La lista Occhetto-Di Pietro
LE DIVERGENZE PARALLELE
Giuseppe Chiarante
C'è in apparenza molto di paradossale (ma forse si tratta soltanto di un paradosso apparente: tanto più è opportuno, perciò, approfondire la questione) nella vicenda che ha per protagonista Achille Occhetto. Ossia nel fatto che proprio nel momento nel quale il partito nato dalla svolta della Bolognina approda finalmente - e con soddisfazione dei suoi dirigenti, a quel che pare - alla sponda di una lista unitaria di sapore vagamente liberaldemocratico e neocentrista, è l'autore di quella svolta che non si riconosce più in questo punto di arrivo, si dissocia in modo esplicito, dà vita assieme ad Antonio Di Pietro a una lista concorrente per le elezioni europee.
Ma non era stato proprio Occhetto a coniare più di dieci anni fa, dopo gli inutili tentativi di precisare l'identità della `cosa' nata dalla scissione del Pci, l'immagine della `carovana' diretta verso un orizzonte non ancora precisato? E non è stata appunto una sorta di peregrinazione su un terreno accidentato quella che ha portato i figli della svolta del 1989 dal Pci al Pds e poi attraverso i vari esperimenti tentati dai Democratici di sinistra, sino a giungere alla fine al porto di un'alleanza `riformista' che in realtà ha ben poco anche del più timido riformismo socialdemocratico?
È inutile, però, ironizzare su una storia che, in effetti, è molto seria, perché è la storia del drammatico declino - nel corso di 15 anni - della sinistra italiana. Considerato in questa ottica, il dissenso di Occhetto dagli esponenti del gruppo dirigente Ds che hanno promosso la lista unitaria per Prodi è doppiamente rivelatore: mette, infatti, in luce le due anime, le due divergenti posizioni che erano presenti nella svolta che portò alla fine del Pci e alla costituzione del Pds; ma mette anche in evidenza come entrambe queste posizioni fossero del tutto inadeguate rispetto all'obiettivo di dar vita a una formazione di sinistra con caratteri effettivamente innovativi e al tempo stesso all'altezza dei problemi posti dalla crisi di fine Novecento e dalle profonde trasformazioni sociali determinate dalla ristrutturazione e dalla globalizzazione capitalistica.
Si è molto discusso, negli anni passati, dell'ideologia del `nuovismo', di una `modernità' senza aggettivi e senza qualificazioni, che ha ispirato la fondazione del Pds. Ma dietro il nome c'erano posizioni assai differenziate. A distanza di quasi 15 anni dalla Bolognina è oggi infatti anche più chiaro di prima che il `nuovismo' di Occhetto aveva essenzialmente un contenuto movimentista: si fondava cioè sulla convinzione che, ancor prima di fare seriamente i conti sia col passato sia con i problemi di una nuova epoca, potessero bastare il cambio del nome, una rottura istituzionale, meccanismi elettorali maggioritari per rimescolare le carte, rompere vecchie barriere, aprire alla sinistra la strada del governo. Su queste basi si fondò la campagna elettorale dei `progressisti' nelle elezioni del 1994: che finì però, pur in condizioni per altri versi favorevoli, con una sconfitta.
È a questo punto che prevale una diversa ideologia del `nuovo' e del `moderno', che in realtà già si era fatta strada anche nel Pci nel corso degli anni ottanta, con la progressiva crisi della tradizione comunista: ossia l'idea di una `modernità' intesa come persuasione che la politica si fa solo governando, e che per governare occorre accettare le regole della società data, allineandosi perciò alle prevalenti tendenze del liberismo, del privatismo, dell'innovazione e della globalizzazione capitalistica, ma cercando semplicemente di gestire la cosa pubblica con più equità, moderazione, tolleranza democratica. È la posizione che ha trovato - detta in parole semplici - il suo massimo esponente in Massimo D'Alema: ma che appare condivisa anche da gran parte degli altri esponenti della maggioranza Ds, compreso Piero Fassino, come dimostrano le critiche verso Enrico Berlinguer e l'apertura al `modernismo' di Craxi contenute nel suo ultimo libro. Si tratta del resto di una posizione che era già stata preparata dall'insistente polemica contro il settarismo di Berlinguer, condotta negli ultimi anni della sua vita dalla destra comunista; e che si rivela oggi, con l'approdo a una lista neocentrista e con l'opzione per un riformismo `alla Blair', come la vera sostanza della svolta della Bolognina.
Ovviamente sarebbe un errore semplificare troppo questi processi, come forse - per essere sbrigativo - ho fin qui fatto. Senza dubbio non si è trattato solo di un cambiamento di idee e di programmi di settori del ceto politico: ma anche dello spostamento delle condizioni economiche e sociali e degli orientamenti politici di una larga parte dei ceti sociali di riferimento: in sostanza di quel vasto ceto medio democratico - particolarmente presente nelle vecchie regioni rosse, ma non solo in queste - che oggi è più sensibile a una visione democratico-moderata che alle contraddizioni sociali e ai contrasti di classe. Ma lo scivolamento verso il centro del gruppo dirigente politico ha significato anche un distacco da larga parte della vecchia base operaia e popolare del partito comunista.
In ogni caso, è impossibile trarre da queste considerazioni (che del resto non si propongono questo scopo) una qualche previsione sui possibili risultati elettorali. È molto difficile dire, per esempio, quanto la presentazione di una lista unitaria, che comprende Democratici di sinistra, Margherita, Sdi di Boselli e i cosiddetti `repubblicani europei', può esercitare un richiamo sugli elettori proprio per il fatto di raccogliere in un'unica lista uno schieramento che ovviamente ha molte probabilità di avere più voti del maggior partito del centro-destra, ossia di Forza Italia; e quanto invece possa pesare negativamente il dato che con la confluenza in questa alleanza elettorale scomparirà dalla scheda (con evidente significato politico) il simbolo del maggiore dei partiti che, almeno nel nome, si richiamavano alla sinistra.
Così pure, per nessuno è facile prevedere - per di più quando mancano ancora diversi mesi al voto - se la lista formata da Occhetto e Di Pietro potrà attrarre un significativo numero di elettori che si sentono a disagio per la scelta neocentrista della maggioranza diessina; o se invece prevarrà la considerazione, certo non incoraggiante, che si tratta essenzialmente di una lista minoritaria, che verrà accusata di essere di `disturbo'.
Ciò che è certo, però, è che nessuna di queste due liste (e questo appare più chiaro proprio sulla base delle sia pur rapide considerazioni con cui si è cercato di sintetizzare i fondamenti ideologici - così politici come culturali - sia della posizione della maggioranza Ds sia quella di Occhetto) appare orientata in una direzione che sia tale da ridurre, sul terreno ideale e su quello programmatico, quel vuoto di rappresentanza politica a sinistra che già ha pesato in precedenti elezioni e che anche negli ultimi tempi è stato più volte denunciato. Certo, è doveroso tener conto che fra i Democratici di sinistra continua ad operare una consistente opposizione allo slittamento moderato, formata sia dal cosiddetto `correntone' sia dal raggruppamento nato dalla convergenza tra il gruppo della `Nuova sinistra' e `Socialismo 2000'. Così come è doveroso dare il giusto peso alla netta e coerente linea di opposizione alla guerra in Iraq sostenuta da Achille Occhetto. Ma resta il fatto che la scelta dei Ds per la lista unitaria accentua e non attenua l'orientamento moderato che già condizionò negativamente la precedente esperienza di governo; e che la battaglia di Occhetto è condotta in nome dell'auspicio di un `nuovo Ulivo', ossia per un obiettivo non molto dissimile, nella sostanza, dalla lista per Prodi. Sono entrambe posizioni che pertanto dicono poco a quella vasta area di sinistra (soprattutto mondo del lavoro; settori più radicalizzati dei movimenti; gran parte dei no global o dei new global) che non nascondono di sentirsi politicamente non rappresentati.
Va altresì aggiunto che anche le formazioni minori del centro-sinistra e della sinistra, che pure considerano criticamente lo slittamento al centro del cosiddetto `triciclo', non sono state tuttavia capaci di reagire avviando un ricompattamento - non fosse che su basi federative o di alleanza elettorale -, che potesse fornire almeno la prospettiva di un impegno volto a determinare un maggior peso della sinistra nel quadro dello schieramento che si oppone a Berlusconi. Rimane in sostanza, a sinistra, una dispersione che sarebbe ingiusto imputare semplicemente a valutazioni tattiche o a rivalità personali o a ragioni di sigle; e che invece è soprattutto dovuta (ma ciò per molti versi è ancora più grave) a una carenza di fondamenti culturali e politici per la ricostruzione di una sinistra per il nuovo secolo.
Comunque sia, la minaccia della destra è oggi più che sufficiente perché tutti debbano sentirsi in dovere di mobilitarsi per il voto, votando (questo è almeno il mio auspicio) per quanto è possibile non per indirizzi di sapore moderato o neocentrista, ma per posizioni realmente avanzate. Ma dopo le elezioni, sul fatto che proprio in un paese come l'Italia, dove sino a non molti anni fa c'era una grande tradizione comunista e socialista, la sinistra praticamente non esista più nel panorama politico - come è messo in evidenza anche da quanto abbiamo qui sottolineato a proposito sia del listone sia della vicenda Occhetto - bisognerà davvero decidersi a discutere e a operare molto seriamente