile e non precaria) è nell'interesse di tutte le forze di centro-sinistra e di sinistra. Ma richiede, per pervenire a un risultato valido, un'effettiva disponibilità a mettere in discussione, dall'una e dall'altra parte, la linea sin qui seguita: una disponibilità che non mi è parso di leggere nel dialogo sinora abbozzato fra Bertinotti e D'Alema. La questione non è davvero di poco conto. Si tratta infatti di dar vita a un'alleanza che, per vincere, non solo deve raccogliere quel 4 o 5 per cento dei voti di cui dispone il Prc; ma deve soprattutto guadagnarsi il consenso di quel 23 per cento dell'intero elettorato che ha votato sì al referendum e che dunque non concorda - almeno sulle questioni fondamentali del lavoro - con le posizioni di Fassino o di D'Alema o di Rutelli.
7. Concludo infine con una considerazione di carattere personale, che prende spunto in parte dall'analisi appena svolta circa la leadership della sinistra moderata, in parte dalla divaricazione fra l'esito del voto del 25 maggio e dell'8 giugno e i risultati del referendum del 15 giugno. In un articolo pubblicato qualche tempo fa su questa «rivista» a proposito del bilancio poco lusinghiero dei governi socialdemocratici e riformisti, che negli ultimi anni del Novecento si erano affermati in gran parte dell'Europa occidentale, avevo posto l'interrogativo se fosse pensabile che nei paesi ricchi dell'Occidente potesse ancora affermarsi una sinistra radicale nel senso tradizionalmente dato a questa espressione: ossia una sinistra che metta in discussione la società capitalistica e lotti per realizzare un mondo ispirato a principi di libertà, di solidarietà, di eguaglianza. O se fosse invece inevitabile che in questa parte del modo avesse la meglio una sinistra `da paesi ricchi', anch'essa interessata alla difesa dei privilegi di cui gode l'Occidente e tutt'al più preoccupata di mitigare le conseguenze più gravi delle ingiustizie, dello sfruttamento, della sopraffazione connaturati all'assetto capitalistico.
Pur lasciando aperto il problema, era evidente in quell'articolo che personalmente propendevo per ritenere che, purtroppo, la più realistica fosse la prima ipotesi. Ciò che sta accadendo in Italia e in Europa (ossia il prevalere nella maggioranza delle forze di sinistra di posizioni che, se non si identificano con quelle belliciste di Blair subiscono però nel complesso il condizionamento imposto dalla logica militarista nei rapporti mondiali e dalla perdurante egemonia liberista e monetarista in economia) conferma quella valutazione. Anche la mobilitazione sul tema della guerra e la stagione dei grandi movimenti di massa non hanno sostanzialmente modificato - come hanno dimostrato anche le recenti elezioni - questa linea di tendenza.
Naturalmente questa situazione non deve portare a sottovalutare l'importanza del fatto che - forse - il pendolo torna a spostarsi verso il centro. Tanto più in Italia è evidente che avrebbe in ogni caso grande valore la caduta del regime di destra, lesivo delle libertà sostanziali e dei diritti enunciati dalla Costituzione del '48, la cui modifica è l'ormai dichiarato obiettivo del governo Berlusconi. La critica degli errori, dei cedimenti, dei guasti prodotti dalla sinistra moderata non deve mai portare al tragico abbaglio di perdere di vista i pericoli di un'involuzione radicale a destra. Il caso americano, e le conseguenze nefaste della vittoria di Bush, parlano chiaro.
Rimane però indubbio che la linea sostenuta dai gruppi dirigenti dell'Ulivo (come, del resto, quella di gran parte della socialdemocrazia europea) rimane assai lontana dalle grandi questioni riguardanti l'avvenire del mondo e il rapporto tra il Nord e il Sud del pianeta che sono al centro dell'interesse del movimento `new-global'; e non sa cogliere, se non marginalmente (come dimostrano anche le divisioni sull'Art. 18), la nuova drammatica realtà che in larghi settori del mondo del lavoro è il prodotto, anche nelle metropoli capitalistiche, dell'attacco liberista alle garanzie contrattuali e alle conquiste sociali dell'epoca del Welfare.
È immaginabile una nuova iniziativa di sinistra che - per accennare solo ai temi essenziali - sappia collegare organicamente (e in prospettiva unificare) le nuove contraddizioni che sono maturate anche nell'Occidente, le questioni fondamentali che stanno alla base della tragedia dei paesi poveri, la carica innovatrice che emerge dalla presa di coscienza della differenza femminile, l'allarme sui temi ambientali e sulla sorte stessa del pianeta? È chiaro che è questa la domanda centrale per il nostro prossimo futuro. Ma è evidente che una simile iniziativa ha bisogno di un supporto di analisi teorica e di un tessuto di proposte politiche, che vada ben oltre i tradizionali fondamenti di una sinistra, di cui registriamo oggi la sconfitta. Chi ha filo da tessere (mi riferisco, ovviamente, a energie più fresche delle mie) è con questi temi che è chiamato a misurarsi.
Il referendum
La valutazione politica complessiva del voto di primavera non può evidentemente prescindere dall'esito negativo del referendum del 15 giugno per l'estensione dell'Art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Un esito che mette in evidenza i limiti sostanziali - di preminente moderatismo - del tendenziale spostamento verso il centro-sinistra registrato nelle elezioni amministrative e regionali; e che al tempo stesso sottolinea la portata del problema, che è aperto a sinistra, di mancata rappresentanza politica di tanta parte del mondo del lavoro.
Che l'insuccesso del referendum rappresenti una sconfitta è fuori discussione. Il referendum non è un sondaggio d'opinione. È uno strumento per modificare la legislazione vigente: il mancato raggiungimento del risultato sperato è, perciò, destinato a ripercuotersi negativamente - se mancherà una reazione forte e incisiva - sulla dialettica politica riguardante le leggi sui rapporti di lavoro. Ossia su un terreno già gravemente compromesso non solo dalla politica di deregulation posta in atto in questi anni: ma da tutti i varchi pericolosamente aperti dalla delega al governo per il varo di una nuova disciplina su questa materia approvata dal Parlamento (quasi nella disattenzione generale, si deve purtroppo dire) proprio alla vigilia del 15 giugno.
È perciò necessario che prendano attiva coscienza della loro parte di responsabilità tutti coloro che avrebbero potuto contribuire a evitare questo esito negativo e che sono invece mancati alla prova. Questa «rivista» ha insistito ripetutamente negli ultimi mesi (ma con scarsi risultati, dobbiamo dire, e per questo ci sentiamo anche noi colpevoli) nel sollecitare un diverso comportamento da parte di tutti i soggetti della sinistra e del centro-sinistra. Abbiamo chiesto che i promotori del referendum si impegnassero tutti più attivamente e senza gelosie di bandiera - prima e dopo la raccolta delle firme - per valutare l'effettiva possibilità di costruire uno schieramento ampio e articolato, necessario per vincere e innanzitutto per il raggiungimento del quorum: perché coloro che inizialmente dubitavano dell'opportunità dell'iniziativa, ma condividevano il quesito in quanto rivendicazione di un valore di libertà, si esprimessero esplicitamente e operosamente per il sì; perché l'intero centro-sinistra, quali che fossero le sue riserve, evitasse però di confondere nel voto le sue posizioni con quelle di Berlusconi e della destra. È bene che tutti si sentano coinvolti da quel che è avvenuto, perché tutti debbono contribuire a far crescere un'intesa politica e programmatica su un tema di tanta importanza.
Qui sta l'altro aspetto di ciò che il voto del referendum ha posto in evidenza. Quasi undici milioni di sì, cioè oltre il 23 per cento dell'elettorato - una percentuale pressoché pari a quella che in America ha eletto Bush alla Presidenza - sono tanti: corrispondono, come ha scritto l'Istituto Cattaneo, ai due terzi degli elettori che nel 2001 hanno votato, complessivamente, per l'Ulivo e per Rifondazione, sono pari ai voti dell'insieme dei partiti di sinistra, dai Ds a Rc, in molte realtà locali (per esempio a Roma in diversi quartieri popolari) hanno superato il numero di coloro che poche settimane prima si erano espressi per il candidato comune del centro-sinistra e della sinistra. Un esame analitico della partecipazione al voto conferma che la quota dei sì è sensibilmente più alta nelle zone tradizionalmente rosse. Per esempio, mentre in una Provincia di grande vivacità sindacale come Brescia c'è una delle percentuali più basse del Nord (il 22,2%, addirittura meno della media meridionale) si tocca il 32,9% in Toscana, il 30,8% in Emilia, il 28,3% in Umbria e persino a Roma si giunge al 29,1%. Questi dati confermano che c'è in Italia, a sinistra, una larga quota dell'elettorato (per lo più, verosimilmente, di provenienza comunista) che è senza piena e adeguata rappresentanza politica.
Qui sta il problema politico fondamentale che si pone per le prossime elezioni. Certo, per battere Berlusconi, occorre un'intesa che sappia sommare i voti dell'Ulivo, di Rifondazione, di Di Pietro, insomma dell'intera sinistra. Ma per costruire una vera maggioranza, solida, coerente, non precaria, sono soprattutto necessari un programma e una prospettiva che sappiano conquistare l'adesione convinta (e non solo un voto di necessità) di quei quasi 11 milioni di donne e di uomini che hanno votato per il sì. Viste le premesse non sarà davvero un'impresa facile.
Roma,17giugno2003
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