numero  54  ottobre 2004 Sommario

Conversazione con Giovanni Bianchi

CHE SUCCEDE FRA I CATTOLICI?
G. Chiarante  


Giuseppe Chiarante Il meeting di Comunione e liberazione a Rimini è stato quest'anno l'occasione per un'iniziativa che è parsa a molti osservatori una vera e propria svolta negli orientamenti del laicato cattolico italiano: la visita al meeting - molto propagandata dagli organi di stampa - di Paola Bignardi, presidente dell'Azione cattolica. Tale visita è sembrata come il suggello di un'intesa fra due articolazioni del mondo cattolico che per decenni erano state su posizioni non solo differenziate, ma in molti casi esplicitamente divergenti. Tu - che prima dell'impegno politico e parlamentare hai avuto un ruolo di primo piano nel laicato cattolico, come presidente delle Acli in un periodo di forte impegno culturale e sociale - come giudichi questa svolta, che ha colto molti di sorpresa? In che modo si può ritenere che essa è maturata nel corso di questi anni? Non hai l'impressione che ci sia stato un progressivo affievolimento di quei fondamenti culturali - dalle riflessioni di Lazzati all'elaborazione del movimento conciliare -, che a lungo erano stati il punto di riferimento della parte più avanzata del laicato cattolico?

Giovanni Bianchi Il meeting di Comunione e liberazione a Rimini è macchina culturale e mediatica di lungo corso e grande impatto. Al punto che quel che vi accade assume inevitabilmente sapore d'evento. Più ancora, di `novità' e quindi di `svolta'. Eppure di codeste `visite di cortesia' (e lo dico senza la minima ironia) fra i dirigenti dei vari movimenti cattolici ve ne sono state anche in passato: io personalmente ricordo un dibattito che feci nel 1985 al meeting di Rimini con Giancarlo Cesana, l'allora importante responsabile di Ac Dino Boffo, oggi direttore di «Avvenire», ed il presidente del Mcl Lucio Toth, incontro al quale i giornali dell'epoca diedero qualche rilievo. Ricordo anche che ospitammo ai nostri Congressi nazionali delle Acli i successori di Toth, Figorilli e Benedetti, che pure capeggiavano un'associazione che era nata per scissione dalle Acli fra mille polemiche trent'anni fa.
Per venire ai nostri giorni, mi pare che si sia voluto caricare di significati eccessivi una serie di gesti che ha trovato la loro maturazione nel percorso di questi anni, che i dirigenti delle varie associazioni e movimenti hanno giocato sulle convergenze in materia di `buone pratiche' nella realtà sociale, mettendo fra parentesi le polemiche più che le distinzioni del passato. A livello pastorale, tuttavia, tali distinzioni credo esistano ancora - come rilevava qualche tempo fa su «Repubblica» Edmondo Berselli - e possono anche essere approfondite in termini ecclesiologici e, oserei dire, teologici. Mi pare però che sia necessario fare i conti con due circostanze - né troppo note né approfondite - che stanno a monte. Anzitutto incontri tra membri delle diverse associazioni cattoliche sono in corso da qualche anno. Con attenzione e partecipazione anche di leaders e quadri della Cisl e della Coldiretti. `Rete in opera', ispirata dal cardinal Attilio Nicora, l'`inventore' dell'otto-per-mille, ha affrontato una serie di problemi che hanno come sfondo la dottrina sociale della Chiesa e come assi la solidarietà e la sussidiarietà.
Come a dire che non sono soltanto i vertici a parlarsi in pubblico. Dirigenti, quadri e militanti non sono ignari spettatori di incontri al vertice. Altrimenti si tratterebbe di `parentesi' che, in assenza di un serio e fraterno chiarimento, non saprei dire fino a quando potrebbe reggere. Ma c'è un altro piano che non va sottovalutato. È quello delle fondazioni teologiche e delle conseguenti pedagogie. Don Giussani incombe con una collana per i tipi di Rizzoli. Sul suo `senso religioso' s'addensano migliaia di pagine. Dall'altra parte il grande punto di riferimento resta Giuseppe Lazzati, bandiera del laicato e del cattolicesimo democratico del dopoguerra. Quanto la sua lezione è presente? Quanto studiata? Nessuno come lui aveva chiaro il problema: la crisi del laicato italiano non discendeva da un difetto di attivismo; piuttosto da un buco teologico. Lazzati è morto all'alba della Pentecoste del 1986. Oggi, a che punto siamo? Basterebbe una lettura non superficiale dell'intervista di Scoppola e Leopoldo Elia a Lazzati e Dossetti (recentemente pubblicata da Il Mulino) per rendersi conto di quanto il fondamento culturale abbia pesato, in positivo e in negativo, nell'area cattolica.


Vedo che confermi la mia preoccupazione circa una carenza di fondamenti culturali, di cui si avverte il peso. È un fatto che, subito dopo il riavvicinamento fra Azione cattolica e Comunione e liberazione, c'è stato - alla vigilia della visita di papa Giovanni Paolo II a Loreto - un incontro tra i presidenti e i principali esponenti di diverse organizzazioni cattoliche (non solo Azione cattolica e Comunione e liberazione, ma i Focolarini, le Acli, la Comunità di Sant'Egidio, l'Agesci, il Centro sportivo italiano), che ha indotto molti osservatori a parlare di una ricomposizione unitaria in atto nel laicato cattolico italiano. In effetti, sembrava ormai da tempo consolidata, in campo cattolico, l'apertura a un dichiarato pluralismo sia di orientamenti culturali, politici e sociali, sia di iniziative ed esperienze. Quali tendenze ti sembrano invece emergere da questi fatti più recenti? Sembra indubbio, per lo meno a me, che una forte spinta è venuta dai vertici della Conferenza episcopale italiana.

Non credo che vi sia oggi una decisa volontà di dare vita ad un nuovo soggetto politico di ispirazione cristiana, ad una nuova Dc, per dirlo chiaramente. Se pure in alto o in basso ci possono essere simili nostalgie mi sembra che l'elettorato non le condivida, anche perché si è assuefatto al sistema bipolare e vorrebbe essenzialmente che funzionasse meglio. La storia ci insegna che le figure storiche del partitismo cattolico in Italia sono state tre: la Dc di Murri, il Ppi di Sturzo e la Dc di De Gasperi. La prima fallì perché non riuscì a tenere il necessario equilibrio rispetto ad una gerarchia allora estremamente sospettosa verso la autonomia politica dei laici. Il secondo venne spazzato via dal fascismo, dopo aver scontato profonde divisioni interne che rimandavano all'incapacità di molti politici cattolici di riconoscersi nel sistema concettuale genialmente elaborato da Sturzo. La terza fu partito di mediazione, di raccolta e di gestione, che seppe tenere dentro di sé elementi discordi e potenzialmente inconciliabili all'ombra della conventio ad excludendum verso il Pci. Già negli anni sessanta si diceva che se mai la Dc si fosse scissa non lo avrebbe fatto in due come i partiti di tradizione marxista, ma sarebbe esplosa in mille pezzi: così è stato, all'indomani del crollo del Muro di Berlino (la vera causa politica) e con l'additivo giudiziario di Mani pulite e quello culturale ed emotivo della Lega Nord.
A mio giudizio sarebbe anche un fare torto al riconosciuto realismo dell'attuale gestione della Cei il pensare di potere generare dall'alto un processo del genere con così poco `mercato' politico. Mancano del tutto le condizioni interne e internazionali che consentirono la lunga stagione democristiana. Che, a partire da essa, permisero altresì una evidente autonomia del laicato, che dalla stessa democrazia cristiana traeva supporto di competenza e di dignità. Sarebbe da indagare quanto l'autonomia (mai assoluta) del laicato si giovasse dell'autonomia del politico. Anche per chi democristiano non era, o addirittura da credente esplicitava la propria motivata opposizione… Tuttavia, ai margini di questi incontri, ma anche in rapporto alla commemorazione del cinquantesimo anniversario della morte di De Gasperi, si è tornati dopo tanto tempo a parlare di `unità politica dei cattolici'. Hai già detto che non ti pare che queste voci abbiano una qualche consistenza. A me sembra che vi è anche da riflettere che, in ogni caso, `l'unità dei cattolici' avrebbe oggi un senso assai diverso che mezzo secolo fa, quando essa fu adoperata per erigere la `diga anticomunista', ma anche per ancorare le masse cattoliche a una scelta democratica, respingendo le suggestioni (ricordo Luigi Gedda e l'operazione Sturzo) di un `fronte nazionale' aperto alla destra monarchica e neofascista.

La figura di De Gasperi è emersa nella sua grandezza dalla memoria storica di questi giorni anche nelle parole di chi gli fu fiero avversario. È noto che De Gasperi non credeva all'unità politica dei cattolici come dato permanente: parla chiaro il diario del suo amico Emilio Bonomelli che, all'indomani della grande vittoria del 18 aprile 1948, ricordava come lo statista trentino gli avesse detto che vedeva nel futuro non prossimo la scissione della Dc fra un partito di ispirazione conservatrice ed uno di `laburismo cristiano'. Prima ancora, in una lettera indirizzata nel 1944 all'altro grande amico Stefano Jacini, egli dimostrava di non farsi grandi illusioni sulla qualità della maturità politica del laicato cattolico e dei suoi maestri, e in questo senso la sua funzione, oltre che di governo, fu anche pedagogica rispetto alla creazione di una vera cultura democratica nel mondo cattolico. Quella fase in tutta evidenza è superata, anche se il fantasma di Gentiloni e di Gedda continua ad aggirarsi in certe fantasie: diciamo che esiste in alcuni la tendenza a dimenticare che prima del 18 aprile De Gasperi fu uomo del 25 aprile, nel senso che senza la capacità di costruire un'autentica visione nazionale nella prospettiva della lotta contro il totalitarismo nazifascista non vi sarebbe stata la Repubblica nel 1946 e le libere elezioni dal 1948 in poi.


Vi è chi ha ipotizzato che il richiamo a un impegno unitario dei cattolici possa servire politicamente (e che questa sia l'intenzione della Cei) per raddrizzare la barca del centro-destra in un momento di crisi. In sostanza la cultura del moderatismo cattolico funzionerebbe da collante per ricompattare uno schieramento in difficoltà. Che cosa pensi di questa ipotesi? Non sarebbe in palese contraddizione con la sensibilità dimostrata in questi mesi da tanta parte dei cattolici di base per i temi della solidarietà e della pace?

Ho già risposto prima a questa ipotesi, che mi pare irrealistica. Più interessante credo sarebbe capire quale contributo ancora oggi, a prescindere da progetti partitico-organizzativi, possa dare la cultura cattolica al Paese. Il cristianesimo non è una fede intimista né è indifferente alla sorte della città dell'uomo, secondo l'espressione del mio maestro, il professor Giuseppe Lazzati. Certamente questo contributo è condizionato dal livello di maturazione culturale dei vari soggetti del mondo cattolico, ma credo che se si aprono tavoli di riflessione comune ciò non sia di per sé negativo. Ad esempio le Acli hanno recentemente dedicato il loro convegno di Orvieto alle «nuove sfide alla democrazia», implicitamente ammettendo (ed è forse la prima volta che ci troviamo di fronte ad una simile situazione dal 1945 in poi) che democrazia e libertà non sono beni dati una volta per tutte ma, pur rappresentando un'aspirazione essenziale della persona umana, talvolta debbono essere riconquistate quotidianamente. Si badi bene, spesso il pericolo più grave non è quello più immediatamente evidente: che ci si debba difendere dai signori del terrore e dalle loro farneticanti predicazioni è chiaro. Ciò che spesso non è chiaro sono le modalità della difesa, che possono portare, in assenza di una vera etica dei mezzi, alla negazione implicita dei valori che diciamo di voler difendere nel momento stesso in cui pretendiamo di difenderli. In definitiva, ciò che emerge dagli orrori di Abu Ghraib è il fondo ideologico limaccioso che ha presieduto a questa guerra, la convinzione cioè dell'esistenza di culture superiori ed inferiori, un po' come se l'ideologia effettiva dell'Occidente fosse quella dell'odio e del pregiudizio antiarabo, sparso a piene mani da cattivi maestri. L'idea della violenza come unica risposta possibile è, in sostanza, il vero tarlo della democrazia nei nostri tempi, democrazia che, come affermava sempre ad Orvieto Massimo Cacciari, è diventata oggi «una parola porosa, una spugna, ci puoi mettere tutto dentro», anche il Patriot Act statunitense, che limita gravemente la libertà dei cittadini, anche leggi più restrittive sui diritti fondamentali della persona come la Bossi-Fini, anche la crescente volontà di ridurre gli spazi di discussione pubblica e di blindare le nostre frontiere contro il diverso, percepito proprio in ragione della sua diversità come deviante e perciò stesso pericoloso.
Da qui discende la concezione dogmatica della democrazia di taluni, che di fatto la uniforma al modello unico occidentale e alla società di mercato, e tratta tutti coloro che per ragioni culturali o religiose si sottraggono a tale modello come minus habentes o malvagi, da costringere anche a forza all'interno dello schema. Per questo sono attento alle ragioni di quanti si chiedono non tanto se la democrazia avrà un futuro ma piuttosto se avrà un presente.
Diventa quindi centrale il ruolo dell'associazionismo che, di fronte all'evidente e conclamata crisi dei partiti, della quale comunque non c'è da compiacersi, assumono oggi il ruolo di palestra possibile di democrazia non solo nel senso della loro dialettica interna (cosa che le Acli praticano fin dalla loro nascita sessant'anni fa), quanto piuttosto nella prassi quotidiana dell'accoglienza, dell'ascolto, della tolleranza.
Una tolleranza non passiva, un dialogo non fine a se stesso, una capacità di saper misurare prima le distanze e poi le vicinanze, sapendo valorizzare anche la mancanza di sintonia su argomenti che riteniamo fondamentali.
La complessità della società è spesso stata invocata come alibi per la reciproca indifferenza o per la ghettizzazione delle diverse culture (questo del resto è anche il modo con cui un certo pensiero `laico' guarda al cristianesimo): la retorica neocons cerca invece la strada della semplificazione brutale, magari anche sanguinosa, fra buoni e cattivi.
La strada della democrazia, nel rispetto delle regole generali definite dai principi della Costituzione e dei documenti internazionalmente riconosciuti sui diritti civili, è quella della ricerca delle analogie, del reciproco avvicinamento, dell'accettazione della contraddizione e del conflitto non come rottura ma come ricerca di una mediazione più alta.
Il fatto stesso che la ricerca di nuovi percorsi della democrazia sia il tema della Settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà nell'ottobre prossimo a Bologna testimonia non solo della consapevolezza dei vescovi e del laicato italiano di doversi misurare con una situazione radicalmente mutata, ma anche che questa ricerca è un servizio esplicito che essi offrono, al di là delle appartenenze politiche, alla società italiana ed europea nel suo complesso.




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