numero  51  giugno 2004 Sommario

Dossier Europa/2

PRIMA E DOPO L'89
Giuseppe Chiarante  


1.Nel corso dei più che cinquant'anni che sono ormai trascorsi da quando, quasi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, furono compiuti i primi passi 1 del processo di integrazione europea (o, per meglio dire, della parte occidentale del nostro continente), il dibattito sul tema dell'identità e del ruolo dell'Europa si è riproposto a più riprese: ma - a parte le divagazioni più o meno strumentali circa le origini lontane della nostra civiltà - non è generalmente andato al di là dell'ormai annosa controversia su Europa economica ed Europa politica. Come è noto, in questa controversia si sono confrontati (anche in occasione, per esempio, dell'unificazione monetaria e dei suoi più recenti sviluppi) gli opposti punti di vista di chi riteneva, e tuttora ritiene, che il progredire dell'integrazione economica e finanziaria avrebbe inevitabilmente sospinto verso forme crescenti di omogeneizzazione e identità politica; e chi invece era, ed è, convinto che senza un consapevole progetto unitario - ricordiamo tutti, in proposito, l'appassionato impegno di Altiero Spinelli - l'Europa, per quanto economicamente e finanziariamente forte, sarebbe sempre rimasta un `nano politico' e si sarebbe anzi trovata in difficoltà, come in effetti è accaduto e accade, anche nell'affrontare eventuali fasi di congiuntura economica sfavorevole.
Pare a me evidente che le vicende dell'Europa comunitaria, che ormai durano da più di mezzo secolo, hanno messo in evidenza la fragilità dell'ipotesi economicista. Certo, lo sviluppo dell'integrazione economica europea è stata un capitolo essenziale della riorganizzazione e del rinnovato sviluppo del capitalismo nella seconda metà del Novecento; e rappresenta un processo che è del tutto irreversibile. È ben noto, inoltre, che larghissima parte delle scelte di politica economica dei paesi che fanno parte dell'Unione Europea è ormai vincolata o, comunque, fortemente condizionata dalle direttive comunitarie. Ma nonostante ciò, non si può affatto dire che la creazione di uno spazio economico comune abbia avuto un peso decisivo nella formazione di una coscienza unitaria europea 2. Al contrario, nell'Europa contemporanea non si è verificato nulla di simile a quel che accadde - per citare l'esempio al quale più di frequente si è fatto riferimento - nella Germania del primo Ottocento: quando la realizzazione, nel 1834, dell'Unione doganale (lo Zollverein) funzionò, almeno in un primo periodo, come una delle condizioni che favorirono quel forte sviluppo di uno spirito nazionale che portò al superamento dei mille particolarismi ereditati dal passato e alla rapida formazione di uno Stato unificato tedesco. L'esperienza ben diversa dell'Europa d'oggi dimostra, invece, che l'integrazione economica non è sufficiente per promuovere un'effettiva unità politica e, soprattutto, per far crescere una più sostanziale coscienza di `identità'.
Non meno significative, però, sono le difficoltà incontrate dai tentativi di dare una maggiore consistenza di contenuti e, ancor più, un'effettiva prospettiva di realizzazione ai progetti - peraltro rimasti, sempre, molto vaghi e generici - di un'Europa politica. Certo, si è discusso a più riprese (ma in verità in termini generici e senza molto mordente) sul disegno di sostituire all'Europa degli Stati e anzi dei governi - che in definitiva è quella che ha ancora i reali poteri di decisione - un'Europa dei popoli, basata sull'attribuzione di un reale potere deliberante al Parlamento eletto da tutti i cittadini dell'Unione. Non solo: ma si sono anche avanzate - su un terreno che almeno in apparenza vorrebbe essere più realistico - varie ipotesi sui meccanismi istituzionali che potrebbero consentire di fare qualche concreto passo avanti sulla strada dell'unità politica, per esempio intrecciando in diversa misura, a seconda delle materie, il parere del Parlamento e quello della Commissione oppure il principio del voto a maggioranza con quello dell'unanimità.
Confesso che, pur riconoscendo la loro indubbia rilevanza pratica, non mi sono mai appassionato molto alla discussione su queste ipotesi istituzionali. Altra è la questione da cui, a me sembra, occorre partire: ossia dall'interrogarsi sulle ragioni per cui - di fronte alle difficoltà in cui hanno urtato i tentativi di promuovere un processo di unificazione democratica - l'idea di un'Europa unita, con una sua identità e un suo ruolo, non sia diventata un fattore davvero mobilitante: capace, cioè, di abbattere ostacoli e resistenze e di ridare a quello che è stato il cuore della civiltà occidentale una funzione nel mondo che non sia semplicemente quella di una sbiadita appendice - come in questi cinquant'anni troppe volte è stato - della superpotenza americana.


2. È evidente che lo scoglio fondamentale su cui si è arenato, per quasi tutta la seconda metà del Novecento, ogni sforzo di riproporre, sul terreno culturale e ideale e su quello politico, il tema di un'identità e di un ruolo autonomo dell'Europa, è stato quello della divisione del mondo in due blocchi politici e militari, che aveva proprio nel cuore del vecchio continente il suo crocevia fondamentale. Appunto per questo non va perduta la memoria dei tentativi - che pure anche in questo difficile periodo ci sono stati - di ritrovare un ruolo per l'Europa, contrastando la logica della divisione in blocchi, che inevitabilmente spingeva a subordinare le due parti del continente all'una o all'altra delle due superpotenze.
In particolare è indubbiamente significativo - per quel che riguarda specificamente la situazione italiana - che nell'immediato dopoguerra, e più esattamente sul finire degli anni quaranta, sia venuta dalla sinistra cattolica (e dunque da una cultura che ha al suo interno, sia pure con maggiore o minor peso a seconda dei momenti, un'insopprimibile tensione universalistica) la posizione che più si distaccava dalla logica degli schieramenti contrapposti: ossia la proposta formulata da Giuseppe Dossetti nel novembre 1948, in rapporto all'eventuale adesione dell'Italia al trattato militare di Bruxelles che istituiva l'Unione europea occidentale. Era una proposta, per la verità rimasta piuttosto isolata, che in sostanza consisteva nel non escludere la possibilità di una partecipazione italiana a un trattato militare difensivo: ma la collegava alla prospettiva di una `unificazione autonoma' dell'Europa e alla proiezione di tale accordo in un ruolo di pace e di cooperazione nel Mediterraneo e più in generale verso il Sud del mondo 3. È una posizione che lo stesso Dossetti ha voluto sottolineare in un libro-intervista che risale agli anni ottanta, ma che è stato pubblicato solo di recente.
È bene aggiungere, per intendere il valore che aveva - all'epoca - questa presa di posizione, che invece nei gruppi dirigenti dei due opposti schieramenti politici (mi riferisco ancora alla situazione italiana, ma il discorso potrebbe estendersi facilmente agli altri paesi europei, con la sola eccezione di una certa autonomia nazionale rivendicata dalla Francia gollista) non vi furono riserve sostanziali, in nome di un ruolo autonomo dell'Europa, rispetto alla divisione in blocchi. Da parte di De Gasperi, per esempio, non si andò al di là dei tentativi di dare una certa coloritura ideologica di impronta cristiana alla nascente costruzione europea (impronta che si espresse nell'immagine dell'`Europa carolingia'). Certamente questa immagine sottolineava, e questo era il suo aspetto positivo, il superamento del secolare conflitto tra Francia e Germania e implicitamente si contrapponeva all'idea di un'Europa a dominazione anglosassone: ma lo stesso riferimento a un lontano passato aveva un chiaro contenuto conservatore, che nella pratica era nettamente accentuato dalla subordinazione militare ed economica agli Stati Uniti.
D'altro lato, la critica della sinistra socialista, e in particolare dei comunisti, puntò per anni (non senza ragioni, certamente, ma con una totale sottovalutazione di quel che stava accadendo) sul contenuto politico e di classe dell'europeismo governativo (l'`Europa dei monopoli', l'identificazione fra integrazione europea e atlantismo, la compromissione con la difesa da parte di Francia e Inghilterra di ciò che restava dei vecchi imperi coloniali 4). Mancò invece un impegno volto a elaborare una diversa prospettiva di Europa unita: rinunciando quindi alla rivendicazione di una possibile autonomia europea. Ciò anche perché nella polemica comunista contro le scelte dei governi Dc rimase a lungo dominante, sino a buona parte degli anni settanta, l'idea che la politica comunitaria non era comunque separabile dalla sua matrice capitalistica; ed era perciò destinata prima o poi a entrare in crisi a causa delle contraddizioni del capitalismo e delle ricorrenti tendenze alla stagnazione e alla recessione da esse inevitabilmente prodotte. Quel che in sostanza mancava all'ala maggioritaria dei comunisti italiani (compresi quelli che formalmente apparivano più aperti al dialogo con gli economisti borghesi, come Giorgio Amendola 5) era una cultura politica che consentisse loro di comprendere il forte carattere dinamico dell'economia capitalistica e il ruolo che in questo quadro assumevano le istituzioni dell'integrazione europea. Restava condizionante, cioè, la matrice catastrofista. D'altro lato i grandi partiti socialdemocratici dell'Europa atlantica - praticamente fino all'avvio, negli anni settanta, della Ostpolitik di Willy Brandt continuavano a essere del tutto subalterni all'egemonia politica e militare Usa. Mancavano dunque le condizioni perché, anche da parte delle forze più avanzate della sinistra occidentale, si ponesse almeno in termini problematici il tema di un possibile ruolo autonomo dell'Europa, al di là della politica dei blocchi e delle sue deleterie conseguenze.
In rapporto a questa situazione l'esperienza più innovativa su scala continentale è stata senza dubbio quella avviata, sul finire degli anni settanta e agli inizi degli anni ottanta, da una parte della sinistra europea sia socialista che comunista, soprattutto per iniziativa di Enrico Berlinguer, di Willy Brandt, di Olof Palme. Al centro di questa esperienza non c'era, infatti, solo la volontà di contrastare la tendenza all'irrigidimento della contrapposizione fra i blocchi politico-militari, promuovendo un'iniziativa di dialogo e d'impegno alla quale partecipassero, al di fuori di ogni logica di appartenenza, le forze più aperte sia dei partiti comunisti (in primo luogo quello italiano) sia dei partiti socialdemocratici. Al di là di questo, si trattava soprattutto di un'esperienza che mirava a riaffermare un ruolo autonomo dell'Europa - terra di antica civiltà dove il capitalismo era bilanciato, a differenza che negli Stati Uniti e nel Giappone, dalle lotte e dalle conquiste di un combattivo movimento operaio - non solo come forza di mediazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, per una prospettiva di distensione, di disarmo, di pace: ma come protagonista essenziale per una politica di indipendenza, di cooperazione, di riscatto e progresso sociale del Sud del mondo.
Il tema dell'Europa non più come punto nevralgico di un possibile conflitto (e in ogni caso come il confine più scottante fra i due blocchi), ma come crocevia decisivo per una nuova politica tra Est e Ovest e tra Nord e Sud nei rapporti mondiali, acquista dunque in questa fase un rilievo centrale nell'elaborazione e nell'iniziativa della parte più avanzata della sinistra occidentale; e pare finalmente delineare una nuova possibilità, per il nostro continente, di recuperare un ruolo autonomo e riaffermare una sua funzione nel mondo. Ma è una fase che si chiude rapidamente, non solo per il forzato ritiro di Brandt, per la repentina morte di Berlinguer, per l'uccisione di Palme; ma per la grande ondata neoconservatrice che con l'impulso della presidenza Reagan spazza in quegli anni tutto l'Occidente e diventa l'ideologia che opera come supporto del processo, ormai in atto su scala mondiale, di ristrutturazione e globalizzazione capitalistica. Non a caso neppure il tentativo di Gorbaciov trovò in questi anni una sponda nei partiti socialdemocratici europei.


3. Proprio per questo si poteva anche sperare (o ci si poteva almeno illudere) che col superamento della divisione del mondo in blocchi militari contrapposti, conseguenza della caduta del Muro di Berlino nel 1989 e della dissoluzione del blocco dei paesi socialisti e della stessa Unione Sovietica, si creassero - per la sinistra del Vecchio continente - condizioni nuove e più avanzate per sottrarsi a una condizione di subalternità e per ritrovare un proprio ruolo nella costruzione di un'Europa unita che si proponesse come protagonista di un processo di pace e di progresso mondiali. L'occasione sembrava in effetti favorevole anche perché verso la metà degli anni novanta - quasi per un effetto di rimbalzo rispetto all'offensiva conservatrice degli anni precedenti - in quasi tutti i principali paesi europei vengono a trovarsi al governo i partiti socialisti e socialdemocratici o, comunque, coalizioni di partiti di sinistra o di centro-sinistra.
Anche su questo piano, invece, l'esperienza di governo della sinistra europea negli ultimi anni del Novecento e all'inizio del nuovo secolo è stata una grande occasione perduta. La subordinazione all'ideologia liberista e al modello americano di modernizzazione propagandato dai processi di globalizzazione ha infatti significato la rinuncia a ricercare un ruolo autonomo e a coltivare a questo scopo l'identità europea: la stessa esperienza di Welfare europeo (il `modello renano'), tanto più avanzato di quello degli Stati Uniti, è stato gravemente sacrificato, con pesanti conseguenze sul piano sociale e civile, alla priorità delle regole del libero mercato, alla logica della privatizzazione ad ogni costo, alla mitizzazione della superiore efficienza del modello americano.
Ma gli effetti negativi dell'accettazione di una posizione subalterna sono stati di portata più generale. Venuto meno il ricatto strategico dei blocchi militari contrapposti, si creavano almeno potenzialmente le condizioni perché un'Europa unita assumesse il ruolo, contemporaneamente, di gigante economico e di gigante politico: e diventasse - proprio per le sue tradizioni di civiltà e per lo spirito di solidarietà dei suoi grandi movimenti popolari - protagonista nei rapporti col Sud del mondo. Viceversa i governi europei - compresa la maggior parte dei governi di sinistra, in molti casi trascinati dalla politica di `primo alleato degli Stati Uniti' fatta propria dal neolaburismo di Tony Blair - hanno preferito la strada umiliante di una partnership di second'ordine nel quadro di un governo del mondo alle dipendenze della superpotenza americana. Ciò ha portato l'Europa a subire, sul piano economico, tutti i contraccolpi del ciclo congiunturale statunitense; a rinunciare a un ruolo autonomo nelle principali aree di tensione internazionale (per esempio alla funzione positiva che in una certa fase quasi tutti i paesi europei avevano svolto in Medio Oriente sulla questione palestinese); a subire l'interventismo militare di Washington (quasi senza rendersi conto che esso era proprio diretto, come nel caso della crisi balcanica, anche a vincolare l'alleato europeo a un ruolo subordinato) sino ad accettare le tesi, un tempo giustamente respinte, della guerra umanitaria e, da parte di certi paesi, persino della guerra preventiva.
In questo modo nel corso degli anni novanta e agli inizi del nuovo millennio, proprio mentre l'integrazione economica conosceva nuove importanti tappe, l'Europa si presentava, e si presenta, politicamente molto più disunita che in passato: e rischia ora di diventarlo ancor di più con l'ingresso dei paesi dell'Est, in grande maggioranza fortemente condizionati dalla diplomazia americana. Se ci si domanda, in questo momento, quale sia l'identità della nuova Europa che sta nascendo, è davvero forte la tentazione di rispondere che, tutto sommato, forniva una più forte immagine identificante l'idea dell'Europa `carolingia' dei primi anni cinquanta.
E tuttavia - in rapporto all'aggravarsi della crisi irachena - si ha oggi l'impressione che qualcosa possa cominciare a muoversi nel profondo della coscienza europea. Certo, è opportuno essere cauti nelle previsioni: anche perché è sempre molto difficile che dal male - cioè dall'ignominia della guerra, ora pienamente svelata dalle immagini terribili del carcere di Abu Graib - nasca qualche cosa di buono. Ma il precipitare della tragedia irachena assume ormai il valore paradigmatico dell'evento in cui si concentra l'emergere di una crisi più estesa e più profonda: una crisi che evidenzia le contraddizioni crescenti dei processi di globalizzazione economica e di modernizzazione dei rapporti imperialistici su scala mondiale.
Di questo sono andati prendendo consapevolezza, negli ultimi mesi, non solo grandi masse di popolo, ma anche una parte dei gruppi dirigenti europei. Il caso spagnolo non è isolato: è piuttosto la punta di un iceberg. Certo, può essere forte la tentazione, in molti dei governi europei anche di sinistra, di diplomatizzare la questione, sperando di frenare gli aspetti più aggressivi della politica di Bush riconducendola entro limiti più tradizionali, come furono quelli della politica clintoniana. Ma non può e non deve sfuggire alle forze di sinistra che globalizzazione e militarizzazione hanno ormai portato la situazione mondiale a un punto limite che pone l'Europa di fronte a un bivio discriminante. Se essa accetta di continuare a fiancheggiare la politica di dominio mondiale degli Stati Uniti, illudendosi che la sua funzione possa ridursi a quella di forza moderatrice, ciò significa che rinuncia a cercare di ritrovare un proprio ruolo, accontentandosi di avere un posto sia pure marginale e quasi di servizio al tavolo dei paesi ricchi, che basano la propria prosperità su un rapporto di sfruttamento e di potenza rispetto ai poveri del mondo. Una sinistra che si rassegni a questo quadro si riduce ad essere, definitivamente, una `sinistra imperiale'.
Viceversa, un'azione ferma e risoluta per fermare la guerra americana in Iraq, per risolvere equamente la questione israeliano-palestinese, più in generale per uno sviluppo politico ed economico dell'iniziativa europea che punti sulla salvaguardia dell'equilibrio ambientale, su un uso razionale delle risorse, su un rapporto di cooperazione fra eguali con i paesi del Sud del mondo, sarebbe la strada per affermare un ruolo autonomo dell'Europa nell'equilibrio mondiale: anzi per ricostruire una `idea di Europa', dare di essa un'immagine che sia degna della sua più alta tradizione di civiltà e di cultura. Certamente non ci si può attendere questo da Berlusconi e neppure da Blair. Ma si può almeno sperare che crescano le forze di sinistra che prendono consapevolezza, come la tragicità della situazione richiederebbe, dell'urgenza di questo compito? Qualche segnale positivo comincia a esserci. Auguriamoci che non sia soltanto un'illusione.





note:

1  La prima istituzione comunitaria, costituita col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951, fu - come è noto - la Comunità europea del Carbone e dell'Acciaio (la Ceca), alla quale inizialmente aderirono sei paesi, la Francia, la Germania, l'Italia e i tre Stati del Benelux. Ma al di là di promuovere e disciplinare una politica comune in campo carbosiderurgico, questa istituzione rappresentò la prima traduzione concreta di un disegno più ambizioso, che aveva come promotori tre esponenti politici cattolici (Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman) e che aveva come obiettivo quella che non a caso fu detta `l'Europa carolingia'.
2  Per restare al caso italiano, ci sono stati nel cinquantennio due momenti di popolarità del tema europeo dovuti all'opinione che l'integrazione comunitaria fosse per il nostro paese una condizione decisiva di modernizzazione e progresso economico. Mi riferisco alla seconda metà degli anni cinquanta (gli anni del `miracolo italiano'), quando il tema del mercato comune sembrò diventare, per larga parte dell'opinione corrente, un punto di riferimento essenziale per lo sviluppo dell'Italia; o alla metà degli anni novanta, quando l'obiettivo di evitare l'esclusione dell'Italia dall'euro, sembrò una condizione per combattere il degrado del paese. Ma in entrambi i casi la popolarità del tema Europa non durò a lungo e si dissolse rapidamente con l'insorgere di difficoltà economiche che posero fine a un clima di troppo facile ottimismo (il cambiamento di congiuntura nella prima meta' degli anni '60; i dubbi più che fondati di questi ultimi anni sulle conseguenze recessive della politica di Maastricht).
3  Questa posizione, ribadita da Dossetti nel successivo dibattito in aula sulla Ueo, fu anche alla base del voto contrario che, quasi da solo, il leader della sinistra Dc espresse nel gruppo democristiano, l'11 marzo successivo, sulla proposta di adesione dell'Italia al Patto atlantico. Su questi temi Dossetti è ritornato - ponendo in particolare l'accento sulle implicazioni riguardanti il possibile ruolo di un'Europa autonoma verso i paesi mediterranei e, in prospettiva, verso i paesi non allineati di tutti i continenti extraeuropei - in un'intervista a Leopoldo Elia e Pietro Scoppola rilasciata il 19 novembre 1984, ma pubblicata solo lo scorso anno nel volume, a cura di Elia e Scoppola, con il titolo A colloquio con Dossetti e Lazzati, Il Mulino, Bologna 2003.
4  A questo proposito un valore emblematico assunse la guerra d'Algeria. In questa occasione i comunisti italiani si schierarono nettamente a sostegno della resistenza algerina, differenziandosi sia dalle incertezze del Pcf, sia dalle riserve dell'Urss, che diffidava dei movimenti di indipendenza che non facessero chiaro riferimento ai partiti comunisti.
5  È significativo che ancora alla fine del 1973 (in un saggio sul n. 6 di «Critica marxista» dedicato a La classe operaia nel decennio ) Giorgio Amendola interpretava il grande sommovimento da cui avrebbe preso avvio il processo di globalizzazione e ristrutturazione capitalistica in termini di «stagnazione e recessione», considerate come lo sbocco inevitabile «dell'incapacità del capitalismo [...] di contenere le proprie contraddizioni, dominarle e superarle».






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