numero  47  febbraio 2004 Sommario

Nuova musica per vecchi animali

LA RIVISTA SI DISCUTE
interventi di:
Felice Roberto Pizzuti, Gianni Ferrara, Massimo Serafini, Luigi Ferrajoli, Giuseppe Chiarante, Cesare Salvi, Mario Tronti, Maria Luisa Boccia, Dino Greco, Mario Agostinelli, Giorgio Cremaschi, Pietro Ingrao, Riccardo Bellofiore, Aldo Tortorella, Luciana Castellina, Luigi Cavallaro, Paolo Nerozzi, Alexandre Bilous, Isidoro D. Mortellaro, Emiliano Brancaccio, Sandro Portelli, Alberto Burgio, Tom Benetollo, Perry Anderson, Emir Sader, Rossana Rossanda
 

Nel fascicolo di dicembre abbiamo pubblicato un articolo di Lucio Magri che proponeva il bilancio di un lavoro che dura ormai da quattro anni, e faceva il punto sulla «rivista» in rapporto alle novità intervenute e al quadro in cui ci troviamo a muoverci. Aprendo così una discussione, con l'obiettivo di promuovere una forte innovazione nei contenuti, nella struttura, nella forma editoriale, nel modo di lavorare.
Per dar corso a questo impegno abbiamo promosso un incontro, chiamando a parteciparvi molti collaboratori, per ascoltare il loro giudizio e averne suggerimenti che contribuiscano alle decisioni e stimolino, a loro volta, una riflessione più larga tra i lettori. La discussione che ne è seguita (il primo dicembre scorso) è risultata non soltanto assai interessante - il che non guasta - per l'impegno e la qualità degli interventi, talora esplicitamente ma costruttivamente critici, e per una volontà generale di rinnovare e portare più avanti l'impresa della «rivista», ma soprattutto, a rileggerla tutta insieme, ci è sembrata utile per una riflessione più generale sui problemi attuali della sinistra. Questa è la ragione principale che ci ha convinti a deciderne la pubblicazione integrale in un fascicolo speciale (a 80 pagine). E ci azzardiamo a sperare che i lettori e gli altri collaboratori decidano di continuare con noi una riflessione nelle forme più diverse: lettere o e-mail, assemblee, discussioni collettive, cui non mancheremo di dare pubblicità.
I primi 21 testi, da quello di Felice Roberto Pizzuti a quello di Sandro Portelli, riproducono gli interventi pronunciati durante l'incontro, appena editati dalla redazione. L'intervento di Alberto Burgio, cui i tempi ristretti avevano impedito di parlare nel corso della discussione, è stato inviato successivamente alla «rivista». Perry Anderson, direttore della «New Left Review», Tom Benetollo, Luigi Cavallaro ed Emir Sader, sociologo; direttore del Laboratorio di politiche pubbliche dell'Università statale di Rio de Janeiro; leader del Forum sociale mondiale, ci hanno fatto pervenire i loro contributi scritti prima della riunione. Il testo di Rossana Rossanda era stato inviato ai collaboratori, al momento della convocazione, insieme con lo scritto di Lucio Magri che ha aperto in dicembre la riflessione.


Felice Roberto Pizzuti
Credo che questa iniziativa sia importante e che possa essere un'occasione opportuna per parlare non solo del «manifesto». Ora, quando mi riferisco al «manifesto» penso al quotidiano, alla «rivista», ad «Alias», alla casa editrice, insomma al gruppo, che sento come qualcosa che - come si diceva un tempo - viene da lontano e io spero che continui a lungo il suo cammino. Quest'incontro è un'occasione utile, infatti, per discutere anche della fase in cui si trova oggi la sinistra. Mentre, per altro verso, parlare del «manifesto» non credo sia semplicemente parlare di un quotidiano o di una rivista, ma di un progetto politico-culturale; e oggi il problema all'ordine del giorno, come viene giustamente detto nella Nota di Magri, è quello di un'alleanza riformatrice intelligente per battere il centro-destra.
Tuttavia un'alleanza riformatrice intelligente che sicuramente, almeno in termini di urgenza, è il compito più importante all'ordine del giorno, implica che ci sia in questa alleanza riformatrice la sinistra. Qui cominciano i problemi, perché la sinistra non è oggi un'entità chiara e netta. Sono evidentissimi i problemi di identità politica, di identità culturale, di contenuti, propri della sua ragion d'essere e delle sue funzioni, ma sono altrettanto evidenti i nodi relativi alla sua rappresentanza politica. Infatti, dal momento che stiamo parlando di un'alleanza riformatrice intelligente, è evidente che anche la dimensione della rappresentanza politica è importante.
Credo - e non da oggi - che la sinistra debba organizzarsi, come è detto bene nel contributo di Magri, sia al livello della definizione della propria identità sia sul terreno della rappresentanza politica; e questo perché ci troviamo in una transizione, che è iniziata perlomeno negli anni '70-'80 del secolo scorso e che ha avuto un salto di qualità in coincidenza con uno degli eventi più rilevanti di questo periodo: il crollo dell'Unione Sovietica. Ce ne sono altri di passaggi di valore straordinario: la globalizzazione, un nuovo modo di produrre e di organizzare i sistemi produttivi, l'avvento dell'elettronica, la nascita dei movimenti, nuovi ripensamenti su pace, guerra, terrorismo. Però questa è una transizione che riguarda particolarmente la sinistra, proprio perché tra le tante cose successe una molto grossa è per l'appunto il crollo di un'esperienza: quella del comunismo reale.
Ora, nella sinistra naturalmente ci sono diverse componenti. Sembrerebbe che la componente più moderata della sinistra abbia le idee più chiare: sia sul suo ruolo che sui valori da assumere a riferimento, e anche su come rappresentarsi politicamente. Non voglio mettermi in panni non miei, ma ritengo sbagliate le scelte che la sinistra moderata sta facendo: il progetto di fondersi con forze di centro in un partito dove scomparirebbe ogni riferimento alla sinistra. Comunque credo che il percorso più coerente ai fini di quell'alleanza riformatrice intelligente, che è necessaria, sarebbe stato e sia ancora che le tre grosse componenti politico-culturali che esistono in quest'alleanza - il centro, la sinistra moderata e la sinistra critica - scegliessero intanto di chiarirsi al proprio interno e poi, avendo definito senza ambiguità chi sono, cosa vogliono essere e cosa vogliono fare si federassero per quell'obiettivo principale che è l'alleanza riformatrice intelligente contro il centro-destra.
Tuttavia sembra che la sinistra moderata abbia individuato un altro percorso che, però, a me sembra un po' innaturale. Ma, se in casa altrui si commettono quelli che a me sembrano errori, non credo che noi dobbiamo fare altrettanto in casa nostra, intendendo per casa nostra quella che possiamo chiamare la sinistra più critica. Anche noi, infatti, abbiamo avuto nella fase più recente un problema. Il problema, paradossalmente, è stato il tentativo Cofferati. Ed è un problema nel senso che tutti, credo, o molti, avevamo sperato che quella grande fioritura di nuove iniziative e di movimenti, che ha caratterizzato il 2001 e il 2002, potesse trovare in Sergio Cofferati un quasi naturale punto di approdo. Probabilmente quel progetto di dare vita a una nuova forza della sinistra non è mai stata l'idea di Cofferati, ma gli era soltanto stato attribuito da altri. Sta di fatto che è finito nel nulla. Ritengo che il limite di quel tentativo stesse nel fatto che Cofferati - che peraltro non l'ha mai nascosto - metteva al centro della sua attenzione l'Ulivo, vale a dire un'associazione di forze, una coalizione che spaccava la sinistra. Non solo spaccava la sinistra tra critica e moderata, ma spaccava anche quella critica, perché - come sappiamo - l'Ulivo divide anche all'interno di questa. Era, in ogni caso, un'iniziativa che non ha avuto alcun esito - e oggi la giudichiamo ex post -, e sicuramente non affrontava il problema più rilevante che noi abbiamo davanti.
Senza alcun dubbio, infatti, l'esigenza di ricostituire la sinistra, le sue funzioni, la sua identità politica impone serissimi sforzi di analisi e di autoanalisi. Non c'è bisogno di ripetere nel mio intervento ciò che con molta precisione è scritto nella Nota di Magri e nel contributo di Rossanda. Tuttavia, non v'è dubbio che questa esigenza, se da un lato è favorita dalla presenza di un avversario comune - il governo Berlusconi e il blocco di potere coagulato attorno al governo Berlusconi - per altro verso richiede che la ricerca dei terreni di incontro e dei punti di vista comuni proceda per cerchi concentrici, allargandosi ma partendo da quelli più omogenei. Quindi non è pensabile che si possa fare un'alleanza riformista intelligente, se prima la sinistra non ha fatto i conti al suo interno. Si potrebbe pensare che la sinistra moderata voglia dialogare prima e direttamente con il centro, perché probabilmente ha delle affinità maggiori con il centro che non con la sinistra critica. Oppure si potrebbe ritenere che c'è un tipico atteggiamento cinico, politicista, per cui si valuta che - facendo un grande `partito riformista', di cui si è la sinistra, e avendo alla propria sinistra qualcun altro - in qualche modo si possa essere nella migliore condizione controllare l'intera coalizione. Come ho già detto, ho letto con molto interesse i contributi di Magri e Rossanda perché mi sembrano molto chiari e in particolare, per quanto riguarda gli appunti di Rossanda, condivido molto le analisi e le indicazioni di indispensabile approfondimento che vengono proposte. Devo però dire che ho qualche dubbio su alcune considerazioni più direttamente politiche, che sono da lei prospettate. Ritengo, infatti, che il pessimismo di Rossanda sia del tutto giustificato. Ma credo che le giuste indicazioni sui nodi su cui soffermare il lavoro di analisi che lei suggerisce non possano però che avere una ricaduta in termini di scelte di azione politica, di cui invece nel suo articolo non si intravedono le possibilità. Anzi, si evidenziano molte difficoltà.
Rossanda esemplifica le molte importanti questioni su cui a sinistra c'è un vuoto di comprensione e di analisi. Non è vero - dice - che sappiamo esattamene dove la costruzione del socialismo in Urss ha trovato il suo ostacolo e la sua contraddizione mortale. E questo è un punto fondamentale, non solo per chi a quella esperienza ha creduto fino in fondo, ma anche per chi non ci ha mai creduto nella sinistra. «Non è vero che siamo in grado di avanzare sull'economia e sul lavoro analisi e proposte che vadano oltre le tesi cofferatiane sui diritti. Non è vero che siamo in grado di fare un bilancio della cultura del post-moderno e via proseguendo.» Dunque i ritardi di analisi sono molti, molto significativi e, se non li risolviamo, non andiamo da nessuna parte. Tuttavia - ripeto - l'accordo con queste preoccupazioni non fa venir meno in me la convinzione che sia necessario fare qualcosa a livello politico. Dice Rossanda: «sarebbe un grosso risultato politico se noi chiarissimo queste cose». È vero, sarebbe un importante risultato politico ma non sarebbe un risultato sufficiente quanto basta per evitare il rischio di renderlo inutile. Perché sarebbe inutile o addirittura impossibile se rimanesse privo di una contestuale iniziativa politica, capace di indirizzare la transizione in corso lungo crinali compatibili con la stessa possibilità di compiere e approfondire quelle analisi.
La sinistra deve risolvere, lo dicevo già, sia problemi di identità sia problemi di rappresentanza politica. Nessuna delle due problematiche potrà essere affrontata e accettabilmente risolta se non in un contesto di contemporaneo avanzamento. La rottura del '98, quella del governo Prodi, e l'esperienza del governo di centro-sinistra sono state sicuramente condizionate anche dall'ingenuità e dal cinismo di aver affrontato l'alleanza basandola solo su valutazioni di ordine politico e sul ricatto del pericolo della destra, cioè senza nemmeno iniziare il contemporaneo percorso d'analisi della transizione in corso e del ruolo che in essa spetta alla sinistra.
Ma se oggi proprio la consapevolezza della necessità di questa riflessione portasse a scollegare questo percorso dalle esigenze di affrontare anche i problemi della rappresentanza politica, si rischierebbe di ricreare a breve le condizioni per ricadere nello stesso tipo di rottura nella sinistra e nel centro-sinistra sperimentata nel '98, che non solo ha favorito l'avvento del governo Berlusconi - e non è poco, lo stiamo verificando a nostre spese -, ma ha allontanato la stessa possibilità di elaborazione analitica della sinistra che Rossanda giustamente ritiene di importanza strategica.
Ora «il manifesto» - il quotidiano come la rivista, pur con le differenze connesse alle loro specificità - rappresenta uno strumento utile e necessario sia all'elaborazione analitica della sinistra sia per favorire un percorso che porti alla ricostruzione della sua rappresentanza politica. Allo stesso tempo, io credo che collaborare a questi due compiti sia vitale per «il manifesto», per il «manifesto-quotidiano» e per «la rivista del manifesto». Non v'è dubbio che «il manifesto» abbia una sua rispettabilissima e importantissima storia anche giornalistica, ma non si compra «il manifesto» come si può fare per qualsiasi altro giornale. Se «il manifesto» decide di fare una rivista non può trattarsi solo di una iniziativa culturale, di cui pure c'è grandissimo bisogno. Credo sia vero che negli ultimi anni «il manifesto» - quotidiano e rivista - non abbia dato alla sinistra tutto quello che avrebbe dovuto e potuto. E quando parlo del «manifesto» parlo anche - scusate l'immodestia - di me stesso, per averlo iniziato a leggere come rivista mensile, poi come quotidiano e poi dando qualche contributo.
Comunque non parlo di altri, parlo di noi quando parlo di responsabilità. Aggiungo che si è sentita la mancanza di questo contributo, ma anche che la perseverante esistenza de «il manifesto» è stato un segnale di luce in questi anni bui, un segnale di resistenza. Certo, proprio per questa capacità di resistere che ha avuto, «il manifesto» è anche un patrimonio che non può essere sprecato dietro qualsiasi iniziativa, più o meno credibile. Però oggi siamo in una fase in cui, se iniziative credibili della sinistra critica non maturano, significa che essa - la sinistra - non riesce ad interagire con una fase storica di movimento: e le conseguenze possono essere significative e durature per la sinistra tout court e per l'alleanza riformista intelligente. Credo dunque che anche «il manifesto» abbia le sue responsabilità, noi tutti abbiamo le nostre responsabilità. Non possiamo stare a lungo alla finestra. Questo è il mio punto di vista

Gianni Ferrara
Non posso negare che qualche difficoltà ad intervenire la avverto. È dovuta ad una leggenda metropolitana secondo cui, da qualche anno, si discute intensamente e francamente sul destino di questa «rivista» da parte di quello che mi accade di chiamare il (suo) Presidium (che tale organismo esista è sicuro ed evidente, da chi sia composto è intuibile e va benissimo). Di questa discussione sappiamo poco e non riesco a immaginare quale utilità potrà essere tratta dalla consultazione cui siamo stati cortesemente invitati (e che comunque ci gratifica) in mancanza di notizie più diffuse circa i termini in cui si svolge tale dibattito e sulle ipotesi messe in campo. Presumo che il testo cortesemente inviatoci da Lucio Magri rappresenti la sintesi della discussione finora svoltasi e lo assumo perciò come base per qualche considerazione.
Ho riflettuto un po', compagni del Presidium, su quel che avete prodotto in questi quattro anni. E ho maturato un giudizio che credo sia bene anticipare. Lo faccio con molta forza perché ne sono molto convinto.
La «rivista» ha assolto un compito alto, arduo, e, direi, necessario per la resistenza di una grande cultura politica in una congiuntura storica quanto mai regressiva della civiltà politica. Il compito di alimentare, sostenere, arricchire e riproporre un punto di vista marxista, opponendolo al pensiero unico, al revisionismo becero e a quello più raffinato, alla introiezione della ideologia del capitale che si è rinnovata molto in questo ventennio. Essa si presenta ora come teoria di tutte le libertà (da quella economica, a quella politica, a quella culturale) ricomposta e risoltasi, mascherando le tante antinomie, in un aggregato dottrinale compatto che è provvisto di un'ambizione egemonica assoluta, sia per quanto attiene alla validità dei suoi fondamenti, sia quanto a dimostrazione dell'eccellenza degli effetti derivanti dall'impatto delle sue applicazioni conformative sull'insieme dei rapporti umani. Credo, peraltro, che sia del tutto evidente che detta dottrina si sia enormemente rafforzata con la sconfitta del socialismo reale, sconfitta che le ha consentito di dichiararsi come definitivamente vincente sul pianeta, anche a causa della capitolazione, tacita o dichiarata, della cultura politica dei partiti raccolti nella introvabile Internazionale socialista. Non credo che aver adempiuto alla funzione di opporsi e di replicare al pensiero unico sia un merito dappoco della «rivista». È grande e va riconosciuto.
Tributato doverosamente quanto dovuto e, come dicevo, con profonda convinzione, non mi soffermerò, per non sottrarre tempo agli altri, sulle singole parti dell'introduzione di Magri, che pur richiederebbe una discussione puntuale e a quello che considero il gruppo dirigente dell'accolta, tesa e pensosa, che siamo stati chiamati oggi a comporre, muoverò alcuni rilievi. Servono come replica, sommessa ma franca, ad alcune delle affermazioni contenute nell'introduzione.
Il primo rilievo è che nell'impostazione della «rivista» - vi si riflette ovviamente la definita personalità del Direttore ma non solo - si riscontra un vecchio, anche se nobile, vizio, se non nella valutazione e nel giudizio sulla fase e sugli esiti che ne dovrebbero scaturire, certamente nella previsione e nell'attesa di quanto dovrebbe emergere almeno come embrione dell'elemento soggettivo, il vizio dell'impazienza del rivoluzionario. Non vi offenderete, spero. È il vizio che rimproverava nientemeno che a Marx un grande marxista italiano, Lelio Basso (che, a cento anni dalla nascita, proprio nei prossimi mesi, sarà ricordato, per fortuna, anche da Rossana Rossanda, l'unica tra i relatori ufficiali che sicuramente riaffermerà la derivazione marxista del contributo teorico di Basso alla causa del movimento operaio). Controllato, nascosto, non sempre consapevole, ma sempre ricorrente, quel vizio c'è.
L'altro è il figlio prediletto della ragione analitica che alimentate per soddisfare la vostra ansia predittiva. Lo chiamerei `massimalismo deduttivo', perché fiduciosissimo della forza poìetica dell'esame ineccepibile della situazione oggettiva, ricostruita meticolosamente in tutte le sue componenti, come di per sé produttiva delle condizioni soggettive e degli effetti immancabili che deriverebbero dalla presenza contemporanea di questi due fattori.
Se il primo dei vizi ha inficiato lo sforzo previsionale dell'arco dello sviluppo storico rivelatosi più lungo, tanto più lungo, ahimè, dell'auspicio che possiamo consentire alla nostra attesa e alla nostra capacità di contribuire a qualche esito almeno un po' confortante, il secondo vizio risente della convinzione secondo cui gli eventi sarebbero solo quelli predeterminati dalle inflessibili leggi di movimento della formazione economico-sociale. Ma, in natura, non vi sono solo leggi inflessibili e non vedo perché esse sole dovrebbero dominare le tappe della storia umana. Born ha avuto ragione su Einstein. E così abbiamo appreso che alle leggi causali si aggiungono quelle casuali.
E poiché la storia è un prodotto umano e visto che gli umani non sono certo estranei al mondo della natura, ma ne fanno parte, dobbiamo anche supporre che, talvolta almeno, il naso di Cleopatra può avere una forza determinativa equivalente a quella che deriva da qualcuno dei tre principi della termodinamica. In altre parole, le occasioni storiche da cogliere sono quelle e solo quelle che constatiamo esserci state quando qualcuno le ha colte.
Non credo perciò, compagno Magri, che tu debba flagellarti per quella mancanza di coraggio che la direzione della «rivista» ebbe, a tuo giudizio, quando Pintor scrisse quell'articolo che, peraltro, ricordo di aver pienamente condiviso. Credo pure che il bilancio che tu hai redatto e proposto sia ingiusto, e lo sia per avarizia nel riconoscere i meriti, indubbi a mio parere, della rivista che dirigi.
Mi riferisco ad acquisizioni analitiche di sicura rilevanza teorica che sono sparse nelle pagine dei 45 numeri. Non sono poche, ma ne cito due sole.
Proprio negli articoli che Magri ha scritto tracciando alcune linee ricostruttive del dibattito svoltosi nel Pci negli anni '60 e '70, descrivendo alcune fasi della lotta politica che fu combattuta in quel partito, ho trovato degli obiter dicta che credo meritino grande attenzione, uno specifico e penetrante approfondimento. Sono quelli che ipotizzano particolari cadenze del processo storico della formazione economico-sociale. Sarebbero determinate, queste cadenze, dall'attenuazione del ritmo della linea di sviluppo, come se il corso tumultuoso di questa linea si allentasse, estendendosi spazialmente e dispiegandosi temporalmente in modo da dar luogo a stadi. Dico stadi e non fasi per sottolineare la stabilità, relativa, ovviamente, ma molto protratta di situazioni politiche sociali ed economiche non brevi del `lungo periodo'. Riflettere su questa ipotesi per la teoria comunista sarebbe già una ragione sufficiente per una «rivista».
Potrebbe, questa riflessione, lasciare intravedere la possibilità dell'esaurimento del percorso progressivo del modo di produzione capitalistico, di una stagnazione lunga ma non recessiva, con conseguente attenuazione, per assuefazione o per dispersione, della carica antagonista del soggetto storico che gli si oppone. Potrebbe questa riflessione far anche supporre la possibilità che l'estensione spaziale, specie se pervasiva, dell'economia capitalistica raggiunga la soglia della sua assoluta incompatibilità con le esigenze della sopravvivenza del pianeta e della maggior parte dei suoi abitanti, senza però che l'alternativa salvifica, chiamiamola così, sia disponibile come progetto e come soggetto.
Dal che l'esigenza forte e ineludibile di sopperire a scarti di questa entità. La definisco `forte e ineludibile' per indicare una condizione indefettibile della pensabilità stessa di una prospettiva del tipo di quelle cui abbiamo dato il nome di socialista e di comunista. Avrei potuto usare la parola `necessità' nell'indicare detta esigenza ma voglio tenere fermo il convincimento che escludo che tale prospettiva si configuri come necessità, convinto come sono che si tratti, invece, di una possibilità - e mi richiamo di nuovo a Basso. Una possibilità che, come ogni altra forma di aggregazione umana, si tradurrebbe in un artificio. Che vorremmo però che, finalmente, non fosse imposto o subìto, che corrispondesse come concezione e come volizione alla più alta espressione della specie umana, la ragione, e fosse perciò prodotto consapevolmente, intenzionalmente. Vorremmo che fosse liberamente deliberato da ciascuno a da tutti, al solo fine dello sviluppo libero di ogni associato e di tutti quanti lo abbiano voluto.
Faccio presto ad indicare l'altro merito che credo debba essere ricordato. È quello di aver demistificato la tesi della `fine degli Stati', la tesi cioè di quanti hanno scambiato un modo palesemente diverso di esercitare la sovranità statale con l'esaurimento della statualità. Ed emerge a questo punto un altro tema di approfondimento analitico e prospettico. Quello di come orientare una strategia politica adeguata a una sovranità statale (da intendere come potere giuspolitico interno ed esterno su di una pluralità umana individuata come propria e nei confronti degli altri soggetti che esercitano analogo potere su altre pluralità umane) che si esercita diversamente dal passato. Una sovranità che è quanto mai persistente e forse incrementata ma, soprattutto, è caratterizzata da un esercizio sempre più congiunto e/o da una delega permanente, permanente perché alimentata e confermata, come ho avuto modo di definirla in una riflessione che esposi qualche anno fa. Esercizio congiunto e delega permanente che si alternano e si combinano nei grandi spazi sovranazionali. Che sono poi gli spazi reali della politica del XXI secolo.
Ecco allora l'altro tema. La «rivista» può giustamente vantare il merito di aver demistificato l'ideologia della fine degli Stati, ma non ancora quello di aver acquisito fino in fondo la convinzione che sono i grandi spazi le dimensioni reali della politica e della lotta di classe nel secolo in cui stiamo vivendo. Non ha tratto le conseguenze della demistificazione che ha operato, per non aver ancora centrato il problema storico che abbiamo di fronte, che credo si possa riassumere nei seguenti termini. Il capitale (e uso questo termine desueto per indicare i vari denotati che gli afferiscono) si è sottratto alla sfida delle domande della democrazia degli Stati sociali e ha ricollocato il potere politico statale di cui si serve in sedi non raggiungibili con i mezzi (istituzioni e soggetti) della partecipazione politica di massa che ha caratterizzato il XX secolo, diversamente certo ma nella prima e seconda metà. La collocazione del potere statale in queste sedi è avvenuta previa riaggregazione delle quote di sovranità conferite da una pluralità di Stati per compiti specifici (quali quelli del Fmi, della Banca mondiale, o del Wto) o per fini, se non ancora complessivi, estensibili fino a comprendere tutti quelli di direzione politica e di normazione generale (Ue, Nafta, Mercosur).
Il problema è, allora, quello del tipo di soggetto e delle forme adeguate per sfidare e lottare contro la condensazione del potere del capitale nelle istituzioni prodotte per l'esercizio congiunto e/o delegato delle sovranità statali. È più che probabile che questo tema si colleghi a quello di come rispondere alla insostenibilità ambientale e sociale del capitalismo cui ho già accennato. È certo comunque che la «rivista» non lo ha ancora fatto proprio. Io le propongo di farlo.


Massimo Serafini
Credo che il tema del rilancio della «rivista» debba imporci proprio l'esigenza della definizione dell'ipotesi politica su cui «la rivista» dovrà muovere, che è poi il tema - sollevato da Pizzuti - della rappresentanza. A chi diamo rappresentanza? Quale soggetto vogliamo favorire, dal momento che c'è una vasta area sociale e politica che non ha rappresentanza, che noi chiamiamo generalmente sinistra critica, o antagonista, quella che continua a porsi il problema della fuoriuscita dal capitalismo come orizzonte strategico. «La rivista» nacque con un'ipotesi politica. Se l'avevo capita bene, era quella di cambiare, allargare, rifondare, riqualificare programmaticamente una rappresentanza politica esistente della sinistra critica e antagonista, che era Rifondazione comunista. L'articolo di Luigi Pintor intervenne su questo problema: e credo quest'ipotesi suscitò una larga attenzione, che influì sui livelli assai alti di diffusione, che noi registrammo nella fase delle assemblee di presentazione della «rivista». Ma essa non trovò corrispondenza in molti degli indispensabili interlocutori politici, né conobbe un ascolto serio da parte dello stesso quotidiano; e così la mobilitazione cominciò a deperire e, soprattutto, ci fu una chiusura autoreferenziale di Rifondazione, che portò poi anche alla crisi del rapporto con Fausto Bertinotti.
Dentro questo processo - e quindi mentre entrava in crisi questa ipotesi e si registrava una riduzione della qualità della proposta, su cui ci eravamo interrogati per mesi prima di dare vita alla «rivista» -, sono successe una serie di cose, che hanno rianimato l'interlocuzione sociale, allargando gli spazi di questo strumento. Abbiamo così vissuto il consolidarsi del movimento new global, di una forte e diffusa mobilitazione di una nuova generazione, fortemente antagonista al pensiero unico e alla globalizzazione neoliberista, l'emergere di una crisi profonda della rappresentanza della sinistra moderata, la nascita dei girotondi, l'insofferenza, il bisogno di rompere con un'evidente subalternità culturale e di determinare una nuova soggettività anche nell'area moderata, il grande risveglio sociale legato alla ripresa dello scontro sindacale, che portò milioni di persone in piazza, il precipitare della crisi internazionale con la scelta americana della guerra preventiva, che sollecitò una straordinaria mobilitazione pacifista nel tentativo di fermarla.
Sappiamo che il movimento registra oggi tante difficoltà. E su questo è opportuno che «la rivista» fermi la sua attenzione, anche se è vero che abbiamo seguito con continuità la sua esperienza, nelle diverse tappe del suo svolgimento. Mi riferisco ai problemi nuovi evidenziati dalle difficoltà che sta incontrando la strategia della guerra preventiva, impantanata in Iraq in una `guerra' cominciata proprio dopo l'occupazione. All'esplodere di una crisi climatica ambientale, che ha rilevanti conseguenze politiche, e che noi facciamo fatica a leggere il moto di popolo di Scansano Ionico attraverso il prisma delle lotte che abbiamo conosciuto nel passato. Questo movimento, ad esempio, evidenzia l'incapacità della sinistra di avere in esso una funzione di orientamento e di direzione, producendo una rottura del blocco sociale moderato. In passato, infatti, tutte le aspettative di nuova occupazione erano legate al fatto che affluissero investimenti nel Mezzogiorno, che si realizzassero grandi opere. Mentre oggi affiora un atteggiamento nelle popolazioni che la sinistra non riesce a interpretare e comprendere. E, restando subalterna a una sua vecchia cultura, non è capace di dare rappresentanza a bisogni nuovi e a promuovere un'altra visione del territorio, legata a grandi temi come quello della maturità dell'esigenza di un'alternativa energetica in questo paese - come alternativa `strutturale' -, la cui necessità è evidenziata anche dai black out. Su questi nodi, però, si esprime una parte importante della società, che non ha nessun referente politico: nemmeno Nanni Moretti, né Legambiente, che nel movimento di Scansano Ionico è più trascinata di quanto non sia protagonista, né i new global. E la cosa importante è che si tratta di fenomeni diffusissimi. Basti pensare ai comitati contro gli inceneritori - presenti in ogni regione italiana -, che esprimono anche delle rozzezze dal punto di vista tecnico-scientifico però evidenziano uno spazio nuovo.
Tutto questo ripropone - almeno secondo la mia opinione - l'utilità di uno strumento come «la rivista», se questa si impegna a lavorare su questo magma critico, che cresce nella società, con l'ipotesi di costruire a partire da qui la rappresentanza, a partire da qui una nuova soggettività. E se cerca di mobilitare attorno a questi temi. Contribuendo a orientare i processi che sono in atto all'interno dei Ds, nell'area sociale del sindacato, nel vasto universo dell'associazionismo, dei movimenti che sono tutti alla ricerca di una prospettiva e non sono rinchiudibili né nell'ipotesi del `partito riformista', né - esauritosi il fenomeno Cofferati, che sembrava poter dare una rappresentanza a questo arco vasto di forze - in Rifondazione comunista. In questa, infatti, non si riconosce neanche il movimento dei new global, perché questo partito è al di qua dei livelli di elaborazione che il Social forum di Parigi o quello di Firenze avevano promosso: dei quali la cultura di Rifondazione non riesce ad esprimere - secondo il mio punto di vista - tutte le potenzialità.
Credo, perciò, che fare una rivista che indaga, produce idee e sollecita iniziative attorno a questi referenti sia l'unica maniera di lavorare, che ci permetta di avanzare anche nell'approfondimento dei temi, che riconosciamo prioritari, perché senza questo rapporto temo che la rivista non sia in grado di guadagnare quella soglia di diffusione, di interessi, di utilità per produrre l'unica cosa che credo serva a questo paese: che è appunto promuovere quel processo - che Pizzuti richiamava - di ricostruzione della capacità di dare rappresentanza alla sinistra.
In questo orizzonte, dovrebbero realizzarsi - ritengo - i presupposti anche di una diversa collaborazione con il quotidiano, che è grave che non abbia scelto di coinvolgere un vasto nucleo di forze nella sua discussione interna, dal momento che questa toccava nodi di grande rilevanza e interesse assai diffuso. Questa è la mia convinzione. «la rivista» - a mio parere - ha senso, ha una forte ragion d'essere e va rilanciata attorno a un'ipotesi che si incardini sulla scelta del gruppo che la promosse di aprirsi a questo tipo di interlocutori, a questo tipo di forze.


Luigi Ferrajoli
Sono d'accordo con quest'ultimo intervento. Anche a me pare che ciò di cui oggi abbiamo più che mai bisogno è una rivista di carattere teorico, non troppo strettamente legata alle vicende della politica quotidiana, capace di affrontare i grossi temi sui quali la sinistra ha in questi anni mostrato un vuoto assoluto di idee. La ragione principale della crisi della sinistra è infatti nella sua sostanziale subalternità alle culture e alle politiche della destra e nella mancanza di un progetto politico alternativo. È in questa subalternità e in questo vuoto programmatico che vanno riconosciuti i principali fattori del disimpegno, della frustrazione e dell'astensionismo di sinistra e, insieme, del successo di quell'impasto di liberismo, di populismo e di qualunquismo che è il berlusconismo. Del resto è questo progetto di riflessione e di elaborazione teorica che è stato, fin dalla nascita, la principale ragion d'essere della «rivista» in aggiunta al giornale quotidiano e che, mi pare, è stato oggi riproposto dalla nota di Lucio Magri e dal contributo di Rossana Rossanda che ci prospetta, come programma di lavoro, l'elaborazione di un `riformismo alto', a partire dalla consapevolezza dei rischi che stiamo attraversando.
È da questa consapevolezza, io credo, che dobbiamo ripartire. La crisi che stiamo attraversando in questo passaggio d'epoca non è una crisi come tutte le altre. È una crisi globale, che investe sia le democrazie nazionali, sia l'ordine internazionale.
Investe innanzitutto, non solo in Italia, le forme tradizionali della democrazia. Al di là degli aspetti grotteschi del berlusconismo, la crisi si manifesta, in gran parte dei paesi occidentali a cominciare dagli Stati Uniti, in un mutamento strutturale della democrazia, generato dal nesso sempre più stretto che si è venuto instaurando tra politica e denaro: denaro per fare politica, politica per fare denaro. Si tratta di un nesso tra economia e politica ben diverso da quello tradizionale, caratterizzato dal ruolo di governo dell'economia da parte della politica pur nella sostanziale funzionalizzazione della seconda, propria della logica capitalistica, alle istanze generali della prima. Si tratta di una cosa assai più grave: dell'annullamento della distinzione tra le due sfere - espresso esemplarmente in Italia dal conflitto d'interesse - e perciò del governo politico assunto direttamente da poteri economici privati; in breve, di una tendenziale privatizzazione della sfera pubblica. È insomma saltata, o rischia comunque di saltare, la stessa mediazione politica. Giacché si sta producendo la fine di quella separazione tra sfera pubblica e sfera privata, tra poteri politici e poteri economici, tra istituzioni e affari, che è alla base non diciamo della democrazia costituzionale ma dello Stato moderno. Oggi i poteri economici sono direttamente scesi in campo come poteri politici. Non si accontentano di essere sregolati, ma vogliono essi stessi regolare. L'effetto congiunto delle due linee di tendenza dominanti - il liberismo economico e l'onnipotenza politica della maggioranza - è perciò un neoassolutismo così dei poteri economici come dei poteri politici e la loro tendenziale confusione in capo ai medesimi soggetti. Ne risulta vanificata la stessa rappresentanza politica quale rappresentanza degli interessi generali. Le leggi ad personam ne sono solo l'espressione più vistosa. E ne risulta, ovviamente, una crisi dello Stato di diritto, per l'aperta intolleranza del nuovo potere per la soggezione alla legge e per i conseguenti limiti e controlli. In passato, nella vecchia Tangentopoli, il rapporto tra economia e politica era inquinato dalla corruzione. Ma era pur sempre un rapporto basato sulla separazione tra le due sfere. La confusione dei due poteri rende entrambi `incorruttibili' perché coincidenti e privi di limiti.
Per altro verso, è entrato in crisi l'ordine internazionale. È stata rilegittimata la guerra, anzi la guerra preventiva e ovviamente infinita, come mezzo di soluzione delle controversie internazionali. E sempre più la globalizzazione si configura come un vuoto di diritto pubblico: non, si badi, un vuoto di diritto, che è impossibile, essendo comunque riempito dalla legge del più forte - il nuovo jus ad bellum rivendicato dagli Stati Uniti e la lex mercatoria quale nuova norma fondamentale dei rapporti economici - ma un vuoto di sfera pubblica, cioè di regole e di istituzioni idonee a garantire la pace e i diritti fondamentali. La crisi degli Stati nazionali e della capacità regolativa dei diritti statali ha infatti lasciato il campo allo sviluppo di poteri politici, economici, militari, finanziari, mediatici sempre più sregolati, assoluti e selvaggi. E trascina con sé, in assenza di una sfera pubblica mondiale, cioè di nuove istituzioni e garanzie all'altezza dei nuovi poteri, non solo le forme, appunto statali, dello Stato di diritto, ma anche quelle della democrazia politica. Se la democrazia consiste nel potere, sia pure indiretto, del popolo, cioè nel fatto che le decisioni politiche - le leggi e gli atti di governo - sono prese, direttamente o tramite rappresentanti, dagli stessi soggetti cui sono destinate, è evidente che essa perde di effettività se i luoghi decisionali si spostano al di fuori delle sedi della rappresentanza politica e viene perciò meno il rapporto tra governati e governanti, tra popolo e decisioni che contano. Questo vale ormai per tutti i paesi, esclusi gli Stati Uniti. Ma vale soprattutto per i paesi poveri del Sud del mondo, nei quali lo `Stato nazionale sovrano' è stato esportato quando era già un prodotto avariato, privato di quel monopolio della forza e della produzione giuridica nel quale consiste la declamata sovranità, e i cui destini - pensiamo all'Argentina e agli Stati africani - sono in gran parte decisi da istituzioni sovranazionali, come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e l'Organizzazione mondiale del commercio, o, peggio, dalle grandi imprese multinazionali.
Ebbene, di fronte a questa duplice crisi, la sinistra, non solo in Italia, non ha nulla da dire. Non ha nessun progetto, né di resistenza, né di alternativa. Sembra non abbia, per essa, neppure interesse né consapevolezza. È come se fossimo le ultime generazioni presenti nel pianeta. Non c'è nessuna assunzione di responsabilità. La prospettiva di una guerra infinita, di una crescita esponenziale delle disuguaglianze e della miseria e perfino di una catastrofe ecologica nello spazio dei prossimi settanta o ottant'anni non produce nemmeno quel tanto di patti di convivenza, di disarmo, di limitazione delle distruzioni ambientali - si pensi al fallimento degli Accordi di Kyoto - sui quali la politica si era impegnata in passato. La sola cosa che la politica sembra capace di fare è esorcizzare i mali del mondo con la guerra infinita al terrorismo.
Di fronte a questa abdicazione della politica, a me pare, una riflessione su questi temi - se non vogliamo fare una rivista lamentosa, all'insegna del `non c'è nulla da fare' - dovrebbe essere accompagnata non solo da una seria tematizzazione della crisi e dei suoi possibili esiti catastrofici, ma anche dal tentativo di elaborare quel `riformismo alto' che ci è stato prospettato da Rossana Rossanda. La crisi in atto pone tutti, infatti, di fronte a un'alternativa drammatica: o rassegnarsi al crollo delle democrazie e dell'ordine internazionale e alla deriva di una guerra infinita; oppure ripensare le forme della democrazia e della sfera pubblica, a livello statale e internazionale, mostrando - e non semplicemente affermando - che un altro mondo è possibile. E perciò dando corpo a questa possibilità con concrete proposte di trasformazione in ordine ai tanti problemi indicati dal movimento no-global: dai problemi della pace e del disarmo a quelli del lavoro e della regolazione dei mercati, dell'acqua e dell'alimentazione di base, della distribuzione dei farmaci essenziali e della difesa dell'ambiente.
Riguardo poi alla crisi italiana, io credo che il compito della rivista dovrebbe essere quello di delineare, nella prospettiva di un futuro governo di centro-sinistra, un programma di ricostruzione: in materia di lavoro, di scuola, di giustizia, di sanità, di ambiente. Basterebbe far tesoro dell'esperienza del governo Berlusconi, che sta facendo a pezzi Stato sociale e Costituzione e che vale almeno a indicare, insieme agli errori da non ripetere, le riforme necessarie per non ricadere in simili avventure. Ma a questo scopo non basta risolvere il problema, lasciato aperto dalla scorsa legislatura, del conflitto di interessi. Occorre ristabilire la separazione tra politica ed economia, riabilitare il ruolo di governo della prima sulla seconda, ridefinire, come ha scritto Rossana Rossanda, i limiti costituzionali ai poteri economici privati, ricostruire infine la sfera pubblica quale sfera, autonoma dal mercato, di quegli interessi di tutti che sono i diritti fondamentali, di libertà e sociali.
C'è poi una questione, in particolare, che si impone alla nostra riflessione con la massima urgenza: quella della libertà di informazione, oggi compromessa dal quasi monopolio, in capo al presidente del consiglio, della proprietà o del controllo delle televisioni, di gran parte della stampa e di una parte rilevante dell'industria editoriale e cinematografica. È una questione occultata e distorta, a me pare, dalla confusione ideologica - risalente alle origini del liberalismo ma esplosa oggi, con quel quasi monopolio, come un pericolo per la democrazia - tra libertà di informazione e proprietà dei mezzi di informazione, tra liberismo economico e liberalismo politico, e perciò dalla configurazione come libertà, anziché come poteri da assoggettare alla legge, della proprietà e dell'autonomia imprenditoriale in materia di comunicazione.
Grazie a quella confusione, quelli che sono poteri - il potere imprenditoriale e la proprietà dei mezzi d'informazione, che nulla hanno a che fare con la libertà - vengono così a sovrapporsi e a coincidere con due diritti di libertà, la libertà di stampa e d'informazione e insieme il diritto all'informazione, e perciò a inglobarli e a divorarli. E la confusione è pienamente condivisa anche dalle forze e dalla cultura politica della sinistra, a conferma della loro subalternità culturale alla destra. Tanto è vero che la sola garanzia che viene da tutti rivendicata a tutela della libertà di informazione - perfino dalla sentenza della Corte costituzionale, per aggirare la quale è stata escogitata la legge Gasparri, e perfino dal messaggio con cui il presidente Ciampi ha rinviato la legge alle Camere - è in realtà la garanzia della libera concorrenza sul mercato: quasi che del mercato tale libertà sia una variabile dipendente, meritevole di tutela in quanto associata al pluralismo dei proprietari dei mezzi d'informazione, e non già in quanto valore in sé, costituzionalmente garantito quale diritto fondamentale; quasi che il solo problema, in breve, sia una questione di anti-trust e non di libertà e democrazia. La libertà di stampa, da diritto costituzionale fondamentale, universale e indisponibile, presupposto essenziale della democrazia politica, si converte così in un diritto patrimoniale, cioè in una merce affidata alle dinamiche del mercato. E anziché limitare e controllare il potere, è da questo limitata e controllata.
Non si tratta, del resto, di un problema solo italiano. Le concentrazioni oligopolistiche dell'informazione televisiva che si sono sviluppate negli Stati Uniti in stretta alleanza con l'Amministrazione Bush dimostrano che il problema è destinato ad aggravarsi, quale problema centrale per il futuro della democrazia. Sarebbe già un primo passo in direzione di una sua soluzione se le vicende italiane servissero di lezione e valessero quanto meno a impegnare la nostra sinistra su di una radicale riforma, diretta non solo a impedire le concentrazioni oligopolistiche dei mezzi d'informazione, ma anche a separare e a garantire l'indipendenza della libertà di espressione dalla proprietà delle testate, a precludere controlli politici e padronali e a garantire, attraverso finanziamenti, soprattutto la creazione di reti e infrastrutture pubbliche comuni, il carattere oggettivamente `pubblico' della stampa e della televisione quali luoghi di esercizio della libertà di stampa e di opinione.
Ovviamente non possiamo illuderci che la Rivista possa dare risposte anche a solo una parte di tutte queste questioni. Sappiamo solo che la peggiore risposta sarebbe che questi problemi non hanno risposte, ciò che equivarrebbe a legittimare l'esistente. E sappiamo che nella crisi in atto, contrariamente alla fallacia deterministica in cui incorre buona parte della filosofia politica `realistica', non c'è nulla di naturale, né di necessario, né perciò di inevitabile. Queste crisi sono, come sempre, del resto, il frutto di scelte politiche, e possono essere contrastate soltanto da scelte di segno opposto, sollecitate dalle battaglie civili per la pace e per i diritti e dalla progettazione delle politiche e delle riforme idonee a garantirli. Se la «rivista» contribuisse anche in piccola parte a questo impegno urgente di riflessione e progettazione avrebbe senz'altro realizzato la sua ragion d'essere.


Giuseppe Chiarante
Io credo che l'analisi tracciata da Lucio Magri nella relazione e ora pubblicata sul numero di novembre, proprio perché mette in luce in modo molto incisivo quello che è stato il lavoro svolto nel corso di questi quattro anni e sottolinea giustamente la validità della ricerca e delle previsioni che «la rivista» è venuta prospettando in questo periodo, fa però emergere una contraddizione che è in sostanza alla base della discussione che si è aperta nel gruppo più ristretto, impegnato nel lavoro di redazione e di elaborazione. Da un lato Lucio sottolinea, infatti, che l'analisi della situazione politica interna e internazionale è stata convincente e che i fatti hanno confermato quello che via via venivamo dicendo: mettendo in luce in particolare la gravità del cedimento della grande maggioranza della sinistra in Italia e in Europa all'ipotesi liberista e le conseguenze nefaste cui questa subordinazione ha portato. D'altro lato emerge, però, il fatto che ciò che avevamo auspicato come obiettivo dell'iniziativa della «rivista» sul terreno della politica non ha trovato realizzazione. Anzi, rispetto alla speranza iniziale che era non certo di determinare ma in qualche modo di contribuire alla costruzione di un certo processo di unità a sinistra e comunque rispetto alla speranza di incidere anche nell'ambito di una parte della sinistra moderata, stimolando un suo spostamento su posizioni di maggiore consapevolezza critica e quindi di revisione di quegli errori di subordinazione ideologica che denunciavamo, a queste speranze non ha corrisposto un reale sviluppo di orientamenti in questa direzione. Al contrario - i fatti lo stanno dimostrando - la sinistra in Italia e in Europa si muove nella sua grande maggioranza in un'area politica e ideologica subordinata all'attuale dominio capitalistico: un'area con differenziazioni assai limitate, che vanno dalle posizioni di Shröeder a quelle di Blair. Anche la grande maggioranza della sinistra italiana, tanto più con l'emergere dell'idea del `partito riformista', non si discosta sostanzialmente da questa linea. Di qui la contraddizione: l'analisi era giusta, ma non ha inciso e non incide politicamente.
È questo il punto di partenza della discussione interna ed è bene renderlo esplicito. A che cosa è dovuta questa carenza di risultati politici? È dipesa da un'insufficienza di iniziativa politica, forse da un ritardo, da un'assenza di coraggio nostro nel promuovere un fatto politico nuovo, ad esempio nel momento in cui Luigi Pintor lanciò la proposta di unificazione a sinistra che qui è stata ricordata; o è dipesa fondamentalmente da ragioni più profonde, cioè dal fatto che non c'erano le condizioni per quel tipo di iniziativa, e non c'erano in quanto rispetto alla sconfitta della sinistra del '900 il lavoro di ricostruzione delle basi culturali e politiche su cui fondare una ripresa a sinistra è un lavoro ancora in larga parte da compiere? Io personalmente sono di quest'avviso.
Anche in un appunto che ho inviato alla riunione della redazione in cui si è discussa la relazione di Lucio, a cui non potevo partecipare, scrivevo per esempio che non credevo che ci fosse, nel momento in cui avevamo discusso la nascita della «rivista», la possibilità di un `riformismo forte' che caratterizzasse quella esperienza di governo che si era aperta in Italia e in Europa nella seconda metà degli anni '90. Non lo credevo perché in realtà quella svolta era apparente, era in sostanza una sorta di rimbalzo tecnico all'interno di un ciclo di egemonia conservatrice e liberista, cominciato in Occidente - tra gli anni settanta e ottanta -, ma che aveva tratto nuova forza dagli avvenimenti dell'89 e dalla depressione che quegli avvenimenti avevano provocato, con la caduta dell'Urss e delle esperienze di `socialismo reale', non solo nei partiti comunisti, ma in tutta la sinistra. Per questo - scrivevo in quella lettera - era certamente giusta l'attenzione critica per le questioni della congiuntura politica e giusta la battaglia per cercare di arginare il cedimento del centro-sinistra all'egemonia liberista e moderata: ma i temi fondamentali sui quali approfondire la ricerca e la discussione a mio avviso sarebbero dovuti essere in prevalenza quelli di più lungo periodo. Ossia i temi relativi, da un lato ai caratteri dei processi di ristrutturazione e globalizzazione capitalistica e alle trasformazioni che essi inducevano, dall'altro alle ragioni e ai caratteri della crisi della sinistra del '900, cercando di cominciare a costruire delle risposte a questi problemi.
Così pure io credo che anche nella fase più recente sia stato un errore di eccessivo appiattimento sull'immediatezza della vicenda politica sopravvalutare il significato della ripresa di una spinta a sinistra dopo la sconfitta del 2001: che indubbiamente c'è stata, ma anche in questo caso su fondamenta molto fragili. È una fragilità che l'esperienza Cofferati ha ben dimostrato: così come appare oggi evidente che è stata un'ingenuità attribuire - come molti hanno fatto - una maturità politica già in atto a un movimento come quello dei new global, che indubbiamente porta alla luce problemi di enorme portata ma certo ancora non dà una risposta politicamente compiuta e tale da poter essere punto di riferimento per l'operatività politica. Ne è una prova l'afasia cui è approdata Rifondazione dopo aver dichiarato di assumere come interlocutore fondamentale il movimento dei movimenti.
Io credo che sia, proprio per questo, indubbio che c'è bisogno di quel tipo di correzione che Lucio indica nel suo articolo e che anche qui è stato sollecitato nei primi interventi: cioè una rivista che non abbandoni il terreno della politica, perché tutti sappiamo che è un valore in sé il fatto di sconfiggere una destra quale quella che attualmente è al governo e recuperare per tutte le forze democratiche uno spazio di iniziativa culturale e politica più ampio di quello che oggi esiste, tutti sappiamo che è un valore in sé combattere quel rischio di disgregazione della democrazia e delle conquiste democratiche cui faceva ora riferimento Ferrajoli. Perciò diciamo che l'operatività politica non deve certamente essere abbandonata: tuttavia è indispensabile che «la rivista» dedichi molto più spazio a lavorare sulle questioni teoriche che oggi si aprono, ad approfondirle non in un dibattito astratto, ma con l'impegno di dare il necessario fondamento culturale alla ripresa di una sinistra politica. Altrimenti anche la speranza di una `ragionevole' capacità riformatrice della quale parlava Pizzuti rischia di non avere fondamento. Perché certamente è augurabile che vinca uno schieramento che abbatta il governo di centro-destra; ma, se vince su posizioni ultramoderate, è chiaro il pericolo di ripetere l'estrema povertà politica e culturale dell'esperienza del '96.
Su quali temi, dunque, concentrare l'attenzione? Penso per esempio alla ricostruzione critica (che abbiamo avviato ma sviluppato molto meno di quanto fossero le nostre possibilità) sulla vicenda della sinistra del '900: sia per indagare quali siano stati i veri limiti di fondo (statalismo, economicismo, dice giustamente Lucio, ma credo che vada approfondito e precisato ulteriormente che cosa questo significhi), sia per non lasciare questa ricostruzione storica semplicemente alla ricerca revisionista, o a quella dichiaratamente di destra, che non hanno alcun interesse a discutere la questione della eredità della sinistra del '900 in rapporto ai problemi nuovi che essa non ha saputo affrontare alla fine del secolo e che restano, però, ancora attuali. Ma penso anche all'analisi delle trasformazioni in atto nell'economia, nella società, nel sistema politico, in quello culturale; perché è proprio dall'analisi di queste trasformazioni che occorre far discendere la critica della falsità dell'idea «introiettata a sinistra», come dice giustamente Rossana, che il liberismo è «inevitabilmente vincente».
In sostanza è dall'esigenza che qui sottolineava ora anche Ferrajoli di una «rivista» in cui l'impegno teorico dia un nuovo fondamento all'impegno politico, che dobbiamo far discendere una nuova fase del nostro lavoro. Dobbiamo però domandarci: ne siamo capaci? Questo è il vero problema. Siamo in grado di fare questo? Io credo che abbiamo bisogno di maggiori contributi, maggiori capacità e competenze da porre in campo: ma certo il fatto che «la rivista» in questi quattro anni abbia avuto una innegabile coerenza, una lucidità di analisi che è stata largamente riconosciuta è comunque un'eredità su cui basarsi per affrontare questa nuova fase.


Cesare Salvi
Ringrazio innanzitutto per l'invito a partecipare a questo incontro, che ho accolto con grande interesse, sia perché ho seguito con continuità l'elaborazione e il contributo che ha dato «la rivista» in questi anni, sia perché avverto molto alcune esigenze di riflessione, che poi erano ben presenti nei documenti che sono stati da voi proposti in preparazione della riunione.
Credo che la questione della lista unica e il progetto del `partito riformista' abbiano una portata strategica, e siano in continuità con orientamenti e scelte che hanno condizionato gli anni di governo del centro-sinistra. E che, anche tenendo conto delle suggestioni che costruiscono - attorno a queste proposte - aspettative e consensi, vada individuata con chiarezza la loro dimensione strategica. Infatti, la novità di questo progetto è nel fatto che promuove una saldatura tra due idee assai diffuse nel centro-sinistra in questi anni, che per un lungo tempo sono state contrapposte e considerate come tra loro alternative, animando un conflitto interno al suo ceto politico dirigente. La proposta di Prodi e Veltroni del partito democratico - un partito leggero, con caratteristiche di tipo anglosassone, che segnasse un distacco effettivo, profondo, da ogni appartenenza alla sinistra e al campo socialista; e l'idea di D'Alema, comune a larga parte del gruppo dirigente dei Ds, per cui l'Italia è un paese moderato, che si governa al centro, in cui non ci sono spazi per una politica di sinistra.
La novità è che questi due punti di vista si saldano. C'è oggi in campo un progetto politico, di cui è difficile prevedere gli sviluppi e gli esiti, ma che certamente è fondato sul superamento dell'identità di sinistra e dell'appartenenza al campo socialista e ha contenuti moderati. E, inoltre, esprime un `adattamento' alle trasformazioni prodotte dalla crisi della democrazia, che descriveva Luigi Ferrajoli nel suo intervento. L'idea che lo anima è quella dell'inevitabilità, e in fondo anche della desiderabilità, di un modello anglosassone di democrazia - quello che gli Stati Uniti conoscono da decenni e che si cerca di affermare anche in Inghilterra. Si tratta, per dirla in breve, di un progetto che finisce con il riservare ad alcuni settori della società una partecipazione effettiva alla vita politica e dà per scontato che altre aree sociali non siano rappresentabili politicamente, per cui la loro esclusione va considerata in qualche modo - se non proprio positiva - almeno un fatto `naturale'. In quest'ottica, i fenomeni astensionisti diffusi nel lavoro dipendente, tra i precari, i disoccupati, nelle aree di emarginazione sociale sono visti per un verso come un portato quasi inevitabile della modernità e dall'altro come un punto di approdo accettabile, in quanto, se qualcosa si può fare per questi ceti sociali, ciò non può essere prodotto da un loro protagonismo sociale e politico in prima persona, né come risposta diretta e immediata alle loro esigenze, alle loro istanze, alle loro rivendicazioni.
È un progetto, questo, inevitabilmente vincente; e bisogna capirne di più. Nello stesso tempo, certamente è un progetto al quale opporsi. E per poterlo contrastare con efficacia, occorre dare risposte ad alcuni problemi. Su questo, «la rivista» può svolgere anche in futuro un ruolo importante.
Il primo nodo è relativo ai mutamenti di scenario internazionale, che si sono prodotti tumultuosamente in questi anni.
Occorre, infatti, chiedersi se l'impero statunitense ha un destino inevitabile, che ne confermerà il primato, o se prevalgono le contraddizioni e i problemi al suo interno. Ci sono questioni rilevanti, che possono dare adito a interpretazioni diverse: la vicenda irachena è una prova di forza, che poi alla fine la superpotenza vincerà militarmente, o c'è lì una debolezza effettiva della risposta al terrorismo? Questo boom dell'economia statunitense - poi - ha dei suoi limiti interni invalicabili, come qualcuno sottolinea, nel deficit del bilancio pubblico e nel disavanzo bilancia commerciale, e così via?
La risposta a questo interrogativo non è irrilevante. Se si pensa, infatti, che il modello economico fondato sulle spese militari, proprio della strategia della `guerra preventiva e infinita', e sul trasferimento nel paese di maggior potere ai ricchi esprime un'ipotesi dotata di una grande forza propulsiva, le previsioni per il futuro sono evidentemente diverse che se si valuta il contrario. In ogni modo è un tema sul quale vale la pena riflettere, così come è necessario approfondire il giudizio sul destino dell'Europa, perché si è da poco consumata una crisi strutturale: e il modello di Maastricht fa fallimento dopo sei anni, non avendo creato né crescita né sviluppo né competitività del sistema Europa.
Su entrambe queste questioni nei gruppi dirigenti del centro-sinistra c'è una riflessione insufficiente. Sulla stessa vicenda irachena c'è la richiesta di una svolta, ma non è chiaro in cosa si debba sostanziare. Non è chiaro in particolare che o questa è accompagnata da un fatto molto preciso - cioè il ritiro della partecipazione all'occupazione militare che è in corso -, o non è tale.
Sulla stessa questione europea, è scattato, inizialmente, un meccanismo di schieramento con Prodi contro Tremonti. Non persuade. La sinistra deve porsi il problema se ci sia un'altra strada per questa Europa e anche per questa Costituzione europea. Negli editoriali più recenti di alcuni grandi quotidiani per la prima volta si insinua un dubbio: perché finora era convinzione diffusa, come una sorta di pensiero unico, che il testo della Bozza di Costituzione licenziato dalla Convenzione fosse in ogni caso una grande conquista e che bisognava spingere Berlusconi a evitare cedimenti. Mentre adesso comincia ad emergere l'interrogativo che forse proprio in quel rifiuto di affrontare la questione del salto di qualità verso un'Europa democratica, federale e sociale si annidi una delle ragioni della crisi attuale e dello scacco di Bruxelles.
Su questi temi vedo un primo terreno di impegno della «rivista».
Un secondo punto - se ne è parlato in altri interventi - riguarda la ricostruzione di un'idea di socialismo. Questa esigenza l'avverto molto nel fare politica. E intuisco che abbandonare quel campo è un arretramento secco, anche se mi rendo conto che la scelta di tenere questo orizzonte va motivata, argomentata. Non basta, infatti, solo fare riferimento alla storia o all'appartenenza alla famiglia europea. Che significato ha oggi riflettere su questo? Quale critica del capitalismo è oggi in campo, dopo la caduta dell'Urss e i cambiamenti in atto in Cina? Si avverte molto la necessità di promuovere una riflessione di ampio respiro su questo, per capire, per tematizzare il socialismo oggi e ricostruire un rapporto con questa grande idea che ha attraversato e improntato la storia del '900. Mi pare una grande questione aperta, anche se francamente non ho le categorie, gli strumenti per capire in che senso e in che modo affrontarla.
Terza questione, il progetto per il cambiamento: `riformismo alto' dice Rossana. Bisogna approfondire. È importante questa idea, di scegliere una strada che non è quella del moderatismo e non è nemmeno quella che ti dice: non c'è nulla da fare se non testimoniare il tuo punto di vista. Allora, in concreto, che vuol dire questa scelta nei diversi campi sociali? Come ad esempio sul terreno dell'informazione, su cui Ferrajoli ha sottolineato che la battaglia contro la Gasparri non si può fare in nome del fatto che sarebbe bene che anche De Benedetti avesse la sua televisione o che, comunque, a garantire il pluralismo dell'informazione possa essere la proprietà dei media.
L'abbiamo visto plasticamente nel Referendum sull'Art. 18. Quando i capi dei due schieramenti hanno deciso che di quello non si doveva parlare c'è stato il black out totale, su Rai1, Rai2 e Rai3, «Repubblica», «Il giornale», «Il Corriere della sera», «Il Messaggero». Insomma, quando si è deciso che un tema non doveva esserci, è scomparso. Anche questo è un nodo della democrazia come diritto dei cittadini: ed è molto suggestiva questa idea di uno Statuto dei giornalisti a garanzia della libertà di informazione. Se la stampa è il `Quinto potere', forse l'autonomia prevista per i magistrati va garantita anche a chi fa informazione. Si tratta di un tema da approfondire, quantomeno. Perché c'è molto bisogno di proposte innovative.
Un ulteriore nodo è quello della rappresentanza politica. Ha detto molto bene Pizzuti. La verità è che il progetto `riformista' sta sollecitando, sia pure con difficoltà, un'aggregazione degli orientamenti, dei punti di vista anche nel campo della sinistra critica, che nell'ultimo decennio ha conosciuto nuove e pesanti divisioni e, più recentemente, l'insuccesso dell'esperienza di Cofferati. Ma il tema di fondo è: la sinistra politica come si ristruttura? che sedi si dà? con quali forme di collaborazione? con quali modelli di vita democratica?
L'ultimo problema - ma non per importanza - è quello della rappresentanza sociale. Ci fu qualcuno di noi che intorno a questa intuizione - sulla base di un'idea di Sabattini - provò a dar vita al movimento Lavoro e libertà. Quella riflessione partiva dall'idea della necessità di ricostruire la rappresentanza politica del mondo del lavoro, che oggi non c'è più. È evidente che questa questione si intreccia con tutte le precedenti.
Ci sono, poi nuovi movimenti sociali: e quello dei metalmeccanici sta ponendo grandi questioni di modernità e democrazia sui problemi del precariato, della democrazia nei luoghi di lavoro, del superamento dei vecchi meccanismi concertativi e così via. Esprime, inoltre, una realtà sociale che esiste e vuole e deve contare: e questa pure è una questione sulla quale credo varrebbe la pena di riflettere.
Ho indicato brevemente alcune priorità, perché vedo un'assenza di sedi nelle quali misurarsi su questo insieme di questioni e penso che per la sua storia, per quello che ha fatto, per le personalità che vi concorrono, la sede della «rivista del manifesto» può avere un grande ruolo da svolgere nell'affrontare questi nodi, che alludono a problemi veri, che si ripropongono quotidianamente, e non sono inventati né rispondono ad esigenze personali o di pochi. Per quanto mi riguarda, mi auguro che ci sia una fase nuova della «rivista», nella quale sia possibile misurarsi, confrontarsi e ascoltare e leggere riflessioni e approfondimenti e iniziative su questi temi.


Mario Tronti
Mi fermerò su pochi aspetti della nostra discussione.
Ci sono, come al solito, due piani di giudizio, secondo la nostra radicata tradizione. Un piano e un livello politico e un piano e un livello teorico. Bisogna contemplare una sorta di separazione dei due terreni, ma nello stesso tempo anche un intreccio: e credo che questa sia stata un po' una caratteristica della «rivista» che stiamo discutendo.
Il terreno politico: mi pare che nelle analisi sul passato della «rivista», nella discussione dei documenti che ci sono stati proposti, si debba dare atto che era giusta la collocazione strategica scelta per la «rivista», che mi pare di avere individuato in una sorta di funzione di raccordo - politicamente molto consapevole - tra quella che genericamente si chiama sinistra moderata e quella che si chiama sinistra critica o alternativa. Questo raccordo, dice Lucio Magri, è stato sostanzialmente mancato, anche se questa incapacità di conseguire l'obiettivo la riferirei più che a un limite del modo in cui è stata condotta la «rivista» - su cui fare un'autocritica - ai processi oggettivi che hanno accompagnato questa fase: abbiamo attraversato, infatti, una fase evolutiva, segnata da grandi cambiamenti anche sul piano della collocazione politico-organizzativa delle forze in campo. Nello stesso tempo si registra una situazione nuova: il superamento di quelle che a lungo abbiamo chiamato le `due sinistre', tra cui abbiamo cercato appunto di promuovere o un raccordo o il confronto, ma che spesso si sono poi trovate in una posizione di conflitto.
Credo, oggi, che noi dobbiamo prendere atto di un dato di fatto: sta andando a compimento un lungo processo, maturato dopo un'esperienza di governo, che si consumò con un insuccesso. Ma questa crisi viene da molto prima e va rintracciata nelle forme e nei modi della fuoriuscita dalla tradizione comunista, così come si è verificata in Italia. Questa portava in corpo, infatti, fatalmente, una fuoriuscita dalla tradizione della stessa sinistra. In questo dobbiamo effettivamente riconoscere una coerenza del percorso della sinistra moderata, nel suo slittamento dalla sinistra al centro-sinistra. Il fatto è che si è trattato di una sorta di processo oggettivo, che si è svolto in un tempo medio-lungo, che adesso va a compimento. Di ciò dobbiamo in qualche misura prendere atto.
Il problema che si pone è favorire o contrastare un processo di questo tipo? Qui c'è un nodo di più profonda consistenza, perché quelli che nel passato abbiamo considerato come processi evolutivi o involutivi di ceto politico oggi vanno più nel profondo e probabilmente affondano le loro radici anche nel popolo della sinistra, che in certa misura sta facendo un percorso analogo. Esso è dettato, è spinto da trasformazioni sociali forti, che abbiamo osservato tante volte anche a livello di mondo del lavoro, a livello produttivo, a livello di società civile; ma porta in seno qualcosa che forse non abbiamo mai analizzato e a cui sarebbe interessante rivolgere lo sguardo come ad un nuovo campo di ricerca e di riflessione: quel tanto di mutazione antropologica che c'è stata dentro la sinistra reale, oltre e più che nel suo ceto politico. Questo è un grosso problema che dobbiamo in qualche misura assumere, perché noi queste mutazioni antropologiche non le abbiamo mai affrontate di petto. In un'altra sede, ho parlato di un buco antropologico anche della tradizione marxista, che si è sempre ritratta davanti a questa domanda, perché sembrava alludere a qualcosa che non era contemplato nelle sue categorie teoriche, e metteva in causa problemi anche fondativi dello stesso orizzonte marxista. Oggi, invece, dobbiamo, con coraggio, misurarci con questo problema.
Si è creato una sorta di universo - non è un multiverso, è un universo perché ha una sua profonda unità di carattere democratico-progressista -, che è diventato coscienza di massa. E questo universo democratico-progressista è stato poi favorito da questa cosiddetta `era berlusconiana', che ha chiaramente orientato anche tale processo, lo ha costretto spesso a esprimersi proprio su questo versante. Inoltre, più in generale, a livello mondiale, la stessa `era Bush', l'egemonia neoconservativa, la `guerra infinita', e così via, anch'esse in fondo hanno alimentato questa nuova e peculiare coscienza di massa `democratico-progressista', finendo con il provocare sì una ripresa di protagonismo di massa molto positiva - su cui dobbiamo, appunto, vedere come intervenire, come svolgere una funzione di orientamento -, però hanno anche corretto quella che era una identità più definita a livello sociale di classe, che era un po' quella tradizionale che noi avevamo in mente in quanto rappresentanza del movimento operaio.
Sento oggi molto diffusa questa sorta di moralismo, di pacifismo, di carattere un po' `girotondista', che in questa fase ha una forte consistenza, e forse è addirittura potenzialmente maggioritario non solo in Italia ma nella grandi democrazie occidentali, e rappresenta, in ogni caso, un punto di forza, che dobbiamo vedere come in qualche misura si possa organizzare. Sono processi che hanno anche seguìto una acculturazione di massa, e sono stati, perciò, elementi positivi. Dobbiamo guardare a questo orizzonte con molta lucidità. Infatti lì, in certi strati sociali, non si tratta tanto di non essere più comunisti, ma c'è una sorta di `anticomunismo democratico', liberaldemocratico. Ha, insomma, vinto questa ricetta liberaldemocratica di anticomunismo, che peraltro ha prevalso anche più in generale, a livello mondiale, sui grandi processi di esperienza comunista di costruzione del socialismo.
Qui base e vertici in qualche misura si ritrovano. C'è questa sinistra che sta mutando pelle. Cosa che del resto viene anche esplicitamente teorizzata, quando D'Alema dice: basta non c'è più il problema di un raccordo tra il centro e la sinistra ma si tratta di costruire una sinistra che sia essa stessa centro-sinistra. A questo punto, il percorso è interamente compiuto. Ma questo processo ripropone in grande il problema di una sinistra vera e propria. Vi ho riflettuto a lungo in questi anni, e mi sono incontrato con un dubbio. Il dubbio è quello che - caro Pietro Ingrao - forse abbiamo sbagliato quella volta, nel passaggio dal Pci al `dopo', a restare nel Pds. Forse bisognava prendere quell'occasione lì del '91 e uscire - tu con la bandiera e noi dietro - e iniziare non un processo di rifondazione comunista - che poi è quello che si è verificato -, quanto la riproposizione di una vera forza di sinistra, di una sinistra radicale, moderna, avanzata, contemporanea, consapevole del '900, ma molto proiettata in avanti e non come consegnata al ruolo di soggetto impegnato a riprendere un passato, sia pure per noi in gran parte glorioso.
Ora vedo che Rossana dice `no', non mi coinvolgete in qualsiasi forma di nuovo esperimento politico, pratico. Ma oggi le cose sono cambiate. E sta prendendo il via un processo di significativa aggregazione forte di una forza di centro-sinistra, che dentro ad una coalizione, anche elettorale, si progetta come forza fortemente maggioritaria: ipotesi fondata anche sul fatto che c'è anche un problema di efficacia politica, perché è vero che in una coalizione deve esserci una forza centrale, e non c'è nessuna coalizione che sommi partitini. Quella forza centrale non può essere che questa forza che chiamano `partito riformista' - un partito democratico -, che però lascia libero lo spazio - e l'esigenza, per riprendere, appunto, il tema proposto da Pintor sulla «rivista» - per un processo costituente di una sinistra vera, e di nuovo alternativa. Si tratterebbe di dare libero corso a un'aggregazione maggioritaria per liberare il campo a una costituente di forze che consapevolmente pensano di non essere maggioritarie ma che scelgono con coraggio di dare vita a una forza di qualità, che abbia grandi capacità analitiche della situazione, e capacità di elaborare proposte alternative.
Occorrerebbe mettere in campo una forza con cui quella grande aggregazione `riformista' debba necessariamente fare i conti: e ciò risulta indispensabile anche per la costruzione poi di una maggioranza politico-elettorale. Dico processo costituente perché si tratta di mettere in moto tante forze insieme: sindacati, movimenti e quella `zona grigia' dell'alternativa (preferisco chiamarla così). C'è, infatti, una `zona grigia' dell'alternativa, delle forze alternative, che è una forza muta; e che tutti noi troviamo andando in giro, fatta anche di persone che attendono soltanto magari il segnale di una presenza per ritornare in campo politicamente e che non trovano oggi punti di riferimento. E restano perciò con le loro domande, le loro attese.
Credo che un processo di questo tipo debba impegnare oggi i due livelli del «manifesto» - il giornale e la rivista -, che dovrebbero portarlo avanti insieme, contemporaneamente e consapevolmente. A un livello di politica quotidiana, nel senso di continuare su questo a battere ogni giorno; e sul terreno appunto di una ricerca, di una considerazione più riflessiva, analitica, per quanto riguarda il livello della «rivista».
Sul versante teorico, penso che noi dobbiamo sempre ribadire una cosa a cui non possiamo rinunciare in nessun modo: cioè quel primato della politica sulla ricerca, che è la sostanza di un nostro modo di pensare. E qui le questioni sono enormi, e tutti noi ancora balbettiamo sul che fare dal punto di vista delle grandi prospettive teorico-strategiche. Però questa è anche una fase di movimento, sia a livello mondiale - del capitalismo mondiale -, sia a livello di geopolitica. Infatti, anche la geopolitica è un altro dei temi che noi dovremo con coraggio assumere, poiché rappresenta una dimensione sempre più rilevante della politica internazionale. Troppe volte, infatti, ci siamo ritratti di fronte a problemi nuovi.
Non mi convince la tesi di Lucio Magri, che nel suo bilancio dice che occorre perseguire «se non il superamento del capitalismo almeno il superamento della fase presente, cioè della fase neoliberista e neoimperialista». Ho, infatti, paura che incappiamo in quella che è una sorta di prigione dell'ideologia contemporanea, molto forte, molto vincente - che, anzi, ha sfondato le linee -, che afferma: «siccome un'alternativa al processo generale di produzione sociale del capitalismo è fallita non è più possibile nessun altro tipo di alternativa». Questa è una battaglia ideologica che bisogna fare con forza anche senza avere ancora il quadro categoriale, teorico, in grado di indicare nei particolari quale può essere questa alternativa. Ma anche la semplice enunciazione di questa idea va combattuta.
A me non piace nemmeno quella parola che è tornata qui più volte, anche stamattina: resistenza. Resistenza, quella con la erre maiuscola è un patrimonio ... quella con la erre minuscola cercherei di eliminarla dal nostro vocabolario. Resistere vuol dire perdere, sul medio periodo vuol dire perdere. O troviamo nuove forme di attacco, attacco proprio alla struttura generale del mondo capitalistico, e quindi una capacità propositiva, forte, di qualcosa d'altro, oppure si è destinati nel medio periodo, non nel lungo, a venire battuti. Quindi il problema, il grosso problema è cosa fare col capitalismo dopo il socialismo. Il grosso problema è la critica del capitalismo dopo il socialismo. La metto così: la fase che noi viviamo oggi non è una fase postcapitalistica. Polemizzo sempre con i teorici del postmoderno, perché siccome per me modernità vuol dire capitalismo - storicamente il moderno coincide con la storia del capitale -, dico sempre: come fate a parlare di postmoderno dentro la storia del capitalismo? Si potrà parlare di postmoderno solo in una fase postcapitalista.
Allora, critica del capitalismo dopo il socialismo. La fase non è postcapitalistica, ma - a mio modo di vedere - postsocialista. Perciò, l'affronterei con questo coraggio teorico, misurandoci con quel dubbio che diceva Salvi prima, affermando di non sapere se dobbiamo parlare di socialismo oppure no. E con coraggio dobbiamo avanzare anche su questo. Non credo che sia spendibile molto ancora la parola `socialista', tanto meno ritengo che sia spendibile la parola `riformismo'. Anche qui, smettiamola di tirare questa coperta del riformismo di qua e di là: `riformismo alto', `riformismo basso'. C'è, oggi, anche un problema di invenzione, di un `nuovo' linguaggio, che abbia dietro di sé e sotto di sé grandi problemi, e richiami categorie politiche. Ora, anche su questo una ricerca aperta dentro la «rivista» sarebbe di straordinaria utilità.
Ora, siccome - come vedete - i problemi anche teorici sono di rilevanza enorme, bisognerebbe trovare, in qualche misura, il modo di avere sotto o dietro «la rivista» una sorta di centro di ricerca, perché dietro di essa dovrebbe esserci un lavoro, che non si può fare in una redazione. Occorre, inoltre, un centro di iniziativa che sia anche in grado poi di portare i risultati di questo impegno a confronto con altri, e sia sede di dibattiti, di discussioni, di forum, seminari, da allargare a presenze anche internazionali. Non so come questa esigenza possa essere soddisfatta, però dobbiamo porci questo problema.
Con Rossana Rossanda, con Alberto Asor Rosa, con altri avevamo a un certo punto intravisto nella Fondazione Di Vittorio una possibile risposta a questi problemi. Ma questa ipotesi è venuta meno con `l'eclisse' di Cofferati, che era l'uomo sbagliato al posto giusto. Quella speranza è svanita. Non credo che con la Cgil possa continuare un lavoro di questo genere, perché già quando andavamo lì c'era il commissario politico-sindacale della Cgil che ci controllava.
Troviamo, perciò, il modo di corrispondere a quell'esigenza, o in qualcosa che già c'è, o costruendo addirittura ex novo un centro d'iniziativa, perché questo lavoro di ricerca strategica possa partire.


Maria Luisa Boccia
Mi atterrò strettamente ai temi posti da Magri; partendo, innanzitutto, da un giudizio sulla «rivista», quello che è stata e quello che può essere. E questo inevitabilmente mi porta a sacrificare la parte della discussione che attiene più all'analisi delle questioni, anche di gran peso, che nascono da una valutazione della fase attuale e dei problemi che ci vengono dalla storia. Lucio Magri, nella sua Nota, esprime un giudizio sulla «rivista» su due punti, su cui vorrei soffermarmi: quello relativo all'ipotesi politica, che l'ha sorretta in una fase centrale, e che è stata anche ripresa qui, e quello sulla tessitura teorica e culturale che doveva sostenerla.
Nel pronunciarmi su questo, esprimo un giudizio diverso da quello che dava ora Tronti. Se politica e teoria sono le due questioni su cui noi dobbiamo misurare e valutare, nella loro distinzione, il progetto, il lavoro della «rivista», credo che nel passato non c'è stato intreccio tra questi due livelli; e semmai c'è stata giustapposizione, con un forte sacrificio della teoria rispetto all'ipotesi politica. Ora, questo intreccio è forse la cosa più difficile e bisogna forse scontare che siamo in una fase in cui non è così semplice, così alla portata che lo si riesca a conseguire.
Rispetto all'ipotesi politica, di `unire e rifondare una sinistra alternativa', Lucio Magri ritiene che ci sia stato non un successo, ma un fallimento e lo attribuisce - oltre che a limiti nella sinistra stessa e a un difetto di coraggio della «rivista» - a ragioni lontane, profonde, oggettive. Questo è l'aspetto che io condivido. Per dirla brevemente: a quell'ipotesi non ho mai creduto, né l'ho mai condivisa, e non ero tra quelli che ritenevano che fosse praticabile in questa congiuntura un simile progetto politico. Che uno potesse lavorare perché prevalesse l'aggregazione piuttosto che la frantumazione, mi è sempre parso necessario e possibile, ma l'ipotesi che questo potesse tradursi nella formazione di un nuovo soggetto politico di sinistra alternativa nella situazione che abbiamo attraversato non mi è mai sembrata credibile. Non ho il modo per articolare questa convinzione, e perciò mi limito a un'affermazione un po' secca.
Sull'altro aspetto, Magri svolge una riflessione, dopo aver riletto i 44 numeri della «rivista», e sostiene di essere restato sorpreso del fatto che la debolezza più forte della «rivista» sia proprio nella fragilità - «nella povertà», dice - dell'analisi della fase attuale e delle questioni teoriche, che ritiene dovuta a una difficoltà nel mettere a confronto e `rielaborare' le culture costitutive, quelle a cui appunto il gruppo che ha fatto la «rivista» faceva riferimento. Plurali anch'esse, come le culture costitutive della sinistra che abbiamo alle spalle, che ancora continuano a manifestarsi nel presente. L'elemento più carente è proprio sul terreno della definizione di idee fondanti o meglio - prima ancora che in una risposta a questa domanda - nella interrogazione su di esse e in un'analisi non congiunturale - ma appunto strutturale - della fase e nella riconsiderazione delle categorie interpretative di questo passaggio storico, delle categorie teoriche. Fa riferimento, in proposito, anche al fatto che c'è una responsabilità precisa anche della generazione che ha più condiviso e attuato questo progetto, di non essere riuscita a far valere quello che poteva essere un elemento di forza: il suo rapporto con il marxismo, con la sinistra storica del '900, in particolare con il Pci: un elemento che poteva contribuire a questo lavoro teorico.
Nel dare un giudizio su questo problema, vorrei sottolineare che noi abbiamo fatto male i conti con l'89 su un aspetto fondamentale. E ciò non vale solo per la sinistra moderata - di cui per tutti noi è assai facile sostenere che ha fatto malamente i conti con la storia, con la tradizione, con la teoria -, ma anche per la sinistra critica, antagonista - chiamatela come volete -, quella che ci sta più a cuore. Penso a Rifondazione ma non solo. Quel passaggio, per come è avvenuto - e anche qui c'è un dato oggettivo, ma anche uno soggettivo - ha bloccato, ha messo un punto di cesura rispetto a tutti i percorsi che erano aperti, almeno negli anni '70, di revisione della tradizione sul piano teorico e storico. Penso al «manifesto», al lavoro fatto da Pietro Ingrao e altri al Crs, al contributo di movimenti, come il femminismo, e a tante esperienze. La revisione critica della tradizione in quel passaggio si è bloccata, si è arrestata e si è finito con l'`andare in difesa' della tradizione, anche per ragioni ovvie, comprensibili. Questa, infatti, veniva smantellata, sequestrata, mentre trionfava l'apologia del `nuovo', si affermava un'ideologia `nuovista'.
Penso a come si è fatto il ragionamento sulla rappresentanza. O anche che non è stata contrastata dall'area maggioritaria della sinistra la trasformazione dei partiti, dei partiti di massa, che erano, insieme, rappresentanza sociale e rappresentanza politica. Non è stato contrastato l'attacco al Welfare. È tornata in campo la guerra come via principe della politica. E ci è toccato difendere istituzioni, che pensavamo di dover riformare. O, ad esempio - come sosteneva Luigi Ferrajoli -, promuovere il pacifismo giuridico, o l'Onu. Ci siamo, insomma, attestati in difesa.
Occorre valutare come e perché si è prodotta questa difficoltà. Per cui la generazione che più si era interrogata sulle prospettive della sinistra nel 2000, sul passaggio necessario - per usare la felice definizione di Mario Tronti - al `postsocialismo', che pure si poneva dentro quella storia, dentro quella teoria, quella lettura e quella interpretazione della realtà, non è riuscita a essere un elemento propulsivo, attivo, nel ripensare e aggiornare tutto l'apparato teorico della sinistra, che a me pare la questione più urgente, più bruciante: e quella su cui nessuno è impegnato, come sosteneva giustamente Ferrajoli. Non è solo la sinistra moderata a non farlo, non la fa nessuno!
Su questo terreno sono impegnate tante persone, ma in modo isolato. Ma la sinistra politica e sociale sono mute. E questo è oggi un problema enorme.
Questi sono due aspetti rilevanti, che sicuramente pesano nel giudizio relativo al bilancio della «rivista»: una ipotesi politica fallita - che io considero, appunto, impraticabile, sbagliata, ma che ha sicuramente condizionato il suo lavoro, e ha pesato, ha finito con il prevalere in quello che la «rivista» è stata, nel modo in cui è stata fatta, negli articoli pubblicati, nel progetto editoriale - e una carenza nel mettere le mani, invece, sull'aspetto delle idee fondanti, delle categorie. Ma, parlando dell'oggi, della situazione politica attuale, condivido il giudizio di Magri sulla sua totale opacità, e anche ciò che Magri sostiene nella sua Nota: che in questo subbuglio è possibile, forse anche probabile una vittoria elettorale della sinistra nel suo insieme alle prossime politiche. Di questa nuova coalizione, che dovrebbe andare da Rifondazione a Di Pietro.
Mi ha colpito, inoltre, che Magri abbia affermato giustamente che questa coalizione va appoggiata, va sostenuta - anche aldilà dei limiti politicistici, che l'hanno caratterizzata nel suo nascere - dentro il popolo di sinistra, dentro la società, e che vanno trovate quindi le parole, i modi per svolgere una funzione. Magri fa un riferimento anche alle contraddizioni, che potrebbero seguire a un'eventuale vittoria elettorale. Una crisi si è aperta dopo un successo anche nel '75-'76. Anche allora la sinistra vinse, ma quella vittoria arrivò tardi e male, tanto che da quel momento è cominciato a farsi più visibile il declino del Pci, lo scarto tra le risorse soggettive e i compiti con cui doveva misurarsi: una prima esperienza di governo della società che desse concretezza al progetto riformista, o riformatore per meglio dire. Indubbiamente, anche oggi c'è il rischio di un nuovo '75-'76. Nessuno di noi pensa, però, che anche di fronte alle prospettive più negative - Ferrajoli parlava di catastrofi, riferendosi allo scarto tra la radicalità dei problemi della fase attuale e gli orientamenti e le culture delle sinistre che sono in campo - si possa negare un sostegno a una iniziativa contro il governo Berlusconi.
Non è infatti questione di scarso rilievo che a governare il paese ci sia una destra così avversa alla democrazia e oscurantista come la destra italiana. Ma nessuno può farsi nemmeno illusioni che possa bastare vincere le elezioni e tornare al governo.
Infatti, occorre fare veramente i conti con una sconfitta storica. I passaggi congiunturali contano, ma non sono risolutivi rispetto a una sconfitta di lungo periodo, che investe radicalmente la politica, e riguarda le sue forme, le soggettività, le idee. Venendo da una `scuola' marxista, penso che la ricerca segua il primato della politica, il che non vuol dire che sia subordinata alla congiuntura politica, ma che i temi su cui lavorare, le domande a cui rispondere non possano che essere sollecitati dalle prospettive politiche, e dagli interrogativi che queste pongono.
Lucio stesso dice che per affrontare questo passaggio difficile è importante prendere atto che parte delle difficoltà non attengono tanto a come collocarsi per l'appunto rispetto ai prossimi appuntamenti politici, bensì dal fatto che si sono fatte più profonde le divaricazioni sul piano teorico, di analisi e giudizio sulla fase, di individuazione del temario, anche in un'area di sinistra critica e che quindi occorre, per la «rivista», rafforzare il piano della ricerca e dell'elaborazione - per riferirsi alla sua proposta - in tema storico, progettuale e strategico. Benissimo. Rispetto a questa ipotesi, ho già detto prima che non ho creduto nel passato né credo oggi che per orientare questa rimessa in asse sulla ricerca ed elaborazione teorica ci si debba far guidare dall'individuazione dell'impossibile progetto politico della sollecitazione della fase costituente di un'alleanza riformatrice. Rossana nella sua nota dice: «io non starò con chi oggi lo ripropone, come non sono stata con Pintor sulla sua analoga proposta di due anni fa». Nemmeno io, perché non la considero una prospettiva probabile, e anche per una ragione soggettiva. Su questo piano, infatti, la politica la vedo opaca, estremamente opaca, poco leggibile e fortemente fuorviante. Non dico che sia un dato positivo, ci sarà anche un limite mio. Forse la crisi e la sconfitta sono tali che dobbiamo anche scontare che su questo possiamo assumere delle iniziative, fare delle proposte, come appunto quella di sostenere il centro-sinistra, essendo consapevoli che è meglio un governo Prodi che un governo Berlusconi, ma è difficile pensare oggi di far nascere una soggettività politica veramente innovativa. Penso invece che vadano messe all'ordine del giorno della rivista, se questo deve essere l'asse, le questioni più brucianti a cui l'aggregazione culturale e politica che si è realizzata in questi quattro anni attorno alla «rivista» può contribuire a dare risposte. Questo nucleo di forze lo si può allargare, arricchire, ma senza strappi e da questo deve venire un contributo essenziale a orientare una ricerca e una riflessione politica in una fase nuova.
Rossana Rossanda avanza alcune proposte sui nuclei problematici, su cui va concentrata l'attenzione. Ferrajoli ha suggerito un tema assai rilevante. Vorrei limitarmi ad avanzare una proposta. Rossana sostiene che questa «rivista» debba impegnarsi in un lavoro di elaborazione, di revisione che venga da un nucleo di idee e problemi, che è quello della sinistra storica del '900. Il nodo della ricostruzione di una soggettività riformatrice. Prima che porselo in termini di progetto politico, di ipotesi politica, bisogna rispondere alla questione che pone Rossana. Perché è venuta meno? Non solo storicamente, ma nelle sue forme. Sono poi riproducibili quelle forme? Possiamo pensare che una nuova soggettività possa riferirsi - ancora una volta - a un soggetto sociale prevalente? Che possa tornare a fare leva sul conflitto e incidere sul modello sociale? Che possa ritornare in campo il `partito' come anello di congiunzione tra società e istituzioni? Che possa riprodursi quella particolare esperienza che ha portato a quelle che sono le forme del compromesso social-democratico in Europa (e, in forme assai specifiche, all'esperienza italiana)?
Ora, la questione del capitalismo resta aperta e - sono d'accordo con Mario Tronti - questo passaggio va letto in termini di post-socialismo. Sono nodi ancora non sciolti. C'è un'analisi da sviluppare, un giudizio da rimettere in campo, nuove categorie da elaborare per svolgere una riflessione critica ed elaborare un modello economico-sociale, che non sia riducibile alle forme classiche della modernità, che sono quelle proprie del capitalismo. È una altra questione aperta. Rossana dice che occorre rielaborare il nesso tra il modo di produzione e il modo di vita, per rendere chiaro che non si pensa soltanto al conflitto di classe redistributivo, economico, produttivo. Ma che è in gioco, appunto, la questione della riforma della politica. Ho riletto adesso questo recente libro di Pietro Ingrao (La guerra sospesa, Edizioni Dedalo, Bari 2003 ), che mette in evidenza come la sinistra del '900 ha fatto i conti - con contraddizioni, ambivalenze, paradossi - da un lato con le forme politiche della modernità e con il nodo della democrazia, senza però riuscire ad esprimere una critica assoluta, radicale, di queste forme, e spesso dividendosi su questo o incontrando fallimenti.
Questo è un nodo cruciale. Oggi le questioni che pone Luigi Ferrajoli dobbiamo misurarle con questo problema. C'è una critica radicale delle forme politiche anche democratiche? Io penso di sì, che non c'è solo da criticare quello che la democrazia è diventata, perché il nesso democrazia-capitalismo non è mai venuto meno, anzi oggi è più bruciante, proprio per quello che la democrazia non poteva dare, e non ha dato, in cui risiede una delle origini della sua degenerazione.
Aggiungo solo una questione, che vorrei segnalare con un termine caro a Foucault, sperando che ci si intenda. Non possiamo ignorare che la politica oggi è biopolitica, cioè che la politica oggi mira a un governo e a un controllo del vivente attraverso le tecnologie più svariate, che contribuiscono a mettere in crisi un intero assetto politico-istituzionale: i partiti, la rappresentanza, la decisione politica, le istituzioni dello Stato. Questa è una dimensione che nella «rivista» non c'è proprio: e non mi riferisco solo alle questioni che mi stanno a me più a cuore, come quella della corporeità, ma anche alla questione della guerra, delle tecnologie della guerra. Occorre oggi esplorare il nesso tra queste tecnologie e ciò che sono diventati il linguaggio, le tecnologie della informazione, i processi attraverso cui si crea la rappresentazione della vita, del futuro e si plasmano i rapporti tra gli esseri umani o si costruisce il senso stesso dell'esistenza individuale.
Questo è un campo che, appunto, fuoriesce completamente dalla tradizione della sinistra novecentesca. E, infatti, «la rivista» non se ne occupa, nemmeno l'accenna. A me non pare possibile parlare del presente, di una critica del presente, senza avere presente questo piano.
Per concludere, credo che fare una rivista di taglio teorico non voglia dire non occuparsi dell'attualità. Rossana dice che spesso le viene obiettato che una ricognizione analitica e una riflessione attorno a questi nodi non è politica: o non lo è abbastanza. Credo che invece abbia una politicità massima, soprattutto se non ci si limita a fare dei saggi - o, ancor meno, una bibliografia -, ma si parte dalle questioni. Basta che guardiamo qualsiasi problema dell'oggi e ci ritroviamo nodi teorici, di senso, di categorie, che - se non vengono affrontati - ci sospingono inevitabilmente a seguire il corso delle rappresentazioni, delle interpretazioni, dei concetti che oggi in qualche modo sono dominanti. Scegliere questa strada vuol dire rivedere il progetto editoriale, prevedendo meno articoli tutti della stessa misura, un confronto più continuo e più largo, una iniziativa politica e culturale e un impegno per dare vita a quel centro di ricerca , che proponeva Mario Tronti.


Dino Greco
È stata posta da Tronti una questione che ritengo rilevantissima: se la deriva moderata - anzi, meglio, conservatrice - sia un fatto che riguarda il ceto politico oppure se ci sia un elemento più vasto, di carattere antropologico, che coinvolge quello che noi, in modo molto gergale e approssimativo, definiamo il nostro `popolo di riferimento'. Credo che questo elemento sia acutamente presente, come risulta evidente quando commentiamo risultati elettorali che ci sorprendono e che ci paiono eccentrici: soprattutto quando vi leggiamo una dislocazione di ceti popolari, di pezzi di classe operaia diversa da quella che noi avevamo immaginato.
Ad esempio, il voto prevalente in favore dei Ds nei quartieri popolari e operai di Brescia nelle ultime elezioni comunali è un fatto. Ma ci sono anche elementi più corposi, che segnalano problemi che ci obbligano alla comprensione, in quanto molti segnali ci avevano già fatto intravedere che si stava consolidando un'egemonia di culture moderate sui modelli di comportamento dei ceti popolari.
Se vado alla Om Iveco di Brescia a fare un'assemblea e parlo di democrazia, di precarizzazione, di salario tutti capiscono e c'è una compattezza fortissima. Ma se, nella stessa assemblea, il tema diventa l'immigrazione o il ritiro delle truppe dall'Iraq la reazione è assai diversa. Questo significa che nei processi di formazione delle idee, dei comportamenti, poi delle scelte delle persone sono accaduti fatti rilevanti che noi ancora facciamo fatica a comprendere e rispetto ai quali non assumiamo con chiarezza le nostre responsabilità.
La crisi di cui si parlava nella Nota di Magri e in molti interventi non è, infatti, soltanto crisi delle forme della politica, ma adesso rischia di assumerne le caratteristiche di una drammatica crisi economica, con ripercussioni pesanti - che già sono in essere - sulle condizioni di vita materiali delle persone. In assenza di un forte soggetto politico di riferimento, è difficile che si determinino fatti nuovi e positivi, ma si producono, anzi, implosione, fughe, difese di carattere corporativo, quando va bene, e rischi di frammentazione e del prevalere di atteggiamenti individualistici. Tra poco, ad esempio, il sindacato italiano si troverà di fronte una questione rilevante come quella della ridiscussione del modello contrattuale. Questo non avviene in un quadro che favorisca un grande rilancio della contrattazione collettiva, ma su un terreno sul quale le carte ce le giocheremo in questa fase implosiva.
Vorrei, a questo punto, fare solo alcune considerazioni che provino anche a tenere conto delle sollecitazioni che ci poneva Magri. Mi rendo conto che poi tutto si tiene, che la fase ci chiede anche una discussione di carattere politico, dove i nessi siano evidenti, dove cercare di razionalizzare le cose che ci capitano attorno, di dare loro un senso, anche per capire come potenziare e rilanciare «la rivista». Ora, in proposito, credo che abbiamo bisogno di una «rivista» che sia capace di una critica radicale, di costruire categorie di interpretazione che non medino rispetto alla contingenza politica, cioè agli obiettivi immediatamente proposti dalla politica. E credo anzi che questo modo di affrontare i problemi nuovi - questo approccio `disvelatore', che non presuppone che siano già disponibili strumenti efficaci di lettura dei processi - sia necessario. Infatti, oggi occorre non solo selezionare le priorità di una ricerca, ma elaborare gli strumenti per farla.
Ora, di questa capacità progettuale c'è un bisogno assoluto, né per altro verso l'impegno su questo terreno è in contraddizione con altri obiettivi, anche parziali, della politica, o con una iniziativa che incroci le varie realtà della sinistra critica.
Un secondo problema riguarda l'esigenza di comprendere come sia possibile influenzare un programma ipotetico di una possibile alleanza fra le forze di sinistra e di centro-sinistra. Possiamo noi pensare che una funzione - quella prima richiamata di una lettura nuova e più profonda dei processi sociali e politici in atto - escluda l'altra e negare il fatto che nella realtà c'è una processualità, una dinamica, una dialettica in corso? Per rispondere a questa esigenza, penso che sia necessario partire dalla messa in campo della progettualità più ampia della quale siamo capaci, e non rinunciare, di fronte alle esigenze della contingenza politica, alla necessità di scavare, di costruire, ma, nello stesso tempo, interpretare i processi in atto e intervenire politicamente.
Qui è stata posta la questione della democrazia. C'è stato un intervento particolarmente intenso e impegnato su questa questione da parte di Luigi Ferrajoli. Ora, la ricerca su questo nodo investe diversi ambiti: le forme della democrazia, la democrazia nelle istituzioni, la rifondazione delle forme della politica e l'informazione, per individuare solo delle priorità.
Ma anche altro. Basta fare il punto sul rapporto tra lavoro e impresa. Su questo terreno, l'ultimo sforzo di elaborazione forte è ormai datato a un vecchio Congresso della Fiom, nel quale si parlò di codeterminazione. Ma dopo cosa altro è venuto fuori? Abbiamo visto ripresentare e ripetere queste tesi anche di recente: «di fronte a un'impresa sovranazionale la risposta è la cogestione, piuttosto che l'azionariato operaio». Ma dalla `parte' nostra qual è la risposta, oltre il tentativo di riprendere - attraverso l'uso della democrazia - forme di contrattazione collettiva, che sanciscano e sottolineino nuovamente l'alterità di un altro soggetto - il lavoratore - dentro il processo di produzione materiale? Bene. Oltre questo, cosa diciamo? Qual è la forma concreta attraverso la quale noi agiamo un conflitto politico, che abbia una vera capacità di impatto e di suggestione, che parli dell'avvenire, di una possibile riorganizzazione della società, anche delle sue basi economiche? Questo è un tema aperto.
Spesso agiamo come i detentori di un sapere teorico, come se fossimo in grado di `scrivere il mondo', ma, se scaviamo più a fondo, ci rendiamo conto che molte volte ci ripetiamo, facciamo un'operazione puramente `descrittiva', che - se ad essa non è associata una pratica sociale - rischia di essere cosa non molto produttiva e, alla lunga, deprimente, come sottolineava - con una battuta piuttosto amara - Mario Tronti. Se ci limitiamo a questo, il rischio è fortissimo. Ad esempio, mentre alla fine del governo di centro-sinistra e all'inizio del governo di centro-destra c'era un interrogarsi - anche se ancora tenue, labile - sulle ragioni di fondo che avevano portato alla sconfitta ed era presente la convinzione che non andassero ripetuti gli errori che l'avevano resa possibile, via via che il governo Berlusconi ha prodotto i suoi disastri si è immaginato - e, secondo me, con una certa superficialità ancora si immagina - che inesorabilmente quell'esperienza del centro-destra arriverà al capolinea. Ed è nata l'idea che bastino un po' di unità antifascista e un più accentuato antiberlusconismo per determinare la coesione necessaria per scalzare Berlusconi. Non credo che le cose stiano così. E soprattutto è del tutto infondato che il centro-sinistra possa ritornare a governare sulla base delle vecchie `ricette', come sembrano pensare i dirigenti della sinistra moderata, che hanno rinunciato a ogni seria riflessione sulle cause della sconfitta di tre anni fa.
I disastri fatti da Berlusconi hanno finito in qualche modo per indurre la necessità, diffusa a livello di senso comune - e anch'io mi auguro che questo avvenga davvero -, che bisogna chiudere con questa esperienza, senza però mettere in moto una ricerca critica che individui in termini propositivi, progettuali, quale è il nuovo giro d'orizzonte nel quale iscrivere una nuova esperienza. Anche per questa ragione è essenziale che «la rivista», se vuole assolvere ad un compito non può limitarsi a parteggiare per una o l'altra ipotesi di ricomposizione politica, ma deve agire come un antibiotico a spettro largo. E acquistare la capacità di incidere su quello che avverrà nella sinistra critica e nel rapporto fra la sinistra critica e il centro-sinistra, anche costruendo una propria capacità progettuale.
Secondo punto, molto rapidamente. Qui si è posta la questione se «la rivista» debba continuare in modo lineare sul percorso che ha caratterizzato l'esperienza che abbiamo alle spalle, oppure debba fare altro e di più. Io credo che debba aprirsi ad altro. Non credo che noi possiamo lavorare per astrazioni: non si tratta, cioè, di costruire una specie di cenacolo, di saggi o presunti tali, ma dobbiamo curarci anche dell'efficacia del nostro impegno. La «rivista» non può vivere dei contributi che vengono da un gruppo di persone - anche assai autorevoli -, che si riuniscono periodicamente ed esprimono il loro punto di vista su questioni rilevanti. Credo che dobbiamo davvero aprirci a saperi, ad approcci che non necessariamente vengono dalla tradizione della sinistra comunista, ad altri elementi vitali che ci sono nella società, ad esperienze concrete che in molti casi, oggi, hanno favorito e sollecitato anche una produzione intellettuale.
Massimo Serafini poneva con insistenza la questione che si realizzasse non soltanto un rapporto più articolato e ricco con «il manifesto» ma una più forte apertura a movimenti e tendenze culturali nuove. Credo che sia utile una maggiore capacità di parlarsi. Guai a pensare che ci sia un'ortodossia anche dal punto di vista della ricerca teorica. Lo sostengo con nettezza, pur essendo piuttosto geloso delle impostazioni attraverso le quali ho costruito la mia identità culturale -: se noi ci isolassimo, il contraccolpo - anche politico - potrebbe essere pesante.
C'è poi una terza questione, su cui vorrei soffermarmi. Con la «rivista» raggiungiamo un'area limitata della nostra stessa militanza: un problema sottolineato da Magri nella sua Nota. Credo che questo sia fondato. Magri, anzi, paventava addirittura il rischio di un progressivo processo di restringimento della nostra diffusione. Ora, se si vuole costruire un'operazione culturale e politica che abbia un respiro e una dimensione più ampi, bisogna fare esattamente quello che Magri proponeva. Questo chiama in causa la responsabilità di ognuno di noi, nella collocazione in cui è, e a partire anche dalle strutture in cui opera. Chi ha più forti legami e risorse, li deve mettere in gioco. Bisogna forse superare una dimensione da cenacolo, propria di un gruppo troppo autocentrato e centralizzato. Bisogna provare a promuovere un'esperienza collettiva generale, che faccia in modo di trovare le sue radici, di intercettarle o di ricrearle ex-novo nei territori, dentro le realtà, dentro le esperienze che possono poi - a loro volta - alimentare un dibattito anche dentro la «rivista». Non vorrei, infatti, che nella ricostruzione del nostro lavoro culturale e politico prendesse corpo in qualche modo l'opinione che le idee nascano da altre idee, che una volta prodotte plasmano il mondo.
Forse sto banalizzando un problema e me ne scuso. Anche perché è fuori luogo sollecitare in questo senso protagonisti della politica italiana e della storia della sinistra, come quelli che hanno fondato e diretto la «rivista». Ma sono convinto che questa osmosi, questo rapporto reciproco fra le esperienze che si producono e la costruzione del cimento intellettuale della proposta e del progetto che vogliamo realizzare siano il terreno di un forte rilancio di un'esperienza politica e culturale importante e insostituibile come questa.


Mario Agostinelli
Nel movimento new global si intravedono i caratteri distintivi di una cultura nuova. Innanzitutto il movimento guarda al tempo `al contrario', perché ritiene che il tempo possa `finire' dal momento che è possibile la catastrofe. Per questo assume come priorità quella di evitare la catastrofe, e mette in campo delle azioni fondanti che riguardano la politica.
In quest'ottica si capisce più in profondità cosa possa voler dire l'avversione alla guerra. La guerra per questo movimento è la distruzione accelerata delle risorse: non mette in causa soltanto la geopolitica, ma produce contestualmente un impatto incredibile sulla biosfera (solo in questa chiave, infatti, si capisce perché aderiscono alle manifestazioni gli indios).
C'è un altro punto di unificazione: è la distruzione delle possibilità di vita e l'idea che questa civiltà - se va avanti così - abbia un tempo finito. La nostra cultura non è portata molto a discutere su questi aspetti. Anche perché c'è una grande separazione: quelli che si occupano di questioni scientifiche stanno da una parte e chi è impegnato in politica dall'altra.
Questo mutamento di segno rispetto al tempo non porta automaticamente a mettere in campo come culture paritarie - nel movimento - quella comunista e le altre. Ciascuna si guadagna sul campo la sua legittimità, se è capace di intendere quel capovolgimento, e di corrispondervi. Perciò - anche se provengo da quella cultura - diversamente da Magri non credo che il problema chiave sia quello di ripartire dal comunismo. Magari riuscissimo a dimostrare che il comunismo è in grado di dare risposte su quest'ordine di problemi.
Ma la domanda che viene da quel movimento è un'altra. E mette in evidenza dei problemi autenticamente costituenti, che richiedono che la politica si liberi dall'assillo della congiuntura, dalla tirannia che le scadenze elettorali hanno sulla sua agenda. La domanda che occorre farsi è: si può veramente pensare, come Bertinotti e D'Alema, che il problema principale sia in che modo si va alle elezioni? E magari credere che a quel punto il sostegno di questi nuovi soggetti sia scontato? Io credo di no.
Poi ci sono due aspetti, su cui riflettere. Questo è un movimento europeo, senza alcun dubbio. Questa nuova dimensione è apparsa molto forte a Parigi, più di quanto non fosse visibile a Firenze. E si è posto il problema di due grandi questioni che la sinistra - in ogni sua latitudine - non ha ancora percepito, anche perché ha un atteggiamento non sufficientemente critico sulla Costituzione europea, forse perché mossa dalla preoccupazione che altrimenti si distrugga tutto.
La prima è che siamo storicamente di fronte al fatto che lo sviluppo dell'Europa passa dall'immigrazione e quindi è squadernato un problema di cittadinanza degli immigrati. Non una generica questione della cittadinanza, perciò, ma di cittadinanza degli immigrati, che rappresenta una importante chiave di lettura della nuova Costituzione. Ma questo problema, finora, non era stato messo al centro dell'attenzione politica da nessuno. Questo movimento, invece, organizza gli immigrati, che insieme ad esso sfilano, si battono, trovano i loro collegamenti e scoprono che c'è una grande questione aperta dall'Art. 17 del Progetto di Costituzione europea, cosa assai sottovalutata dal pensiero giuridico, anche da quello orientato a sinistra.
La seconda grande questione è nel fatto che il movimento si è reso conto, nel silenzio della politica, che - mentre l'ispirazione a principi di democrazia sociale della Costituzione italiana gli offriva degli spazi, delle chances - la Costituzione europea glieli sottrae, perché non c'è più il lavoro al suo centro, viene negata la dimensione sociale, ma si istituisce a `valore' la concorrenza e i diritti vengono dal mercato, e dalle sue regole. Il Progetto di Costituzione, infatti, costituzionalizza Maastricht, come è detto con assoluta chiarezza. E questo ha un peso enorme nella vita di tutti. Mentre i governi hanno dimostrato di poter stracciare Maastricht, e derogare ai suoi parametri, magari per ridurre le tasse e aumentare le spese militari e continuano a portare tagli al Welfare.
Il segno che caratterizza la vicenda della Costituzione europea è terribile: questa è frutto della cultura sociale e istituzionale della destra, ma è la sinistra che la vuole a tutti i costi. Come è possibile una vicenda di questo genere? Questo è un tema su cui la «rivista» ha lavorato molto e seriamente, ma che risulta assai rilevante e ha bisogno di una forte elaborazione. La Cgil e la Ces sono adeguate a questo compito? A mio parere no, non ancora.
Un ultima cosa, sempre su questo ordine di problemi. Ci rendiamo conto che se passa l'accordo che Frattini ha patrocinato, l'Europa inscrive la Nato nella sua Costituzione? Allora, per evidenziare la dimensione di questa questione, vorrei riportare un'esperienza. Sono stato una settimana in Brasile invitato dal governo e - mentre in Italia, a sinistra, affiora una critica sempre più forte al governo Lula - parlando con il gruppo dirigente del Pt e settori del governo sono stato investito dalla loro delusione per il silenzio dell'Europa sulla scena mondiale. E manifestavano di sentirsi abbandonati in uno scontro assai duro con gli Usa, in cui è in gioco il destino del continente latino-americano, stretto dall'alternativa tra Alca e mercosur. Questi interlocutori mettevano in evidenza che il Brasile, senza una sponda internazionale autorevole, è impegnato in uno scontro impari, di cui è difficile immaginare un esito positivo. Noi, per contro, abbiamo un'Europa che - per Costituzione - si iscrive, per le due scelte che ho sottolineato, all'area del Nord per sempre. Si potrebbe persino scrivere nell'Art. 1, in modo chiaro: «l'Europa appartiene all'area sociale del Nord». Questa è a mio giudizio una questione molto rilevante.
Un secondo problema essenziale, che emerge in modo nitido dal movimento, è la rimessa in discussione del concetto di crescita, che a Parigi ha avuto cittadinanza piena ed è stato al centro di tanti seminari, a partire da quelli sulla crisi energetica e sul clima. Non è cosa di piccolo conto ipotizzare che la decelerazione della crescita e i diritti facciano da fondamento per la riconsiderazione della politica economica. Noi non siamo minimamente preparati a questa prospettiva. Troppo ingombrante è l'idea che alla fine il sistema di produzione industriale è fondato sui più forti.
Gli Stati Uniti d'America, invece, stanno prendendo in considerazione questa tematica. Per questo vanno a conquistare l'acqua e brevettano la vita, perché la nuova materia prima è quella. È qui la ragione - provo a dare una risposta a un quesito avanzato da Luisa Boccia - per cui la vita e i diritti di proprietà sulla vita sono oggetto di un'aggressione in questo momento: perché da questa frontiera passa il nuovo modo di produzione. E non perché semplicemente intendono affermare il loro dominio sulle persone; ma per il fatto che la chimica viene sostituita dalla biologia, e il vivente diviene oggi un elemento chiave del processo di produzione: e quindi va espropriato.
Su questo terreno si definisce lo spazio per un'azione culturale forte, che si provi a rovesciare questa prospettiva e a ricostruire. Noi potremmo insistere moltissimo in questa direzione. Ho continuato a lungo a chiedermi, anche nel corso della mia esperienza sindacale, come mai, se nel ciclo economico la natura quando è utilizzata non solo si degrada ma perde valore, questo non sia stato mai oggetto di una specifica riflessione, di una contestazione, della costruzione di una piattaforma. Eppure, è una cosa enorme. Mica si può riprendere il petrolio uscito dal tubo di scappamento e rimetterlo dentro… Ogni parte della natura che noi consumiamo è una risorsa che si sottrae alla disponibilità delle future generazioni.
Questo è un argomento su cui il comunismo torna in campo. Perché lo spreco, la dissipazione chiamano in causa l'esigenza di un modello sociale totalmente nuovo. Ora sia i temi propri del movimento che le questioni del lavoro poste dalla Cgil non sono intercettati né dal triciclo né in modo adeguato da Rifondazione, che pure su di essi è più impegnata.
Ora, è responsabilità anche nostra se una rappresentanza politica, capace di dare voce a questi soggetti in movimento, non si costituisce. Ma è forse possibile rispondere a questo nodo, disertando la politica, limitandosi a un impegno sul terreno della ricerca e della riflessione, e andando semmai - in occasione delle elezioni - a votare per l'uno o per l'altro turandosi il naso? Questo è il problema per moltissimi. L'alternativa è quella di ricostruire, con un processo che è difficile delineare astrattamente ma che si vuole avviare, la rappresentanza di questo vuoto, che si è creato.
C'è poi da dare un giudizio sull'ipotesi di `partito riformista'. Un'operazione, che vorrebbe dar vita a un centro che non avrebbe più radici sociali, isolando così una sinistra radicale minoritaria. È forte la responsabilità della politica nello scegliere se dargli o no una risposta, anche perché queste generazioni nuove hanno una cultura politica che non risale alla nostra, ed è molto più sensibile alle risposte che si danno ai problemi che non alle `ricette' che si `predicano'.
C'è, infine, una questione che mi preoccupa tantissimo: ed è quella del fondamentalismi. Se noi non entriamo in campo in modo efficace adesso, può darsi che, mentre la giovane generazione di oggi è entrata nel movimento, quella successiva scivoli di nuovo via.


Giorgio Cremaschi
Credo che questa discussione sia di grande interesse, e tuttavia rischi in qualche modo di mettere l'una accanto all'altra molte questioni di grande rilevanza, ma nello stesso tempo di smarrire il filo di un discorso comune. Nella «rivista» si è sviluppata, senza dubbio, una riflessione su tutte le questioni nevralgiche con cui siamo chiamati a misurarci; ma in sede di bilancio occorre concentrare l'attenzione sullo scopo, la funzione e la collocazione stessa della «rivista».
Ora, premesso che ritengo che questa sia uno strumento molto utile di riflessione, di approfondimento e anche di dibattito, non penso però che possiamo non tener conto nel nostro confronto di alcuni dati politici essenziali.
Prima questione. Quando «la rivista» è nata ha avuto un notevole successo, e una diffusione iniziale straordinaria, anche perché evidentemente in qualche modo, più o meno direttamente, alludeva a un progetto politico. Infatti, mettere insieme le persone che sono nel suo Comitato di Direzione - e mi riferisco a quelli con più storia - finiva con l'evocare la possibilità di un processo politico di costruzione di qualcosa di nuovo nella sinistra. Ora, questa ipotesi politica, di costruzione di un'altra sinistra, non ha preso corpo. E, soprattutto, questa esigenza - indipendentemente dal nostro lavoro - non ha trovato risposte.
In secondo luogo, nel frattempo si sono sviluppati processi nuovi: la crisi del centro-sinistra, la sconfitta elettorale, il fenomeno Cofferati. Sono tra quelli che non hanno mai fatto affidamento sul fatto che attorno a Cofferati si avviasse una ricostruzione della sinistra, conoscendone i limiti attraverso la sua esperienza nel sindacato; ma la cosa più rilevante è che, in ogni caso, le aspettative riposte nella sua iniziativa non hanno avuto un esito. E oggi ci ritroviamo in campo assai poco, se vogliamo discutere di prospettive della sinistra. Possiamo certamente decidere che questo non ci interessa. Ma faremmo una forzatura rispetto alla storia della «rivista», perché questa non è nata come una rivista di approfondimento teorico, bensì come una iniziativa di alto livello culturale e, insieme, con una forte connotazione politica, che perciò alludeva a un progetto politico. Oggi, per mantenere un rapporto di sincerità con noi stessi, dobbiamo dirci che siamo di fronte a una situazione in cui il quadro politico che si delinea costringe tutti a fare delle scelte.
Da un lato, mi pare evidente, c'è lo schieramento `riformista': e sono d'accordo con Tronti che sia ormai impossibile usare anche quella parola, quel termine, che è irrimediabilmente bruciato (come tanti altri, a partire da flessibilità). Per questi, infatti, il riformismo è l'adattamento delle attuali società al liberismo, al capitalismo. E assume i caratteri di un'ideologia, una cultura. Per cui, anche se ci sono inflessioni diverse - con posizioni più radicali e ideologiche e posizioni più moderate -, che rendono trasversali i riferimenti al `riformismo', questa parola è divenuta inutilizzabile in politica, in quanto il riferimento comune è nell'idea di adattare il lavoro alle regole del mercato globale.
Oggi, la politica italiana sembra costretta dentro i confini - di centro-sinistra o di destra - del `riformismo'. Le alternative politiche sono perciò assolutamente inconsistenti. E anche le altre forze politiche che sono del tutto estranee a questo campo non si possono sottrarre a questa morsa. Ora potremmo discutere - e sarebbe interessante che la «rivista» aprisse su questo una riflessione - su come siamo arrivati a questo punto. Su quali siano le ragioni: facendo anche un'analisi seria sulle ragioni della debolezza della sinistra alternativa. Però, la sostanza è questa.
E quindi, per trarre una prima conclusione, dobbiamo decidere - e questa è materia di riflessione anche per la «rivista» - se oggi non ci sia da fare altro che avere un rapporto contrattuale con la politica, con l'insieme delle forze politiche, secondo un orientamento che sta prendendo corpo - e vi si riferiva anche Agostinelli nel suo intervento - nei movimenti, nelle forze sociali e nei sindacati a livello europeo. È infatti un atteggiamento culturale assai diffuso quello che parte dalla rinuncia a proporre una propria rappresentanza diretta nella politica - nelle istituzioni e nelle elezioni -, per affermare un rapporto contrattuale con la politica, in cui si è portati a sostenere lo schieramento `meno di destra' - o `più di sinistra' - avendo solo l'arma della pressione politica e dell'astensione, e nient'altro: o mi astengo oppure cerco di far passare alcune cose.
Mi pare che i movimenti e i sindacati europei possano essere classificati, quanto ai loro rapporti con la politica, in queste tre categorie: c'è, come sempre accade, una posizione che sostiene in ogni caso chi governa, se rappresenta uno schieramento di sinistra; una seconda, che si va diffondendo sempre di più, che si colloca all'opposizione e agisce sul piano sociale e contrattuale con una iniziativa conflittuale; e c'è poi un'area più limitata dei movimenti sindacali europei che afferma che esiste il problema di una rappresentanza politica. E sostiene, perciò, che non basta dire che la socialdemocrazia non rappresenta più adeguatamente i lavoratori, ma che è necessario un altro progetto; altrimenti è meglio non votare.
In Italia mi pare che siamo a un simile passaggio. E questo nodo, credo che una rivista nata su un progetto politico, non possa eluderlo; ma su questo debba tenere aperta una discussione. Per questo dobbiamo dirci se pensiamo che in questa fase un progetto politico di costruzione di una sinistra organizzata, a sinistra del `partito riformista', è una cosa che `non ci interessa', che `non crediamo possibile', che non `è in campo', o comunque non fa parte della nostra dialettica, oppure se questa è una questione che riteniamo importante: e, in questo caso, con chi interloquiamo. Questo è un problema su cui ci sono opinioni diverse tra noi, ma che oggi va affrontato. Potevamo ancora un anno fa rinunciare a farlo, nel momento cui c'era in campo l'ipotesi Cofferati - per me assolutamente ambigua, ma che comunque sembrava poter rispondere a questa esigenza -; ma ora la situazione è cambiata. E nei prossimi dieci anni le donne e gli uomini di sinistra in Italia dovranno decidere se puntano al fatto di andare a votare per chi è più vicino a loro o se faranno quello che qui veniva detto da diversi interventi, ritenendo che, come in America, non ci sia altra possibilità che atteggiarsi a lobby politica e sociale, cercando di esercitare un'influenza nei confronti dello schieramento di centro-sinistra, che assume le caratteristiche del partito democratico. Questo è un passaggio che secondo me non è possibile saltare, e credo che questa discussione dovrà essere fatta. E questo implica un'analisi delle forze in campo, e vuol dire anche - per esprimermi in termini ancora più espliciti - che, se si ritiene che Rifondazione non è all'altezza, questo va messo con chiarezza a tema nella «rivista», e non può più essere diplomatizzato.
In passato, nella «rivista» è stata avanzata l'esigenza di un equilibrio e un baricentro diversi nella sinistra, e per questo si è parlato - e lo ha fatto più di tutti Magri - di un riformismo forte, pensando che fosse importante uno schieramento ampio di sinistra alternativa, che recuperasse forze dall'area di sinistra moderata, per incidere sulle scelte che si andavano compiendo. Oggi il quadro è mutato. Il `partito riformista' nascerà, e avrà sicuramente una sua sinistra, come tutti i `partiti riformisti' di questo mondo. Ma sicuramente, se si vuole costruire una prospettiva politica diversa da quella che sta prevalendo in molte parti d'Europa, è necessario confrontarsi con le forze che sono in campo oggi, piccole o grandi che siano, e criticarle non per la loro collocazione, ma per come sono. E questo è un nodo difficile da affrontare, perché significa aprire una comunicazione, un interscambio con questi soggetti.
Seconda considerazione, mi pare evidente che occorre approfondire di nuovo alcuni nodi essenziali, per definire una propria collocazione. Ad esempio, partecipo alla discussione del movimento new global, credo di far parte dell'unico sindacato in Europa che è totalmente dentro questa realtà e che quindi si confronta con tutti - dalla rete Lilliput fino ai Cobas -, quindi ho presente cosa si intende quando si parla di confronto tra ipotesi, culture e punti di vista diversi. Tuttavia ritengo che una rivista con la storia, la cultura e i punti di riferimento della nostra, nel momento in cui si confronta con la sinistra a partire da un punto di vista proprio di una sinistra alternativa, non possa non partire dalla questione sociale dei rapporti di produzione. Mi pare questo il punto: la questione sociale dei rapporti di produzione è il nodo centrale. Non propongo alla nostra attenzione cento temi diversi, ma sono interessato, innanzitutto, a questo: a come si proietta nella politica la questione sociale e la questione dei rapporti di produzione. La lotta al `riformismo' va condotta su questo terreno, altrimenti non c'è un vero confronto politico e culturale. Su altri terreni, infatti, il `riformismo' è molto più elastico, più flessibile. Mentre il carattere intimamente autoritario della cultura liberista di oggi si manifesta proprio su questo terreno: sulle grandi questioni economiche non c'è più l'autonomia della politica, non c'è più lo spazio della politica, perché ci sono i poteri forti, i mercati e le strutture sovranazionali che decidono. E, al contrario, se si rimettesse in campo la questione sociale non potrebbero più decidere.
Questo è un passaggio assai delicato, cui sono di fronte tutte le forze sociali. Tutti i movimenti sindacali in Europa sono in una fase critica, secondo me di grande portata. Penso che la crisi del movimento sindacale in Europa comincia adesso; e non è esatto che ora siamo usciti dalla crisi: ci stiamo entrando adesso. Per questo, lo `sfrangiamento' che è venuto in luce nel sistema di Maastricht lo dobbiamo affrontare con una riflessione che muova da un orientamento molto chiaro, perché, in questa situazione nuova, si possono prendere cantonate pazzesche - e penso a quella che ha preso anche il segretario nazionale della Cgil nel commentare il superamento dei parametri da parte di Francia e Inghilterra, perché - `distratto' da una polemica tutta italiana con le posizioni di Tremonti - non si è accorto della dimensione di quello che stava avvenendo. Ora, ritengo che siamo di fronte a una situazione in cui è evidente che, siccome non c'è uno sviluppo significativo - anzi c'è stagnazione in tutta l'Europa - e la moneta sta andando per conto suo, ritorneranno in campo le politiche degli Stati, che come sempre sono, in ultima analisi, quelle degli Stati forti. In questo contesto, l'Italia si trova di fronte a ulteriori vincoli.
Ora, mi colpisce il fatto che venga data a sinistra - e da parte di alcuni anche nella «rivista» - la vittoria del centro-sinistra, mentre, a mio modo di vedere, se c'è uno che può far perdere il centro-sinistra quello è Prodi, che rappresenta l'idea di Europa più vecchia e più legata al passato. Non siamo certamente in grado di orientare da questa sede la scelta del candidato del centro-sinistra, e per questo è inutile avanzare nuove proposte. Ma sono convinto - lo ripeto - che Prodi possa contribuire a far perdere clamorosamente le elezioni al centro-sinistra, con il suo programma di regole astratte per l'economia, mentre i governi e gli Stati lo scavalcano sia da destra che da sinistra ogni 30 secondi. Infatti, questa idea astratta, tecnocratica, che ha presieduto ai parametri di Maastricht finisce con il pesare anche su una limitazione della vita democratica e della partecipazione. Questi criteri presentati come leggi di natura, su cui ci hanno fatto infinite prediche in questi anni, si rivelano privi di vere motivazioni e vengono travolti dalle politiche economiche di alcuni Stati. In questo contesto, i movimenti sindacali rischiano di essere totalmente messi fuori gioco. La Ces ormai è una realtà un po' patetica sulla scena europea e paga duramente il fatto di non essere mai stata un sindacato ma una confederazione di sindacati, per cui è evidente che, se si riapre la concorrenza tra gli Stati, si riapre anche purtroppo la concorrenza tra i sindacati. Il sindacato olandese, ad esempio, pochi giorni fa ha fatto un accordo di tregua, in cui è stata concordata un'inflazione programmata pari a 0 e, di conseguenza, l'esclusione di ogni possibilità di incremento dei salari in cambio della disponibilità del governo a discutere di tagli delle pensioni. Questa situazione ci è stata fatta conoscere dagli amici dell'Ig Metall, che sono alla disperazione, perché hanno in animo di chiedere aumenti salariali del 4%, ma si rendono conto che l'economia tedesca è esposta al dumping sociale dell'Olanda, dove i salari sono stati di fatto congelati.
Il sindacato europeo rischia oggi di finire come quello americano, e l'idea della concertazione europea, l'idea che ci sia una dimensione sovranazionale che permette al sindacato di governare questo processo non funziona più. Perciò bisogna tornare a riaffermare un punto: c'è una grande questione sociale in Europa, ed è la questione del lavoro, della distribuzione del reddito, dei poteri, delle risorse. Mentre mi pare che l'Europa rischi di assistere al conflitto tra una sinistra che ha una politica economica di destra e una politica di tipo liberale, e una destra che è liberista sul piano dei rapporti sociali e delle regole democratiche, ma magari è più populista: non dimentichiamo che Bush, ad esempio, avendo investito 400 miliardi di dollari nell'industria militare americana e svalutato il dollaro, ha costruito le condizioni per attivare decine di migliaia di posti di lavoro. C'è, quindi, un ritorno del `pubblico' nella maniera più barbara - vale a dire con un insieme di opere pubbliche, investimenti e spese militari -, un keynesismo di destra. Ma se l'alternativa a questo è il niente, è il primato di regole e parametri che non hanno ormai alcun rapporto con le questioni drammatiche squadernate da questa congiuntura, allora sento una pressante necessità forte di una «rivista», che abbia un `pensiero forte', esplicitamente, dichiaratamente `antiriformista', perché la politica si fa con i `no', non solo con i `sì', e che provi a dire quello che dovrebbe essere una sinistra.
Capisco che nessuno di noi voglia essere schiacciato sulle esperienze della sinistra alternativa così come è oggi. Ma chi teme questo rischio deve, però, tenere conto dei processi che sono in atto. Per questo, non ritengo affatto che schierarsi su questo terreno significhi schierarsi su una posizione, che possa risultare subalterna alle giravolte che potrebbero fare, per ragioni principalmente elettorali, Rifondazione comunista, il Pdci, i Verdi o la sinistra Ds in tutto il suo arcipelago. Ma credo che sia indispensabile assumere il punto di vista di una sinistra di alternativa; e, a partire da questo presupposto, sviluppare un atteggiamento critico verso tutto l'operato di quello schieramento, però avendo in mente che quella realtà non può essere ignorata. Tenendo conto del fatto che, se dovesse perdere il centrosinistra ai prossimi appuntamenti elettorali - e io mi auguro di no -, avremo tutti elementi in più di riflessione, ma, se dovesse vincere, è forte il rischio che questo avvenga su una piattaforma moderata, di `riformismo debole', incapace di imprimere una svolta effettiva nella vicenda sociale italiana. La lettura del programma di Prodi e di altri documenti, che emergono dal confronto che si sta avviando, confermano questa preoccupazione. Non mi pare ci siano novità, se non un accordo che pare esserci sull'introduzione di un reddito sociale di garanzia. Sulle altre grandi questioni aperte, non c'è accordo né posizioni comuni su niente. Ad esempio, come Fiom abbiamo chiesto al centro-sinistra di assumere la legge sulla rappresentanza, ma ci hanno opposto un rifiuto abbastanza generale.
C'è, insomma, in una situazione assai difficile, una discussione aperta. Sono però convinto che purtroppo in questa fase viene in primo piano un'autonomia forte del problema politico di battere Berlusconi, che si presenta come una priorità assoluta: e con questo ci si sbatte contro. Allora, rispetto all'esigenza di un'alleanza elettorale capace di conquistare una maggioranza, bisogna inevitabilmente avere tutte le forme di flessibilità necessarie per creare le condizioni per conseguire quel risultato, ma, nello stesso tempo, occorre cominciare a ragionare anche sul dopo. E, in questa prospettiva, non c'è dubbio che si debba lavorare a costruire un soggetto, una forza, un pensiero, un'organizzazione o un'aggregazione, qualsiasi cosa che ci permetta di dire che non c'è solo da una parte il movimento e dall'altra il sistema politico. Vale a dire, che non andiamo verso la pura e semplice riproposizione del modello americano. E questo io credo che sia il punto: se vogliamo difendere il modello europeo anche sul terreno della politica, questo è un passaggio che non si può eludere.


Pietro Ingrao
Quando abbiamo cominciato questa impresa, l'obiettivo che io avevo in mente non differiva sostanzialmente da quello che poi Luigi Pintor - presto, abbastanza presto - formulò in un suo articolo: stimolare e aiutare il sorgere di un nuovo partito della sinistra `radicale' (come usa oggi dire, intendendo poi in fondo una nuova formazione comunista).
Pintor aveva posto questo obiettivo in un modo che mi sembrava troppo semplice (o semplificante) e forse anche un po' affrettato. Io vedevo un cammino più lungo (e anche più complicato) per giungere a quell'esito. Ma, alla fine, quello sbocco avevo in mente anch'io. E - in questa luce - io speravo che si stabilisse una collaborazione reale fra il team della «rivista» e la redazione del «manifesto» (quel nome che stava anche nel nostro titolo), e anche con altri fogli della sinistra, a cominciare da «Liberazione». In questa luce mi sembravano essenziali sia una presenza attiva di Bertinotti nel lavoro di costruzione della «rivista», sia un collegamento (o almeno un tentativo) con le forze della sinistra diessina.
Ho apprezzato (anche perché ci trovavo sempre da imparare) la larga parte di riflessione analitica che la rivista dedicava all'accaduto `mondiale', e l'aiuto che me ne veniva per la comprensione dell'oggi immediatamente politico. Se mai, mi sarebbe piaciuto che questo lavoro (lo chiamerò così) di analisi sociale e di lettura del capitalismo contemporaneo si sviluppasse in modo più ordinato; e con una volontà e capacità maggiori di `comunicazione' con il mondo dei nostri lettori, che per larga parte io ritenevo (e ritengo) che siano - diciamo così - semplici militanti o persone meno pronte alla ricerca teorica o anche ad una analisi specialistica dell'accaduto sociale. Insomma non disprezzavo uno sforzo più tenace e paziente di `educazione culturale', e anche - qui è un punto che mi preme - di collegamento esplicativo fra le differenti culture e saperi che, nei fogli della «rivista», si misuravano con una lettura dell'accaduto e dell'accadere, naturalmente evitando un mischiarsi disordinato e casuale di culture.
E ancora un'osservazione. Non mi sembrava ben regolato, nelle pagine della «rivista», l'intreccio dei livelli di indagine: l'assommarsi di scritti chiaramente orientati all'agire politico immediato e le parti di riflessione teorica e di lettura (o rilettura) del marxismo (per adoperare qui un nome semplice e significativo).
Nel corso degli anni io però ho dovuto costatare due cose: 1. il distacco di Bertinotti dall'impegno nella nostra impresa - fatto che mi è dispiaciuto e che non so fino in fondo spiegare; 2. il disinteresse palese - a mio avviso - della redazione del `manifesto' verso l'opera che noi tentavamo, e anche la difficoltà di costruire più ampiamente un incontro e una scambio con altri fogli e pubblicazioni di quella sinistra che oggi chiamiamo `radicale'. Ho visto insomma pesare sul nostro lavoro una frantumazione palese in corso nella sinistra italiana ed europea, che - nell'operare - non veniva colmata dall'incontro nelle grandi manifestazioni di massa che l'Italia (e in parte anche l'Europa) vive.
Queste difficoltà le annoto perché io non credo che ci sia avvenire per la nostra rivista se non ci misuriamo con questo quadro politico e con questa nostra - relativa - distanza dall'agire politico immediato e di massa.
Insomma: io resto legato a una lettura della «rivista» come attore politico operante e come strumento di ricostruzione di una soggettività politica comunista (o di sinistra `radicale', per usare un termine di moda), che vuole pesare sulle battaglie politiche in atto; e naturalmente accompagna la battaglia politica sull'oggi - che per me è la nostra prima motivazione - con la ricerca analitica sull'accaduto e sullo scontro in atto: prima di tutto contro il nuovo imperialismo americano della `guerra preventiva'.
Questo lavoro a mio giudizio si può fare, anche con le nostre forze attuali: per esempio sugli sviluppi della `globalizzazione' e su quella parte grande di mondo, che è ancora in condizione di soggezione all'Occidente e di frantumazione. Su questo tema enorme noi abbiamo pubblicato testi anche di grande interesse, e con firme di grande prestigio e valore: forse però dovremmo proseguire in modo più ordinato e - se volete - più `didascalico', se non altro perché c'è un'enorme e a volte pessima informazione (e direi anche `narrazione') che è in campo sul mercato e che non viene sottoposta abbastanza a un vaglio critico `di massa'.
Infine, tornando all'Italia: io apprezzo molto gli editoriali e i commenti che Magri (ma non solo lui, anche Aresta e Chiarante, e altri) scrive sull'immediata vicenda politica italiana. Ma forse formuliamo in modo ancora un po' criptico la nostra indagine e il nostro giudizio sui vari segmenti (o partiti?) del mondo politico in campo in Italia, nell'area ormai di `centro e in quella fluttuante a sinistra. Mi chiedo: non dovremmo, anche con una certa sistematicità, portare direttamente nelle nostre pagine il confronto con loro? Bastano le analisi che - con una certa continuità - conduce Chiarante o i commenti degli editoriali di Lucio? E anche l'informazione e la polemica sul sindacato (e sulle sue novità e sulla sua crisi) raggiungono una continuità di informazione e di dibattito che dia un quadro compiuto? In fondo sulla vicenda di Cofferati non abbiamo scritto né cose molto chiare né considerazioni sulla esemplarità del caso. E non sono sicuro che i nostri lettori abbiano un'idea precisa del travaglio e anche dei livelli di esperienza che oggi squassano (questa mi sembra la parola) il mondo del sindacato italiano (ed europeo). Non ci sarebbe su questo tema cruciale da verificare il materiale che abbiamo prodotto, la compiutezza persino della nostra informazione e la sua capacità divulgativa?
Infine io non rinuncerei ad alcuni strumenti tradizionali: il corsivo polemico, la rubrica fissa delle recensioni. E mi porrei una domanda anche sul modo di scrivere, con continuità, sul sistema televisivo. E per alcuni di questi settori cercherei di realizzare anche uno stacco grafico, che spinga il lettore a cercare queste parti della «rivista» con il loro specifico linguaggio e l'uso di stilemi espressivi definiti e riconoscibili: che invitino anche ad una continuità di lettura e a un legame, a una `abitudine' a comprare il nostro prodotto. E sarebbe utile anche una ricerca sul nostro pubblico, su `quelli che ci leggono'.
Mi rendo conto della elementarità di queste mie considerazioni che finiscono per approdare, alla fine, a un tipo di rivista abbastanza tradizionale, e che accompagni l'accadere degli eventi, più che lavorare a `produrli', a stimolarli. Ma so anche di non avere una capacità d'invenzione di `genere'.
Certo: c'è la proposta di Rossana, che ha una ambizione - se l'ho capita bene - di approfondimento culturale, di rilettura - infine - delle categorie del marxismo e delle grandi mutazioni avvenute nella struttura di classe.
Nel caso però che una tale proposta venisse accolta, allora credo che bisognerebbe cambiare parecchio in profondo il lavoro della redazione, e anche la sua composizione. E io temo di non avere le qualità per dare un contributo reale.
Infine, qualche osservazione più semplice, riguardante direi la forma `fisica' della «rivista». Io segnerei e marcherei di più, anche tipograficamente, i vari comparti e anche i diversi linguaggi messi in campo dalla «rivista»: per esempio certe differenze di vocabolario («la rivista» parla sempre e tutta con lo stesso stile): come dire fra l'editoriale e il saggio e il corsivo polemico, e la recensione libraria ecc. ecc. Insomma: aiuterei di più il lettore a scegliere. Adesso la veste tipografica mi sembra troppo uguale e un po' spenta.


Riccardo Bellofiore
Partirei da un punto che mi è parso tutto sommato comune tra i due testi che ci sono stati inviati e che esprimerei con le parole di Magri, il quale a un certo punto scrive che la rivista ha sofferto di una carenza di analisi di fondo. I due testi - con un certo grado di paradossalità, visto che la rivista, tutto sommato, vende ancora 10.000 copie - ne offrono un quadro critico: l'uno, quello di Rossanda, sul futuro si dichiara radicalmente pessimista, parla di catastrofe; l'altro, il testo di Magri, registra un fallimento e una sconfitta dell'idea politica su cui la rivista è nata. Ora, se davvero vogliamo guardare alla storia della rivista - che ormai conta 45 fascicoli - val la pena di farlo andando alla radice dei problemi. Non è facile darvi fondo in poco tempo, anche perché quello che dirò registra un'empasse anche personale, non è solo una critica ma è anche un'autocritica. Cercherò di farlo per punti, per tesi, cui aggiungerò pochissime considerazioni esplicative.
Benché, per una specie di coazione professionale, i miei ragionamenti si terranno sul terreno dell'economia, credo che essi possano generalizzarsi all'intera rivista. Giudicherete voi. Sul terreno dell'analisi e delle tendenze credo che la rivista abbia un buon passato alle spalle, e che, soprattutto ai suoi inizi, abbia anticipato in larga misura i fatti. Siamo nati da una critica all'ideologia del cosiddetto `pensiero unico', nella forma della globalizzazione omogenea, del postfordismo che cancellava il conflitto, della fine del lavoro. Siamo stati in grado di analizzare il conflitto nelle modalità del lavoro - certo, più nella vecchia forma del lavoro salariato che di quelle nuove del lavoro eterodiretto e autonomo -; di analizzare le contraddizioni della globalizzazione; di vedere l'esplosione del lavoro nella forma della globalizzazione, di avvertire tempestivamente la crisi della nuova economia, non solo come produttrice di diseguaglianza ma come processo insostenibile che nutriva una crisi al suo interno. Abbiamo messo in campo una critica efficace, nel libro di Negri, dell'ideologia dell'Impero quando costruisce l'ipotesi di un capitalismo che si sarebbe emancipato dalla crisi e che sarebbe sostanzialmente pacificato al suo interno. Abbiamo visto con lucidità in anticipo la crisi dell'Europa, della forma della politica monetaria e della politica fiscale europea.
In qualche modo siamo andati sul terreno dei fatti: le inchieste di Rieser sul lavoro, gli articoli sulla situazione salariale, sulla flessibilità, con grande anticipo gli articoli di Pizzuti sulla questione delle pensioni, la crisi dell'industria, ultimamente Gallino, la Fiat e così via. Su questo piano, la rivista, dunque, è stata anticipante. Sul terreno della proposta politica c'è questo paradosso: il cosiddetto `riformismo alto' - tornerò poi sul termine -Magri scrive che è necessario, forse possibile, anzi l'idea progressivamente viene sempre più condivisa, eppure oggi viene sostanzialmente svuotata; c'è un'egemonia moderata. Rossanda, se ho capito bene, lo giudica impossibile perché fuori tempo. Ora, questo scarto tra un'analisi felice e un intervento politico progressivamente inefficace non può non porci problemi.
Torno brevemente sull'espressione `riformismo alto': non ho tanti problemi a utilizzare questo termine, come quell'altro di `riformismo forte'. Certo, bisogna intendersi: riformismo forte, o riformismo alto, è per me una politica di riforme che non si limita ad attenuare gli effetti sul sociale delle dinamiche spontanee dell'economia, ma che riconosce il conflitto sociale come costitutivo, sino alla pretesa di definire la qualità dello sviluppo. È qualcosa che è già successo nel '900, ed è successo in un orizzonte in larga parte capitalistico. Si tratta di una prospettiva in qualche misura contraddittoria, perché nutre una contraddizione al suo interno. È però l'unica cosa che sappiamo, e forse possiamo, proporre oggi, anzi in certa misura la più eversiva oggi, e però che si scontra con difficoltà di traduzione politica nel contesto attuale. Insomma: la rivista si trova a registrare l'analisi felice della tendenza, da un lato, e la prospettiva politica svuotata e forse oggi impossibile, dall'altro.
Come spiegare la compresenza di queste due cose? La mia risposta, molto in breve, è questa: siamo, in una certa misura, vittime del nostro successo. Del successo dal punto di vista dell'analisi, intendo dire. Sul terreno dell'analisi abbiamo visto aggregarsi intorno a noi una serie di forze insoddisfatte delle ideologie correnti della sinistra; non solo dell'ideologia della sinistra moderata, che è saltata sul carro del liberalismo, quando non del liberismo, ma anche dell'ideologia della sinistra radicale (faccio due nomi: Revelli e Negri). E questo spiega in qualche misura un'onda di simpatia e interesse, per una posizione originale e che colmava un vuoto. E che appunto, a differenza di quelle prospettive, ha prodotto una analisi di fase e previsioni ben più azzeccate.
Però dal 2001 in poi vengono in evidenza una serie di limiti. Vi sono stati, certamente, eventi inattesi: forse non ci aspettavamo il movimento no-global con la sua forza, sicuramente non ci aspettavamo la forma della reazione americana con la guerra preventiva. Ma ci aspettavamo anche il ritorno dello Stato? Qui il discorso è più complesso, perché sulle pagine della rivista - la mia è una posizione di parte, evidentemente - si sono affiancate posizioni che hanno prodotto analisi che non sono state affatto sorprese dal ritorno di uno Stato - che non se ne era mai andato in realtà - e che non hanno ceduto al mito della fine dello Stato, che hanno visto in anticipo non solo la crisi, ma la possibilità di una ripresa da destra della spesa pubblica attiva. Altri invece non si aspettavano con questo vigore il ritorno del `pubblico' da destra, quello che è stato definito `keynesismo di destra'.
Riflettiamo un momento su questa questione del ritorno dello Stato. È qualcosa che, da un lato, nel caso americano, ha risposto alla crisi della globalizzazione, nell'altro caso è storia dei nostri giorni, e qui in qualche modo se ne è fatta una lode sottotraccia che vede il ritorno dello Stato-nazione. Ora, tutto questo è vero, ma, nel momento in cui il ritorno dello Stato avviene in queste forme, c'è da chiedersi cosa abbiamo noi da proporre: e nel noi metto anche coloro che, come me, pure avevano criticato la fine dello Stato e anticipato il ritorno della spesa pubblica attiva. Le risposte che diamo a me sembrano ancora insufficienti. Spesso ci siamo mossi, e rischiamo di muoverci ancora oggi, su una coppia troppo semplice, che è sostanzialmente questa: liberismo (`cattivo', di destra) contro statalismo (`di sinistra', cattivo). Cito soltanto due indicatori: la contrapposizione tra modello europeo o modello americano e i giudizi su Cofferati.
Partiamo da Cofferati. Io credo - ovviamente la conoscenza che può averne Cremaschi, dall'interno della pratica sindacale, è ben diversa - che non ci si aspettasse davvero che si spingesse fin dove è arrivato nell'ultima fase della sua segreteria Cgil. Anche se io penso che è arrivato fin lì perché c'era Berlusconi, che voleva rompere (e per fortuna) lo schema della concertazione e del : e questo è già un pezzo della risposta. Certo, il problema è che noi abbiamo dato credito politico a Cofferati nel momento in cui lui continuava a sostenere, nell'ordine: il capitalismo della conoscenza come prospettiva positiva senza ambiguità, l'Europa così come era costituita con il Patto di Stabilità, la concertazione. Cofferati ha messo in piedi una Fondazione Di Vittorio che, sul terreno dell'analisi economica, intendeva lavorare programmaticamente in questo modo: costruiamo dei gruppi che non discutano mai delle tendenze di fondo perché lì andremmo a litigare; prendiamo questioni definite, ma particolari, e su quelle definiamo delle proposte politiche. Il che evidentemente produce un risultato semplice: visto che non si va a discutere delle cose di fondo, un orizzonte solo risulta possibile, quello moderato. Puoi organizzare delle iniziative con Lunghini e Cartosio contro la guerra in Iraq, molto radicali, e al tempo stesso un'apologia del capitalismo dei fondi pensione. Ora, il problema ulteriore è che se le nostre analisi erano corrette (e ho sostenuto che lo erano), una sinistra come quella di Cofferati - che, impiegando un termine usato nel dibattito francese e cui più volte ho fatto riferimento sulla rivista, definirò social-liberale - per forza di cose è battuta dalle correnti più moderate all'interno stesso della sinistra moderata, puramente e semplicemente liberal-democratiche.
Passiamo all'altra questione che ho citato: l'Europa, modello europeo versus modello americano. Non credo che Prodi sia un portatore del modello americano, né credo che le sue preoccupazioni di oggi siano da ridicolizzare. In un contesto di limiti molto forte, che Prodi accetta, egli si pone un problema di coordinamento europeo che vada oltre gli Stati nazionali, che riconosca il problema che questi Stati non sono tutti uguali. Possiamo, ovviamente, criticare questa impostazione, tanto più che è ormai un morto che cammina dopo le ultime vicende, ma non irriderla, perché discende da un dato di fatto semplice. Il Patto di stabilità è saltato perché qualcuno ha violato le regole comuni sui disavanzi di bilancio, senza accettare di soggiacere alle sanzioni comunemente stabilite per le infrazioni alle regole comuni. Quelle regole dunque non esistono più, ma se non esistono più non esiste il Patto, e nemmeno quell'Europa come soggetto in grado di `comandare' ai suoi Stati-nazione. Ora Prodi - ne sono convinto - non ha cambiato idea, pensa ancora che il Patto di stabilità è `stupido', infatti è lo stesso Prodi che, quando Rifondazione se ne andò e per ottime ragioni, tirò fuori una delle proposte economiche a quel tempo più radicali: utilizzare le riserve delle Banche centrali per politiche espansive. Allora, quando si rivela che questa Europa non è altro che una `copertura' dell'attuale gerarchia degli Stati-nazione (è la Germania ad avere imposto quelle regole), per chi non vuole tornare alla situazione precedente, delle due l'una: o si inventa e impone un'altra idea di Europa, o come Prodi si cerca di rimettere insieme i cocci.
Dal mio punto di vista le cose stanno così: il `neoliberismo' non è una nuova incarnazione del liberismo del laisser faire, il capitalismo del libero mercato nel vuoto delle politiche economiche, che in realtà non è mai esistito. No, è stato ed è un capitalismo nel pieno di certe politiche economiche. E oggi in realtà il neoliberismo e la globalizzazione e la nuova economia sono comprensibili solo nel pieno di politiche anche attive degli Stati: dalla politica industriale, alla politica del mercato del lavoro, dalla politica del cambio a quella monetaria, alla politica fiscale e così via.
Noi dobbiamo allora affrontare un problema. Le posizioni non sono solo due - come apparirebbe, appunto, dai ragionamenti semplificati sulla base della coppia antitetica liberismo-statalismo - ma sono tre: c'è una posizione nella sinistra - quella appunto, definibile come `social-liberale' - la quale ritiene che la liberalizzazione delle forze del mercato (non principalmente il mercato del lavoro, ma il mercato dei beni e quello finanziario) produca più ricchezza, che lo Stato deve puramente e semplicemente essere un regolatore `esterno', e che si tratta semplicemente di porre rimedio agli eccessi di questo modello e redistribuire meglio questa ricchezza, perché purtroppo lo sviluppo economico produce di per sé, non regolato, diseguaglianza. Qui c'è un paradosso, e consiste in questo: che la sinistra moderata - e in questo ragionamento rientra, secondo me, Cofferati - è, sul terreno dell'economia, molto più `liberista' di quanto non sia invece una destra alla Tremonti. Certo, una destra `neoliberista' alla Tremonti è per la deregolazione massima, senza garanzie, del mercato del lavoro, e la sinistra `social-liberale' no. Ma teniamo anche presente che in quella destra succede una cosa paradossale: in un mondo in cui prevedi che tutti i lavori debbano diventare precari, ti poni il problema di qualche garanzia per il precariato. Il `Pacchetto Treu', invece, ha precarizzato il mercato del lavoro senza provvedere alle garanzie minime.
Accenno di volo alla questione del disavanzo pubblico. Certo, noi oggi possiamo affermare, e giustamente, la necessità di consentire disavanzi pubblici crescenti; possiamo anche, di nuovo a ragione, prendercela con la politica della Banca centrale europea, ma tutto ciò non toglie che il problema resta quello della qualità dello sviluppo, perché in realtà - come dire - il rischio delle posizioni che si limitano a rivendicare le politiche di deficit spending, quando quelle politiche vengono portate avanti dalla stessa destra `neoliberista', è di sanzionare puramente e semplicemente una dinamica che ci riporta indietro agli anni del keynesismo criminale.
Dove mi portano questi ragionamenti? A dire che noi abbiamo avuto, sì, un'analisi che ci ha consentito di individuare le contraddizioni del capitalismo contemporaneo, ma che, una volta che queste contraddizioni sono esplose, noi rimaniamo incerti sul come reagire, su quale `griglia interpretativa' adottare. Questo è il problema vero. E la ragione di fondo mi pare questa: a me sembra che sul terreno del modo di produzione le analisi non siano affatto convergenti tra molti di noi, che qui noi siamo fortemente indecisi, e che un dibattito vero non ci sia stato. Se usciamo dalle categorie del movimento no-global, se usciamo dalle categorie anche revelliane e negriane, rimane pur sempre una distinzione, una divisione, tra due visioni. Una prospettiva che dice che il capitalismo è per sua natura parassitario, che, sfondata la cappa del dominio della finanza e del primato della `rendita', si potrebbero liberare le forze del conflitto sociale. Un'altra prospettiva c'è - ed è quella che io sosterrei - nella quale invece il problema è che il capitalismo, questo capitalismo, garantisce una qualche forma di sviluppo, ma uno sviluppo disegualitario, ed è insostenibile, il suo equilibrio tende periodicamente a saltare, e purtroppo questo capitalismo ha capacità inclusive per alcuni.

Allora, come si fa una rivista? Una rivista si dovrebbe fare a partire, in qualche modo, da delle `tesi', e su questo aprirsi alla discussione più pluralista. È così che si sono fatte le riviste migliori, «Quaderni rossi», «La Rivista trimestrale», il primo «manifesto». Qui c'è un problema: «La rivista del manifesto» oggi, secondo me, non tollererebbe una griglia forte di risposte. Sono d'accordo con i testi di Rossanda e di Magri nel pensare che l'empasse nell'analisi politica ci sia, e vada affrontata. L'unico modo per affrontarla, secondo me, è quello di condividere, almeno, una griglia di domande. Quest'ultima - per brevità, vi accenno soltanto - non dovrebbe fermarsi alle vicende di questi anni, ma andare davvero sul lungo periodo. Infatti credo che, dal punto di vista teorico e politico, la contraddizione che noi viviamo sia che la frantumazione sociale oggi è prodotta da un meccanismo capitalistico che non si inceppa ma si riproduce, sia pure in modo sempre più instabile. Ora, questa frantumazione sociale non la si interrompe semplicemente impugnando la bandiera del conflittualismo, anche perché il soggetto sociale né è dato in natura né è prodotto spontaneamente da questo sviluppo. La frammentazione può essere contrastata soltanto se si è in grado di intervenire sulla qualità dello sviluppo, in un lungo processo di riunificazione del soggetto sociale anche `dal basso' e che coinvolge l'azione sindacale, che metta il lavoro al centro del progetto di trasformazione.
Questo è il problema che crea il blocco di fronte a cui noi siamo, il fatto cioè che in una situazione di estrema debolezza sociale, non siamo riusciti a risolvere in momenti di forza i problemi che abbiamo di fronte. Quando «la rivista» nacque, la situazione non era molto diversa, ma la prospettiva però non mi appariva utopica, perché era iniziato, o si era rivelato, un processo di crisi radicale di legittimazione del capitalismo, si vedevano all'orizzonte i barlumi di una crisi economica e, pur sapendo per la nostra tradizione (sia pure un po' vecchiotta) che questo automaticamente non porta a sinistra ma può anche portare a destra, però si apriva un problema. Il problema che la rivista poneva era, dunque, un problema di fronte a cui ci si sarebbe trovati tutti. Nella realtà abbiamo avuto ragione, le nostre griglie interpretative ci hanno portato fin qui, ma non bastano assolutamente a procedere.


Aldo Tortorella
Ho partecipato alla Rivista fin dal suo lontano sorgere e, come ho detto nelle riunioni preparatorie di questo incontro non ho mai pensato che dalla rivista potesse nascere una forza politica. Ho sempre pensato però che dalla rivista poteva essere dato un impulso ad una ricerca e ad una sollecitazione, per la costruzione di una forza di sinistra autonoma e unitaria. D'altra parte lo stesso lavoro ho cercato di farlo anche con l'associazione che insieme ad altri abbiamo messo in piedi poco prima che la rivista nascesse; una associazione che si proponeva di essere uno strumento per il rinnovamento - e cioè il rifacimento - di una sinistra la quale avesse pensiero critico e alternativo e capacità di incidere nella realtà.
Non penso, ovviamente, che la politica si esaurisca nella gara per il potere. Ma una forza politica che scenda in campo per misurare il proprio consenso elettorale ovviamente gareggia anche per il governo. Siccome via via venivo avvertendo che il partito dei democratici di sinistra si rivelava sempre più indisponibile ad una cultura la quale avesse dentro di sé la critica della società presente, sentivo che lo sforzo avrebbe dovuto essere quello di fare in modo che quelle forze, che dichiarano se stesse come alternative, uscissero dal limbo in cui in qualche modo si sono venute e ancora si vengono a trovare. Uscissero, cioè, da questa realtà fatta di frammentazione e talora di odi reciproci, da questa specie di nebulosa, che finisce col non avere un corpo robusto e consistente tale da frenare il corso delle cose che si è venuto sviluppando anche a causa della sinistra moderata. Sollecitare un tale processo di ripensamento era, ed è, un compito politico rilevantissimo e pensavo, quindi, che la Rivista avrebbe potuto svolgerlo proprio fornendo un `servizio' culturalmente significativo. Da questo punto di vista non credo che questa rivista abbia fallito.
Questo è l'unico punto che non condivido delle tante considerazioni di Magri. Fallito che? Certo, se si pensava che potesse essa medesima attendere alla costruzione di una forza politica di fallimento si potrebbe parlare. Ma poiché personalmente non l'avevo capita così - e continuo a non capirla così - mi schiero per la continuazione della rivista anche perché, almeno in parte, quel compito di sollecitazione è stato assolto.
Una rivista è una realtà data, fatta di approfondimenti, polemiche, di contributi conoscitivi che mirano ad uno scopo. Lo scopo di sollecitare, di stimolare, di fornire argomenti e se possibile fornire anche fondamenti per una rinascita della sinistra in Italia è più che mai attuale. E non lo è solo in Italia, perché non è che i guai siano soltanto qui. I guai della sinistra sono a livello europeo: se pensiamo al prevalere ovunque di una sinistra più che moderata e, dall'altra parte, alla diaspora delle forze alternative e anche al fiorire di posizioni di sinistra che molto spesso hanno uno sguardo rivolto al passato più di quanto non avvenga per la sinistra `alternativa' italiana. E ciò nonostante la presenza, giustamente sottolineata da Agostinelli, del movimento new-global. Il rilevante significato culturale dell'ultimo appuntamento a Parigi del Forum europeo non ha impedito che alla sfilata finale ci fosse tutta quella varietà di gruppi di molti paesi che abbiamo visto anche a Firenze, ma pochissima Francia, nonostante il fatto che la sinistra che in Francia chiama se stessa alternativa rappresenta una quota assai consistente di elettorato. Dunque c'è un problema a livello europeo. E sia in Italia che in Europa mi sembra più maturo di ieri il bisogno di una sinistra che congiunga capacità critica e attitudine a un nuovo pensiero di governo.
Se questo è vero in che senso può essere utile una rivista di questo genere? Ma proprio perché il crollo della esperienza sovietica e della sinistra novecentesca non è stato seguito da alcuna nuova edificazione che possa essere ritenuta solida e duratura. Anzi, il punto drammatico cui è arrivata non soltanto la politica di Bush, ma anche il trionfo e la paura dell'Occidente, la vittoria e la crisi della cultura e della civiltà, di cui noi siamo stati portatori, non solo non è stato affrontato dalla sinistra residua, ma, a me pare, non è neppure stato pienamente compreso. Ingrao ha perfettamente ragione a richiamarci tutte le volte sul tema della guerra preventiva. Aggiungerei che la guerra preventiva da un lato è qualche cosa di spaventoso, dall'altra parte è anche l'indice del fallimento di quello che si pensava potesse essere un'egemonia. Altro che egemonia! Qui siamo di fronte al fatto che questo Occidente per confermare il proprio dominio dice: io picchio, io bastono, io sparo fendenti da tutte le parti. Non basterà l'Iraq. Si credeva di prendere facilmente la Siria e l'Iran anche se adesso devono essere più prudenti perché si è visto che aveva ragione chi ha detto che la violenza chiama violenza. La faccenda non è finita. Siamo di fronte ad un punto di svolta per il modello di incivilimento greco-ebraico-cristiano di cui anche la sinistra europea è parte per la sua origine e per il suo medesimo radicamento: o questo modello ripensa se stesso alle radici o vi sarà un esito disastroso. La sinistra si è smarrita di fronte alla responsabilità enorme di rifare il mondo da cui essa stessa è scaturita perché se è crollata la esperienza sovietica, si sono anche dimostrate inconsistenti le visioni della sinistra rimasta in piedi. Perciò il rifacimento è una necessità del tutto attuale. E non vedo contraddizione ma consequenzialità tra la sollecitazione per una nuova sinistra e la contestuale discussione dei fondamenti. Quando si afferma, per esempio, che economicismo, statalismo sono posizioni da superare, bisogna sapere che si dice qualcosa di molto approssimativo, qualcosa che va pesato e misurato.
Bellofiore ha ragione, se ho capito bene. Fino ad un certo punto ci ha portato la vecchia cultura, da un certo punto in avanti non ci porta più. Cremaschi richiama la questione sociale. Ma possiamo porre la questione sociale in modo efficace solo se rivediamo criticamente anche molte delle nostre categorie. Io stesso ho accolto, insieme con pochi altri amici, il grido di dolore di Sabattini, della Fiom, completamente isolata sulla questione che essa veniva ponendo, una questione dirompente per il sindacato, non solo per il padronato. Quando tu poni la questione: l'ultima parola sui contratti ai lavoratori, tu dici una cosa che è sempre stata assai discutibile per la Cgil, non solo per la Cisl. Adesso sembra che la Cgil voglia adottarla. Ma abbiamo raccolto quella denuncia con cui compagni della Fiom e della sinistra sindacale ponevano la questione della piena assenza di rappresentanza del lavoro perché è una denuncia fondata e perché ci rendevamo conto che la Fiom veniva sollevando un tema determinante: la questione sociale è arrivata al punto che può essere riportata con forza in campo innanzitutto attraverso la questione democratica. Questo significava dire: «La parola ultima ai lavoratori».
Contemporaneamente dobbiamo ben sapere che la questione sociale non si può oggi proporre se non si pone il tema che è stato sollevato da Agostinelli, ma anche da Bellofiore. Uno ha chiesto quale crescita, come la crescita, fino a che punto la crescita, e l'altro ha riproposto il problema della qualità dello sviluppo. Ma ciò chiede anche la ridiscussione di categorie teoriche fondamentali se non vogliamo illudere noi stessi. Io considero giustissimo quello che ha detto Magri nella introduzione, e cioè che questa analisi di fondo è in parte mancata sulla Rivista. Solo con grande fatica rispetto a noi stessi siamo riusciti ad introdurre qualche tema scabroso. Personalmente ho osato - da vecchio revisionista - riproporre, sebbene in forme un po' velate, una rivalutazione del socialismo etico. Un tale revisionismo poteva essere fieramente stroncato: ma la polemica non è neppure nata. Dice Pietro che abbiamo bisogno di altri collaboratori, di altro pensiero senza contraddire il carattere politico della rivista. Ha ragione, mi pare, perché altrimenti la distinzione tra politica e teoria diventerebbe qualcosa di deteriore: politicismo e accademismo. Perciò non vedo contraddizione tra il bisogno di politicità e la necessità di ricerca espressa da Rossana. Non possiamo pensare al rifacimento di un soggetto politico senza contemporaneamente proporre la ridiscussione di quelle categorie cui Rossana ha accennato e altre ancora comprese quelle che possono sembrare le più astratte o già consumate (il rapporto tra etica e politica, ad esempio, la relazione tra storicismo come ideologia e storicità del reale, tra democraticità e democrazia reale, tra fondamento economico e realtà del simbolico e dell'immaginario, ecc.).
Dico che questo lavoro oggi è più attuale di ieri non solo per la crisi dell'Occidente, ma anche per il fatto che, dentro questa crisi, c'è in ambito nazionale la crisi del movimento di centro-destra e delle sue forze politiche organizzate. Ciò porta da un lato sempre più «a destra» il partito della sinistra moderata, nello sforzo di rispecchiare le tendenze di quella parte dell'establishment che non sta con Berlusconi. Ma dall'altro spinge anche ad un qualche vago tentativo di avvicinamento tra forze di sinistra, gruppi politici, associazioni che fino a ieri si sparavano addosso. Il fatto che - in modi che si possono ritenere modesti quanto si vuole - si parli di fare un programma comune a sinistra della sinistra moderata, fra quei partiti che dichiarano di essere alternativi è qualche cosa che fino a ieri non era facilmente pensabile. Capisco che ci sono stimoli elettorali, ma al di là di questo, c'è un processo in parte nuovo in atto. È perfettamente comprensibile che il partito moderato si orienti verso il centro, pensando a Blair o alla neue mitte di Shröder. Penso che essi arrivino fuori tempo massimo ma capisco che verso quella strada fatalmente dovevano volgere, date le premesse da essi stessi stabilite. Ma c'è anche questo - sia pure molto sommario e iniziale - sforzo di avvicinamento di forze politiche fino a ieri in lite fra di loro, il che suggerisce di leggere e stimolare questi iniziali tentativi. Ciò implica la pazienza e anche la modestia di vedere quello che succede nella realtà e di sforzarsi di accompagnarlo con la consapevolezza della difficoltà di accostarsi, nella situazione data, ad una questione francamente durissima come quella del consenso.
Quelle forze politiche moderate le quali cercano di portare avanti la parola d'ordine dell'alternanza a Berlusconi e del rifacimento di un governo di centro-sinistra non sono così sciocche da non sapere che debbono ramazzare un certo consenso, ma poiché non intendono rompere con i gruppi economicamente dominanti, o almeno con una parte rilevante di essi, vogliono radunare il massimo dei suffragi nell'area di centro. Essi danno in larga misura come difficile il recupero del consenso a sinistra. E in effetti è arduo - dopo averli abbandonati per tanto tempo - ritrovare la fiducia di quei lavoratori che - come ha detto Greco - lo ascoltano sul contratto e la democrazia ma non l'ascoltano più sugli immigrati o sulla guerra dell'Iraq. Quei lavoratori, io credo, non sono già passati all'astensione, hanno piuttosto scelto la Lega per le sue parole d'ordine immediatistiche: teniamoci i nostri soldi, spartiamoceli fra noi qui al nord. La Lega o Forza Italia o anche peggio, come succede, come Greco ci insegna, anche a Brescia. Quindi il processo nella realtà è molto complicato e una rivista come la nostra può in questo avere un peso molto grande.
Ricostruire una visione di classe nell'attuale composizione sociale è un tema teorico e pratico che ha bisogno di uno strumento politicamente e culturalmente forte. È vero che la diminuzione dei lettori è anche relativa al fatto che questa rivista è un po' difficile e spesso Ingrao ha ammonito alla chiarezza del linguaggio, alla sobrietà, alla precisione, alla brevità. Però è inevitabile che questa rivista, se vuole partecipare ad un rifacimento che deve essere anche teorico, sia in parte un po' complicata: ciò che danneggia non è la difficoltà eventuale di un testo, (quando non sia espressione di pura confusione delle idee) quanto la sua ovvietà, ripetitività, vaghezza, mancanza di contributo informativo. Credo che sia in questa direzione che dobbiamo andare. È possibile che una parte di quei lettori i quali pensavano a qualche rapida traduzione in realtà politica della rivista si siano allontanati. Ma - relativamente parlando - è possibile un loro recupero. Più difficile è la ricerca di lettori nuovi. Certo, meno articolesse (di cui forse naturalmente anche io sarò stato colpevole) ma - soprattutto - più scoperte, più apertura culturale, più polemica e ancora più ricerca teorica con più collaboratori e meglio fatta di quanto non siamo riusciti a farla fino ad adesso. Naturalmente ci si chiede che cosa poniamo come asse del ragionamento se vogliamo avere il rifacimento di una forza politica. Poniamo o non poniamo come centrale la questione sociale? La mia risposta è affermativa. Altrimenti non avrei cercato di fare quel tentativo con Sabattini - cui va anche di qui il mio ricordo. Ma il difficile è e sarà porre la questione sociale dentro la asperrima realtà di oggi. Per questa scommessa vale la pena di tener viva questa rivista.


Luciana Castellina
Una prima annotazione su quanto ha detto Cremaschi. Credo abbia molto ragione quando dice che si è insinuata nella sinistra, sia moderata che radicale, l'illusione che basti aspettare che Berlusconi cada come una pera cotta. Non è affatto così: nel prossimo anno assisteremo a una serie di manovre populiste intese ad attizzare ogni sorta di corporativismi anti-europei, contro cui un rigoroso perbenismo europeista, quale quello enunciato dal centro-sinistra, potrà poco.
Ma veniamo alla nostra rivista.
Questa nostra discussione coincide con l'apertura della crisi del quotidiano. Io la chiamo crisi perché non credo si tratti solo di un problema di cambio di direzione. A me pare una crisi vissuta in grande isolamento, che crea un certo sgomento in tutti coloro che considerano «il manifesto» un bene `pubblico', non solo quindi della sua redazione. Ci sono mille lettere che intervengono nel dibattito, è vero, ma sapete tutti bene che le lettere non producono un confronto reale. Voglio dire che la discussione si svolge oggi solo fra un ristretto gruppo di persone, gli addetti ai lavori, cui non sono stati chiamati, direttamente coinvolti, quegli interlocutori del giornale che sono soggetti collettivi che pure nel «manifesto» hanno tutti un punto di riferimento forte. Penso al Forum sociale, al sindacato, alla stessa sinistra dei Ds, a un'ala di Rifondazione comunista che non è solo gelosa di «Liberazione», ma anche a noi della «rivista» che pure abitiamo al piano di sopra.
Dico questo perché mi pare che l'isolamento del quotidiano sia per certi versi analogo a quello della «rivista»; e in secondo luogo perché io non vedo soluzione ai problemi della «rivista» se non consonante con quella del quotidiano, cioè se non ci sarà un intreccio più stretto fra chi scrive sull'una e sull'altro, se non ci si preoccuperà di rendere funzionale l'uno all'altro i due strumenti, e anche uno sforzo per trovare forme di diffusione comune più stretta di quella attuale, anche scontando le eterogeneità.
Una eterogeneità che peraltro non è tanto fra il quotidiano e «la rivista» (che c'è, ovviamente, ma non voglio aprire qui il discorso su questo), ma soprattutto fra ambedue e il fuori. Raramente vedo un editoriale, sul quotidiano o sulla «rivista», di chi è responsabile, di `chi si muove' grosso modo nella nostra direzione. Bene o male. Parlo di quelli che portano la gente in piazza. Mai visto un editoriale di Benetollo, di Tommaso Fattori (per fare un esempio di uno dei più `intelligentini' dei Forum), di Agnoletto, di Pancho Pardi, di Tonino Dall'Oglio, responsabile di Pax Christi (e questo sebbene noi stessi diciamo che i cattolici sono oggi larghissima parte del movimento).
Rispetto alla cultura tradizionale della sinistra molta parte del movimento attuale è fatta di `barbari'. Nel senso che rispetto al nostro modo di pensare, di scrivere, di scegliere le nostre letture sono barbari. Cavallaro nell'appunto che ci ha in inviato, citando Gramsci, parla del nesso di coordinamento e subordinazione tra passato e presente. La voglio mettere nel modo più rozzo: fra il passato e il presente c'è una soluzione di continuità tanto profonda da dare l'impressione che è passato un secolo. Ora si dà il caso che i protagonisti della politica di oggi, quelli che portano la gente in piazza, non sono più comunisti. Nessuno. Anche se eventualmente dicono di esserlo lo sono in un modo che è totalmente diverso dal nostro modo di esserlo. Badate che questo riguarda anche Rifondazione comunista. Non è vero che quelli di Rifondazione comunista, parlo dei ragazzi, sono comunisti come lo siamo noi. Sono comunisti in un modo che non ha niente a che vedere con quello nostro. Ci sono anche tanti cattolici, che, a modo loro, si dicono comunisti, ma in modi diversi dai nostri. Tuttalpiù ci sono quelli sempre più curiosi del comunismo, anzi di questi ce ne sono parecchi, che chiedono di questo fantomatico Pci, questo famoso Pci che è esistito prima che loro nascessero - perché di questo si tratta - e ti dicono: ma come era il Pci? Ma davvero era così? E che cosa era? Come viveva?
Non sono solo non-comunisti, non sono dentro neppure alla tradizione della sinistra italiana, lo dicevano Luisa Boccia e anche Tronti. Sono fuori pure da quella. Sicché «la rivista», io che ho 74 anni e mi sono iscritta al Pci nel 1947 e sempre vi sono rimasta sia pure con alterne formule, la trovo bellissima, ma per quelli di cui vi parlo è indecifrabile, non si può tecnicamente capire perché i riferimenti, i modi di pensare, l'allusione alle esperienze passate, sono buio pesto. Del passato i più non sanno nulla! Ricordatevi che quelli che vanno in piazza debbono essere nostri interlocutori, se vogliamo dar vita a un'iniziativa politica: con chi diavolo la facciamo, altrimenti? La dobbiamo fare con quelli che vanno in piazza, bene o male, ma sapendo che per lo più sono nati negli anni '80.
A me sembra che questa banalità ce la dimentichiamo in continuazione. Io vi pregherei di prendere i 44 numeri della «rivista» e di rileggerveli alla luce dell'idea che siete nati nell'82. E poi vediamo che cosa succede. Lucio è come un antico romano, Cicerone, Augusto... benissimo, ma di questo si tratta! Lucio, tu dici che ci vogliono le culture eterogenee, lo dici nel tuo appunto, e che un'alternativa si costruisce solo a partire da culture che sono fra loro diverse e anche eterogenee. È una constatazione sacrosanta ma pesantissima perché io non credo che «la rivista» ne abbia tenuto conto. E invece questa è la sinistra reale. La sinistra reale è eterogenea rispetto a noi e a me colpisce più ancora che lo sia non solo e non tanto sul piano politico ma su quello culturale. Sulla politica ancora, più o meno, forse, ci capiamo, ma non su tutto ciò che pure contribuisce a costruire la testa della nuova sinistra realmente esistente, che è largamente determinato da fenomeni specificamente culturali, in misura forse maggiore di quanto fu per noi. Ed è significativo che la cultura sulla «rivista» non ci sia. Niente: né musica, né cinema, né letteratura, né teatro. Eppure tutto questo forma la testa della gente, è politica.
Non è solo questione di competenze diverse da quelle presenti attualmente nella «rivista». È questione, anche, di presenza di soggetti che hanno, rispetto alla maggior parte di noi, una collocazione diversa. La «rivista» ha bisogno di gente in carne e ossa diversa da noi.
Io condivido pienamente quello che ha scritto Benetollo nell'appunto che ci ha fornito, forse perché sto nelle sue stesse collocazioni, frequentiamo gli stessi luoghi, e come sapete i luoghi che uno frequenta - la collocazione di ciascuno, appunto - hanno una qualche influenza sul proprio pensiero. C'è poco da fare: non basta avere ragione! Certo è meglio avere ragione che avere torto. Molto meglio produrre analisi serie, avere coerenza nella linea, essere propositivi, tutte cose in cui «il manifesto» non ha mancato, ma non basta. Occorre attivare gli agenti del cambiamento e incidere sull'orientamento di quelli che sono già in campo o che di tale orientamento hanno bisogno. E questo non accade. Io sono sempre criticata perché sono capace di fare politica solo per immersione fisica; il che, lo riconosco, è un limite. Questa immersione, però, mi consente di verificare che nelle sedi dove si organizza la lotta, il movimento, la contestazione, «la rivista» non si legge. A leggerla sono 10.000 persone, sono tantissime, ma io sarei curiosa di sapere chi sono questi diecimila: certo non coincidono con chi cerca di organizzare la gente. E non parlo soltanto dei ragazzi new global, parlo anche della vasta area di `orfani' del Pci, che si sono staccati dai Ds e che negli ultimi tempi - attraverso i `girotondi', `Aprile', l'associazione di Tortorella - cercano in qualche modo di riprendere l'iniziativa politica. Questi nostri 10.000 lettori sono gente preziosa, non dico di no, ma a me sembra che sia rimasta isolata, che fruisca della lettura della «rivista» ma non abbia in testa il problema della costruzione di un nuovo soggetto politico. E credo questo sia vero anche per il quotidiano. Lo si desume dalle lettere: si tratta molto spesso di persone per le quali la lettura del giornale rappresenta ormai il solo legame con la politica. Ma è una fruizione passiva.
Il fatto è che abbiamo ragione ma non siamo abbastanza vicini alle loro preoccupazioni, anche tattiche, immediate, di comportamento, che spesso sono anche piccole, ci possono apparire irrilevanti, ma ognuno è dentro il proprio che fare.
Penso, per esempio, al problema del voto, adesso, in rapporto alle elezioni europee. Il grosso si orienta a dire (una parte dei cattolici, soprattutto): non vado a votare, ma è un dramma per tutti. Si tratta di un nodo difficilissimo. Sono in tanti a chiedersi: come faccio a rifiutare il `bla bla bla' della sinistra che c'è in campo, a tradurre politicamente il radicalismo politico che c'è nei movimenti, come faccio a non cadere dentro una cosa molto chiusa come ai più appare Rifondazione (cui molti non perdonano, a torto o a ragione, i voti contro i governi di centro-sinistra), e però a non cedere alla tentazione di astenersi? Come faccio ad essere coerente e però a non spaccare l'unità che la gente chiede, perché gli stessi che chiedono radicalità e coerenza chiedono al tempo stesso di garantire ad ogni costo l'unità, di non produrre ulteriori spaccature. Questo è un problema di tutti, dei `girotondi', della sinistra Ds, dello stesso movimento e così via. A questo interrogativo noi abbiamo risposto con troppa diplomazia, in modi troppo indiretti.
Non solo: la gente ha un disperato bisogno di capire quali sono gli obiettivi intermedi, perché il movimento è, per un verso, minimalista, ha in mente solo l'obiettivo immediato e locale, dall'altra è millenarista, punta a una società futura e indeterminata, parla di valori che però non si capisce bene come potranno storicamente inverarsi. C'è una diffusa indifferenza per le scadenze.
Io credo che noi possiamo avere un grande ruolo nell'aiutare a individuare proprio quel terreno che un tempo si chiamava degli obiettivi intermedi e che è quello più estraneo alla cultura dei nostri potenziali interlocutori.
Vuol dire che questi potenziali interlocutori sono tutti `barbari'? Lo sono abbastanza, ma io invoco la calata dei `barbari', non per esaltare la barbarie, non per teorizzarla, non con compiacenza, come pure molti (ivi compresa Rifondazione, spesso fanno). Non propongo di fare un'altra «Carta», assolutamente no, perché non voglio affatto esaltare la cultura dei movimenti, voglio però una interlocuzione critica più attiva, un incontro-scontro. Voglio dire che quando scriviamo dobbiamo avere in mente che i nostri lettori devono essere loro.
Vuol dire che, con la calata dei `barbari', sconteremo un nuovo Medioevo? Può darsi, è un rischio. Ma questo ci impone una scelta: se vogliamo produrre un'iniziativa politica, dobbiamo parlare coi `barbari', altrimenti ci resta un'altra e assai utile funzione, quella che ebbero i monaci nel Medioevo: chiudersi nei conventi e salvare le scritture, la cultura e la civiltà alte del periodo precedente. Sono stati essenziali e ritengo non ci sia niente di riduttivo nell'assumere lo stesso ruolo. Ma dobbiamo essere consapevoli che di questo si tratta e, in questo caso, smettere di puntare all'iniziativa politica.
Io debbo confessare che non ho mai creduto molto nell'idea che noi innescassimo un'operazione politica, perché non credo che questa possa nascere da un gruppo storico, per quanto prestigioso, come quello del «manifesto» delle origini, ma solo da chi sta in campo direttamente, `fisicamente'. Non ho creduto mai che la presenza di Bertinotti, solo leader politico fra noi, fosse sufficiente - come dire - a dare una caratterizzazione militante alla nostra rivista. Non solo perché come segretario di partito subiva inevitabili limitazioni, ma anche perché non mi è mai sembrato fosse davvero interessato a un confronto con gli altri, se non, genericamente, col movimento. Altrimenti Rifondazione non avrebbe fatto il suo giornale, «Liberazione», ma avrebbe cercato di lavorare con il «manifesto». Questa molteplicità di pubblicazioni - lo sottolineava Pietro Ingrao - la considero la cosa forse più negativa, più di tanti voti di Rc che pure non ho condiviso.
Sono comunque contraria ad una «rivista» ad altra periodicità e più nettamente teorica. La cosa migliore della «rivista», la sua principale qualità e originalità sta proprio nel fatto di essere riuscita a essere politica e teorica insieme. Un'esperienza di questo tipo non esiste da nessun'altra parte ed è qualcosa che all'estero ci invidiano molto. Guai a perdere questa caratteristica che credo preziosa, ma se si vuole che «la rivista» abbia un impatto politico-reale allora io credo che dobbiamo assumere come riferimento i `barbari'.
Per `barbari' non intendo soltanto i new-global, intendo anche l'area che si era ritrovata in Cofferati. Il problema non è mai stato se Cofferati era bravo o no, il problema è che lui ha attivato e mobilitato un'area decisiva, se vogliamo costruire un'alternativa. Vogliamo dimenticare quell'area? Quell'area è in larga parte il popolo un tempo delle sezioni del Pci rimasto `nei' o `vicino ai' Ds, brava gente con la quale credo che dobbiamo avere una interlocuzione più stretta. La sua attivazione è stata larga parte del fenomeno Cofferati. Quell'area, ora, è ancora là, a lutto, sta elaborando il lutto perché ha perso Cofferati e non sa a che santo votarsi. Ma la nostra rivista non gli arriva.
Inoltre: io credo che gli interlocutori bisogna frequentarli. Mi colpisce, per esempio, la incredibile popolarità raggiunta da Toni Negri. Non credo affatto dipenda dal contenuto delle sue idee. Noi le abbiamo criticate efficacemente e per tempo; e però, come dire?, da lontano. Perché mai al Forum sociale di Parigi c'era gente che faceva a botte per sentire Toni Negri? Non perché sono omogenei a lui, proprio no. Hanno giocato, è vero, le civetterie francesi e tante altre cose, ma anche il fatto che è l'unico intellettuale italiano che hanno incrociato. Perché «la rivista» non ha mai preso l'iniziativa di promuovere un seminario, una qualche iniziativa nell'ambito dei Forum? È colpa anche mia, ma è significativo che di una simile ipotesi non si sia mai nemmeno parlato. Eppure se si vuole incidere politicamente bisogna anche stare, fisicamente, nelle sedi dove si cerca di fare politica. Frequentarle. Credere nelle loro scadenze, farsi carico dei loro dilemmi. Ho sentito in questi ultimi tempi, per esempio, muovere molte critiche ai movimenti per i modi in cui si è preparato il Forum europeo e ora si sta preparando quello mondiale di Mumbai. Ma abbiamo riflettuto a quanto sia complesso dare rappresentanza a livello mondiale a un movimento che oramai si è ingigantito geograficamente, socialmente, politicamente. Dove convivono una quantità di soggetti diversi che devono poter essere rappresentati e però non hanno propri sistemi di deleghe, né riconoscono una comune autorità, neppure ai livelli nazionali. Come si fa a scegliere gli oratori, a selezionare le conferenze in occasione dei Forum, a individuare scadenze e appuntamenti collettivi? È un grande problema sul quale penso che varrebbe la pena di riflettere. Cosa vuol dire, nella fase della globalizzazione, del sorgere di forze politiche e movimenti trasversali, globali, ecc. diversi per culture, per collocazione geografica e dunque storica, salvaguardare dialogo e unità? Io credo che il lavoro fatto dai movimenti in questo senso sia stato prezioso, nonostante tutto, e forse avremmo dovuto prenderlo più sul serio.
Un altro esempio: i sindaci. Ci sono nelle amministrazioni di sinistra molti e gravi fenomeni degenerativi. Ma ci sono anche molti bravi sindaci, testimoni di una esperienza che costituisce un patrimonio inestimabile e unico. Perché qui, e parlo soprattutto dei piccoli centri, si è in molti posti tenuto assieme un tessuto sociale e politico prezioso. Il mandato di molti di questi sindaci scade tra qualche mese. Vi pare poco interessante occuparci di cosa vuol dire fare il sindaco oggi, in questa Italia, in questo contesto, con le imposizioni dell'Unione europea e del governo (le privatizzazioni dei servizi: l'acqua, l'energia, i trasporti, ecc.), scontando un pessimo rapporto (per quasi tutti quelli bravi) con i loro partiti, esposti alle pressioni del loro stesso corpo elettorale, che rischia in ogni momento di frantumarsi in lobby? Si tratta di un'altra grande tematica con cui è alle prese la sinistra reale e di cui non ci siamo mai occupati.
Abbiamo un problema anche di distribuzione. La «rivista» non arriva a questi di cui vi parlo. Credo che dobbiamo operare di più su questo terreno, per essere più presenti. Va bene mettere «la rivista» online. Ma serve se poi si fanno una serie di operazioni successive, di marketing: per esempio se si inviano migliaia di e-mail con il sommario, via via mirate a seconda degli argomenti. Ci sono delle tecniche moderne che bisogna in qualche modo utilizzare. E c'è il problema del nostro rapporto con l'Europa. Noi purtroppo scriviamo in italiano. C'è una grande circolazione online di saggi e di analisi, analoghi per caratteristiche a quelli che compaiono sulla «rivista» . Ma tutti in inglese, in francese, in spagnolo. Dobbiamo dotarci di un sistema di traduzione e inserire i nostri scritti nelle reti, numerosissime, del movimento, affinché le nostre cose circolino, contribuiscano alla costruzione della cultura collettiva. Quando dico `che circolano' parlo del rapporto con migliaia di quadri in Europa, nel mondo.
Per concludere: se decidiamo di andare avanti perseguendo l'obiettivo non tanto di dar vita a un nuovo soggetto politico, ma di tener legata la riflessione politica e quella teorica, di non abbandonare l'ambizione di un progetto, dobbiamo sforzarci di costruire un ponte fra generazioni e culture diverse, assumendole per quello che sono. Altrimenti scegliamo l'esempio dei monaci del Medioevo. Quello prossimo sarà lungo e duro; e quindi se qualcuno conserverà i manoscritti e la memoria della cultura comunista non sarà cosa da buttar via.


Luigi Cavallaro
Chiedo scusa per l'intrusione ma prometto che sarò telegrafico. Cosa penso della rivista e del bilancio l'ho detto nella nota che ho inviato per questa riunione. Averlo scritto mi risparmierà la fatica di leggerlo e a voi di ascoltarmi. Aggiungo semplicemente - in riferimento a ciò che ha appena detto Luciana Castellina - che il fatto che il nesso passato-presente sia diventato indecifrabile, non significa che questo nesso non ci sia più. Significa soltanto che noi siamo diventati incapaci di articolarlo; ma questo apre per noi un problema e non anche ne rappresenta la soluzione. Detto ciò, soltanto una proposta. Pintor diceva che un giornale è un giornale e si potrebbe dire - parafrasandolo - che una rivista è una rivista. Ora, se è vero che, come diceva Bellofiore, una rivista si fonda su una griglia di tesi, e se ha ragione anche nel sostenere che su una griglia forte di tesi qui dentro non ci sono probabilmente due persone che la penserebbero allo stesso modo su una singola tesi, allora un buon modo per rilanciare la rivista potrebbe essere qualcosa di analogo a ciò che fece Rossana Rossanda col «manifesto» del 1991. Fece un lungo inserto che riproduceva una nota che lei aveva scritto per la redazione. Ci fu una discussione interna, che si intitolava: 200 domande per chi vuol essere comunista negli anni `90. Credo che proporre, ora come ora, 200 domande su che cosa vuol significare essere comunisti nel ventunesimo, e invitare a rispondere anche i `barbari' cui faceva riferimento Luciana Castellina, potrebbe essere forse il miglior modo per rilanciare la grande politica a livello della rivista. Grazie e scusate per l'interruzione.


Paolo Nerozzi
Ho letto con attenzione i materiali sia di Magri che di Rossanda e ho trovato in tutti e due i testi molti elementi di consenso. Può essere, convengo, il segno di una mia incertezza, ma forse - ed è quello che, ovviamente, preferisco pensare - è anche il riflesso di una situazione molto contraddittoria, molto complessa, e, infine, può anche essere l'effetto del fatto che ciascuno di noi è figlio di quello che fa quotidianamente, delle contraddizioni che incontra, che vive. Accadono cose impensabili anche solo qualche anno fa, ogni giorno qualcosa cambia, si fa strada - anzi cammina per le strade - un'idea diversa di società, di rapporti interpersonali, del cambiamento sperato.
Non tutti i segni del futuro sono decifrabili con le vecchie categorie. Per esempio, anche io, come Cremaschi, penso che non è scritto che la crisi italiana, il logoramento di questo governo di centro-destra, portino all'inevitabile vittoria del centro-sinistra. La crisi che, in generale, attraversa il mondo, la crisi che in qualche misura comincia a incrinare quella che un tempo fu la compatta egemonia del neoliberismo, non necessariamente hanno un'unica risposta, né nel nostro paese né nel mondo. La guerra preventiva è già un'altra risposta e temo che saremo spinti a confrontarci con risposte, internazionali e nazionali, che contemplano nuove forme di autoritarismo, nuove barbarie, e questa volta in un senso molto diverso dall'uso che di questa parola faceva poco prima Luciana Castellina.
Attribuisco questo significato di irruzione di novità non ancora da noi elaborate anche a quel mutamento antropologico di cui parlava Tronti, che non manca certamente di aspetti negativi, ma soprattutto ne esibisce di nuovi sui quali abbiamo l'obbligo di riflettere. I ragazzi che incontro nel mio lavoro, cito solo un esempio, hanno un senso della fine che ci è sconosciuto; temono - non escludono - che il mondo possa non esserci più, che possa non essere più come lo vediamo, come lo godiamo, che la guerra possa devastarlo. È una percezione che suscita sentimenti di ribellione, certamente anche di insicurezza, stati d'animo positivi e negativi, di reazione e di passività, che comunque mutano i rapporti nel profondo della quotidianità così come l'abbiamo vissuta noi. E in questa risposta di tante ragazze e ragazzi, dei movimenti no-global, ma anche dei movimenti di lotta sociale che abbiamo conosciuto in questi due anni, c'è una vitalità, una novità che dobbiamo saper interpretare.
Quest'anno la Cgil registra oltre 100.000 nuovi iscritti, tutti sotto i trentacinque anni. Sarà pur segno di qualche cosa. Appena due giorni fa, al mattino, nelle strade c'erano migliaia di ragazze e ragazzi che lottavano per la scuola e, nel pomeriggio, si sono trovati a fianco degli insegnanti. Non ricostruisco un intero da frammenti, mi farà certamente velo l'emozione che si prova in questo agire condiviso da molti e diversi, ma io sento fra i protagonisti di questi momenti di intensa partecipazione - in cui si mescolano culture, appartenenze, tradizioni - forte anche se non ben definita, non ancora nitidamente nominata, un'idea del mondo, di quello che può accadere domani, ma anche fra vent'anni, che è molto diversa dalla nostra. È una ragione forte, per lavorare a una ridefinizione della sinistra che è necessariamente diversa da quella che abbiamo conosciuto. Anche la riproposizione - che sento ripetere frequentemente in questi giorni - di un ancoraggio di queste esperienze al socialismo europeo, a quella cultura, a quella forma specifica e organizzata del socialismo in Europa non è sufficiente, perché a gran parte di questi movimenti quel socialismo non parla più Non è cosa che riguardi soltanto i movimenti di cui sono protagonisti i giovani che chiamiamo no-global. Lo stesso fenomeno si registra anche nei conflitti sociali, i cui protagonisti sono passati attraverso ristrutturazioni profonde e penose, mutamenti radicali dell'organizzazione del lavoro, delle idee e della stessa percezione individuale e sociale del lavoro. E qui sta il punto più forte della riflessione che la Cgil, e per altri aspetti la Fiom, hanno fatto sul valore del lavoro dentro questa società e sulla rappresentanza del lavoro. Che non c'è, non c'è più. Di qui nasce una domanda di nuova rappresentanza di tanti rispetto ai processi che modificano quotidianamente la loro vita: e soprattutto rispetto alla dilagante precarietà in cui li pone il loro futuro sotto il segno penoso dell'incertezza. Sono mutamenti che scavano nel profondo della vita individuale e nell'agire collettivo, nella forma e nel contenuto delle domande con cui ci interrogano aspramente i soggetti sociali e politici e delle risposte che finora vengono date. Qui c'è un contributo da dare, una riflessione d'insieme, collettiva da fare, per capire, ordinare, elaborare ciò che è avvenuto nei rapporti di produzione, nella cultura, nella scuola, nella società, e più in generale nei processi mondiali. E forse, su questa strada, avremo una costruzione di nuove risposte, e anche di nuove forme di aggregazione.
Penso certamente che i tempi non siano brevi, però confrontati da una crisi della rappresentanza politica così forte non possiamo restare inerti di fronte all'altro, al nuovo che affiora, che si organizza, che avanza interrogativi, che si raccoglie, i `barbari' che diceva Castellina ma in parte anche soggetti che si organizzano nelle forme tradizionali. E spesso si manifesta, parla con linguaggi inediti: anche il fare quotidiano, anche il manifestare assume in questa fase una valenza diversa, non solo di rifiuto, di protesta ma anche una critica a un modello di democrazia sempre più escludente, ma anche la pratica concreta dell'obiettivo della partecipazione. Per quanto riguarda il mondo del lavoro questo occupare così spesso le piazze d'Italia vale anche come affermazione di un diritto di cittadinanza che la crisi delle forme di rappresentanza rende sempre meno esigibile, meno visibile. Ho letto con attenzione il testo di Rossana e ho ascoltato qui anche giudizi di altri: non c'è dubbio che si sia diffusa la sensazione che tutto quello che si era raccolto intorno alla Cgil di Sergio Cofferati, di forza, di speranza, si sia ripiegato, o addirittura disperso. Però - chiedo - dopo una crisi di questo genere com'è che le persone continuano a manifestare, a lottare, ad esprimere lo stesso modello partecipativo? C'è stato, il 24 ottobre, uno sciopero sulla previdenza e sulla Finanziaria che ha avuto una partecipazione in termini di massa superiore a quelli del '94. E di questo quasi (se si esclude «il manifesto») nessuno ha parlato. Ci sono state iniziative sulla scuola, ci sarà una manifestazione nazionale sull'immigrazione che - Dino l'ha detto bene - è questione non solo complessa ma anche cruciale per noi, per la nostra democrazia. C'è stata Scanzano.
Questo protagonismo di massa è ancora in campo? Ho l'impressione - la vivo da qualche mese - che questi movimenti, queste persone non ci sembrano più in campo, contano meno anche per noi perché non è più visibile una leadership, un simbolo forte. Così è capitato che quasi undici milioni di donne e uomini - chiamati in campo da una proposta, quella del referendum, che non esito a definire sbagliata - nel silenzio dei media, nell'indifferenza o nell'ostilità aperta di un largo schieramento politico hanno compiuto un atto consapevole di partecipazione e una scelta dal senso inequivoco. Ma l'eco politica è stata flebile.
Aggiungo qualcosa in interlocuzione con l'insoddisfazione di Ingrao circa il posto inadeguato che la questione della guerra ha avuto nella nostra discussione. Era scontato che la Cgil, da sola, nella circostanza dolorosa dell'attentato di Nassiryia, sotto la pressione massiccia di una retorica non disinteressata, assumesse sull'Iraq quella posizione? Temo che non molti di voi la conoscano per intero, nel merito, perché abbiamo dovuto pubblicarla a pagamento su quattro quotidiani. E farne la posizione condivisa di tutti gli iscritti della Cgil ha richiesto anche un lavoro politico non da poco: siamo una grande e articolata organizzazione, non bastano, a fare un'opinione generalizzata, i segnali del gruppo dirigente, un'intervista. Eppure quello è stato il giudizio della stragrande maggioranza della Cgil.
Concludo. Si è riproposto con la forza di una crisi acuta, e irrisolta, il tema del rapporto fra la rappresentanza sociale e la rappresentanza politica. Un problema che investe ogni aspetto: quello dei contenuti - non si parlerà mai abbastanza di sviluppo, economia, occupazione, scuola - e quello delle forme. Una delle ragioni della crisi delle sinistre - secondo me anche di Rifondazione comunista - è anche che quelle forme, le forme della politica così come oggi sono conosciute, non intercettano più quello che in qualche modo si sta muovendo. Il mio dubbio è che la rappresentanza così come è, in tutte le sue forme, - partiti, pezzi di partiti, ecc. - non parla più, non intercetta più quello che i mutamenti sociali hanno prodotto. Ecco un punto di partenza per la rifondazione della sinistra. Ma dubito che possa servire la cassetta esistente degli arnesi della sinistra. Forse - poi non so se questo è velleitario, non è sicuramente comunista - un buon punto di partenza sarebbe riprendere una riflessione sulla rappresentanza sociale, su quello che i vari movimenti in qualche modo stanno provando a riproporre. Ma è un processo molto lungo, che ha bisogno, di ricerca, di studio, di teoria politica, ma anche di battaglia politica quotidiana, perché non è certamente indifferente dove va il nostro paese, la sua democrazia, che cosa succede anche alle elezioni. Però senza cedere all'assillo di una soluzione a tempi brevi. In fondo la lezione di questi due anni è anche questa.
Secondo me la rivista, se riesce nell'impresa non facile di tenere insieme il tempo medio (nei tempi lunghi, come si sa, siamo tutti morti) della riflessione con la chiarezza di una prospettiva politica - magari in sinergia prima di tutto con «il manifesto», ma anche con «Carta» e altro che a sinistra si muove - può avere un ruolo importante, indispensabile di esplorazione, di mediazione fra esperienze e tradizioni storiche della sinistra. E noi in questo caso - non parlo solo a titolo personale - saremmo interessati a dare il contributo possibile.


Alexandre Bilous
Sono un vecchio amico del «manifesto» quotidiano e della «rivista», ma porterò qui un punto di vista `straniero', perché abito a Parigi, da dove collaboro con la «rivista» e anche un po' con il quotidiano.
Per incominciare, vorrei riprendere l'intervento di Luciana Castellina per dirle subito che è una fortuna che in Italia vi sia uno strumento come la «rivista del manifesto». In Francia non esiste, e nella situazione attuale non sarebbe neanche possibile. Infatti io sono fra i pochi - non so poi se ci sono molti abbonati - che la leggono. Vorrei poi dire ad Agostinelli un mio parere soprattutto sul Social forum di Parigi (mi limiterò solo a questo e a un altro argomento, ma strettamente in relazione alle prospettive di lavoro della «rivista») dove c'ero anch'io. La tua ricostruzione è fedele, ma, proprio per questo, molto preoccupante. Ho visto un movimento che non guarda all'avvenire in continuità con il passato e con il presente. C'è una rottura, c'è una difficoltà di prospettiva, c'è anche un rifiuto non solo di articolazione tra il presente e il futuro, ma proprio un rifiuto della politica, che hai riferito molto chiaramente quando hai detto che queste persone forse non voteranno per la sinistra, anche se non si vede all'orizzonte una prospettiva diversa e migliore.
Luciana ha ragione: questo movimento esprime molta radicalità, ma non si preoccupa di costruire alternative, non si impegna a ricercare come cambiare le cose, non si preoccupa di quello che abbiamo imparato dal Manifesto (intendo, naturalmente, quello di Marx), e poi anche da Lukács, che i problemi della trasformazione si presentano alla coscienza degli uomini in forma non soltanto astratta ma anche concreta, pratica. Questo assillo non esiste, è estraneo a questo movimento: questo è un dato di fatto. Dunque c'è un problema di rapporto fra questo tipo di movimento e la sinistra del '900; nei suoi riguardi la sinistra nata nel movimento comunista registra un'estraneità reale, seria e profonda.
Secondo punto. Il problema sollevato da Cremaschi sul movimento sindacale. Giorgio ha parlato dei seri problemi del sindacato in Italia, ma in Francia siamo a una crisi molto più profonda, abbiamo un sindacalismo di grande debolezza. Il tasso di sindacalizzazione è caduto a meno del 9%. Nelle fabbriche il sindacato non esiste, nelle piccole non c'è, nelle grandi c'è n'è poco. Quando c'è, è molto integrato nella gestione della fabbrica. È un problema serio, che si è aggravato dal momento in cui la sinistra è arrivata al potere, nell'81 e, a differenza di altri paesi - l'Italia, la Germania, anche la Gran Bretagna, in cui una ripresa del sindacato, sebbene in diversa misura, c'è stata - in Francia il declino è proseguito. È una parabola che si è ulteriormente accelerata con le 35 ore, che per il movimento operaio ha avuto esiti infausti. Perché la conseguenza di quella legge è stata che nelle fabbriche si sono realizzate contrattazioni - infatti non si può passare da 39 a 35 ore, diminuire di 4 ore la durata settimanale del lavoro senza cambiamenti dell'organizzazione del lavoro - ma questi cambiamenti sono stati tutti, quasi tutti, governati dai padroni. Ed è stato un fatto drammatico per la situazione dei lavoratori.
Sono dunque due i punti di crisi sui quali vale la pena di lavorare: questi movimenti di cui è difficile comprendere l'evoluzione, e la situazione dei sindacati, con i quali i lavoratori hanno perduto quasi ogni contatto. Per loro i sindacati sono delle istituzioni. Prendiamo il caso della sbandierata volontà di rinnovamento della Cgt. Questo rinnovamento non sta nella ricerca di un rapporto più stretto e più concreto con i lavoratori, ma nel firmare, o no, questo o quell'altro accordo. In Francia ora i sindacati hanno di fatto perduto il rapporto diretto con i lavoratori, non mostrano interesse verso le condizioni di lavoro, quelle generali e quelle specifiche, fabbrica per fabbrica.
Per il lavoro della rivista io vedo dunque due temi che mi sembrano molto importanti: quello dei `barbari', come dice Luciana Castellina, e quello del sindacato. Su questi punti c'è certamente da mettere a punto un metodo rigoroso di lavoro. Non ho interpretato le proposte di Rossana come se fossero mosse dalla intenzione di fare una rivista tutta teorica. Non ho capito - come m'è parso dicesse Pietro Ingrao - che questa proposta costituisca un pericolo di allontanare la rivista dagli interessi più radicati di chi la legge e, addirittura, anche di chi la scrive. Penso invece che sia necessario approfondire alcuni temi, alcuni concetti, alcune aree di riflessione, aprendosi al contributo di altre posizioni politiche, di diversi indirizzi di ricerca. Mi parrebbe utile che la rivista non si faccia assorbire dalla stretta, e spesso mediocre (quello fa un accordo a sinistra, quell'altro si sposta a destra, ecc.), attualità politica, ma svolga un reale lavoro di approfondimento, si impegni a costruire proposte politiche effettivamente nuove, si dia come obiettivo di lavorare su un tema con continuità, sistematicamente, magari impegnando più fascicoli, più mesi su un medesimo problema che si giudica decisivo, per esempio quello del movimento, di cui ho detto prima. Non vedo in questo il pericolo di un distacco, di una scissione fra politica e teoria. Penso che sarebbe un lavoro politicamente fecondo, e comunque una garanzia che la rivista continui a essere quella che finora leggo con vero interesse e piacere.
Vi ringrazio.


Isidoro D. Mortellaro
Sono in molti - e tra essi Zygmunt Bauman, che ne fa un tratto distintivo delle proprie posizioni teoriche 1 - a rappresentare il nostro tempo e la globalizzazione neoliberista entro cui siamo ancora immersi come una sorta di Ancien Régime, attraversato da contraddizioni sconvolgenti e perciò predisposto a implodere e crollare. Qualche eco o aura di queste posizioni è presente anche nella nostra discussione: ad esempio, nello stesso scritto iniziale di Lucio Magri, quando, in relazione al caso italiano, ci invita, sia pure con le dovute avvertenze verso ogni meccanicistica aspettativa, a disporci in lungimirante ma operosa attesa del crollo della berlusconiana Bastiglia. A ricordarci comunque quanto il globo sia sottoposto a pressioni inaudite, spaccato come non mai e sospeso sull'orlo di un nuovo, formidabile abisso, provvede ormai giornalmente la cronaca. Fortunatamente, rispetto alle sue sconvolgenti evoluzioni, a merito della «Rivista» sta sicuramente un lavoro di preveggente scavo. Quando ancora lo spirito del mondo era intessuto di laudi alle `magnifiche sorti e progressive' del globalismo a stelle e strisce, su queste colonne si avviava e infittiva poi la ricognizione delle crepe che si venivano aprendo nel nuovo Ancien Régime, dei movimenti di contestazione che sempre più ne movimentavano cronache e panorama e, in ultimo, della guerra che tornava prepotentemente a incupirne gli orizzonti, come anche a dissolverne ogni favolistico alone. Vero è che questo lavoro di scavo ha rivelato anche come il passaggio di secolo e il tramonto della mitologia neoliberista non siano rischiarati da nuovi Lumi, impugnati dalla sinistra, tradizionale o rinnovata che sia. Anzi, proprio a sinistra il nuovo tempo rivela uno straordinario deficit di autonomia e cultura politica, in uno con i processi di mutazione e crisi che in tutta Europa investono le formazioni politiche e sociali radicate nella tradizione e nell'evoluzione del movimento operaio.
Di fatto, con l'approfondirsi dell'intervento svolto dalla rivista, è venuta crescendo la coscienza di una progressiva divaricazione di piani: da un lato, l'analisi confermava sempre più le possibilità aperte alle scelte e ai tentativi di unificazione della sinistra disposti a misurarsi programmaticamente con le richieste sempre più larghe di vie altre da quelle del neoliberismo imperante; dall'altro, questo stesso lavorio, tradotto comunque in arricchimenti analitici e politici degli stessi assunti iniziali, progressivamente smentiva che nella possibile, auspicabile faretra vi fossero frecce capaci o vogliose di misurarsi sul bersaglio di un nuovo, possibile riformismo: qui ed ora, nell'Italia e nell'Europa del XXI secolo. Numero per numero, abbiamo un po' rivissuto il dramma del barone di Münchausen, chiamato a tirarsi su da impiccio e sabbie mobili per i propri capelli. Fortunatamente - come rivela anche questa riunione e la nostra discussione - abbiamo sempre e solo maneggiato capelli, magari facendoci un po' male. Non c'è rimasto in mano il parrucchino posticcio di idee scolorite e sfibrate.
Laicamente orientati, forse non abbiamo colto nelle ore più terribili della guerra quel silenzio di Dio che ha tanto sgomentato Wojtyla e i credenti. Ci capita spesso però di rimanere terrorizzati dal `silenzio' che ci rinvia il mondo ancora frammentato delle vecchie statualità: uniformato ormai dal bit dell'informazione planetaria, ma singolarmente privo di facce e di voci, orfano di quella pluralità di volti ed espressioni cui ci aveva abituato anche la seconda metà del Novecento. Dalla sua storia terribile ancor oggi risalgono a noi figure stampate su terre ed eventi: la Cina di Mao, l'India di Gandhi o di Nehru, l'America latina di Castro, del Che o di Allende, l'Africa di Nasser o Mandela, per finire con i tanti volti d'Europa o l'Urss di Kruscëv o Breznev. Il mondo riusciva a far intendere e a darsi una pluralità di voci e facce: distinte da quelle del superpotente di turno alla Casa Bianca. Da ultimo, il secolo passato ci ha rinviato all'icona di Gorbaciov, tragicamente altra da quelle di Ronald Reagan e Margareth Thatcher e ridotta infine a maschera. Adesso, col secolo nuovo, una pluralità di comparse fa da contorno al busto e ai gesti dell'imperatore americano ai summit globali come nei rendez-vous intercontinentali. Può accadere così che sotto l'urto dell'unilateralismo americano, prendano voce - come a Doha o Cancún - nuove aggregazioni regionali o continentali, tornino le sigle di Sud contro Nord, più di recente impallidite sotto il cerone del globalismo neoliberista. Ma è difficile intravedere in questi movimenti il secco ritorno in scena dello Stato che fu, di quella «sovranità condivisa e delegata» di cui spesso ci parla Gianni Ferrara. Soprattutto perché molteplici si sono fatte le sedi della sovranità e le forme della delega, sì da rendere incerti e mobilissimi i confini tra il formale e il reale, ma soprattutto indistinti gli intrecci di concessione, avocazione, estorsione, e così via.
In quale sede e secondo quale mandato, governi, tecnocrazie e corpi militari sovrintendono alla progettazione e alla messa in campo di un'`altra Nato' - disegnata dagli incerti confini geografici, giuridici e politici della `prevenzione dal terrorismo' - singolarmente estranea e avversa ai pilastri su cui sono edificate la Carta dell'Onu o tante Carte costituzionali proclamate o rinnovate all'indomani della seconda guerra mondiale? Eppure, e nonostante il parere contrario di gran parte della dottrina costituzionalista e internazionalistica, non vi è stata aula di Parlamento o Corte costituzionale - dall'Italia alla Germania, per stare a due casi concreti - in cui quegli sviluppi, dai bombardamenti su Belgrado alle odierne mutazioni o spedizioni oltre confine, non siano stati giudicati costituzionalmente conformi e corretti. Quale sede parlamentare - nazionale o sovranazionale, ad esempio europea - ha controllato, sostenuto o intercettato minimamente il decorso e le giravolte di Doha o di Cancún, oppure dell'Ecofin con il suo Patto di stabilità, di Xavier Solana e della sua Strategia europea di sicurezza o ancora della Conferenza intergovernativa in corso sulla Costituzione europea? Eppure si tratta di materie che costituiscono, e in forme assolutamente stringenti, il cuore della sovranità, ma di cui ai Parlamenti tocca occuparsi ormai solo a ricasco e per aspetti marginali o di controllo. È tutto etichettabile sotto la voce `diplomazia'? Ma non è rimasto più nulla dei codicilli o degli arcana imperii di un tempo. Ogni rigo è pubblicato su Internet, esposto al vaglio di Parlamenti, media e opinioni pubbliche. E fin qui l'attenzione si è esercitata esclusivamente al campo delle istituzioni pubbliche, nazionali o sovranazionali, e dei loro `giochi'. Che dire allora di quella ritessitura della sovranità governata da deregulation e privatizzazione, dall'invasione dell'impresa transnazionale e della finanza o dall'avvento di imperi mediatici? La meritoria insistenza dedicata a questi temi da Gianni Ferrara e Luigi Ferrajoli esenta da ulteriori, noiosi ripassi.
In realtà, avanziamo in terra incognita, post-statuale, sospinti da nebulose di poteri che - liberati, nei primi anni '70, dai vecchi ceppi del multilateralismo classico ad opera del duo Nixon-Kissinger e ammaestrati dalla Trilateral - hanno scelto strategicamente il terreno del rimodellamento oligarchico della politica: oltre lo Stato, ma non senza lo Stato, riconfigurato piuttosto in funzione del nuovo humus internazionale come Stato minimo, ottimizzatore dei fattori di competitività. La corsa allora intrapresa, guadagnato e doppiato il capo epocale dell'89 e del crollo dell'antagonista sovietico, si dirige ora verso la messa in sicurezza unipolare di un mondo bisognoso di nuovi equilibri. I regionalismi organizzati dalla Triade, che nel decennio del post-bipolarismo ha retto, sotto impulso americano, il timone della globalizzazione neoliberale, non assicurano più un equilibrio sufficiente a reggere sia la nuova, più larga messa al lavoro del globo, sia le contraddizioni suscitate dall'approfondirsi di diseguaglianze, squilibri e emergenze globali. L'11 settembre ha fatto il resto, fornendo l'`occasione storica' alla leadership raccolta attorno a Bush II per mettere in pratica un coacervo di teorizzazioni e prospezioni estremistiche da sempre raffrenate e addomesticate nella lunga età della guerra fredda. Ora, in equilibri instabili spesso dettati da conflitti interni alla leadership repubblicana e imposti anche dalle acute divisioni determinate all'interno della società americana, quelle scelte stanno portando la comunità internazionale su lidi sconosciuti.
Fortunatamente, c'è però anche altro che ci costringe a fare i conti con un'epoca inedita, con un'altra forma di politica oltre lo Stato. Da tempo siamo posti di fronte a un modo nuovo del mondo di prender voce. Ora siamo chiamati ad abituarci e a misurarci col `vocio' continuo e ininterrotto del cosiddetto `movimento', con la sua bandiera singolarmente policroma, con la sua programmatica assenza di leader. Fortunatamente, agli appuntamenti decisivi, quando, nel passaggio tra secoli, l'unilateralismo americano è divenuto più insopportabile, soprattutto quando si è fatto, tradotto in guerra contro il parere del mondo e delle sue istituzioni, quel `vocio' ha saputo far risuonare limpido e alto il no del mondo alla guerra, sì da far gridare - in maniera più o meno fondata - al sorgere di un nuova superpotenza, alla fondazione di un inedito bipolarismo, questa volta singolarmente posto in tensione da due forme alternative di regolazione della globalizzazione: «democratica» versus «oligarchica».
Gìà di per sé provare a radiografare le culture costitutive del `movimento' - e la «rivista» non vi si è finora sottratta - costituirebbe lavoro di lena e stagione lunghe. I lavori fin qui esistenti permettono però di dire che nel loro nucleo centrale - che assicura anche la comunicazione tra soggettività a volte molto diverse - esse si ritrovano attorno alla riproposizione delle idee regolative del '45, consegnate nelle Carte di quell'epoca, arricchite e complicate dall'apporto di femminismo e ambientalismo, oltre che dalla lunga e finora infruttuosa riflessione attorno ai limiti dell'Onu e alla sua possibile riforma. Sotto questo angolo visuale, esse raccolgono sicuramente il meglio dell'elaborazione prodotta dalle teorizzazioni o dall'esercizio della «sovranità condivisa e delegata» che ha caratterizzato tutta un'epoca, ma di lì muovono per andare anche esse oltre quelle Carte, oltre le colonne d'Ercole della sovranità statuale. In che modo il pacifismo interroga la potenza oggi non più racchiusa nelle vestigia abituali della sovranità, ma diffusa per inedite articolazioni? E come regolazioni quali quelle pattuite a Kyoto o per la Corte penale internazionale impongono - Bush soprattutto lo sa - la riclassificazione dell'azione statuale e dell'Onu stessa?
Di fatto, tra le due e opposte sponde che si misurano sulla nuova regolazione del mondo, spesso si instaura una conflittualità dialogica che interviene in forma dirompente - e a volte strumentale - su giunture delicate o su ambiguità consegnate nella Carta dell'Onu o in quella dei diritti fondamentali. Basti pensare a come i cosiddetti `interventi umanitari' hanno segnato le vicende del decennio passato; a come la `guerra preventiva' si presenta come un esercizio particolare di lettura del diritto all'autodifesa o alle teorizzazioni che oggi, soprattutto da parte dei neoconservatori, vengono avanzate per far sì che un rispetto standardizzato dei diritti umani divenga norma per la stessa partecipazione alla vita della comunità internazionale, pena censure o condanne.
Finora comunque storia e sviluppi del `movimento', originalmente occupati dall'interrogazione sui nuovi spazi pubblici globali e sulle forme di soggettività più adatte e consone alla loro pratica, hanno fatto singolarmente astrazione da più specifiche dimensioni istituzionali. Non poteva che esser così, in una fase anche proficuamente occupata dalla contestazione della natura oligarchica delle sedi in cui élites e tecnocrazie imperiali hanno provato a orientare e guidare il pianeta. Ma questo è andato a discapito - operati naturalmente i necessari distinguo e parlando in linea generalissima - di una capacità di distinzione, ad esempio tra Wto e Unione europea, o delle possibilità di individuare spazi e momenti di pratica diretta o di interlocuzione con altri soggetti. Emblematico, ad esempio, è stato lo svolgimento del Forum sociale europeo di Parigi, per il quale non mi sento di condividere alcuni dei giudizi finora espressi nella nostra discussione. Mi riferisco alla relativa indifferenza con cui lì - ma era questione già viva a Firenze - ci si è rapportati a quella vera e propria crisi costituzionale rappresentata dall'impasse che da un anno a questa parte si registra attorno al Patto di stabilità, or ora appena esplosa e pari pari trasmessa al tavolo, già di per sé aggrovigliato, della Conferenza intergovernativa sulla Costituzione europea. Si annunciano esplosioni. Ma il tutto era prevedibile dal modo in cui da tempo ne parlavano e s'agitavano e Prodi e francesi e tedeschi. Ma tutto il percorso disegnato fin qui, da Nizza alla Convenzione sulla Costituzione fino alla Conferenza intergovernativa diretta da Berlusconi, parlava di una crisi di legittimità dell'Europa monetarista disegnata a Maastricht. In passato se ne è occupata la Cgil in documenti addirittura congressuali, poi archiviati velocemente. La scelta del `movimento' di non pesare e non incidere in quel processo significa abbandonarlo alla pratica di esecutivi e oligarchie (visto anche lo scarsissimo grado di autonomia, culturale e politica, di cui tutta la sinistra italiana ed europea è capace su quel terreno, nelle rare occasioni in cui prova ad occuparsene).
È singolare che si provi a costruire nuovi spazi pubblici non occupandosi appieno di come la pratica altrui delle istituzioni sovranazionali possa riconfigurare o intercettare la propria libertà o possibilità di azione. Per muoversi meglio oltre lo Stato, il `movimento' o il Forum sociale europeo probabilmente dovrà anch'esso imparare a muoversi non senza lo Stato, non senza l'Europa.
Muoversi oltre lo Stato, costruire istituzioni democratiche sovranazionali, è qualcosa che fa corpo oggi con la questione democratica, con quella post-democrazia di cui ci parla Colin Crouch 2, con una formula tanto fortunata quanto sbiadita e generalissima. È condizione indispensabile per salvare la democrazia oggi, assicurarle un futuro, permettere allo Stato democratico non già solo banalmente di espandere il proprio raggio d'azione ma di riconquistare legittimità e poteri, anche al suo interno, rispetto agli acidi che ne corrodono ogni fibra. Non v'è sinistra che possa riaffermare capacità di aggregazione o di alta riforma, se non passando per queste forche caudine. Se non passando oggi per la questione preliminare e barbarica - rispetto al mondo ereditato dal '900 - del ritorno della guerra.
Lì si misura altro dalla semplice smentita della favola neoliberista e dal ritorno della politica. Con lenti simili, finiremmo confusi, rispetto al passato, da una visione falsa del neoliberismo e abbagliati rispetto alle evoluzioni che la potenza, statuale o imperiale o diffusa, promette al nostro futuro. Non si tratta di un ritorno puro e semplice della sovranità: basta vedere la rapidità con cui ovunque, a ricalco degli Usa, si aggiornano arsenali e modalità di interlocuzione sovranazionale: in primis l'Unione europea, ma poi anche Francia e Germania non certo parche di critiche all'impresa irachena. Ancora una volta, come sempre ai tornanti decisivi della propria storia, il movimento operaio è chiamato a fare i conti con le questioni della guerra, della potenza, dello Stato. Ma questa volta in un dialogo inedito e su scala globale con la realtà di un movimento pacifista che rappresenta come uno dei frutti migliori del Novecento (anche questo solo dato forse potrebbe ricollocare la discussione sul lascito del secolo).
È evidente allora, rispetto a questo arco di questioni, come io pensi che la «rivista» debba essere ripensata in modo da permetterle di guardare più lontano, rispetto alla contigenza, e di scavare più a fondo. Magari anche rimettendo mano alla sua struttura, alla sua formula, alle sue rubriche. O al modo in cui già da tempo e credo proficuamente è su Internet, ma finora solo come vetrina e archivio. Si è parlato di più livelli di intervento e questa potrebbe essere una strada da praticare: magari per appuntamenti generali, convegni ad esempio, capaci di fornire bussole e panorami più attendibili di quelli messi a disposizione da riunioni ristrette di redazione o di comitati editoriali. Inoltre, su questa strada, aperta a orizzonti più larghi, credo si possa valorizzare al meglio anche la storia e le attitudini delle persone qui raccolte o che si sono ritrovate attorno alla «rivista»: di chi non sa vivere senza politica, ma ha sempre pensato, soprattutto nel passato più prossimo, che non v'era risposta alle sfide del presente rifugiandosi nel passato o in quello che il convento passava. Del resto, si son mai viste riforme, per non tirar fuori altri paroloni, senza progetto?


1 Z. Bauman, Adorno e la globalizzazione, in «Micromega», n. 5. 2003.
2 C. Crouch, Postdemocrazia, Laterza 2003.



Emiliano Brancaccio
Magari sarà per l'età, oppure perché sono un povero economista, ma devo anticiparvi che il mio intervento risulterà terribilmente rozzo rispetto al tono che ha avuto la discussione finora. Sarò rozzo, badate, non `barbaro' (nel senso di Luciana).
Essendo rozzo, vi dirò che non mi sento affatto pervaso dal dubbio e dall'incertezza. Del resto l'elogio dell'incertezza è un vezzo tipico delle menti acute, sofisticate, non certo dei rozzi. E poi, sul piano analitico le cose mi sembrano abbastanza chiare. A titolo di esempio, vi invito ad osservare i tassi di variazione di tre sole variabili macroeconomiche: la spesa pubblica, i salari e la quantità di moneta. Lo scopo è di inferire delle relazioni statistiche di causa-effetto tra di esse. Ebbene, osservando i dati, è possibile notare che tali relazioni causali si sono totalmente ribaltate rispetto ai `mitici' anni '60 e '70 (lasciatemi passare l'aggettivo mitici: vi assicuro che io e la mia generazione, che quegli anni non li abbiamo vissuti, ne abbiamo terribilmente bisogno). Questo ribaltamento significa che, mentre all'epoca i salari e la spesa pubblica trainavano e quindi attiravano presso di sé la massa monetaria necessaria a finanziare i loro aumenti, oggi accade esattamente il contrario: oggi la quantità di moneta anticipa, e quindi vincola, l'andamento dei salari e della spesa pubblica.
Badate, questo vincolo è un brutto affare. Esso scaturisce dal fatto che non sembriamo più capaci di scalfire il monopolio dei gruppi dominanti sulla circolazione monetaria e finanziaria. Per come è strutturato l'assetto macroeconomico mondiale, oggigiorno la moneta gira da un capo all'altro del mondo, gonfia le tasche degli speculatori e degli affaristi, ma si tiene più che mai lontana dai lavoratori, dai beneficiari del Welfare e da chiunque si azzardasse a riesumare la programmazione e il piano. Il risultato è sotto i nostri occhi: da anni non riusciamo minimamente a orientare nel senso da noi desiderato il livello, la distribuzione, la composizione e le modalità di realizzazione del prodotto sociale. Anzi, tutte le variabili si muovono in direzione contraria rispetto a quella da noi auspicata.
La Storia tuttavia è viva e vegeta, non è mica finita. Magari i tempi sono ancora immaturi, ma è possibile cambiare strada. Per farlo, occorre però rivedere l'intero palinsesto dei rapporti tra moneta e finanza da un lato, e spesa pubblica e salari dall'altro. E se le condizioni per un progetto non ci sono ancora, quel poco che senz'altro si può e si deve fare subito è ribadire di continuo che non esistono vincoli `naturali' all'espansione di quelle variabili, ma solo vincoli politici nascosti dietro il paravento della limitatezza di risorse monetarie e finanziarie. Vi prego di non interpretare questa esortazione in termini di ingenuo conflittualismo. Io credo infatti che si tratti invece del passo che storicamente dobbiamo compiere per recuperare consapevolezza, fiducia e volontà d'azione. E anche, lasciatemelo dire, per iniziare a riconfigurare l'idea socialista. Perché, vedete, una cosa è certa: condizione necessaria per la socializzazione dei mezzi di produzione (o per qualunque altra cosa che più o meno vagamente le somigli) è la socializzazione della moneta. E noi non siamo mai stati più lontani di oggi dalla socializzazione della moneta. Oltretutto, vale la pena di precisare che dal punto di vista del regime monetario e finanziario è possibile che in futuro le cose vadano anche peggio di così. Finora infatti ha vinto Friedman, ma il rischio prossimo venturo è che su Friedman arrivi a prevalere addirittura Hayek. Se l'Europa persevera nella volontà di concorrere con il dollaro per la conquista della posizione privilegiata di emittente della valuta di riserva internazionale, rischieremo infatti di approssimarci sempre più verso un regime nefasto, più instabile dell'attuale, un regime fondato sulla completa `depoliticizzazione' della moneta.
Batto di continuo su questi tasti perché purtroppo non sono affatto scontati, non lo sono tra noi, figuriamoci in generale nell'arco di tutta la sinistra, dove oggi per esempio molti sostengono che Maastricht è morta. Il che mi sembra assurdo. Faccio presente che la violazione del Patto di stabilità (che è oltretutto una mera appendice del palinsesto macroeconomico vigente) è stata dovuta al fatto che il governo tedesco ha voluto ridurre le tasse più di quanto contava di risparmiare dalla controriforma pensionistica. Insomma, sempre e comunque di compressione del Welfare si tratta, e quindi tutto si può dire, a mio avviso, eccetto che la gabbia di Maastricht sia caduta. Eppure si dice di peggio. A sinistra si dice, infatti, non solo che siamo alla caduta di Maastricht, ma si aggiunge pure che questa caduta è un fatto grave. E lo dice non solo Fassino, ma pure Epifani, e persino Nencini della Fiom !
Mi pare allora che per uscire dalla confusione si debba lavorare a fondo per una rilettura della storia recente, e in particolare dell'ultimo decennio. Magari, per quel che riguarda noi europei, a partire dai lavori preparatori del Trattato dell'Unione. A quell'epoca a sinistra ci siamo distratti non poco. È vero, ci cadevano i muri addosso, ma io credo che l'aver deciso di aderire in pieno al mito borghese della costruzione di una moneta competitiva sui liberi mercati dei capitali (capace cioè di assicurare elevati rendimenti sulle attività finanziarie e reali, e quindi inevitabilmente strutturata sull'obiettivo di comprimere le quote dei salari e della spesa pubblica sul Pil) sia stato l'inizio della nostra messa da requiem. Per far cessare la messa dovremmo allora tornare a indagare sulle origini politiche dell'attuale palinsesto macroeconomico, e sui nostri errori. Dovremmo farlo tra l'altro anche per evitare ulteriori, imminenti fregature. Vi riporto in proposito un esempio recentissimo.
Qualche giorno fa sono stato invitato a partecipare al primo di una serie di seminari che dovrebbe preludere all'accordo di programma tra il centro-sinistra e Rifondazione comunista. Si dice in giro che la trattativa potrebbe trovare uno sbocco politico favorevole attorno alla proposta del `reddito sociale', o del `reddito minimo di inserimento', alla quale come è noto sono sensibili anche molti settori del movimento. Ora, quale è il punto? Il punto non verte tanto sulle critiche che abbiamo sempre rivolto a questa proposta, soprattutto se si pretende di svincolarla da un progetto di politica economica più generale (al movimento io dico sempre che sarebbe bello e facile, ma che non è certo quella la strada per Marcuse). Il punto, allo stato in cui siamo, è che qui si rischia una fregatura colossale. E la ragione è che nell'attuale gabbia macroeconomica si corre il rischio che un ipotetico, futuro governo Prodi non abbia nemmeno i soldi per finanziare il reddito minimo d'inserimento. Volete una dimostrazione? Eccone una, tra le mille che potremmo fare. Agenzia Ansa del 23 novembre 2003. Il capogruppo Ds Luciano Violante dichiara che le spese previste dalla contro-finanziaria presentata dall'opposizione (tra le quali c'è anche il progetto sul reddito minimo di inserimento) verrebbero finanziate con «un incremento della multa sui capitali che rientrano dall'estero, che garantirebbe 10 miliardi di euro all'anno». Addirittura dieci miliardi di euro? Per giunta all'anno, nonostante si tratti di una evidente operazione una tantum! Ora, i casi sono tre: o c'era un errore di stampa, o Violante quel giorno era in vena di scherzi, oppure più probabilmente noi tutti, a sinistra, siamo arrivati alla frutta.
Siamo arrivati alla frutta ma qualche risorsa per non perdere la bussola è rimasta. «la rivista», nel suo piccolo, è una di quelle. Dopotutto, è anche grazie alla lettura della «rivista» (oltre che a lunghe chiacchierate con Riccardo Bellofiore) che personalmente credo di essere riuscito a rimediare un po' alla cesura nella memoria storica di cui si parlava prima. Una cesura che è generazionale, e che dovremmo cercare di ricomporre in fretta per permettere ai più giovani di trovare le prime risposte sul da farsi. Sarebbe ora, del resto: se ci si limita a `camminare domandando' alla lunga ci si scoccia.


Sandro Portelli
Intervengo con un po' di imbarazzo, un po' perché intervenire per ultimo è sempre imbarazzante, ma anche perché sebbene io grossomodo capisca la lingua della rivista e la lingua in uso in questo dibattito, tuttavia la parlo con una certa difficoltà, come una lingua straniera e quindi rischio di avere un accento imperfetto.
Avevo chiesto di parlare per segnare un po' di disagio con questa giornata. Disagio che si è un po' attenuato a seguito di alcuni interventi - Castellina e altri - ma che nasceva soprattutto da una predominanza nella nostra discussione di soggetti quali i `riformisti', la `sinistra critica', ecc. come se stessimo giocando una partita a scacchi in cui si cercava solo di disporre i pezzi già costituiti e immutati. I pezzi sono quelli, si tratta solo di disporli come tali. Io credo che in questo senso la logica con cui abbiamo un po' ragionato non è differentissima da quella di un D'Alema che dice: l'Italia è di destra e quindi si tratta di maneggiare il fatto che è di destra. Io pensavo che un leader politico se pensa che l'Italia è di destra si debba impegnare a farla diventare di sinistra. Cioè il problema sia quello di cambiare quello che le persone sanno, quello che le persone pensano, quello che le persone credono e in questa discussione credo che noi di questo abbiamo parlato relativamente poco.
Le donne e gli uomini che ci sono in giro per il paese sono entrati pochissimo nei nostri ragionamenti e pochissimo come nostri interlocutori. Ci sono entrati come movimento no-global ma anche pensando che chi è no-global è no-global chi non è no- global non è no-global, cioè di nuovo come un'entità in qualche misura poco dinamica. Io credo che una funzione della politica sia quella di far cambiare il modo come le persone ragionano. Quello che le persone sanno, quello che le persone pensano e credono e quello che le persone desiderano. In questo senso credo che noi siamo ancora tutti molto indietro. Sono ancora di quelli che pensano che esiste una relazione strettissima tra modo di produzione e modo di vita. Credo che ci dobbiamo assumere la responsabilità però di dirci tra noi: ma che modo di produzione abbiamo in testa, che modo di vita desideriamo, che cosa andiamo a dire, che vogliamo? Perché su questo credo che noi abbiamo una vaghezza assoluta. Mentre siamo bravissimi in un'analisi e in una critica, poi non sappiamo più prefigurare, non sappiamo più immaginare, in qualche modo non riusciamo più a sognare e se non riusciamo a dare qualche visione al mondo da cui siamo circondati difficilmente riusciamo ad avere poi un impatto pesante, di lungo termine, trasformativo. Riusciamo appunto a costruire delle strategie, delle tattiche di medio e lungo termine ma non riusciamo più a dire quali sono i fini del nostro agire politico. In questo senso io credo che noi dobbiamo porci queste domande: che cosa proponiamo? Che modo di produzione, modo di vita offriamo o vogliamo raggiungere? In che modo riusciremo a convincere la maggioranza della popolazione che questo modo di produzione e modo di vita è meglio di quello che hanno già, che per raggiungerlo non corrono dei rischi mortali e che raggiungerlo sia effettivamente praticabile?
Allora io credo che sia molto giusto dire apriamoci ad altre culture, ad altri modi di ragionare, ma di nuovo dobbiamo riconoscere, accettare che aprirci o no agli altri non dipende mica esclusivamente da noi, dipende dal fatto che noi diciamo delle cose e facciamo delle cose tali per cui gli altri abbiano voglia poi di aprirsi, di parlare con noi. Non è che ci sia credo questa massa di gente alle porte o di questa rivista o del nostro quotidiano o del nostro archivio politico che vuole parlare con noi e noi li stiamo a sentire. Credo che il problema sia un po' un altro, che - come è stato detto da più di un intervento - parliamo una lingua a cui io tengo tantissimo che però molti altri fanno fatica a decodificare. Io mi sono accorto l'altro ieri - riprendendo a far lezione dopo un anno di congedo - che gli studenti a cui faccio lezione sono nati dieci anni dopo che i Beatles si erano già sciolti. I Beatles sono storia antica, dico i Beatles, non dico Carlo Marx. Quindi, anche quando parliamo di cultura giovanile, o altro, forse il problema non è tanto di come parliamo, il problema è recuperare una capacità di ascoltare perché se è vero, ed è assolutamente vero, che c'è una trasformazione antropologica in questo paese, la trasformazione antropologica sta nell'interiorizzazione dell'individualismo, nell'interiorizzazione dell'illegalità, nell'interiorizzazione del rapporto fra interesse privato e realtà pubblica, nella interiorizzazione del berlusconismo. Il berlusconismo non è un fenomeno politico, il berlusconismo è un fenomeno antropologico. Se vogliamo rispondere al berlusconismo dobbiamo ragionare non in termini di quale alleanza facciamo tra le sinistre, dobbiamo chiederci: perché mai la gente dovrebbe dare il voto a questa alleanza, a qualunque cosa sia che costruiamo, perché mai dovrebbe stare a dialogare con noi? Credo che su questo siamo veramente debolissimi. E non basta - secondo me - il richiamo al movimento no-global. Sono convinto che il movimento no- global è la cosa più importante di tutti i tempi, ma sono anche convinto che è pieno di arretratezza, di contraddizioni, è pieno di cose che non mi piacciono. Ha ragione Castellina, sono i barbari; però io mi ricordo che uno delle cose fondanti della cultura della modernità è un celebre saggio di Ernesto De Martino del 1949 sulla irruzione delle masse nella storia contemporanea. Ernesto De Martino diceva: «Dobbiamo scontare un attimo di imbarbarimento, ma il compito dell'intellettuale, il compito della sinistra non è quello di andargli appresso, Ma quello di avere una relazione critica e dialogica e avere delle cose da dire».
Quello che a me sembra veramente debole è che non è che abbiamo tante cose da dire.


Alberto Burgio
1. Vorrei partire da una cosa detta da Magri nell'introdurre questa nostra discussione: dalla raccomandazione che ci ha rivolto di non limitarci qui a dibattere di grandi opzioni culturali, rischiando di eludere il tema specifico, l'ordine del giorno della riunione. Cioè il lavoro sin qui svolto dalla «rivista», il cammino percorso, le difficoltà incontrate, gli obiettivi colti, quelli mancati, quelli che ci si può realisticamente (e quindi ci si deve) prefiggere per il prossimo futuro. Credo che sia una raccomandazione giusta. Non solo per una esigenza pratica, ma anche per una ragione di fondo: se parlassimo subito e soltanto di grande politica, ometteremmo persino di nominare quello che è uno dei temi che meritano di essere posti in una discussione come questa. E cioè: chi siamo noi che ci troviamo riuniti qui oggi. Quale soggetto siamo, che cosa ci accomuna, a fronte di ciò che invece ci distingue l'uno dall'altro. Credo insomma che oggi siamo chiamati a parlare soprattutto di noi senza reticenza, posto che del `mondo grande e terribile' parliamo - bene o male - negli articoli che scriviamo.
`Bene o male': l'accenno ai risultati del nostro lavoro chiama in causa un'altra questione, evocata da Lucio nel testo preparatorio che ci ha inviato. Lì si tratta anche di un bilancio di questi primi quattro anni. Condivido molte valutazioni al riguardo. Non però quella secondo cui «la rivista» avrebbe fallito quanto ad incidenza politica per il fatto di non essere riuscita a «unire e rifondare una sinistra alternativa», in modo da «cominciare a rovesciare la tendenza aperta dalla Bolognina». Rileggendo oggi queste parole mi viene spontanea una battuta un po' autoironica e un po' malinconica. Se non c'è ancora riuscito nemmeno un partito che ha messo nella sua stessa `ragione sociale' l'idea della rifondazione, è giusto pretenderlo da una rivista, pur blasonata e ricca di prestigiosi collaboratori?
Ma la questione è un'altra. Gramsci diceva che un giornale è come un partito, e questo vale anche per una rivista politica. Ma è una metafora, che va letta come tale. Una rivista - anche una rivista politica - è una rivista e deve fare il lavoro che compete a una rivista. Cioè svolgere analisi, approfondire riflessioni, sviluppare ipotesi. Insomma: tenere aperto un discorso. Questo è stato fatto. Ed è stato fatto - voglio sottolinearlo - in una temperie che dire avversa è un understatement. Siamo sotto un attacco formidabile. Per certi aspetti ancor più terribile di quello che scatenarono i fascismi, perché allora essere comunisti era sì tremendamente pericoloso, ma anche motivo di orgoglio. E c'erano certezze che oggi invece vacillano anche tra i più convinti. Oggi dirsi comunisti appare persino turpe al senso comune. Legioni di ex-compagni hanno cambiato idea e ti considerano, nel migliore dei casi, un inconsapevole reduce di altri tempi. Di questo dobbiamo tener conto quando valutiamo i risultati del nostro lavoro, altrimenti (e credo che questo valga anche per il partito al quale mi riferivo poc'anzi) rischiamo - per ambizioni eccessive - di gettarli alle ortiche senza alcuna contropartita.

2. Dicevo che oggi dovremmo cercare di parlare di noi stessi, e ciò si lega strettamente a quanto ho appena osservato. Una rivista non è un partito, e questo la mette in una condizione per alcuni versi vantaggiosa. Non deve prendere decisioni sotto l'incalzare degli eventi. Può concedersi il tempo della riflessione e dell'approfondimento, che per un partito - soprattutto in questa nostra epoca - sarebbe un lusso. Ma ciò non toglie che una rivista deve avere un'anima, una mente: qualcosa di simile - se vogliamo - a quell'«intelletto generale» di cui parlano i Grundrisse. Ora, che cosa consente a un gruppo di persone di essere un soggetto collettivo, appunto un «intelletto generale»?
Potremmo dire, per semplicità: la condivisione di alcuni fondamentali presupposti e obiettivi. Di presupposti, cioè di principi e valori; e di obiettivi, cioè di concrete finalità verso cui avviare la pratica di quanti condividono alcuni principi e valori.
Nel nostro caso, penso che, sul versante dei presupposti, ci leghino la persistente idea che il capitalismo sia un modo di produzione e una forma del rapporto sociale storicamente determinata (dunque superabile), e la persuasione che esso sia - non da oggi, ma oggi con particolare evidenza e durezza - all'origine di enormi violenze e iniquità. Non vado oltre, volgendo al positivo questa premessa, perché credo che altrimenti si manifesterebbero divergenze nell'interpretazione delle sue conseguenze. Ma anche perché penso che questo giudizio negativo rappresenti di per sé (soprattutto di questi tempi) una base sufficiente per la costituzione di una soggettività collettiva critica. Purché - e veniamo al secondo aspetto della faccenda - si sia poi in grado di metterla a frutto sul piano pratico, cioè nel lavoro politico, nella elaborazione teorica, nella ricerca e nella riflessione, nell'attività di documentazione, in quella che un tempo che sembra remoto chiamavamo `controinformazione'.
Questo è, a mio parere, il vero argomento del nostro odierno dibattere. La domanda è: come tradurre al meglio quella premessa critica di partenza, come far sì che essa prenda corpo, mese dopo mese, in un discorso capace di mordere nella realtà, di generare effetti, di produrre coscienza, criticità, intelligenza?

3. Penso si debba rispondere su due terreni. Il primo concerne il tipo di interventi. Ci chiediamo se «la rivista» sia stata abbastanza attenta all'esigenza di scavo teorico, di innovazione concettuale, tanto più avvertita in una fase di arretramento e di diaspora. Bene, io sono d'accordo con quanti temono che porre unilateralmente l'accento su questa pur importante esigenza generi un rischio: quello di produrre discorsi, per dir così, chiusi su se stessi. Non solo astratti (astratto è per forza di cose ogni discorso), ma sganciati dalla concretezza, assorbiti dalla preoccupazione della coerenza interna. Stiamo attenti a non compiere questo errore (che, secondo me, talvolta compie «il manifesto» quotidiano). La ricerca teorica è indispensabile, ma ha altre sedi naturali. Una rivista politica ha altri compiti, anche una rivista come la nostra, che peraltro non si è mai appiattita sulla superficie della politica immediata. Anche a questo riguardo mi pare di trovarmi d'accordo - se ho letto bene - con quanto scrive Lucio nelle sue note preparatorie. Dobbiamo cercare di essere sì un laboratorio di idee, ma di idee politiche in senso pieno: idee che inseguano la realtà e da essa traggano forma, idee che nascano davvero dal bisogno di capire i fatti, che siano dettate in primo luogo dalla passione per l'accadere e dalla spregiudicatezza.
Il secondo terreno riguarda ancor più direttamente noi, le persone fisiche che fanno questa «rivista» e il loro modo di lavorare insieme. Se vogliamo essere materialisti, non possiamo limitarci solo ai discorsi che «la rivista» ospita, ai grandi temi che essa affronta (e di cui, pure, cercherò di dire rapidamente qualcosa in chiusura, per salvarmi la coscienza). Dobbiamo parlare anche delle persone, dei corpi, che questi discorsi materialmente producono. E farlo con franchezza, senza diplomatismi.
Nell'introdurre la discussione, Lucio diceva che riunioni come questa sono state troppo rare perché si è stati sempre incalzati dal susseguirsi degli accadimenti. Questo è certo vero, ma ho l'impressione che, oltre a ciò, vi sia anche dell'altro, del non-detto o forse - come direbbe qualcuno - del non-pensato. Chiediamoci: che cosa sono riunioni come questa? Sono occasioni di confronto con persone che, pur collaborando abbastanza assiduamente alla «rivista», non fanno tuttavia parte del gruppo ristretto che l'ha fondata e la dirige. Immaginiamo ora che riunioni simili a questa si verifichino con qualche regolarità. Che cosa succederebbe in questo caso? Che si discuterebbe su come fare «la rivista», ma attenzione: questo non più soltanto in generale, bensì numero per numero. Si verificherebbe cioè che questo gruppo lavorerebbe come una vera e propria redazione.
Ora, qui, secondo me, si pone un problema che porta però con sé, almeno potenzialmente, la soluzione di alcune delle difficoltà che le note preparatorie di Lucio e anche quelle di Rossana pongono in evidenza. Non sarebbe giusto nascondersi un rischio che una simile modificazione dello stile di lavoro tradizionale della «rivista» comporterebbe. Tra di noi potrebbero sorgere divergenze anche significative. In un coro altrimenti ben collaudato potrebbero manifestarsi dissonanze, persino stonature. Credo che la genericità dei presupposti condivisi e anche la differenza tra le generazioni e tra le storie individuali - dunque differenze di cultura, di convinzioni, di sensibilità - lascino spazio a rischi del genere, al cospetto dei quali la cautela non è affatto da biasimare. Chi può essere certo che discussioni non mettano capo a divisioni e che da divisioni possano sorgere conflitti?
C'è però anche un risvolto negativo della cautela e un risvolto positivo del rischio. Dissonanze e persino stonature possono giovare (il Novecento musicale insegna) e vanno liberate, se possono essere veicolo di intelligenza, luogo di prospettive diverse, dunque occasione di nuove esperienze. In altri termini - e per mettere definitivamente, già che ci sono, i piedi nel piatto - credo che alcuni problemi della «rivista» discendano proprio da una eccessiva omogeneità del gruppo fondatore e dirigente, e che «la rivista» potrebbe trarre giovamento da un profondo ripensamento delle forme della sua confezione, a partire dalla struttura del corpo politico che materialmente la produce.

4. Infine, ma solo per evitare l'accusa di estenuato metodologismo, due parole conclusive per indicare alcuni complessi tematici che andrebbero forse messi al centro del nostro lavoro di qui alla prossima primavera (o alla prossima… riunione?).
Ne indico lapidariamente tre.
Il primo: il nesso guerra/resistenza e il rapporto tra guerra e terrorismo; quindi il rapporto (circolare) tra guerra (militarizzazione delle relazioni) e crisi democratica (regressione autoritaria/oligarchica; recrudescenza dei razzismi); e l'insieme dei problemi connessi alla nuova logica delle relazioni tra Usa e Ue, tra Usa, Medio Oriente, area eurasiatica ed Estremo Oriente (in una battuta: il problema della nuova forma dell'imperialismo e dei conflitti inter-imperialistici).
Il secondo insieme: l'idea di sinistra e di socialismo, la forma della lotta anticapitalistica, il ruolo della politica (sul terreno nazionale, continentale, internazionale e transnazionale), i suoi rapporti con il sociale e i movimenti, lo spazio per un effettivo intervento riformatore (la classica questione un tempo nominata `riforme di struttura'), il ruolo del pubblico.
Infine: il problema del soggetto della trasformazione, della sua composizione: il tema della classe, il nesso con il lavoro, il non-lavoro, la questione dei migranti e la relazione che queste articolazioni intrattengono con il partito (i partiti) nelle sue (loro) mutevoli configurazioni.
Certo, elencati in questo modo, come in un indice analitico, questi temi possono significare poco: sono appena un criptico promemoria, i segnalatori di un lavoro che va proseguito e in parte cominciato. Li ho nominati qui soltanto per esemplificare la natura di quelle «idee politiche in senso pieno» alle quali mi sono riferito in precedenza. Quanto a svilupparle, questo è precisamente il compito della «rivista» e di chi proseguirà nella sua cucina e sulle sue pagine l'importante lavoro svolto in questi primi quattro anni.


Perry Anderson
Caro Lucio, grazie infinite per avermi inviato la tua Nota, l'invito e i relativi documenti, che ho letto con il più vivo interesse. Il rilancio della «New Left Review» è contemporaneo alla rinascita della «rivista», e per entrambe è giunto il momento di riflettere su cosa è stato guadagnato e cosa perso in questi quattro anni. Il quadro politico interno dei nostri paesi è molto differente, ma penso davvero che le tue analisi della congiuntura italiana colgano esattamente i suoi aspetti paradossali - sebbene forse, se fossi italiano, finirei per condividere con Rossana le previsioni più pessimistiche.
Inoltre, per quanto riguarda le questioni e le strategie editoriali nel senso più tecnico, sarebbe molto interessante confrontare le nostre idee. Mi piacerebbe davvero molto essere a Roma per l'incontro del primo dicembre e cercherò di farvi sapere al più presto se mi sarà possibile.
Cordialmente,
Perry

Tom Benetollo
Mi scuso per l'assenza dalla vostra riunione, che capisco - dal lavoro preparatorio che emerge dallo scritto di Magri - avere un forte rilievo. Se volete, consideratemi comunque vicino al vostro impegno. Mi scuso anche per lo svelto tono asseverativo, ma si tratta solo di una nota di lavoro.

a. penso che la «rivista» abbia svolto un ruolo importante. Ciò che dice Magri lo condivido. La ricostruzione delle vicende politiche svolta da Magri a mio parere è incompleta sul versante sociale, e delle mutazioni realmente avvenute nelle soggettività emerse in quella sfera. Ciò vale anche per le dinamiche dei movimenti. Questo non indebolisce la sua analisi, ma sento di dirlo con franchezza.
b. Siamo alla vigilia di fatti politici che cambieranno rapidamente sia la geografia politica, sia quella del posizionamento dei soggetti in campo. Sì, è anche perché abbiamo di fronte tre anni di elezioni (e di che tinta!). Ma questo non avviene in un orizzonte dove si vede solo la cucina locale. Lo scenario europeo e mondiale è in trasformazione. È di fondamentale importanza tenere insieme e allargare il campo di forze che ha agito in questi anni (Forum sociale mondiale ed europeo, ma non solo. Si è mosso molto di più, e va messo in sintonia).
c. In Italia torna prepotente la domanda di una nuova politica. Ma la realpolitik reagisce accentuando il politicismo, e puntando sul `popolo della delega' invece che sul `popolo della partecipazione'. La surroga avverrebbe riconquistando i media come Instrumentum di rapporto dall'alto con una cittadinanza sostanzialmente passiva. Ognuno al suo posto: la politica la fanno i partiti; i sindacati si acconcino a una nuova concertazione - se va bene; i movimenti se vogliono facciano il solito `tanto rumore per nulla'. Sarebbe la Restaurazione. Tornerebbero vecchie gerarchie sociali. Perfino la caste.
d. Meno male che Prodi parla di «democrazia affaticata». La riforma - o la rivoluzione - della politica è all'ordine del giorno. Non dobbiamo far passare il giorno. Vale in forma diversa per la sinistra di paesi importanti (dalla Rft alla Spagna, dalla Gran Bretagna alla Grecia, per non parlare dell'Est. Si aprono prospettive nuove negli Usa. Il caso italiano è perfino fuori classifica).
e. Si va a passi veloci verso una alleanza, sia pure ancora a geometria variabile, e con molte incertezze, che raccoglie da Di Pietro a Rifondazione. In sé: bene, benissimo. Perché il governo sta sfasciando l'Italia, i diritti, la Costituzione - sull'analisi di questo non ho bisogno di insistere. Ma c'è un deficit evidente di progetto e di programma. Il tempo passa e non c'è traccia di quel vasto confronto di cui ci sarebbe bisogno. Con questo clima, quella che chiamo alleanza sarà anch'essa caratterizzata da un profondo politicismo, e sarà inefficace. C'è bisogno di un Progetto fortemente ancorato socialmente, rapportato a dinamiche di partecipazione.
f. La «rivista», su questo Progetto possibile, dovrebbe prendere la parola. Potrebbe indicare dei contenuti essenziali. Vorrei che ci fosse un fascicolo dedicato al Progetto. Lavorandoci sopra, la «rivista» potrebbe lavorare nel contempo anche su se stessa.

Provo a fare delle proposte:
a. Dopo anni di lavoro, e di fronte a uno scenario tanto `importante', chi ha diretto la «rivista» mi pare di fronte a un bivio. Da una parte c'è la continuità. Una scelta assolutamente rispettabile, in piena coerenza con una storia lunga, arricchita da successive presenze. Dall'altra parte, mi pare una buona tentazione quella di un balzo tra nuovi protagonisti, per coinvolgerli su un progetto che dev'essere in linea con le traiettorie della «rivista», ma che non dovrebbe essere `già scritto': se si impone una ricerca nuova, gli interlocutori si possono allargare. La redazione dovrebbe aprirsi, dar vita a una nuova, vitale composizione chimica.
b. Si potrebbe fare un seminario, un'assemblea con figure diverse, disomogenee ma coerenti con un sistema culturale e di valori. La tipologia non è difficile da individuare: sia chi canta le canzoni dell'esperienza, sia chi quelle dell'innocenza. Si possono ben trovare figure che - per le cose che hanno detto e fatto - sono vicine o interne al campo di gravità della «rivista». Non voglio nemmeno ipotizzare nomi in queste righe, ma vivaddio ce ne sono molte, di figure che hanno segnato con intelligenza questi anni, e che guardano con senso partecipe all'esperienza della «rivista». Penso anche alle voci libere dell'intellettualità che ci sono in giro: una parte di loro sono `manifestabili'.
c. Personalmente, sono affascinato da una prospettiva della «rivista» che riprenda, e lanci nel futuro, le idee di fondo del «Politecnico». Quindi: una Rivista con anche più terreni di interesse, fortemente legata all'idea di qualità della cittadinanza, più curiosa che mai sulle cose che accadono (mi permetto di dire che il radar di Luciana andrebbe seguito in ogni movimento che fa).
d. Penso anche a una rivista radicata socialmente. Certo, per svilupparsi e diffondersi. Possono essere utili anche provvedimenti di sostegno immediato (sono disponibile in questo senso). Ma la strategia dev'essere a più ampio respiro. Penso ad esempio che un forte legame sociale potrebbe permettere di fare delle vere inchieste sul campo (il 90% di quelle che vengono fatte ora sono delle bufale invereconde). Mi piacerebbe per esempio che la «rivista» si impegnasse in una Descriptio Mundi dei soggetti attivi del cambiamento in Italia - a partire dal territorio, luogo sentito come protagonista ma trattato con snobismo francamente eccessivo. Ma altre inchieste sarebbero benvenute. Penso al lavoro, ovviamente. Penso a ciò che è oggi realmente la politica... ma la smetto con gli esempi, voi la sapete ben più lunga.
e. Infine - si fa per dire - c'è da chiarire e mettere in valore il rapporto con il Quotidiano Comunista che sta vivendo una fase assai difficile. Ciò che penso l'ho affidato a un intervento che eventualmente vi interessasse è stata pubblicato sul «manifesto».* Penso che occorra un `aiuto unilaterale' da parte della «rivista». Con generosità. Sapendo che di norma le crisi di quel genere portano a certi elementi di implosione dai quali non è facile uscire senza amici leali. Mi piace idealizzare una possibilità: quella di un nuovo combinato disposto tra «rivista» e quotidiano. Credo che sia un'aspettativa non solo mia.
f. Aggiungo che si potrebbe vedere di costituire un pacchetto di mischia con altre riviste della sinistra, per trovare una collaborazione e uno scambio, per realizzare iniziative comuni e altro. Lo scopo: cercare di dare qualità al dibattito politico; approfondire un dialogo oggi assai babelico o tra sordi; individuare filoni di ricerca che spingano nella direzione del cambiamento...

Mi dispiaccio per le cose che ho tralasciato e mal-trattato. Grazie per la pazienza della lettura (se l'avete avuta) e buon lavoro.

* Benetollo si riferisce al suo intervento «Fin da cucciolo» del pubblicato fra le lettere (NdRM).



Luigi Cavallaro
Lucio Magri e Rossana Rossanda hanno già detto l'essenziale, quindi non la farò lunga. Proverò a dire in una battuta il limite principale della «rivista», per come io lo vedo; non è solo una critica ma in primo luogo un'autocritica, s'intende per quel poco che chi scrive ha dato a quest'impresa collettiva; non vuol essere negatrice o distruttiva, ma al contrario concorrere a individuare gli assi di un possibile e auspicabile rilancio.
Il limite principale della «rivista» che fin qui si è data è stato nel suo carattere `non nazional-popolare'. È accusa grave, che può suonare perfino ingiuriosa alle orecchie di un gramsciano del calibro del nostro direttore. Mi auguro che non me ne voglia se temo che le cose stiano proprio così.
Gramsci è autore a tutti noto perché io debba ricordare a cosa rimanda il concetto di `nazionale-popolare'. Proverò piuttosto a spiegarmi con un esempio.
Da circa un anno, un gruppo di docenti universitari (per lo più economisti e giuristi) ha dato vita ad un sito web autogestito di informazione economica (www.lavoce.info), in cui vengono pubblicati, almeno due volte a settimana, articoli di analisi della situazione italiana e di quella europea e mondiale nella misura in cui queste siano in grado di incidere oggi su quella italiana - dove `oggi' vuol dire per mezzo di specifiche articolazioni causali che ci si preoccupa di individuare e non in base a generiche previsioni o aspettative.
Per citare alla rinfusa da un libretto appena pubblicato 1, nel corso di un anno sono apparsi circa un migliaio di interventi sul declino economico italiano, sulla deflazione in Germania, sui condoni, sull'immigrazione, sulla riforma del Patto di stabilità e crescita, sui limiti dell'ingegneria contrattuale applicata al mercato del lavoro, sulla delega previdenziale, sul declino del gettito fiscale delle imprese, sul federalismo, sull'inflazione e su molto altro ancora - interventi la cui caratteristica principale è quella di essere analisi ragionate di `fatti'. Di qualunque cosa si parli, il punto di partenza non è mai (o quasi) ciò che ha dichiarato il leader Tizio o l'intervista che ha rilasciato l'industriale Caio, ma un accadimento economico o normativo, che viene indagato nei suoi nessi interni ed esterni fino a comporsi in una piccola `analisi concreta della situazione concreta'. Il lettore è così messo in condizione di controllare la base su cui è costruito il ragionamento, seguire quest'ultimo nei suoi svolgimenti e, se non è d'accordo, impugnarlo, contrapponendovi altre sequenze causali; il tutto, però, proprio perché oggetto degli articoli sono dei `fatti', cioè - à la Wittgenstein - rappresentazioni logiche d'un certo sussistere dello stato di cose esistenti.
La risposta non si è fatta attendere. Nell'arco di un anno, il sito ha ricevuto più di trecentomila visite, con oltre due milioni di pagine scaricate e picchi di 45.000 in un solo giorno; la newsletter conta ormai undicimila iscritti e molti degli articoli pubblicati vengono ripresi e citati dai principali media - giornali, radio e televisione. L'iniziativa, insomma, non solo ha avuto rispetto e consenso ma si pone come vettore di egemonia.
Qualcosa del genere la «rivista» non ha fatto. Anch'io come Magri ho passato alcuni giorni a rivedermi tutti e quarantaquattro i numeri e - salvo rare eccezioni (alle quali purtroppo per me non appartengo) - le analisi pubblicate hanno individuato per lo più `tendenze' e solo raramente `fatti'; hanno esibito critiche e quasi mai proposto alternative qui e ora possibili, cioè non palingenetiche né evocative. Insomma, la «rivista» si è comportata proprio come i `laici' presi a bersaglio da Gramsci nei Quaderni: ha fallito nel suo compito di `educator[e] ed elaborator[e] della intellettualità e della coscienza morale del popolo-nazione', a causa della sua incapacità di elaborare un «moderno `umanesimo' capace di diffondersi fino agli strati più rozzi e incolti, come era necessario dal punto di vista nazionale», e di sganciarsi da «un mondo antiquato, […] astratto, troppo individualistico o di casta» (Q. .
Quest'accusa sarebbe troppo impietosa se non tenesse conto di una difficoltà aggiuntiva che la «rivista» ha avuto e ha rispetto all'esperienza de «La voce», e cioè la mancanza di un quadro culturale condiviso fra i suoi redattori e collaboratori. Quello evocato da Magri nel suo editoriale dicembrino, quando ci dipinge come «comunisti non pentiti, […] marxisti non dogmatici, […] comunisti italiani, critici da sempre dello stalinismo ma da sinistra», si declina in guisa diversissima fra noi, sia quando si tratta di dire ciò che è stato sia quando si tratta di indicare quel che si dovrebbe fare 3, e ciò ha fatto sì che il peso della sintesi ricadesse per intero sulle spalle (per nostra fortuna larghe) del solo direttore.
Anche qui c'è un riflesso (forse il più cospicuo) del carattere `non nazional-popolare' della «rivista»: precisamente quello di non aver affrontato esplicitamente e criticamente il «nesso di coordinazione e di subordinazione» fra passato e presente e di essersi limitata ad evocarlo «in forma astrattamente culturale, intellettualistica, senza prospettiva storica esatta e pertanto senza che se ne prospettasse una soluzione politico-sociale concreta e coerente» (Q. 2107). La conseguenza è che siamo rimasti sempre indeterminati nell'analisi e nella proposta, cioè in quel che è veramente rilevante per la politica - e alludo qui, ancora gramscianamente, alla `grande politica', quella che si occupa delle «quistioni connesse con la fondazione di nuovi Stati, con la lotta per la distruzione, la difesa, la conservazione di determinate strutture organiche economico-sociali» (Q. 1563-64); la `piccola politica', quella che concerne «le quistioni parziali e quotidiane che si pongono all'interno di una struttura già stabilita per le lotte di preminenza tra le diverse frazioni di una stessa classe politica» (Q. 1564), è stata, a parer mio, fin troppo presente in queste pagine, a cominciare dalla discussione sulla proposta di Pintor per una costituente della sinistra alternativa; e non credo - ha ragione da vendere, qui, Rossanda - che questo possa indicarsi come compito di una rivista teorica.
Se ciò è vero, ne vengono due esigenze, che potrebbero costituire gli assi per il rilancio politico-editoriale della «rivista». La prima è quella che dovremmo sforzarci di compiere anche noi analisi ragionate di `fatti' e non occuparci solo delle `tendenze': così declino quell'esigenza di «conoscenza più rigorosa di quel che succede», che giustamente Rossanda avverte (e io con lei) per tornare a produrre egemonia. Anche per me occorre quindi una «rivista» che «sia più esigente nel fare delle domande e nell'accettare [o nel proporre] delle risposte»; l'articolo di Luciano Gallino pubblicato nello scorso mese di ottobre 4 potrebbe essere assunto paradigma di quel carattere `nazional-popolare' che la rivista dovrebbe avere e finora non ha avuto.
La seconda esigenza è quella che anche Magri individua allorché ricorda una promessa non mantenuta della «rivista» («una riflessione sistematica e non reticente [sul] movimento operaio e comunista; […] una riconsiderazione delle categorie teoriche sulla base delle quali noi stessi avevamo imparato a ragionare»): ed è quella «di un impegno molto maggiore (forze e spazio) sul terreno dell'elaborazione e della ricerca: storica, progettuale e di strategia», che si collochi «non fuori della politica, ma sui fondamenti della politica». Il nodo - concordo ancora con Rossanda - è sempre quello, il «modo di produzione»: non è possibile oggi una critica non generica dello stato di cose esistenti se non si muove da lì. E concordo anche col direttore (che mi auguro non smetta di esser tale): senza un impegno continuativo che si prefigga su questioni cosiffatte una programmazione di ciascun numero, piuttosto che farsi dettare l'agenda da ciò che è accaduto il mese precedente o avverrà il mese successivo, non c'è futuro per un'impresa del genere.
Aggiungerei che ciò mette capo di necessità a un dibattito più serrato fra gli stessi collaboratori. È bene che non siamo reticenti, che ci diciamo fino in fondo quel che pensiamo: non solo non abbiamo nulla da perdere, ma credo che i momenti migliori di questo lavoro collettivo abbiano coinciso con le dispute più arrabbiate (penso, ad esempio, al dibattito sulle Tesi di Rifondazione), non foss'altro perché il confronto, s'intende quando è capace di mostrare le singole articolazioni di ciascun punto di vista, giova assai più alla chiarificazione dell'assertività di un'analisi che si compiace dell'autoconferma.
Una rivista magari bimestrale, non solo logicamente ma anche graficamente divisa in due blocchi - `qui e ora' e `passato e presente'? Forse. Certamente, non insisterei nel pubblicare articolesse impastate dell'uno e dell'altro, che pare che c'è tutto e invece non c'è niente.
C'è spazio, oggi, per una rivista del genere? Un'analisi che si proponga di illuminare i nodi qualificanti di un programma riformatore `alto' interessa a qualcuno, nell'Italia del 2004 e avvenire? Avrà anche ragione Rossanda a essere scettica sui gruppi dirigenti del centro-sinistra, della sinistra Ds, della Cgil, di Rifondazione. Ma quel che è successo fra il 2002 e il 2003 ci parla di un popolo che solo obtorto collo si riconosce nei suoi gruppi dirigenti; offrire a questo popolo gli strumenti per tornare a ragionare di `grande politica' mi pare il miglior obiettivo che la «rivista» potrebbe proporsi e, personalmente, l'unico in vista del quale mi sentirei di offrire le mie modeste forze.


1 www.lavoce.info. Un anno di interventi e analisi dell'economia italiana, a cura di T. Boeri, Laterza, Roma-Bari, 2003.
2 Con la lettera Q. seguita dal numero di pagina rinvio a A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975.
3 Un solo esempio: nelle sue note in vista di questa riunione, Rossana Rossanda scrive che «le Costituzioni del dopoguerra […] hanno messo un freno ai meccanismi del capitale e mercato per mantenere una certa coesione o un compromesso sociale». Sappiamo che questo è Polanyi, che è autore geniale e interessante ma la cui visione dello sviluppo storico è letteralmente intraducibile nelle categorie marxiane? E molto sommessamente, non passa forse da codeste e simili ammissioni la nostra subalternità all'ideologia dominante, che non a caso parla del ruolo economico dello Stato solo in termini di `lacci e lacciuoli'?
4 L. Gallino, Promemoria per la sinistra, «la rivista del manifesto», n. 43, 2003, pp. 19-24.



Emir Sader
Caro compagno Lucio, purtroppo non sono in condizione di essere presente alla vostra riunione. Le urgenze del nostro impegno qui esigono che usiamo ogni nostra energia nello sforzo di fare sì che quest'anno sia realmente un anno di svolta positiva in America Latina, per cui è indispensabile il riscatto della contraddittoria esperienza di governo del Pt in Brasile.
Questi quattro anni sono stati per noi, da quest'altro lato del mondo, anni decisivi. Dopo essere stati il laboratorio per eccellenza delle esperienze neoliberiste - che sono state collaudate qui da noi, in Bolivia e nel Cile di Pinochet - viviamo oggi in una fase di risacca della ubriacatura speculativa che è stata il neoliberismo. Nel suo primo governo, l'ex presidente nordamericano Bill Clinton non attraversò mai la frontiera con il Messico, per sapere in che condizioni stava questo nuovo `socio', da poco entrato nel Nafta. Tutto sembrava spingere verso l'egemonia yanqui sul Continente. Praticamente solo Cuba era fuori dal coro, ma appariva agli occhi del liberismo dominante una sopravvivenza di un passato storicamente superato.
Il trionfo mondiale delle culture liberiste ebbe come contropartita in America Latina la identificazione della democrazia - riconquistata in molti paesi - con il neoliberismo, trasformato in ideologia. In questo modo, la democrazia era condannata a un respiro corto, dal momento che le politiche economiche liberiste sabotavano i pilastri della democrazia - attraverso la internazionalizzazione delle economie, il debilitazione degli Stati nazionali, la mercantilizzazione dei processi politici, la precarizzazione del mercato del lavoro, l'aumento della disoccupazione, l'indebolimento dei sindacati e degli altri movimenti della società, la spersonalizzazione ideologica dei partiti, con lo sviluppo di politiche di riduzione del prelievo fiscale, adottate sia dai vecchi partiti nazionalisti (il peronismo argentino, il Pri messicano) che dai partiti socialdemocratici (Ad in Venezuela, il Psdb in Brasile e il Ps cileno).
Oggi sulla mappa dell'America Latina si registra una crisi in ogni paese - dal Venezuela alla Bolivia, dall'Equador all'Argentina, dal Paraguay al Perú, dal Guatemala ad Haiti. Se prima i presidenti che adottavano le politiche neoliberiste erano eletti e rieletti - come nei casi di Menem in Argentina, di Fujimori in Perú, di Cardoso in Brasile -, ora, al contrario, quelli che sono eletti e insistono in queste politiche vanno ad una rapida sconfitta, come nei casi - più o meno recenti - di De la Rúa in Argentina, di Sanchez de Losada in Bolivia, di Battle in Uruguay, di Toledo in Perú, di Fox in Messico. Lúcio Gutierrez in Equador vive una crisi, nella quale i movimenti sociali che dettero legittimità al suo governo hanno rotto con lui, facendo forse partire il conto alla rovescia per il suo governo, che è stato prostrato dall'adesione alle politiche del Fmi.
Il caso più importante, per tutto ciò che rappresenta, è quello del Brasile, che è insieme, probabilmente, il più complesso. Per le sue specificità storiche, il Brasile è stato il luogo di nascita del Pt, della Cut, del Movimento sem Terra, del Forum sociale mondiale - e questo basterebbe per caratterizzare l'importanza della sua sinistra e della vittoria di Lula, con la sua elezione a presidente lo scorso anno. Insieme all'elezione di Kirchner in Argentina, allo scacco di Sanchez de Losada in Bolivia, alla realizzazione di un progetto di ricostruzione del Mercosur, alla resistenza all'Alca e alle posizioni sostenute nella riunione del Wto a Cancún, l'elezione di Lula rappresenta uno dei più grandi avvenimenti storici contemporanei del Continente. Trenta anni dopo il golpe in Cile, che chiudeva un ciclo di sviluppo delle lotte rivoluzionarie, il 2003 potrebbe rappresentare l'anno di una nuova svolta e di una ripresa.
Le difficoltà più grandi vengono oggi per un verso dalla dimensione della regressione, che si è realizzata in questa fase storica su scala internazionale, con il trionfo su ogni piano del liberismo, che si è identificato con la democrazia e ha diffuso una politica economica, che si è propagata con i crismi dell'universalità. Non siamo riusciti, finora, a costruire una forma alternativa di socialità, un progetto alternativo all'american way of life e, nello stesso tempo, non siamo ancora stati in grado di promuovere forme nuove di democrazia, superando le modalità della democrazia liberale.
Il grande impegno della nostra generazione è quello di riproporre il socialismo come alternativa storica reale, come `attualità storica', ipotesi questa in mancanza della quale la nostra accumulazione di forze - che è divenuta più evidente dopo Seattle e i Forum sociali - non troverà sbocchi, costringendoci a combattere in condizioni di inferiorità. Per questo ci tocca discutere, prima di tutto, su come deve essere il mondo post-neoliberista.
Sicuri che voi contribuirete in modo significativo a questo impegno, anche con la vostra riunione, vi invio il mio affettuoso saluto di compagno di tanti sforzi comuni del passato, che si rinnoveranno in futuro, ringraziando ancora una volta per la solidarietà combattiva del «manifesto».


Rio de Janeiro, 29 novembre 2003


Rossana Rossanda
Note sulla «rivista»*

1. Dall'estate scorsa lo scenario della sinistra si è modificato ben due volte. A giugno il centro-sinistra - dopo le amministrative - pareva aprirsi al dialogo con Rifondazione. A luglio D'Alema e Prodi proponevano la lista unica per le europee come primo passo verso una convergenza di Ds e Margherita in un partito, che D'Alema vorrebbe collocato fra i socialisti europei e Prodi fra i nuovi democratici - strutturando l'Europa secondo il modello americano.
Da questo secondo disegno resta fuori Rifondazione, si tira fuori il Pcdi e nella sinistra Ds vi si oppone Cesare Salvi su fine e metodo, sul metodo gli altri. Al movimento e ai rimasti fuori Rifondazione ha avanzato una proposta di costituente per una forza federata, con l'obiettivo di arrivare in caso di elezioni al 10 per cento.
In ogni caso è la scomparsa della sinistra moderata di derivazione Pci.

2. Questi sviluppi confermano lo scacco, fin paradossale, del nostro progetto - contribuire a un programma riformatore `alto' fra sinistra critica e sinistra moderata, tale da spostare l'opposizione su obiettivi più avanzati almeno inceppando la dominante neoliberista.
La sconfitta del centro-sinistra alle elezioni del 2001 pareva dare forza a questa possibilità: era manifestamente di sinistra il vasto astensionismo che Rifondazione non riusciva ad assorbire. Un'alleanza riformatrice intelligente avrebbe dato nettezza all'opposizione e alla campagna elettorale contro le destre, e in caso di vittoria avrebbe assicurato una tenuta di governo che la fragile coalizione del 1996 non aveva retto. In questa direzione sembrava premere tutto il 2002: l'ascolto alla proposta di Cofferati al XIV Congresso della Cgil, l'allargarsi dei movimenti dai new-global ai girotondi, poi la crescita del movimento contro la guerra.
La controffensiva è venuta dai Ds. Cofferati si è ritirato dopo l'ambiguo voto sulla guerra e il richiamo all'ordine di D'Alema e Fassino, il movimento contro la guerra è in difficoltà perché non ha strumenti per reggere la successiva guerriglia e prendere posizione altro che per la pace, l'apertura di luglio dei Ds a Rc non è stata che una mossa ai fini di una convergenza elettorale. La proposta D'Alema-Prodi l'ha ridotta ulteriormente: non si tratta di dialogare con Rc e i movimenti ma metterli di fronte al pericolo di avvantaggiare Berlusconi e forse garantire loro dei posti.
D'altra parte, l'accoglienza non ostile di Rifondazione alla proposta Prodi conferma che la sinistra critica cui la «rivista» credeva di dare una continuità di dialogo non aveva sufficienti ragioni in comune. C'è fin da chiedersi in che cosa esattamente consistesse il nostro accordo iniziale, a parte una certa condivisione di principi etici.

3. Un `riformismo' serio - se con esso si intende una limitazione della proprietà e del mercato in favore di beni e diritti pubblici, una politica del lavoro forte e mirante alla piena occupazione, una democrazia partecipata, una ferma opposizione alla guerra - è escluso dal centro-sinistra, non ha un ascolto consistente alla sinistra Ds, né è chiaro se la Cgil vi resta disponibile. Costruirlo non interessa neppure a Rc, che probabilmente non ne vede la possibilità.
La «rivista» deve dunque verificare i propri fini.
Credo utile però una riflessione preventiva su due punti dell'editoriale di settembre di Magri: dove osserva che un riformismo alto non si costruisce a freddo ma esige una convergenza di condizioni fuori dell'ordinario, quasi quanto un rivoluzionamento; e dove rileva che non basta una crisi economica a produrne la necessità - neppure quando, aggiungerei, somiglia a quella che Gramsci chiama una «crisi generale», perché così penso si possa definire lo sconvolgimento dell'assetto politico italiano dal 1987 al 1994. Un vuoto politico può dare anzi luogo a un ripiegamento a destra, come è accaduto in Italia e in Germania negli anni venti e trenta e, con conseguenze meno tragiche, nell'ultimo decennio in Italia.
Se ne deduce che nessuna crisi in sé è produttrice di un esito di sinistra quando manchi una soggettività decisa a perseguirlo. Il problema è dunque: perché questa è venuta a mancare? Cercherei le risposte nel tempo lungo: la sinistra italiana non è stata in grado di comprendere le mutazioni degli anni sessanta, di governare i movimenti che sono seguiti fino agli anni settanta avanzati, di percepire la natura del riorganizzarsi a metà degli anni settanta del capitale sul piano politico (con Thatcher e Reagan) e su quello strutturale (con le nuove tecnologie e organizzazione del lavoro, punto sul quale difendo il tentativo che facemmo con Ingrao in Appuntamenti di fine secolo). Il crollo dell'Urss, che maturava da tempo, precipita nel 1989 su sinistre che già dubitano di sé e con Berlinguer avevano già ripiegato su una posizione difensiva contro un presunto pericolo fascista, puntando a un compromesso sociale e a un accordo d'ordine politico con la Dc. È stato un errore di analisi che si rivelerà irreversibile. Altrove il ripiegamento è stato ancora meno nobile.
Perciò il 1989 ha affondato non solo quel che restava del comunismo ma l'unica `certezza' delle diverse sinistre, e cioè che il capitalismo era per natura incapace di costruire senza correttivi una società umanamente ed economicamente sostenibile. Quest'idea era diventata senso comune dopo la crisi del 1929 e ha alimentato le costituzioni europee del dopoguerra, che tutte hanno messo un freno ai meccanismi di capitale e mercato andando a un combattuto `compromesso sociale'. Questa convinzione - in virtù della quale noi comunisti abbiamo anche a lungo sostenuto che, senza una forza socialmente avanzata, in Italia la democrazia vacilla - è stata decisiva. E questa ipotesi, caduta l'Urss ed entrati in crisi i partiti comunisti, è diventata la base delle speranze e dei successi elettorali delle sinistre in Europa nei primi anni novanta.
Ma non ha retto all'aggressione neoliberista. Come e perché dovrebbe essere oggetto di ricerca, che le sinistre non fanno. Sono sotto i nostri occhi le timidezze di tutti i governi di sinistra seguiti alla crisi dei partiti comunisti. I quali sono stati incapaci di passare dal massimalismo della protesta sia a una proposta rivoluzionaria (realmente era stata rimessa in causa dall'insuccesso dei comunismi reali), sia a una proposta riformatrice, o semplicemente a una ripresa keynesiana. La loro debolezza culturale si è rivelata grande. I mutamenti di nome dei Pci non sono stati tanto un tentativo di scrollarsi di dosso la parte negativa del passato quanto una dichiarazione di resa per il futuro: tutti, perfino la Pds tedesca, sempre meno persuasi della possibilità di un sistema socialista, non considerano augurabile neanche una politica macroeconomica che metta dei limiti al liberismo.
Ma con questo si sono privati degli strumenti con i quali agire in favore di una certa giustizia sociale, del lavoro concepito non come merce, dei ceti e dei paesi deboli, della riduzione delle inuguaglianze, insomma di qualsiasi limite alle crudeltà del mercato. E quindi perdono voti. Sono caduti uno dopo l'altro i governi delle sinistre europee, quello di Schröeder si è salvato in estremo per essersi opposto alla guerra con l'Iraq. E sono caduti, insisto, per i vincoli da essi stessi accettati, quando non promossi, nella formazione dell'Unione europea come area di libero scambio controllata dai trattati di Maastricht e di Amsterdam, dall'istituzione della Banca centrale europea e dalla Commissione.
Una opposizione alla Carta che li esprime viene soltanto da alcuni governi nazionali di centro-destra. Un'opposizione di sinistra non c'è. I popoli poco sanno, non sono stati aiutati a capire e tendono, piuttosto che a opporsi, a sciogliersi nella rassegnazione; la delusione può indurre anche, come in Francia e in Italia, al populismo. Sola eccezione a questo andamento la critica dei new global.

4. Negli stessi anni e con la caduta dell'Urss ha ripreso forza il conservatorismo americano, tentazione che la sconfitta del Vietnam aveva temperato. Non sono in grado di dire se si tratta di una parentesi estrema o di una tendenza costante resa più acuta dall'essere gli Usa la sola superpotenza rimasta. Basti osservare che con la vittoria di Bush, l'introduzione della guerra come metro di governo del mondo, che dopo il 1945 pareva improponibile, non ha incontrato altri ostacoli che la reazione di alcuni governi e un movimento per la pace non preparato a una lunga durata.
Questo è un capitolo che andrebbe indagato più a fondo. Osservo solo che la facilità con la quale sono passati Bush e la sua guerra infinita, malgrado la manifesta incapacità di governare i paesi occupati e la crescita esponenziale del terrorismo che ne è seguita, va attribuita non soltanto al primato militare americano ma alla introiezione anche da parte delle sinistre che gli Usa sono il capofila del processo capitalistico vincente e non c'è nulla da fare contro di esso, anzi sarebbe sbagliato farlo. Il modello economico unico si riflette nell'unicità del modello politico - partita come guerra al terrorismo, quella di Bush è già diventata senza scandalo esportazione del modello americano di democrazia.
La svolta è epocale e mette in causa l'esistenza stessa di una sinistra.

5. Vorrei fermarmi brevemente su questo punto. Quando insisto sul `modo di produzione' sono sospettata di economicismo, di inclinazione a teorie e pratiche salarialiste-operaiste, di insensibilità alle priorità del simbolico nella formazione del potere e a quelle dell'interiorità nel vissuto.
Respingo queste accuse. Il meccanicismo di alcune tesi comuniste del passato non è una giustificazione per negare l'evidenza dell'interazione permanente fra il modo di produrre e il modo di vivere. Il capitalismo tende a imporre il sistema di scambio molto al di là delle merci: quel che è precipitato dal 1989 ad oggi è la mercificazione dell'intero prodotto sociale e la tendenza a far merce dei suoi stessi soggetti. È il denaro che definisce la misura dei beni, anche quelli un tempo considerati non mercificabili perché fondamentali (come l'acqua), o per natura inalienabili (il corpo, gli embrioni) o sottratti allo scambio perché conquistati come diritti (istruzione, salute e, in parte, prestazione di lavoro). Ne viene un'idea mercantile dell'intera società. Non solo, ma uno spostamento sulla contrattualità dell'individuo dal collettivo a se stesso, una priorità dell'esito personale rispetto al concetto di bene comune.
È questo che spiega perché la `politica' ceda di continuo il passo all'`economia' - termini assunti in modo approssimativo dalla vulgata delle destre. Questo spiega la rinuncia delle sinistre a politiche di sviluppo non imposte dal mercato e di Welfare. Nello slogan `meno Stato più mercato' o nella cosiddetta `crisi fiscale dello Stato sociale' stava, più o meno confessata, l'idea della ineluttabilità del sistema capitalistico, e quindi della regolazione di tutti i rapporti attraverso il mercato, cioè la concorrenza e la competitività. Pensare che lo stesso slogan si potesse declinare come `meno statalismo, più autogestione' è un errore cui abbiamo contribuito. Durante Tangentopoli abbiamo lavorato non per la riforma della politica, ma per la riconsegna di interi servizi alla proprietà privata. Così come il perdere di valore dell'uguaglianza rispetto alla libertà è stato spesso sventolato come vittoria contro l'appiattimento universalistico, che dall'illuminismo sarebbe disceso fino al movimento comunista, mentre la disuguaglianza costituirebbe il motore ineluttabile della competitività (oltre che la giustificazione dei poteri).
Non insisto, non spero di vincere le diffidenze. Confermo soltanto che leggo fondamentalmente così quel che è avvenuto negli ultimi decenni. Sono legate l'una all'altra la caduta dell'Urss (anche se ormai poco più che un simbolo armato), e la trasformazione dell'unica superpotenza rimasta in un padronato mondiale che tende a distruggere qualsiasi regola internazionale nata dopo il 1945, a cominciare dalle Nazioni Unite, la crisi crescente delle sinistre, riformiste o rivoluzionarie che fossero, e il magno disordine mondiale nel quale ci troviamo.

6. Se quanto precede ha un senso, il 1996 era l'ultima occasione, se non già tardi, per un governo `riformatore'. La «rivista» è partita ancora dopo, non riuscendo quindi a incidere su nessuna forza di centro-sinistra o di sinistra, malgrado l'aggressione delle destre sul piano interno e internazionale. Il bisogno di un programma riformatore alto non è stato avvertito o accolto né dalla sinistra moderata né da Rifondazione o dai movimenti, che si sono sempre posti al di qua o al di là del problema.
E adesso? Non è la ricomposizione che noi avevamo predicato che pare farsi, ma un accordo a livello più basso, come mero riconoscimento da parte di tutti che per abbattere Berlusconi non si può più andare divisi. Rc e D'Alema hanno ricominciato a parlarsi ma di tutt'altro che di un programma di governo in senso forte. La insistenza di Prodi e D'Alema per il partito unico, per cui l'attributo di `riformista' non vuole più significare un temperamento del dominio capitalistico, chiude con lo stesso problema che avevamo posto. Domani non ci sarà più in Italia neppure una sinistra moderatamente socialdemocratica. L'uscita dal campo di Cofferati ne è stata la causa o l'effetto - fa lo stesso - e chi si trova nella tenaglia è la Cgil.
Se c'è chi pensa che si tratti ora di fare una specie di costituente delle sinistre rimaste in campo a sinistra dei Ds, e che noi potremmo esserne lo strumento, io non sono al suo fianco. Non ero d'accordo quando Pintor avanzò questa proposta due anni fa. Come allora penso che non avrebbe respiro mettere assieme sigle o gruppi sui quali i processi che ho tentato di delineare non hanno indotto una riflessione al loro livello, al più contrapponendovi spezzoni di ragionamento, o un paradigma affatto diverso, come l'ultimo congresso di Rifondazione. Lo stesso per i tentativi di fare un partito del lavoro, senza chiedersi se sia compatibile con il capitalismo del 2003. Lo stesso per i Verdi, sempre meno inclini a interrogarsi sugli scacchi subiti su un terreno che dovrebbe essere ovvio come quello della conservazione dell'ambiente. Così il Pdci che punta non so bene dove. Né credo all'ipotesi negriana dell'impero, contraddetta dall'andamento dell'attuale governo americano, ma soprattutto, mi pare, erronea nella duplice idea di moltitudine e delle figure sociali del capitalismo avanzato come di per sé liberatorie. Vale, nel ragionamento negriano, la sottolineatura della totalità del processo capitalistico, del suo sviluppo che va oltre anche il potere e i confini degli Stati. Alla stessa stregua mi pare senza fondamento la tesi della riduzione dell'obiettivo all'assegno di cittadinanza, che molto ha impressionato le sinistre francesi.
Quanto ai movimenti, essi hanno di assolutamente importante il fatto stesso di essere un'esigenza più morale che articolata in analisi e proposte. Che l'istanza morale non sia poca cosa è fuori discussione, ed esiti come quello di Cancún lo dimostrano (a breve). Che essa non basti a costituire una soggettività politica mi pare evidente. E non vorrei che inducesse l'idea pericolosa di un bilanciamento fra poteri che non si possono trasformare e movimenti che ogni tanto li mandano in tilt
7. Non vedo perciò a breve una prospettiva di alleanze riformatrici, né alte né basse. Preliminare è scartare l'idea, introiettata anche a sinistra, che, piaccia o no, il liberismo è forte e funzionante, e si tratta di scavarsi qualche spazio al suo interno senza attaccarne il meccanismo e la struttura dei poteri dominanti. Anche perché si teme che questo comporterebbe il ricadere negli errori dei partiti comunisti e dei socialismi reali. È la coscienza che ci fa codardi. Per la prima volta dal 1945 mi sembra che la tendenza in atto sia alla catastrofe.
Lo dico in senso stretto. Guerra e terrorismo, se non sono frenati adesso e alle radici, ci investiranno. La natura della nostra democrazia è più in pericolo di quanto non dicano le urla contro Berlusconi, lo dimostra la assenza d'una reazione di massa. Quanto all'opposizione, pensa che Bush e Berlusconi siano due esagerazioni che rientreranno per i meccanismi stessi dei poteri che li esprimono. Io temo che non sia così.
Per questo la vera svolta che proporrei alla «rivista» e al «manifesto» quotidiano sarebbe di diventare più precisi nella denuncia, attraverso una conoscenza più rigorosa dei processi che sommariamente ho indicato, andando al fondo del loro articolarsi, delle loro radici, delle loro tendenze. Il primo nemico da battere è la persuasione che non c'è niente da fare, ma non lo si batterà a colpi di dichiarazioni. Cerco di spiegarmi con pochissimi esempi.
Non è vero che si possa tenere in piedi un'azione contro la guerra soltanto con un rifiuto di ordine morale. Non è vero che l'opinione pubblica sia diventata la seconda superpotenza al mondo. Il combinato disposto dell'esistenza di un'unica superpotenza e del capitalismo come solo modo di produzione possibile e augurabile, è potente. Che cosa sta producendo? Sappiamo relativamente poco di quel che sta avvenendo, per esempio, negli Stati Uniti e in Medioriente.
Non è vero, per balzare all'opposto in casa nostra, che ci siamo resi esattamente conto dove la `costruzione del socialismo' in Urss ha trovato il suo ostacolo e la sua contraddizione mortale. Sappiamo poco di più, ma non è detto che siamo d'accordo, su quale sia stato lo scoglio sul quale hanno urtato i partiti comunisti in Occidente.
Non è vero che siamo in grado di avanzare sull'economia e sul lavoro analisi e proposte che vadano oltre le tesi cofferatiane dei diritti, e cioè poco. Se dirigessimo la Cgil o la Fiom saremmo in seria difficoltà, così come non è uscita finora una proposta seria sul freno da mettere al dilagare del precariato né alla demolizione dei contratti nazionali.
Non è vero che siamo in grado di fare un bilancio delle culture del postmoderno, decisive nella sinistra moderata ed estrema, del paradigma della cultura delle donne e, per opposto, della ripresa dei revisionismi.
Non è vero... ma non continuo, è troppo facile e anche ingeneroso. Vorrei soltanto insistere che c'è molto lavoro da fare, che è nostra responsabilità ma anche possibilità ordinarlo, organizzarlo, sperimentarlo. Soltanto riuscire a mettere in campo un'idea alternativa, solida e documentata, e che esca dalle categorie correnti del tutto difensive sarebbe un risultato politico.
Su questo non siamo stati d'accordo. La speranza prevalente, cui riconosco una validità, è stata che mettendo assieme una sia pur variegata sinistra critica avremmo prodotto un'inversione di tendenza almeno all'interno dei Ds, dalla quale poi sarebbero derivate le condizioni per un approfondimento dei problemi. Non è andata così. Tuttavia non siamo né matti né sciocchi. La mia proposta è ripartire con una «rivista» che attorno a questi problemi metta al lavoro più forze di quelle che abbiamo mobilitato. E che sia più esigente nel fare delle domande e nell'accettare delle risposte. Già una volta ho proposto una rivista che dunque, accanto a una prima parte caratterizzata da un editoriale di breve termine e ad alcune rubriche più solide di quanto non abbiamo pensato finora, elabori un punto centrale per volta, dandosi i tempi per attuarlo. Mi è stato obiettato che questo non sarebbe abbastanza politico. Non torno a spiegare perché secondo me è un passaggio obbligato (oltreché, ma è secondario, la sola cosa che mi interessi cui posso cercare di dare un contributo).

* Queste Note, scritte da Rossana Rossanda il 23 settembre 2003 come contributo alla discussione del Comitato di Direzione della «rivista» e inviate ai collaboratori che hanno partecipato all'incontro del primo dicembre, sono state riviste da Rossanda nel gennaio 2004, in vista della pubblicazione.


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