Le ragioni di un commiato
LA DISCUSSIONE
Giuseppe Chiarante
Sulla vicenda che ha portato alla proposta di sospendere la pubblicazione di questa rivista, Lucio Magri riferisce, nel suo articolo, in modo esteso e circostanziato. Non ritorno perciò su questa esposizione, che considero esauriente. Preferisco invece notare che, se si vuole cogliere alle radici le ragioni della crisi che si è aperta nel nostro Comitato di direzione, proprio gli avvenimenti di queste settimane (penso in particolare a un fatto di grandissima importanza come le elezioni americane) ci offrono più di un motivo di riflessione.
Non sarebbe, infatti, convincente ritenere che le ragioni delle difficoltà della «rivista» si esauriscano sostanzialmente nelle divergenze soggettive che sono emerse, sia pure su temi di rilievo, tra i membri della Direzione. Orientamenti differenti si erano già altre volte manifestati (non siamo mai stati un gruppo culturalmente e politicamente del tutto omogeneo) e tuttavia non ci hanno impedito, per oltre cinque anni, di mandare in edicola una pubblicazione che è apparsa ai lettori di indirizzo largamente unitario. Altra è la causa reale della crisi odierna. Essa ha un fondamento oggettivo: che sta (come anche Lucio, del resto, lascia intendere) nella crescente difficoltà - non solo nostra, del resto - di dare risposte univoche e convincenti alla complessità delle questioni che una realtà profondamente mutata propone oggi alla sinistra, o a ciò che siamo soliti intendere con questo termine. Anche le nostre ipotesi di partenza non potevano non essere investite da questa difficoltà.
È appunto l'avvertimento della insufficienza delle nostre attuali indicazioni rispetto alla radicalità degli interrogativi del presente momento storico, che ha determinato il disagio emerso nel Comitato di direzione: un disagio che ha indotto la maggioranza dei membri a ritenere (anche se, forse, c'erano buone ragioni per dedurne proprio l'indicazione opposta) che era giunto il momento di interrompere la pubblicazione della «rivista».
Traggo perciò qualche spunto, al fine di sottolineare l'oggettiva complessità dei problemi che ci stanno di fronte nonché le aporie da superare per rispondervi, dagli avvenimenti più recenti e in particolare dalle elezioni americane. L'abbaglio preso da tanta parte della sinistra italiana e non solo italiana (e in cui è clamorosamente caduto anche il quotidiano al quale siamo collegati) nell'interpretare l'eccezionale partecipazione al voto come il segnale di una tendenza che certamente giocava a favore di Kerry, ha provocato nelle file della sinistra una discussione certamente opportuna e anzi necessaria ma che, per la sua genericità, rischia di banalizzare l'analisi e portar fuori strada nell'approfondimento dei problemi. Si è parlato molto di `valori', di scelte ideologiche su cui il pensiero neoconservatore ha saputo far leva, in contrapposto all'aridità programmatica delle posizioni del candidato democratico; e si è soprattutto sottolineato che l'intreccio dei temi in discussione, dal terrorismo ai problemi dell'etica sessuale, era tale da favorire la massiccia mobilitazione della vecchia America provinciale e delle Chiese più tradizionaliste.
In queste osservazioni c'è, ovviamente, molto di vero. Ma, a parte il fatto che il ritardo nell'intendere quel che accadeva è già un segnale grave per la sinistra (che magari si illudeva che i volontari scesi in campo rappresentassero soprattutto l'`America di Seattle'), è chiaro che queste, in realtà, non sono vere spiegazioni e tanto meno una risposta ai problemi emersi. Si tratta piuttosto di semplici constatazioni di ciò che è avvenuto: e soprattutto non basta per poter pensare di chiudere il caso facendone derivare la generica indicazione che la sinistra deve tornare a dotarsi di un proprio «patrimonio di valori», magari riscoprendo «le radici cristiane del socialismo».
Il vero problema sta ben oltre. Sta nel cercar di chiarire per quali ritardi o vuoti di analisi, per quali carenze nei propri fondamenti culturali e politici, non solo i liberals americani ma anche la sinistra europea, così nella sua ala moderata come in quella più radicale, non appaiono oggi in grado di proporre una visione del mondo e delle cose, dell'uomo e dei suoi rapporti con gli altri uomini, che sia più convincente e mobilitante delle parole d'ordine dell'ideologia neoconservatrice. E ciò nonostante la guerra, l'aggravarsi delle disuguaglianze, le incognite che nei più diversi campi sono sollevate dall'attuale tipo di sviluppo.
La questione non riguarda, del resto, solo gli Stati Uniti. Se è vero, infatti, che milioni di elettori americani che pure hanno visto peggiorare in questi quattro anni le loro condizioni economiche hanno egualmente votato per Bush, magari solo perché contrari al matrimonio fra gli omosessuali, è non meno vero, per esempio, che nelle recenti elezioni presidenziali francesi le regioni in cui Le Pen ha maggiormente accresciuto i suoi consensi sono state proprio quelle più colpite dalla deindustrializzazione e dalla conseguente disgregazione sociale. Ed è noto, per quel che riguarda l'Italia, che alla vittoria di Berlusconi e della destra nel 2001 ha largamente contribuito, proprio nelle regioni più industrializzate come la Lombardia o il Veneto, un'alta percentuale di voti operai e popolari. Sappiamo per esperienza che per spiegare fenomeni di questo genere non basta denunciare il `populismo demagogico' della destra. Conviene piuttosto interrogarsi sugli errori compiuti a sinistra. Si tratta essenzialmente di un vizio di economicismo, e quindi di una sottovalutazione del peso dei fattori culturali e ideali? O si tratta, al contrario, di un'insufficiente radicalità del programma proposto in materia economica e sociale?
La risposta a questo quesito, già di per sé non semplice, diventa ancor più complessa se si considerano in modo differenziato le diverse tematiche che (parto di nuovo dall'esempio americano) sono state al centro della campagna elettorale. È noto che, soprattutto a causa dei numerosi referendum locali, hanno avuto un peso rilevante - come ho già accennato - i temi riguardanti la famiglia, la condizione della donna, la morale sessuale, l'omosessualità ecc. Su questi temi le posizioni considerate `progressiste' hanno trovato un positivo ascolto soprattutto nei ceti urbani con un buon livello di istruzione e con condizioni di reddito discrete o più che discrete: mentre hanno incontrato maggiori resistenze (e spesso forti ostilità) non solo nell'elettorato tradizionalmente di destra, ma anche in buona parte dei ceti più poveri e meno scolarizzati. È questo un esempio (al quale sarebbe facile aggiungerne altri) di quella che sta diventando, nelle attuali condizioni storiche, una difficoltà crescente in tutti i paesi economicamente più sviluppati (e in termini diversi anche nelle altre parti del mondo): ossia la difficoltà, non solo per i progressisti americani ma per tutta la sinistra, moderata o radicale, di ricondurre nel quadro di una prospettiva unitaria le tematiche riguardanti i diritti individuali e sociali e quelle relative alle condizioni economiche e alle contraddizioni nei rapporti di produzione.
Anche per questo sembra a me che abbia poco senso discutere (come pure si sta facendo, con una evidente allusione alla situazione italiana e al tipo di campagna da condurre contro Berlusconi) se l'errore compiuto da Kerry sia d'aver troppo inasprito la campagna contro Bush, perdendo in tal modo consensi nel centro moderato, o se, invece, la sua piattaforma politica e programmatica sia stata troppo poco alternativa, soprattutto in campo economico e sociale. Certo, non è seguendo le esortazioni di D'Alema e Rutelli ad `ascoltare' le richieste degli elettori più moderati che la sinistra può crescere. Ma non basta neppure un generico massimalismo.
Proprio l'esempio che ho appena richiamato mette in realtà in evidenza che il vero problema, anche per la sinistra europea, non riguarda se essere più o meno `radicale': ma comporta un impegno che è invece più sostanzialmente innovativo. Ossia l'impegno di discutere e ricercare se, e su quali basi culturali e politiche, sia oggi possibile - così come, in buona sostanza, Marx era riuscito a fare nelle condizioni della sua epoca - dare fondamento a una sinistra che nelle sue prospettive e nelle sue parole d'ordine sappia ricomprendere tanto i problemi del progresso civile e dei diritti personali e sociali quanto quelli della liberazione dalla servitù economica e di una sempre più estesa uguaglianza fra gli individui e fra i popoli.
Ho voluto richiamare questi interrogativi, che emergono dalla riflessione sul voto americano, perché essi ci dicono quanto sono impegnativi i problemi da affrontare per un'effettiva ripresa della sinistra. Ma anche se esaminiamo la situazione italiana sappiamo bene che essa non offre spazi per risposte semplicistiche. Ho scritto, in proposito, nell'editoriale dell'ultimo numero della «rivista», salutando come un evento positivo il fatto che si stia costruendo un'alleanza dal centro all'estrema sinistra indispensabile per sconfiggere Berlusconi; ma sottolineando anche la grande distanza che permane, sul piano politico, culturale, programmatico, tra le diverse componenti di questo schieramento. Concludevo perciò quell'editoriale - pensando anche al nostro dibattito - osservando che «per una rivista come la nostra (e non solo per noi, ovviamente) l'interrogativo che occorre porsi in questa situazione è se, oggi e nel futuro prossimo, vi sia spazio anche sul piano dell'azione politica diretta - e non solo su quello dell'analisi, della ricerca, della testimonianza, del confronto - per un'iniziativa che sia effettivamente di sinistra. Naturalmente chiedendosi anche quale contenuto debba essere dato oggi a questa parola» 1.
Se, dunque, le questioni che ci stanno di fronte hanno questa portata, pare a me inevitabile che nel discuterne siano emerse anche all'interno della «rivista», a seconda della sensibilità e dell'esperienza personale, diverse linee d'analisi e di ricerca, pur nell'ambito di una visione per tanti aspetti comune. Per esempio ponendo l'accento, come Lucio ha ricordato, sul rilievo tuttora fondamentale del conflitto dei rapporti di produzione o piuttosto sui problemi della soggettività e sul valore dei fatti sovrastrutturali; oppure sulla necessità di mettere a frutto, sia pure criticamente, il meglio dell'esperienza compiuta dal movimento operaio, o invece sull'esigenza preliminare di una radicale revisione degli errori compiuti; o, ancora, sull'importanza decisiva del rapporto con i movimenti o al contrario sull'urgenza di un riordinamento del quadro complessivo delle forze che si collocano alla sinistra dell'Ulivo.
Ma proprio perché, come Lucio sottolinea nella sua esposizione «una grande operazione riformatrice non è ancora in vista» (personalmente non l'ho mai ritenuta una scadenza immediata) e si tratta piuttosto di lavorare per la rifondazione «di un pensiero e di un soggetto politico che offra una versione razionale e plausibile della storia che gli sta alle spalle, una lettura complessiva di un presente per tanti versi nuovo, le grandi linee di un futuro lontano cui non utopisticamente si aspira», mi pare che l'affiorare, in questo lavoro, di diversi accenti e anzi di differenti ipotesi non sia necessariamente un ostacolo: ma può anzi arricchire una ricerca che ci interessa tutti. Se mai, il nostro errore è stato di non aver reso più franco ed esplicito questo dibattito sulle pagine della «rivista», coinvolgendo nella discussione anche collaboratori e lettori. Per questo mi sono espresso, nel Comitato di direzione, per proseguire nel lavoro intrapreso, possibilmente anche col contributo di nuove forze e di un più ampio raggio di collaboratori. Alla fine, però, non ho potuto che prendere atto che l'opinione prevalentemente espressa era a favore di una sospensione: anche perché, nello sviluppo del confronto, su alcuni temi di grande rilievo le divergenze si erano venute effettivamente approfondendo - in particolare sulla collocazione da assumere nel quadro delle forze della sinistra più radicale, sul dibattito in corso intorno all'ideologia della nonviolenza e sui rapporti con la tradizione comunista -, nei termini che Lucio ha esposto nel suo articolo di apertura. Mi auguro tuttavia che proprio alla luce degli avvenimenti di queste settimane (che appunto per questo ho richiamato) e sulla base della necessità di contribuire a dare un più solido fondamento culturale e programmatico alla `grande alleanza' contro la destra, che finalmente ha cominciato a prendere consistenza, sia possibile ritrovarsi presto insieme - e con noi altri - per una nuova iniziativa comune.
note:
1 Cfr. Giuseppe Chiarante, Ma c'è un ruolo per la sinistra? A Prodi il primo tempo, «la rivista del manifesto», n. 55, novembre 2004, p. 5 (NdRM).