Le elezioni amministrative
MILANO EX
Giuseppe Chiarante
1.I risultati delle elezioni comunali e provinciali (e delle regionali in Sardegna) sono stati, fin dall'inizio; nettamente più favorevoli al centro-sinistra rispetto al voto europeo, che pure è stato espresso nelle stesse giornate del 12 e 13 giugno, e la vittoria dell'opposizione è stata clamorosamente confermata nei ballottaggi, in particolare dalla vittoria altamente simbolica alla Provincia di Milano.
Nei Comuni e nelle Province (e nella Regione sarda) il successo dello schieramento di sinistra e di centro-sinistra è stato già al primo turno marcato ed evidente; e l'esito politico del voto è stato già allora sottolineato dalla conquista di Comuni di grande rilievo, come Bologna, Bari e Padova. Al secondo turno la destra ha tentato invano, recuperando i voti della Lega, di riequilibrare il risultato: al contrario la vittoria di Filippo Penati su Ombretta Colli a Milano e il passaggio al centro-sinistra di altre 6 Province prima di centro-destra hanno reso più netto l'insuccesso del Polo. In termini numerici nel complesso delle Province in cui si è votato in questo turno amministrativo l'insieme delle liste di sinistra e di centro-sinistra ha raggiunto il 52 per cento dei voti, mentre quelle di centro-destra hanno superato di poco il 44 per cento, con una differenza in voti numerici, fra i due schieramenti, di oltre un milione e mezzo di suffragi.
Viceversa nelle elezioni europee, nonostante la netta sconfitta personale di Berlusconi e la caduta di Forza Italia, centro-destra e centro-sinistra sono rimasti pressoché alla pari, attorno al 46 per cento in percentuale. E anzi - come da più parti è stato notato - se si considera anche la riserva di voti andati a liste non classificate esplicitamente come componenti dell'uno o dell'altro schieramento, è indubbio che il centro-destra può recuperare più facilmente consensi da tale riserva: soprattutto dalla lista di Alessandra Mussolini, dalla lista Bonino, da Fiamma tricolore. Se come base di valutazione si assumono dunque le elezioni europee, si potrebbe in sostanza dedurne che è il centro-destra che continua ad essere maggioranza nel paese; mentre dal voto amministrativo si ricaverebbe l'indicazione opposta.
Questa discordanza di risultati rispetto alle elezioni europee è dunque la prima questione da analizzare per quel che riguarda il voto nei Comuni e nelle Province. Certo, occorre tener conto che il fatto non è nuovo. Anche in precedenti occasioni, sia pure in misura mutevole, il centro-sinistra ha ottenuto un esito più favorevole nelle consultazioni di carattere locale - comunale o provinciale - piuttosto che in quelle di carattere generale, come le politiche o le europee. Proprio per questo si è soliti dire che il meccanismo del doppio turno favorisce il centro-sinistra; che generalmente trae vantaggio nelle amministrative dalla maggior qualificazione delle candidature da esso proposte. Anche in questa occasione, senza dubbio, simili fattori hanno contato. Vi è però da domandarsi, considerata l'ampiezza dello scarto che stavolta c'è stato tra l'uno e l'altro tipo di votazione, se tutto possa veramente spiegarsi con le cause appena indicate; o se non si debbano invece ricercare anche altre e più sostanziali ragioni.
Prima, però, di affrontare questo interrogativo mi pare giusto rilevare che alcune linee di tendenza sostanzialmente analoghe attraversano così il voto amministrativo come quello europeo. Pertanto le elezioni comunali e provinciali, come le regionali sarde, devono essere considerate non come una sorta di anomalia rispetto alle europee, ma come un voto integrativo e complementare: per intendere il significato politico complessivo della tornata elettorale del 12 e 13 giugno. Ed è da questo tema che mi pare giusto avviare la riflessione.
2. Una prima linea di tendenza comune ai diversi tipi di votazione è la più articolata distribuzione dei consensi fra le diverse liste: in contrasto con la concentrazione attorno ai maggiori partiti che si era andata accentuando sino alle politiche del 2001. Ciò è particolarmente evidente nel centro-destra, dove Forza Italia scende dal 29,4 per cento delle politiche al 21 per cento delle europee e al 17,9 per cento delle provinciali (ossia dai due terzi a meno della metà dei voti del Polo): con un calo evidente anche rispetto alle regionali del ,5 per cento circa) e alle stesse precedenti provinciali (20 per cento circa), che pure si erano svolte in una stagione sfavorevole per la destra. Invece le altre liste dell'area di governo (An, Udc e Lega) o avanzano recuperando in parte i voti persi da Forza Italia, come accade nelle europee, o mantengono sostanzialmente le loro posizioni.
Questa tendenza è meno marcata, ma è comunque presente anche nello schieramento di centro-sinistra. Qui i due maggiori partiti (Ds e Margherita) arretrano nel loro insieme rispetto alle precedenti consultazioni - sia pure in misura molto limitata -, tanto se si presentano congiunti nella lista Uniti nell'Ulivo quanto se, come nelle amministrative, si presentano separatamente. Vanno invece avanti, conquistando così una collocazione meno marginale, tutte le formazioni più orientate a sinistra, da Rifondazione ai Comunisti italiani ai Verdi.
Va altresì notato che nelle amministrative, presentandosi separatamente, i Ds registrano un discreto risultato, superando nelle provinciali il 20 per cento dei voti, contro il 17,8 delle ultime politiche (con riferimento alle Province in cui ora si è votato): mentre la Margherita scende dal 14,3 delle politiche al 9,2 per cento. Ciò sembra confermare la valutazione che la decisione di optare per una lista unificata (la cosiddetta Lista Prodi) ha frenato una tendenza in atto - che andava nella direzione di una ripresa elettorale dei Democratici di sinistra -, che è almeno in parte confermata dal buon risultato di questo partito nelle vecchie `Regioni rosse' e soprattutto in tradizionali roccaforti come Bologna, Modena, Reggio Emilia, Siena, dove ha superato o si è riavvicinato al 40 per cento dei consensi.
Questa tendenza a una redistribuzione dei voti all'interno dei due schieramenti si può forse attribuire a due ragioni fondamentali. La prima è di carattere essenzialmente istituzionale: riguarda cioè l'inadeguatezza dell'attuale sistema maggioritario - tanto più di fronte ad accentuate difficoltà politiche ed economiche - a dare un'adeguata rappresentanza di una realtà complessa, e con profonde radici pluralistiche, come quella italiana. Di qui una crescente disaffezione, che si manifesterebbe anche nel maggior frazionamento del voto, verso un ceto politico al quale si ritiene di aver già accordato troppa fiducia.
La seconda ragione sarebbe più sostanziale: esprimerebbe in sostanza il diffuso disagio sociale che è alle radici della crescente impopolarità di un'Europa liberista e monetarista. Ciò spiegherebbe perché in entrambi i poli le liste più erose da questo orientamento sono quelle che, all'interno di ciascuno schieramento, più hanno sostenuto una politica così ispirata: innanzitutto Forza Italia nel centro-destra, ma anche Uniti nell'Ulivo nel centro-sinistra (e, nelle amministrative, la Margherita più dei Ds).
Sembra ragionevole ritenere che entrambe queste motivazioni abbiano influito sull'esito elettorale, anche se - forse - non sono state le sole.
3. Una seconda linea di tendenza, che ha pesato così sul voto europeo come su quello comunale e provinciale (ma che proprio le amministrative rendono più manifesta), è che, pur in presenza di un maggior frazionamento dei consensi fra le diverse liste, la scelta degli elettori ha tuttavia premiato, in entrambi gli schieramenti, le situazioni di maggiore coesione politica e programmatica.
Nel caso delle europee il vistoso calo di Forza Italia è certamente dovuto proprio alla ridotta capacità - di cui Berlusconi ha dato prova negli ultimi tempi - di realizzare nella politica del governo una soddisfacente mediazione fra le posizioni - che molto spesso esprimevano interessi e indirizzi divaricanti - dei partiti alleati. Sempre nelle europee questa stessa tendenza ha fatto pagare un prezzo, sia pure in misura molto più modesta, anche alle ambizioni egemoniche e alle aspirazioni di autosufficienza della Lista Uniti nell'Ulivo. Ma è soprattutto nelle amministrative che si è rivelato decisivo il fatto di sapere o non sapere realizzare, un'alleanza capace di coinvolgere tutte le forze del proprio schieramento.
È il centro-destra che ha pagato un tasso più alto per questa mancata unità. In particolare, la Lega in molte Province e molti Comuni del Nord ha cercato un'affermazione di prestigio, presentando candidature separate e radicalizzando le posizioni: ma la rottura così operata si è poi rivelata pressoché insanabile. Il centro-sinistra è invece per lo più riuscito a presentare, nei Comuni e nelle Province oltre che nella Regione sarda, candidature e programmi concordati anche con la sinistra più radicale: e ciò è stato determinante per il largo successo ottenuto sin dal primo turno.
La controprova sta nel fatto che là dove l'unità a sinistra non si è invece realizzata, il ballottaggio è diventato necessario anche in situazioni che pure erano fra le più favorevoli. Il caso più eclatante è, notoriamente, quello di Firenze, dove la riproposizione di Domenici a sindaco è rimasta, sia pure di poco, al di sotto del 50 per cento dei voti: mentre la lista presentata assieme da Rifondazione comunista e dal gruppo di professori - che era stato fra i promotori dei cosiddetti girotondi - ha raggiunto ben il 12 per cento dei voti. Le elezioni amministrative confermano dunque, nel modo più chiaro, che l'intesa fra tutte le forze del centro-sinistra e della sinistra è assolutamente necessaria per sconfiggere il centro-destra; e che anzi è indispensabile una forte iniziativa unitaria per rendere più convincente la proposta dell'opposizione e spostare così a favore della sinistra un equilibrio che - come dimostra il risultato delle europee - oggi è ancora di sostanziale parità fra i due schieramenti.
4. Torna a proposito, a questo punto, l'interrogativo che avevamo lasciato sospeso agli inizi: ossia le ragioni - al di là del diverso meccanismo elettorale o della maggior qualificazione delle candidature - del risultato decisamente migliore ottenuto dallo schieramento di opposizione nelle comunali e nelle provinciali. Mi pare abbastanza evidente che la ragione principale vada ricercata nel fatto che, non solo per la più ridotta dimensione dei problemi nell'ambito locale, un più convincente livello d'intesa è stato raggiunto, a livello comunale e provinciale, nel quadro della coalizione di centro-sinistra: dalle formazioni sostanzialmente centriste sino a quelle di sinistra radicale. L'intesa, così politica come programmatica, è stata facilitata in questa sede anche dal fatto che Comuni e Province sono essenzialmente enti erogatori di servizi pubblici, sia amministrativi che sociali e culturali: ed è comprensibile che le forze di centro-sinistra e di sinistra - proprio perché una più elevata coscienza di solidarietà e di socialità è iscritta nella loro natura costitutiva - siano apparse come le più idonee a gestire tali enti, tanto più in un momento di crescente disagio economico e sociale.
Viceversa sui problemi generali, che hanno ovviamente dominato le elezioni europee, non si può davvero dire che sia stata offerta all'elettorato l'immagine di una persuasiva intesa a sinistra. Al contrario, così sui grandi temi di politica economica come su quelli riguardanti lo scenario internazionale e in particolare la guerra in Iraq (un po' più di accordo c'è stato sui problemi dei diritti civili e sulle questioni della democrazia) le posizioni sono rimaste marcatamente dissonanti tra l'area moderata e tendenzialmente centrista, (ossia il grosso della Lista Uniti nell'Ulivo), e le formazioni più orientate a sinistra, compreso il `correntone Ds'.
In pratica il voto per l'opposizione nelle europee è stato più un voto contro Berlusconi e la destra che un voto per un programma alternativo. Il risultato conseguito deve perciò essere inteso come un segnale d'allarme. Esso, infatti, tanto più se letto in confronto con l'esito assai più favorevole delle amministrative (al riguardo rinvio, per un esame più analitico, alle tabelle che pubblichiamo in questo stesso numero della «rivista») dimostra che su queste basi una vittoria alle elezioni politiche del 2006 è tutt'altro che sicura; e quand'anche ottenuta, darebbe vita a una maggioranza che ben difficilmente sarebbe solida e incisiva.
Per questo, c'è un importante insegnamento da trarre dai risultati discordanti delle elezioni amministrative e di quelle europee, proprio perché svoltesi in una stessa tornata elettorale. È una lezione, prima di tutto, per le forze che alle europee sono confluite nel listone Uniti nell'Ulivo. Bisogna che queste forze abbandonino ogni illusione di autosufficienza; e che soprattutto depongano la speranza di poter guadagnare qualche voto al centro accentuando ulteriormente, sul piano politico e soprattutto su quello economico, il loro volto moderato. È indispensabile invece che esse si convincano che la loro candidatura al governo sarà davvero credibile solo se si presenteranno con una piattaforma che dia una risposta ai problemi del paese a partire da una seria riflessione sulla crisi ormai in atto delle politiche liberiste e monetariste; e che ricerchi perciò una credibile convergenza anche con un più ampio arco di elettorato di sinistra.
Ma l'insegnamento va messo a frutto anche da parte delle forze della sinistra radicale: non basta, da parte loro, un più intransigente atteggiamento di opposizione, ma occorre anche porsi in positivo i problemi del governo del paese, con un impegno di innovazione ideale e programmatica che corrisponda alla fase nuova che si è aperta sul piano interno e internazionale. Tale impegno deve comprendere anche la disponibilità a ricercare, al di là di ogni tatticismo, i possibili punti di convergenza, senza i quali non può nascere un'ampia coalizione che si proponga come plausibile alternativa di governo.
Non resta dunque che augurarsi che i due anni - ed anzi meno - che mancano alle prossime elezioni politiche siano messi a frutto per una ricerca e un confronto che servano davvero alla costruzione, pur nell'inevitabile e anzi doverosa varietà di orientamenti fra sinistra e centro democratico, di una coalizione che abbia messo a punto gli strumenti culturali, politici e programmatici necessari per sconfiggere la destra.