Ma c'è un ruolo per la sinistra?
A PRODI IL PRIMO TEMPO
Giuseppe Chiarante
A chi, come questa rivista, già prima delle elezioni del 2001 aveva ripetutamente sottolineato - prevedendo agevolmente l'esito favorevole alla destra di quel voto - l'urgenza di impegnarsi a fondo in vista del successivo turno elettorale per costituire una coalizione capace di comprendere tutte le forze necessarie per sconfiggere Berlusconi e i suoi alleati, ovviamente non può che apparire positiva (anche se permangono i gravi limiti che indicherò più avanti) la decisione presa nella riunione plenaria dello scorso 11 ottobre di dar vita a una `grande alleanza democratica': ossia un'alleanza che dai centristi di Mastella e di Martinazzoli e dalle forze del centro e della sinistra moderata, che tendono a unificarsi nella federazione dei riformisti, giunge sino ai gruppi minori della sinistra e include anche la sinistra più radicale di Rifondazione comunista. In tal modo sembrano superate non solo le discussioni sul `piccolo' o sul `grande Ulivo', o sulla contrapposizione di principio fra le `due sinistre', ma anche l'ambiguità del rapporto di `desistenza' che nel '96 aveva reso fragile sin dall'inizio l'intesa tra il centro-sinistra e Rifondazione. È fuori dubbio che il raggiungimento di questo risultato - che non molto tempo fa appariva assai problematico, per il permanere di gravi contrasti politici e programmatici, e che ancora nelle ultime settimane sembrava messo in forse dall'infittirsi di ambigue manovre soprattutto nell'area di centro - è stato facilitato dall'avvertimento della necessità di procedere senza ulteriori rinvii a mettere in campo uno schieramento in grado di sconfiggere Berlusconi e la destra. Non a caso le ultime incertezze sono state superate quando è apparso chiaro che non aveva fondamento la speranza, affacciatasi dopo le elezioni europee e le amministrative di giugno, che i dissensi emersi nella maggioranza potessero approfondirsi sino a portare a una vera e propria crisi e forse ad aprire la strada, in tempi brevi, a operazioni politiche di segno centrista. L'intervento personale di Berlusconi, il suo potere di condizionamento e di ricatto, le sue offerte di mediazione (ma soprattutto la logica del maggioritario, che almeno per il momento non offre molte alternative neppure agli ex democristiani di Follini e Casini) hanno infatti ricomposto, sia pure non senza incertezze e difficoltà, l'unità del centro-destra.
Ma questo riconsolidamento della maggioranza berlusconiana, se in apparenza ha ribaltato il clima politico ad essa sfavorevole creatosi all'inizio dell'estate, ha però avuto l'effetto di far crescere nello schieramento opposto le preoccupazioni per l'estrema gravità delle scelte con cui il centro-destra ha tentato, e tenta, nei diversi campi, di rilanciare l'azione di governo: sul terreno istituzionale, dove l'insistenza su soluzioni come la devoluzione o il `premierato forte' ha posto in evidenza che la riforma voluta dalla destra stravolge alle radici la Costituzione del '48 e mette in pericolo l'unità del paese, l'equilibrio fra i poteri, le più elementari garanzie democratiche; in politica internazionale, dove l'accodamento a Bush e la scelta di guerra in Iraq hanno accentuato la dipendenza e la perdita di prestigio dell'Italia, rese palesi dal grottesco episodio Buttiglione e dalla controversia sul seggio nel Consiglio di sicurezza dell'Onu; nel campo della politica economica e finanziaria, con l'accelerazione della tendenza al declino produttivo, alla perdita di competitività internazionale, al drammatico aggravarsi degli squilibri finanziari e del disavanzo statale. Per non parlare delle ulteriori minacce all'autonomia della magistratura lanciate dal governo e del totale stravolgimento delle norme di tutela culturale e ambientale.
È però soprattutto sulle questioni dell'economia e dei conti pubblici che nelle ultime settimane è venuto alla luce, più di quanto in precedenza si fosse mai verificato, uno scollamento crescente tra il governo Berlusconi e settori influenti o comunque rilevanti della realtà economica e sociale del paese. È infatti molto significativo che dalla Confindustria come dai sindacati, dalla Banca d'Italia come da organi di controllo quali la Corte dei Conti, dalla organizzazione dei commercianti come da quelle dei consumatori, si sia levato un coro di critiche, naturalmente anche di vario segno, che nel complesso denunciano la scarsa credibilità della manovra con cui la maggioranza di centro-destra ha cercato, e cerca, di affrontare una situazione economica estremamente allarmante.
In questa situazione va dato atto a Romano Prodi di avere opportunamente respinto la tentazione - che nelle ultime settimane era riaffiorata nei settori più moderati dell'opposizione, soprattutto nella Margherita ma anche nei Ds - di mostrarsi disponibili al confronto su operazioni bipartisan di correzione e risanamento finanziario, forse nella speranza di apparire in tal modo più credibili all'elettorato di centro. Prodi ha invece giustamente insistito su una linea di critica dura alla politica governativa: affermando nei fatti la convinzione che la credibilità di un'alleanza che voglia davvero essere alternativa alla destra (e tanto più a questa destra, così poco democratica) comincia dalla fermezza con cui si conduce la battaglia di opposizione: è solo in questo modo, in effetti, che si possono mobilitare anche quei settori dell'elettorato di sinistra tuttora incerti e sfiduciati, che hanno ceduto in passato e possono tuttora cedere al richiamo dell'astensione. Mobilitare queste forze è certamente ben più importante della ricerca, di dubbio esito, di estendere il consenso nell'area dell'elettorato più moderato, sempre facilmente riconquistabile dalle lusinghe del centro-destra.
Scegliendo con nettezza la linea di una coerente opposizione Prodi ha ottenuto perciò un doppio risultato: non solo quello di rimettere ordine nelle fila dello schieramento riformista, affermandosi come il leader indiscusso della costituenda federazione; ma anche quello di stabilire un rapporto privilegiato nell'alleanza con Bertinotti, dopo la svolta che quest'ultimo ha compiuto - una svolta posta in atto in modo quasi repentino, occorre dire - per traghettare rapidamente Rifondazione comunista da una linea tutta protesa verso il `movimento dei movimenti' alla scelta di porsi come componente organica di uno schieramento che aspira a governare il paese sconfiggendo Berlusconi e la destra.
È ben chiaro, dunque, il senso politico di un'operazione che mira a dare una struttura più stabile e più consistente all'alleanza contro Berlusconi, articolandola attorno a due poli fondamentali. Da un lato il polo maggioritario costituito dai partiti (Ds, Margherita, Sdi, sinistra repubblicana) che si avviano a costituire la federazione riformista: la quale molto probabilmente fungerà da polo di attrazione anche per le formazioni di Mastella e di Di Pietro e dovrà invece affrontare al suo interno un confronto impegnativo con l'inquietudine della sinistra Ds, non a caso preoccupata per la scomparsa di una forza che sia davvero l'erede della tradizione della sinistra italiana. Dall'altro lato, il polo minoritario, che sostanzialmente si raccoglie attorno a Rifondazione comunista: anche perché si è rivelata di fatto impraticabile la proposta unificazione tra i gruppi di sinistra radicale che alle elezioni europee avevano raggiunto il 13 o il 15% dei voti. Ben si capisce, anche, perché nell'assumere questa collocazione, Rifondazione abbia escluso l'ipotesi di ripetere la pratica della `desistenza', già percorsa nel 1996: puntando invece con decisione su un'intesa politica e programmatica a pieno titolo. Era chiaro infatti, che - qualora quella ipotesi fosse stata in campo - le forze più moderate dell'alleanza avrebbero subito optato per spingere verso la soluzione della desistenza, giudicandola meno impegnativa e qualificante per il complesso della coalizione.
Se questa configurazione più strutturata della `grande alleanza democratica' favorirà, come si spera, una vittoria su Berlusconi e sulla destra, ciò rappresenterà in ogni caso un fatto positivo: è infatti interesse comune di tutte le forze democratiche, moderate o progressiste, centriste o di estrema sinistra, liberare il paese da un governo di destra che ha aggravato sotto ogni aspetto la crisi italiana e che insidia pericolosamente la vita democratica. Ma proprio per questo è doveroso domandarsi se alla base di questa alleanza vi sia una piattaforma politica, ideale e programmatica che sia tale in primo luogo da mobilitare realmente tutto il potenziale elettorato di sinistra e di centro-sinistra; e che possa soprattutto rappresentare una base incisiva e coerente - nel caso di vittoria elettorale - per un programma di governo che sia all'altezza dei problemi da affrontare.
Certo, nella situazione attuale l'adozione di una linea di opposizione che si mostra netta e senza esitazione almeno sulle questioni fondamentali - dalla riforma della Costituzione alla manovra economica e finanziaria, dall'attacco alla magistratura e ai diritti del lavoro ai temi dell'informazione e dell'ambiente - è servita, e serve, anche a mettere in ombra (di indubbia opportunità è stata, anche per questo, la scelta di Prodi) le divergenze e le contraddizioni che su tanti di questi temi si erano manifestate negli ultimi anni nello schieramento di opposizione e dietro le quali c'erano, in molti casi, gravi errori compiuti dai passati governi di centro-sinistra. E anche sulla questione per tanti versi più spinosa, quella della partecipazione militare alla guerra in Iraq e della situazione sempre più intricata che è si creata in quel paese, l'attesa delle elezioni americane e poi di quelle irachene, l'esigenza di proporre una soluzione internazionale realmente praticabile, hanno in parte sdrammatizzato la discussione sulla data del ritiro delle nostre truppe.
Ma se dalle battaglie di opposizione si passa alla formulazione di una proposta programmatica che non sia vaga e generica, è difficile capire quale punto di intesa si possa trovare fra gli orientamenti difformi e spesso nettamente divergenti che continuano a emergere, sui maggiori problemi, nelle prese di posizione delle principali componenti della `grande alleanza democratica'. Per esempio fra chi sostiene, in materia istituzionale, la tesi di un pieno ritorno a una corretta democrazia rappresentativa, con ampia partecipazione popolare, e chi invece non rifiuta in linea di principio la soluzione del premierato e vuole solo evitarne la traduzione più esasperata proposta dall'attuale maggioranza. Ovvero in economia, fra i critici radicali delle soluzioni neoliberiste e privatizzanti e chi, al contrario, rimprovera al governo di non essere stato abbastanza coerente nell'applicare i principi delle competitività e del libero mercato; ancora in materia di lavoro, fra chi chiede la totale abrogazione delle riforme introdotte dal governo e chi, invece, ritiene che in tali riforme non tutto è da buttare via. O infine, a proposito della guerra, fra chi non esclude completamente il ricorso a soluzioni militari e chi, di contro, afferma il rifiuto incondizionato della guerra e la non violenza come priorità assoluta.
Certamente è da augurarsi che nel percorso dei prossimi mesi il confronto e l'elaborazione comune portino a definire ragionevoli terreni d'incontro, o almeno di avanzato compromesso. Ma intanto nell'area del centro-sinistra, e soprattutto della sinistra, il modo in cui si è giunti in queste settimane alla costituzione della `grande alleanza' contro la destra ha avuto come effetto quello di far crescere la convinzione che, negli attuali rapporti di forza nazionali e internazionali, sono concretamente possibili solo intese politiche di corto respiro, che certamente sono dettate dalla necessità di uno scontro contro un avversario molto pericoloso, ma che sono sostanzialmente prive di fondamenti culturali e programmatici da cui possa derivare l'indicazione di linee di effettivo rinnovamento economico e civile. Intese politiche, quindi, che indubbiamente debbono essere sostenute - nel caso concreto: sconfiggere Berlusconi e la destra e ristabilire in Italia più corrette condizioni di vita democratica - ma che certamente hanno poche risposte da dare ai grandi problemi che più stanno a cuore ai grandi movimenti per la pace, e contro una globalizzazione regolata dagli interessi del mercato e dello sfruttamento capitalistico, o per una diversa idea del lavoro e della società, temi sui quali quei movimenti hanno fatto sentire a più riprese la loro voce nel corso degli ultimi anni e che più guardano al futuro.
Ciò significa, in pratica, che quello in cui si può concretamente sperare sul terreno strettamente politico, almeno per l'immediato, è che la destra sia battuta e lasci il campo a una nuova maggioranza, che inevitabilmente sarà a prevalente indirizzo liberal-democratico e moderatamente riformista: con un ruolo minoritario, al suo interno, per le componenti di sinistra più radicale. Naturalmente sarà importante, in tale prospettiva, tutto ciò che si potrà fare (è un problema che riguarda uno schieramento articolato, che va dalla sinistra Ds a Rifondazione comunista) perché in questa maggioranza il punto di equilibrio sia spostato, per quanto possibile, più a sinistra.
Ma per una rivista come la nostra (e non solo per noi, ovviamente) l'interrogativo fondamentale che occorre porsi in questa situazione è se, oggi e nel futuro prossimo, vi sia spazio anche sul piano dell'azione politica diretta - e non solo su quello dell'analisi, della ricerca, della testimonianza, del confronto - per un'iniziativa che sia effettivamente di sinistra. Naturalmente chiedendosi, anche, quale contenuto debba essere dato, oggi, a questa parola.