La deriva della crisi italiana
LA `TRANSIZIONE DERAGLIATA'
Giuseppe Chiarante
1.A quasi quindici anni, ormai, dall'avvio della cosiddetta `transizione italiana', l'immagine che il nostro paese presenta - dopo le elezioni europee e amministrative dello scorso giugno, e dopo la torbida e confusa crisi politica che tuttora prosegue - è tutt'altro che quella di una consolidata democrazia europea, con una dialettica imperniata sull'alternanza tra due partiti, o due coalizioni, che siano rappresentative di diversi interessi ma entrambe solidamente radicate nel costume democratico.
Altro che `paese normale', quello di cui favoleggiava Massimo D'Alema, e che era l'obiettivo cui avrebbe dovuto condurre, come comunemente si diceva negli anni novanta, la `grande transizione'! Sembrerebbe oggi più corretto dire, parafrasando una sentenza famosa, che c'è `grande disordine sotto il cielo d'Italia'. Certo, l'applicazione della legge elettorale maggioritaria ha portato alla contrapposizione tra due grandi schieramenti politici, definiti sommariamente di centro-destra e di centro-sinistra. Ma si tratta di due schieramenti che appaiono, l'uno e l'altro, incapaci (di qui il diffuso senso di frustrazione e di sfiducia nella politica) di assicurare seriamente al paese un governo efficiente e duraturo.
Del centro-destra è quasi inutile parlare. L'esperienza di governo che esso ha compiuto in più di tre anni, pur disponendo in Parlamento di una larghissima maggioranza e non dovendo fronteggiare un'opposizione particolarmente solida e combattiva, non poteva davvero essere più disastrosa. I guasti prodotti sul terreno economico e sociale e su quello civile e istituzionale sono incalcolabili e non sarà facile porvi riparo. Per di più alla prima prova elettorale difficile (le elezioni dello scorso giugno, svoltesi in un clima politico divenuto meno favorevole alla destra), sono esplose tutte le spinte centrifughe, tutte le lacerazioni e le contraddizioni che rendono ancora più incoerente e più pericolosa questa maggioranza. In particolare si è fatto concreto il rischio di un'accelerazione di quel degrado delle istituzioni che già si è verificato in questi anni: con un'ulteriore riduzione delle garanzie democratiche e con un ancor più netto stravolgimento dell'equilibrio fra i poteri attraverso il premierato forte o il presidenzialismo.
Ovviamente, di fronte alla minaccia per la democrazia e per il progresso del paese rappresentata da Berlusconi e dal berlusconismo, la nostra simpatia e il nostro voto vanno senza esitazioni allo schieramento opposto. Non si può però dire, purtroppo, che il centro-sinistra abbia dato grande prova di sé quando si è trovato a governare il paese, fra il `96 e il 2001: anzi proprio allora ha compiuto in tanti campi (non ritorno sui singoli temi, che questa rivista ha del resto sempre analizzato in modo documentato) errori e scelte sbagliate che hanno aperto il varco all'affermazione e alle iniziative, rivelatesi così devastanti, del successivo governo di centro-destra.
Da quell'esperienza una lezione importante è stata indubbiamente tratta, dalle varie forze di opposizione, quella circa la necessità di presentarsi uniti, dal centro sino alla sinistra più radicale, nella futura prova elettorale. Ma se si guarda alla piattaforma politica e programmatica che dovrebbe sorreggere questa unità, si ha l'impressione che tra gli orientamenti neoliberisti e privatizzanti che ancora esercitano tanta presa sui settori più moderati della Margherita e dei Ds e le sollecitazioni decisamente divergenti delle formazioni di sinistra l'intesa non sia molto più sostanziale di quella che sorresse, nel '96, la famosa scelta della `desistenza': che non a caso si dissolse appena si presentarono - nel '98 - scelte di governo più impegnative, che avrebbero richiesto un accordo politico di carattere non meramente tattico. E dentro questo limite rimane confinata, a me sembra, anche la recente proposta di Fausto Bertinotti, di definire un programma di governo attraverso decisioni a maggioranza, sia pure dopo una consultazione allargata il più possibile all'elettorato. È evidente il tentativo di aprire il campo del confronto a nuovi soggetti e possibilità di iniziativa. Ma anche un compromesso programmatico richiede, per reggere, almeno un comune fondamento di cultura politica sul quale al momento non si è cominciato a lavorare.
A chi dunque considera l'incoerenza e le dissonanze interne che caratterizzano così lo schieramento di centro-destra come quello di centro-sinistra (incoerenza e dissonanze che un'evoluzione politica che dura ormai da oltre un decennio non ha affatto appianato, ha anzi reso sotto molti aspetti ancor più stridenti) non dovrebbe per nulla apparire sorprendente che la transizione italiana si stia rivelando, come lamentano i più accesi tra i suoi promotori, pressoché `interminabile'. Infatti la causa di questa `lunga durata' non è qualcosa di imprevisto o di imperscrutabile, non è l'ennesima `anomalia' italiana. La ragione è molto più semplice: la transizione non è interminabile, ma piuttosto `ha deragliato'. E ha deragliato perché è stata avviata, dall'inizio, su binari che non potevano portare ad alcuno sbocco positivo.
2. Il fatto è che un processo costituente - quale, in definitiva, la `transizione italiana' aveva l'ambizione di essere - può giungere a buon fine solo se la grande maggioranza delle forze che ne sono protagoniste hanno idee chiare e un progetto comune: per lo meno nel senso che esse muovono da culture e da esperienze che, anche se differenti, possono tuttavia consentire di trovare un'intesa sui fondamenti dello Stato e della società che si intende costruire.
Così fu, indubbiamente, nell'Italia dell'immediato dopoguerra: quando fra i cattolici democratici e le sinistre di derivazione marxista - che pure divergevano su temi politici di portata assai rilevante, dalla collocazione internazionale al giudizio critico più o meno radicale sulla struttura economica capitalistica allora esistente - non fu però difficile, nell'elaborazione costituzionale, giungere a un compromesso attorno a una visione democratica e solidaristica cui ispirare l'ordinamento dello Stato e lo sviluppo di società. Non a caso ne derivò una Carta costituzionale che, nonostante i ritardi e anche i conflitti nel darvi attuazione, ha rappresentato il quadro entro il quale è avvenuta la crescita democratica del paese e si è realizzato quel tanto di `Stato sociale' che è stato decisivo per l'ammodernamento e il progresso civile dell'Italia.
È invece l'assenza di qualsiasi progetto di società che ha caratterizzato l'avvio della `transizione' cominciata nei primi anni novanta. Si è creduto, in sostanza, che potesse bastare il cambiamento delle regole, l'adozione di una legge elettorale maggioritaria, allora tanto mitizzata, un generico meccanismo di alternanza tra diverse forze nel governo del paese - in sostanza quello che veniva ritenuto uno `svecchiamento' dell'impianto istituzionale - per avviare l'Italia su una strada di innovazione e di modernità. In sostanza sono stati da quel momento abbandonati e lasciati deperire i presupposti culturali e sociali sui quali era stata costruita l'Italia del secondo Novecento: con l'illusione che il vuoto che così si determinava potesse essere riempito da un processo innovativo che però non era guidato da alcuna idea di società, ma era stimolato dalla sola ideologia allora in auge. Ossia la ricerca del successo economico e l'affidamento alle pulsioni del libero mercato; la fiducia nel dinamismo della concorrenza tra le convenienze e i tornaconti individuali; il mito della potenza creativa di un liberismo e di un privatismo liberati da ogni impaccio dettato da vincoli di solidarietà. Insomma l'idea di una società senz'anima e ridotta a mera economia. Erano, a ben vedere, le premesse del `berlusconismo'; che non a caso è la sola `cultura politica' (se così si può dire) che sia stata il prodotto della `transizione italiana'.
Il risultato di un cambiamento avviato con questi presupposti (in realtà una destrutturazione, senza effettivo ricambio, del precedente assetto istituzionale e sociale) è stato, a destra, l'affacciarsi prepotente sulla scena politica delle tendenze più retrive e delle tensioni più torbide presenti nella società italiana, non più mediate né contenute dall'egemonia democristiana. Lo schieramento che si è formato è qualcosa di peggio di un blocco d'ordine. È infatti uno schieramento privo di un'idea condivisa di qualsivoglia interesse pubblico da affermare: che proprio per questo non è riuscito a rispondere con un minimo di razionalità ed efficienza ai problemi del governo del paese, ed è stato tenuto insieme in questi tre anni solo dall'immagine vincente del premier e dalla sua vocazione al successo e al potere personale. Non a caso, appena questa immagine, in occasione delle recenti elezioni, è apparsa logorata, le spinte centrifughe e gli interessi divaricanti hanno cominciato a farsi sentire con maggior prepotenza: anche se - è doveroso dirlo - il risultato delle elezioni europee, negativo per Forza Italia ma non per la maggioranza di governo nel suo complesso, ha messo in luce come nei tanti anni di vuoto politico e ideale di un'ormai troppo lunga `transizione' l'ideologia di destra si sia profondamente radicata in tanti settori della nostra società.
Sull'altro lato dell'orizzonte politico le premesse su cui si è fondata la `transizione italiana' hanno significato, in sostanza, l'abbandono di tutto un patrimonio di cultura e di esperienza della prima Repubblica, da quello comunista a quello cattolico democratico: creando un vuoto che invano si è cercato di colmare attraverso una ricerca di innovazione priva di seri fondamenti e troppo spesso incline ad accettare come validi modelli di `modernità' proprio quelli forniti dalla dominante ideologia liberistica e privatistica. Ciò ha portato alla dislocazione attorno a due poli divergenti anche di quel complesso di forze che per decenni il Partito comunista era riuscito a unificare attorno a una linea che intrecciava e congiungeva la preoccupazione per i problemi di governo del paese e l'impegno di lotta per obiettivi di rinnovamento civile, sociale, economico.
Queste due istanze - che la cultura politica di derivazione togliattiana si era sempre sforzata di tenere unite - si presentano oggi nettamente separate. Da un lato l'ala maggioritaria delle forze provenienti dalla vecchia sinistra e in particolare dal Pci ha sempre più assunto la `governabilità' come tema prioritario e per questo ha posto al centro della sua strategia l'intesa con forze di centro di provenienza democristiana o socialdemocratica e ha accentuato il volto moderato della sua politica nell'illusione di potere, in questo modo, più facilmente strappare i voti alla destra. Ma con un'operazione essenzialmente tattica e priva di serie basi culturali e programmatiche come quella così tentata, essa non è mai riuscita a dare identità e consistenza politica alle varie formazioni (il Pds, i Ds, oggi la vagheggiata Federazione riformista in cui dovrebbero trovar posto anche la Margherita e lo Sdi) cui volta per volta si è proposta di dare vita.
D'altro lato, l'ala minoritaria ed estremizzante, che della vecchia sinistra ha ereditato soprattutto la vocazione all'opposizione, o si è isterilita in questo ruolo di rappresentanza di una vecchia tradizione o ha tentato di trarre nuova linfa dal rapporto con i movimenti sociali, ma senza sostanzialmente riuscire a superare una condizione di marginalità e a darsi in modo convincente una nuova cultura politica. Il risultato è che appaiono oggi disuniti sia i gruppi della sinistra cosiddetta `radicale' che complessivamente hanno ottenuto alle elezioni europee il 13% dei voti, sia le varie componenti (non identificabili con i singoli partiti) che si sono raggruppate, senza troppo successo, nella lista `Uniti nell'Ulivo' e che costituiscono quel centro o quella sinistra moderata che aspirano ad essere il motore di un futuro governo. Ma, soprattutto, è il complesso dello schieramento di centro-sinistra che continua ad essere privo - al di là del collante della necessità di presentarsi uniti alle elezioni per battere Berlusconi e la destra - di una convincente intesa intorno a una ragionata piattaforma politica e programmatica, anzi attorno a un'idea circa lo sviluppo da imprimere al paese. E senza questa intesa non solo rimangono assai dubbie le possibilità di vincere le elezioni, ma soprattutto c'è da domandarsi - pur augurandosi, ovviamente, che essa vinca - quale sarà, in tal caso, l'effettiva capacità di questa coalizione di governare il paese e quale durata potrà avere tale governo.
3. Per tornare, dunque, alla riflessione iniziale, mi pare che l'analisi sviluppata confermi che più che di `transizione interminabile' è corretto parlare di `transizione che ha deragliato': e ha deragliato perché, così a destra come a sinistra, ci si è affidati alla spontanea espressione di aspirazioni e interessi rappresentati nella loro elementare immediatezza ed è mancato un impegno diretto, seriamente, a dare una consistente base di cultura politica a una proposta di governo e, più in generale, a una prospettiva circa il futuro del paese.
A destra, infatti, è mancato del tutto uno sforzo diretto a coagulare attorno a un principio liberal-democratico (sia pure letto in chiave conservatrice, ma comunque coerente con una prassi democratica) le diverse realtà sociali presenti in questo versante della società italiana. Lo schieramento di centro-destra non ha perciò alcun principio unificatore, al di là del potere personale di Berlusconi e di quel cascame ideologico che abbiamo definito `berlusconismo': e si presenta come un coacervo di forze eterogenee e spesso divergenti (localismo regionalista, populismo plebiscitario, residui della vecchia tradizione autoritaria, spezzoni impazziti della `prima Repubblica', interessi economici nella loro immediata espressione corporativa, moderatismo cattolico non più mediato dal pensiero cattolico democratico, ecc.) che comprendono anche tendenze estremiste che in altri paesi europei la stessa destra democratica - si pensi alla Francia e al conflitto tra Chirac e Le Pen - ha fatto in modo di tenere ai margini del gioco politico.
Quanto al centro-sinistra, è mancato ogni tentativo di riproporre in termini di approfondito ripensamento, in relazione alla novità dei problemi proposti dalla fase di ristrutturazione e di globalizzazione capitalistica in cui siamo entrati, il disegno democratico e riformatore che era stato al centro dell'esperienza del secondo Novecento italiano. La parte maggioritaria delle forze oggi collocate in tale schieramento ha rinunciato in partenza a tale tentativo, perché convinta che un esito fallimentare fosse intrinsecamente iscritto nelle posizioni ideologiche della sinistra novecentesca; e che non vi fosse perciò altra strada per accedere all'area di governo e per intraprendere un percorso di modernità e di innovazione se non quella - già ricordata - della sostanziale accettazione, con qualche temperamento in senso democratico e sociale, dei vincoli imposti dal nuovo corso liberista dell'economia globalizzata. In tal modo questa parte del centro-sinistra ha praticamente rinunciato a ogni reale ricerca di autonomia rispetto alle idee dominanti e all'attuale assetto economico e sociale; e ha assunto una collocazione di moderatismo neocentrista, che non solo non interpreta neppure le aspirazioni di larga parte del suo stesso elettorato, ma difficilmente può trovare un solido punto d'incontro - nonostante la pioggia di dichiarazioni sulla necessità di un'alleanza elettorale - con le rivendicazioni (vecchie o nuove, tradizionaliste o innovatrici) della sinistra più radicale. La quale, a sua volta, o ha puntato soprattutto sulla difesa dell'eredità del passato o ha tentato una fuga in avanti verso il cosiddetto `movimento dei movimenti', rinunciando di fatto a misurarsi concretamente con i problemi di un progetto riformatore per il governo del paese: il che è la ragione non ultima della difficoltà che ancora di recente si è manifestata nel dibattito sulle prospettive della `sinistra-sinistra' che «il manifesto» ha promosso nel corso dell'estate a partire da un articolo di Alberto Asor Rosa.
Anche queste riflessioni confermano, dunque, il vuoto di cultura politica che, a destra come a sinistra, stava alla base della `transizione' e che il processo di cambiamento sinora avvenuto non ha affatto colmato: il che spiega il `deragliamento' che ha portato il paese alla situazione apparentemente senza uscita in cui oggi ci troviamo.
4. Che cosa è possibile fare - viene naturale domandarsi - per ridare credibilità (e quindi identità, consistenza politico-programmatica) ai due soggetti, destra e sinistra, che oggi si confrontano per il governo del paese?
Non affronto (credo sia naturale) il problema della destra e delle sue basi identitarie: lascio il tema ai tanti maîtres à penser che, appena si è delineato un calo di Forza Italia, sembrano aver all'improvviso riscoperto la tradizionale povertà di cultura politica della destra italiana. È sulla sinistra e sul centro-sinistra che mi interessa dire qualcosa: cominciando innanzitutto con lo sgombrare il campo dalle illusioni (che periodicamente si ripropongono) che vi siano risposte semplici e facili a portata di mano.
Faccio alcuni esempi di queste posizioni che - rispetto alla reale portata dei problemi - appaiono davvero troppo semplicistiche:
a. la tesi, assai diffusa negli ultimi tempi, che l'accentuata divaricazione tra sinistra moderata e sinistra radicale potrebbe in definitiva essere vantaggiosa, perché consentirebbe all'attuale opposizione di `procedere su due gambe': ossia di conquistare voti al centro, rendendo ancor più marcata la caratterizzazione neocentrista della sua ala maggioritaria, e d'altra parte coprendo l'area dell'elettorato di sinistra con le formazioni di orientamento più radicaleggiante. È la tesi che, peraltro, già ha avuto una sostanziale smentita, oltre che in precedenti occasioni, nelle recenti elezioni europee, che non hanno certamente fornito un risultato lusinghiero all'operazione neocentrista tentata con la lista `Uniti nell'Ulivo'; mentre d'altra parte hanno dato alle liste più orientate a sinistra un complessivo 13%, ossia un livello di consensi che rappresenta un recupero solo molto parziale del vuoto di rappresentanza politica che si è determinato in quest'area dell'elettorato, dove non a caso continua ad esserci un diffuso astensionismo;
b. l'insistenza con cui si richiede - indipendentemente dalla definizione di una prospettiva strategica - l'indicazione di tre o quattro obiettivi concreti, che valgano a rendere più credibile una proposta di governo alternativa al centro-destra. È una richiesta - lo si capisce facilmente - che nasce dalle troppe incertezze e oscillazioni politiche e programmatiche che hanno caratterizzato la condotta dell'opposizione: ma che appare sin troppo ingenua se si considera quanto poco pesi avanzare l'esigenza di qualche obiettivo concreto prescindendo, magari, dalle grandi questioni nodali (pace o guerra; Welfare o mercato; repubblica parlamentare o preminenza dell'esecutivo attraverso il premierato e il presidenzialismo, valorizzazione delle assemblee elettive o concentrazione personale del potere anche a livello locale) sulle quali il centro-sinistra è apparso, e continua ad apparire, ondeggiante o addirittura condiscendente verso le posizioni sostenute dall'offensiva di destra.
c. infine, quello che chiamerei `l'argomento della disperazione' (che tuttavia è avanzato anche da eminenti intellettuali e politici), che si riduce alla fiducia consolatoria che per buona fortuna esiste la legge maggioritaria che, proprio sulla base dell'esperienza del 2001, costringerà tutte le forze dell'opposizione, dal centro democratico all'estrema sinistra, a votare unitariamente per sconfiggere Berlusconi. A quest'argomento sarebbe facile rispondere che, in realtà, i meccanismi elettorali ricompattano più facilmente l'elettorato di destra che quello di sinistra, tradizionalmente più sensibile alle ragioni di dissenso di natura ideologica o strategica. Ma, soprattutto, non si possono tacere i guasti che la legge maggioritaria ha prodotto nel sistema politico, nel costume elettorale, nella coscienza dei cittadini: è una legge che ha ridotto la democrazia e la partecipazione democratica, che sono invece `valori' da riaffermare con forza e senza esitazioni in un programma della sinistra.
Mi pare dunque evidente che argomentazioni come quelle qui brevemente richiamate si muovono entro un orizzonte puramente tattico, nel quadro di quella sgangherata `democrazia dell'alternanza' che è il prodotto del `deragliamento' della `transizione italiana'. È su un ben altro piano che occorre - a mio avviso - portare la riflessione e l'iniziativa, se si vuole cominciare a porre riparo ai guasti che questo processo ha determinato. Non solo è necessario, infatti, riprendere seriamente l'analisi e la discussione sull'eredità del Novecento (in particolare del Novecento italiano) e sui gravi errori compiuti, sin dall'inizio, nell'impostare la `transizione' essenzialmente su un piano di estrema superficialità politico-istituzionale, privilegiando i meccanismi elettorali; ma si tratta soprattutto di cominciare a disegnare le grandi linee di un progetto per la ripresa civile, economica e sociale dell'Italia in chiara alternativa con il regresso e la decadenza che le ricette liberistiche e privatistiche, esasperate dal `berlusconismo', hanno determinato in questi anni. È difatti solo in riferimento a un disegno coerente e complessivo che acquista consistenza e credibilità anche un programma concreto di cose da fare, che certamente deve esserci e che, ovviamente, terrà conto della diversa sensibilità delle forze più indirizzate verso il centro e di quelle più orientate verso sinistra. Ma soprattutto è indispensabile che le priorità e le tendenze fondamentali siano fra loro coerenti, rimandino cioè a una strategia univoca. Altrimenti non si esce da una situazione che ha dato, e dà, all'elettorato l'immagine di uno schieramento diviso, oscillante, in qualche caso addirittura schizofrenico
Faccio, al riguardo, qualche esempio che può forse essere più illuminante di una lunga analisi delle diverse posizioni. Basta pensare (mi riferisco solo ad alcune delle polemiche che si sono sviluppate nel corso dell'estate) all'incertezza manifestata dai dirigenti dei due maggiori partiti dell'Ulivo in occasione della Convenzione democratica di Boston, circa la permanenza delle truppe italiane in Iraq nel caso che l'occupazione militare continui sotto la presidenza di Kerry (il quale, peraltro ha recentemente ribadito il suo consenso alla guerra di Bush anche in assenza del casus belli delle armi di distruzione di massa, limitandosi a criticare l'inefficacia della sua conduzione). Oppure alle dichiarazioni di Rutelli (e non solo di Rutelli e di una parte rilevante della Margherita, ma anche di autorevoli consiglieri economici dei Ds come Nicola Rossi e Michele Salvati) circa l'opportunità non più di abrogare, ma di sperimentare nella pratica anche alcune delle leggi più contestate fatte approvare dall'attuale governo, a partire da quelle sul mercato del lavoro, o sulla scuola o sul sistema presidenziale. O ancora - in rapporto alla proposta della destra sul `premierato forte' - alla debolezza di una critica, che è contraddetta non soltanto dalle posizioni che una parte dell'Ulivo aveva assunto nella precedente legislatura, ma dall'orientamento nettamente presidenzialista che caratterizza la maggioranza degli Statuti regionali nelle regioni governate dal centro-sinistra, e, più in generale, dalla condotta pratica nei poteri locali. Dovrebbe essere evidente che prese di posizione come queste (e le polemiche che esse suscitano) trasmettono all'opinione pubblica un messaggio di perplessità e di incertezza. Ma, soprattutto, non è certamente così che si pone riparo al `deragliamento' che si è verificato nella vita politica italiana e si contribuisce a ricondurla sui binari di una corretta dialettica tra un centro-sinistra e un centro-destra fra loro limpidamente distinti e alternativi.
Naturalmente - e con questo concludo - nulla esclude che il centro-sinistra possa vincere le prossime elezioni pur permanendo in una situazione di confusione politica, culturale, programmatica. In ogni caso sarà un risultato positivo liberarsi di Berlusconi e del governo di destra. Ma non sarà consolante avere una situazione debole e precaria, più o meno simile a quella del '96; e soprattutto sarà difficile sperare che si attui una politica capace di reagire davvero al regresso civile, economico, culturale dell'Italia. Temo che si dovrebbe probabilmente concludere che nell'era della globalizzazione non c'è più spazio per una vera sinistra in un paese dell'Occidente capitalistico, per di più in un paese di crescente marginalità internazionale quale purtroppo sta diventando il nostro.