numero  45  dicembre 2003 Sommario

Il forum di Parigi

L'EUROPA DAL BASSO
Mario Agostinelli  

«Non è stato facile prendere l'eredità dell'immenso successo di Firenze.» Con queste parole Michel Rousseau, segretario di Euromarches-marches europeennes e uno degli organizzatori del Forum sociale europeo 2003 di Parigi, inizia la sua lettera di ringraziamento e di compiacimento indirizzata a quanti hanno dato vita alla cinque giorni di Paris-St. Denis-Bobigny-Ivry dei movimenti sociali dell'Europa. C'è tutta la soggezione per la sorpresa magnifica, quasi impossibile da ripetere, con cui si era usciti dai dibattiti della Fortezza da Basso e si era riconsegnata Firenze alla pace con un fiume di centinaia di migliaia di persone, dopo averla liberata dalla paura e dall'ira animosa e ridicola delle Fallaci, degli Zeffirelli, dei Berlusconi. E c'è una parte anche del rammarico con cui, a distanza di un anno - quasi un secolo di questi tempi! - si registrano le sfasature tra movimento e politica, tra società e istituzioni, tra aspirazioni mature al cambiamento e la violenza oscurantista del terrorismo e della guerra. Uno stare in campo fiducioso della democrazia mentre i poteri convergono sulla visione unilaterale di una élite mondiale che non cerca il consenso.
A mio avviso non si sta rendendo giustizia a ciò che questo movimento duraturo, in grado di emergere a ogni appuntamento significativo, radicato in forme sconosciute alle esperienze che l'hanno preceduto, costituisce per la ricostruzione di uno spazio pubblico in cui la rappresentanza, la democrazia e i diritti valgano in sé e non come appendici residuali del mercato, che ha preso in mano le sorti e traccia una rovinosa direzione di marcia per il pianeta. A dire il vero, questo è il movimento che prende atto dei guasti e dei fallimenti del neo-liberismo e con la radicalità suggerita dal realismo si rifiuta di agire solo a valle, negli spazi ritagliati dal capitalismo compassionevole o dalle guerre umanitarie, ormai diventati tout court corporativismo populista e guerra infinita e preventiva.
Penso che in Italia, in particolare, l'urgenza drammatica del caso Berlusconi contribuisca ad assumere solo in chiave tattica le novità sul fronte sociale e a far dimenticare che non si vince a sinistra solo per accorte manovre degli stati maggiori. Basterebbe riflettere sul fatto che il più alto grado di unità e di alterità al governo è proprio venuto in questi ultimi anni attorno a contenuti - pace, partecipazione, diritti del lavoro, beni pubblici, libertà di informazione, uguaglianza di fronte alla giustizia -, che sono stati al centro delle iniziative più vaste e partecipate degli ultimi trent'anni, ma su cui il centro-sinistra continua a glissare. Così l'intera nostra stampa, con la sola eccezione di «Liberazione» ed, in parte, del «Manifesto», non ha dato risalto alcuno agli eventi parigini, al contrario della stampa d'Oltralpe o di quella spagnola e tedesca, che dedicavano intere pagine alla riflessione e non solo alla cronaca. Sembrerà un paradosso, ma Fassino, che l'anno scorso dichiarava poco felicemente di non aver preso parte alla manifestazione fiorentina «per non metterci il cappello», quest'anno ha convocato senza esitazioni l'Assemblea congressuale dei Ds per la lista unica alle europee proprio in concomitanza con il più grande appuntamento di massa del continente.
D'altra parte gli stessi intellettuali italiani sono rimasti alla finestra e non solo per quella sottile pretesa di autosufficienza culturale, che anima un poco gli organizzatori francesi… Certo, l'organizzazione decentrata, nelle tre banlieuses separate da ore di collegamenti metropolitani, ha nuociuto all'unitarietà delle presenze e alla comunicazione tra i 53.000 iscritti, distribuiti su 55 plenarie, 250 seminari, un centinaio di laboratori, assistiti da 2000 volontari e 1200 interpreti. Certo, la maggiore disponibilità verso la manifestazione dello stesso governo francese ha caricato di minore tensione i lavori del Forum e ne ha quindi ridotto l'impatto esclusivamente conflittuale, che piace così tanto alla rappresentazione mediatica che da noi va per la maggiore. Certo, il movimento francese esprime un pluralismo meno ampio di quello italiano, una maggiore rigidità culturale, una presenza meno militante delle ispirazioni religiose che si contaminano con le formazioni laiche, un raccordo più incerto con il movimento sindacale. Certo, bisognerà riflettere sulla opportunità di appuntamenti talmente vasti da annacquare la caratteristica forse più proficua del `movimento dei movimenti', che è quella di mettere in comunicazione e relazione temi, esperienze e appartenenze anche distanti, ma riconducibili alla potentissima categoria del contrasto alla guerra e al liberismo. E in futuro potrebbe essere utile organizzare approfondimenti tematici lasciando ai forum territoriali continentali o subcontinentali il ruolo insostituibile di `fiera', di incontro, di scambio e di autoidentificazione in un progetto comune. Ma tutto questo non spiega la sottovalutazione con cui il dibattito politico-sociale italiano ha attraversato Parigi, quasi non si preoccupasse di prenderne in consegna le conclusioni. Proprio perciò vorrei in queste note riprendere almeno alcune delle novità più rilevanti.
L'Europa dal basso «Il potere costituente sta nelle mani e nella volontà dei cittadini europei, ma in questo momento si sta elaborando un progetto di Costituzione europea al di fuori della società civile: questo progetto non risponde alle nostre aspirazioni; noi lottiamo per un'altra Europa.» Affermazioni molto impegnative, che sono contenute nel documento dell'Assemblea finale del 16 novembre e che dovrebbero per lo meno trovare qualche eco nel dibattito, che segue le riunioni affannose e le polemiche tra i governi della Conferenza intergovernativa della Ue (Cig) sotto la presidenza di Berlusconi. In effetti, le critiche mosse dal Forum sociale europeo (Fse) sono state riprese da Fitoussi, da Lazar, da Habermas, da Derrida e perfino, indirettamente, da Dahrendorff, ma l'attenzione puntigliosa che le assemblee hanno dedicato ai contenuti della futura Costituzione non si è affatto tradotta in lotta politica al tavolo delle forze e delle idee che hanno trovato convergenza sulla Convenzione e che stancamente dibattono lontano ormai da un'Europa federale e di democrazia sociale.
È estremamente significativo come anche organizzazioni moderate e interne a una dimensione tutta istituzionale, come il Movimento federalista europeo, si siano invece rivolte direttamente ai partecipanti di Parigi con un appello per convocare una convenzione costituente a sovranità popolare, in piena consonanza di contenuti e a testimonianza di una avvenuta contaminazione: «un'Europa di pace che ripudia la guerra, una cittadinanza cosmopolita legata alla residenza, un'Europa sociale e dei diritti». È un segno di vitalità che il Fse colga l'orizzonte continentale come contenitore spazio-temporale di rivendicazioni fino ad ora perseguite in ambito nazionale, e d'altra parte in via di smantellamento su scala globale. Corrisponde a un salto di qualità dell'iniziativa e a una testimonianza di lucidità, dal momento che la costruzione europea è un passaggio di civiltà prodotto dalle generazioni precedenti - e in particolare da quella antifascista, che aveva individuato nel lavoro e nel ripudio della guerra i tratti fondanti del patto sociale per il futuro.
Non è per caso che `bella ciao' è diventata `la' canzone delle ragazze e dei ragazzi del movimento. A Parigi, assai più che a Firenze - e non poteva che essere così dal momento che si sta materializzando una costituzione octroyée, a dispetto di un protagonismo sociale tutt'altro che sopito - si è identificato un percorso di collegamento tra lotte e campagne di massa e caratteri di nuova civiltà di una costruzione dell'Europa che si misura con la globalizzazione. Non propaganda, né un discorso generico sui valori dell'Occidente, né l'equivoco di una terza via, ma la praticabilità della pace `senza se e senza ma' di fronte alla dimensione nuova della guerra, dello ius soli di fronte alla limitazione della cittadinanza ai soli nativi, del diritto al lavoro e della piena occupazione di fronte alla precarietà strutturale e al ridimensionamento in atto della tradizione giuslavorista.
Va detto che l'apporto francese e tedesco alla discussione ha portato in luce il legame diretto tra servizi pubblici e universalità del Welfare; ha fatto emergere la separazione tra crescita economica e valorizzazione della natura; ha fatto assumere la diversità culturale come dimensione della stessa libertà di informazione e del diritto alla comunicazione. Sono temi che erano restati in ombra nella discussione precedente e che ora troveranno collocazione nell'elaborazione del Forum europeo per la democrazia costituzionale. In definitiva, rispetto alla Convenzione europea e ai lavori della Cig, a Parigi è andata in porto una duplice operazione: quella di disvelare i tratti di dottrina liberista assunti in un progetto di Costituzione tenuto finora gelosamente al riparo da un dibattito pubblico e quella di denunciare la stabilizzazione di un governo sovranazionale degli esecutivi, che interrompe il circuito della rappresentanza e della sovranità popolare, riconosciuto dalle Costituzioni dei singoli paesi dell'Unione. Con queste convinzioni e con la messa a disposizione dell'elaborazione dei tavoli tematici e delle campagne in corso, si è, di fatto, aperto anche un confronto in piena autonomia tra il movimento e l'insieme delle istituzioni democratiche di ciascun territorio e nazione, che potrebbero a loro volta essere portate a confliggere con il deficit democratico e sociale delle future istituzioni europee. La `giornata di azione per un'altra Europa' decisa per il 9 maggio, data prevista per la ratifica della Costituzione, rappresenta una novità con cui dovrà alla fine fare i conti un testo controverso, deludente e contorto prodotto dalla Convenzione, ma che per l'opinione pubblica sembra finora in discussione solo da destra. Per la preparazione di quella scadenza, il Fse si rivolge in particolare al movimento sindacale europeo, che ha già in parte risposto affermativamente, con il dispiegamento di Fiom e Ig Metall alla testa del corteo del 16 Novembre.
La critica del concetto di crescita Raramente, quanto al Forum parigino, si è assistito a una critica così estesa del concetto di crescita. Occorre dire che, al pari dell'accelerazione verso una dimensione europea, anche su questo aspetto incide un fatto oggettivo, che è costituito nella fattispece dallo sconvolgimento climatico e dall'inquietante canicola dell'estate europea del 2003. Alle parole supponenti e autoconsolatorie di Bush - «la crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema» -, Latouche, Altvater, Ravaioli, Ferrante, Navarro, Stupples, e Diakos hanno cercato risposte nella decrescita e nel rallentamento, con una rottura di non poco conto con la tradizione della stessa sinistra. Si tratta della crisi del concetto quantitativo di `massimizzazione', che ha dominato l'economia classica e il processo di industrializzazione basato sui combustibili fossili fino alla sua estremizzazione liberista, confermata quando i conflitti con l'ambiente e con la società ne esigevano invece il superamento.
L'economia tradizionale non tiene in alcun conto il fatto che materia ed energia entrano nel ciclo economico produttivo per uscirne degradati e con minor valore: si è così scoperto che l'aumento della produttività del lavoro a scapito della produttività della natura è connaturato al modo di produzione capitalistico e al sistema d'impresa, ma non crea solo guasti nell'immediato sul piano sociale, bensì si rivela una scelta insostenibile nel lungo periodo. Essendo inevitabile in termini fisici la decrescita della produzione con il passare del tempo, occorre orientarsi a produrre valore con meno materia, con meno energia, con maggiore lentezza, aumentando l'efficienza assai più che la produttività dei processi. Si tratta di un mutamento enorme a livello delle politiche industriali, dell'estensione dell'economia sociale, della riappropriazione del proprio tempo e di una riconsiderazione della riduzione dell'orario di lavoro, della definizione dei beni comuni come l'acqua e l'energia, da sottrarre alla commercializzazione e alla privatizzazione.
Occorre convincersi che la produzione di qualsiasi bene o servizio, in termini di consumo di materia e di degrado dell'energia, comporta un'opportunità in meno per gli esseri viventi che verranno dopo di noi. Si tratta di un'estensione intergenerazionale del concetto di solidarietà, a cui la politica che conosciamo non ci ha affatto abituato e che obbliga a uno spostamento del nostro orizzonte temporale. Siamo oggi costretti a rivedere la nostra concezione dello sviluppo, a sentirci parte di un destino comune con quelle risorse e quell'energia che sono in grado di ordinare il mondo vivente, ma solo a costi sopportabili, limitandone il degrado e consentendone la ricostruzione della base rinnovabile. A fronte del progressivo esaurirsi delle fonti fossili occorrerà sempre di più mettere in fase i tempi della produzione e del consumo a quelli del flusso solare e dei grandi cicli naturali, come quello dell'acqua: elemento vitale per eccellenza. È in questa consapevolezza ancora abbozzata che si è sviluppato nel Forum mondiale prima, e ora anche in quello europeo, un dibattito sull'economia del tutto irrituale e una riflessione sulla `bioeconomia', una disciplina che ha incontrato solo sporadica attenzione negli ambienti scientifici e universitari del mondo occidentale.
La riprova di uno sforzo a tutto campo viene dal progetto varato a St. Denis di un contratto mondiale per la conservazione e la qualità dell'energia, in analogia con il contratto mondiale per l'acqua. La follia della guerra e della corsa agli armamenti ha così trovato una conferma, anche come crimine energetico-ambientale e come atto distruttivo, che sottrae risorse anche alle generazioni future.
La presenza delle donne Gli attenti bilanciamenti degli organizzatori del Forum prevedevano come condizione del pluralismo anche una corretta rappresentanza dei rapporti di genere. A ogni presidenza e a ogni gruppo di relatori spettava un puntiglioso rispetto di equilibri riconosciuti e concordati. Ma questa utile formalità è stata, in effetti, travolta da un protagonismo assai significativo delle donne durante tutta la manifestazione e dal peso assunto dalla manifestazione di avvio del Forum: una assemblea per i diritti delle donne tenuta a Bobigny il 12 Novembre. Più di 5000 delegate provenienti da 44 paesi hanno riempito una sala stracolma e hanno discusso in cinque gruppi dal titolo estremamente indicativo della prospettiva di uguaglianza, con cui è stata posta la questione di genere: donne e guerra, donne e violenza, diritto al lavoro, donne e migranti, donne e potere. Oltre all'inaspettata affluenza è stata la qualità delle testimonianze e delle proposte che ha dato un carattere all'evento, pesando con il documento finale sull'esito delle altre plenarie. Come contributo dall'Europa alla novità della sessione sul patriarcato che si terrà al Forum mondiale in India, il dominio maschile che attraversa i rapporti sociali e sessuali è stato sì denunciato nelle culture, nelle religioni, nei comportamenti, come discriminazione irrisolta nella società e nella famiglia, ma è stato anche nei fatti riportato alla società europea in evoluzione, alla sottovalutazione della riproduzione, ai nodi dell'emigrazione, all'incontro di culture, all'acutissima prossimità e attualità della questione femminile nel mondo islamico.
Sottraendosi a considerazioni minoritarie, è stato posto il principio dell'uguaglianza tra i sessi come valore dell'identità democratica europea, da riflettere nel testo costituzionale oltre il più debole concetto acquisito di parità. Quando poi nella sala di Bobigny è giunta la notizia della strage di Nassiriya, le donne italiane hanno legato l'emozione e il dolore alla richiesta secca del ritiro delle truppe in Iraq. «Via i signori della guerra, via la guerra dalla storia, via l'Europa dalla guerra», sono le affermazioni del volantino che hanno distribuito davanti all'ambasciata italiana. Molti altri temi, dal lavoro all'informazione, all'immigrazione hanno ricevuto contributi di rilievo, ma queste note non intendono essere esaurienti, quanto evocative della sostanza dietro e dentro l'evento. Concludere una riflessione sulle giornate di Parigi con l'accenno alla presenza femminile corrisponde alla certezza di essere in presenza di una fase di crescita e consolidamento di questo movimento, costretto dalle `nebbie della guerra' a temperarsi nei suoi orientamenti, a cercare la sua identità e il suo profilo più in se stesso che nell'immagine che la potenza dei media gli vorrebbe assegnare.
Il timore che un ceto politico professionale potesse occupare la ribalta della cronaca non ha mai toccato il movimento femminista, che faceva della pratica delle relazioni concrete il punto di verità sulla propria crescita e il proprio potere. Questo timore non deve sfiorare nemmeno noi, dato che fa ancora differenza per la gente comune partecipare solo ai momenti elettorali o essere invece soggetto di proposte e di processi democratici effettivi, con cui si realizza solidarietà, giustizia, uguaglianza. Il `movimento dei movimenti', per i Francesi `altermondiale', è innanzitutto questo e in tal senso le sue rivendicazioni e la sua diffusione hanno un'autentica dimensione costituente, anche nella prospettiva di rinnovamento della politica, come testimoniano le sue autorappresentazioni: «siamo la stoffa dei sogni», era scritto su uno striscione; «siamo diversi e plurali e questa è la nostra forza», è scritto nel documento finale.


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